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Il Giappone fra tradizione e modernità nelle pagine di un grande narratore

Recensione de Il cuore delle cose, di Natsume Sōseki

Neri Pozza, Biblioteca, 2006

Sempre, a mio avviso, per comprendere a fondo un’opera letteraria è necessario fare riferimento al periodo e al contesto storico in cui fu scritta.
Questo è particolarmente vero per l’opera di Natsume Sōseki, sicuramente uno dei più grandi scrittori giapponesi della prima metà del XX secolo, e per il romanzo Il cuore delle cose, considerato uno dei suoi capolavori, il cui titolo originale, Kokoro, è stato tradotto anche – forse più letteralmente – come Anima e nel napoletaneggiante Anima e cuore. Attualmente, caso strano per un’opera sicuramente non mainstream, sono disponibili in libreria ben quattro edizioni diverse di questo romanzo, tra le quali anche un graphic novel.
Tre sono essenzialmente i motivi per cui è necessario leggere il romanzo avendo presente l’epoca della sua scrittura. Il primo è che si tratta di un’opera letteraria che ci proviene da una cultura lontana, che al tempo era sicuramente più di oggi dotata di specificità culturali, derivanti dalla sua organizzazione sociale, senza conoscere le quali – almeno sommariamente – è oggettivamente difficile apprezzare appieno le atmosfere del romanzo.
Il secondo è dato dal fatto che nel romanzo stesso alcuni avvenimenti storici – la morte dell’imperatore Mutsuhito (Meiji), avvenuta il 30 luglio del 1912, e, pochi giorni dopo le solenni esequie del Tennō, il suicidio rituale tramite seppuku del generale Nogi Maresuke, accompagnato dalla moglie (che commise jigai) – assumono un ruolo e un significato centrale.
Il terzo e sicuramente più importante è il fatto che il regno dell’imperatore Mutsuhito, che va dal 1867 al 1912 ed è conosciuto come rinnovamento Meiji, è stato decisivo nella storia del Giappone, segnando l’ingresso dell’impero del sol levante nella modernità. Vediamo quindi molto sommariamente cosa accadde in Giappone in quei decisivi decenni.
L’episodio che apre simbolicamente quest’epoca si verifica l’8 luglio 1853, quando quattro navi da guerra statunitensi (le celebri navi nere), si presentano all’imboccatura della baia di Edo (l’odierna Tokyo) minacciando di bombardare la città se lo Shōgun non avesse accolto una proposta di trattato commerciale redatta dal presidente Millard Fillmore. Si noti come all’epoca non fosse necessario ammantare le politiche imperialiste con ipocrite motivazioni legate alla democrazia o ai diritti umani: il trattato, siglato l’anno successivo, imponeva di fatto al Giappone l’apertura alle merci statunitensi.
A quel tempo il Giappone aveva un’organizzazione sociale ed economica di tipo feudale, della quale era capo con poteri dittatoriali lo Shōgun: I vari clan aristocratici dei Daimyō, pur soggetti allo Shōgun, vivevano delle rendite e delle imposte nei propri feudi (Han), dominando sulle altre classi: i militari (samurai), i contadini, gli artigiani e i commercianti (oltre ai non umani Hanin). L’imperatore da secoli era di fatto esautorato di ogni potere politico.
Questo assetto sociale rigidamente gerarchico era stato perfezionato dagli Shōgun del clan Tokugawa, egemone sin dall’inizio del XVII secolo, e presupponeva la chiusura pressoché totale del Giappone al commercio estero: ancora alla metà del XIX secolo gli unici commerci ammessi erano quelli con gli olandesi, nel solo porto di Nagasaki. La nascente borghesia nazionale, quindi, era totalmente soggetta all’aristocrazia, alla quale peraltro prestava buona parte delle ingenti risorse necessarie per far parte a pieno titolo dell’élite del bakufu, il sistema di governo dello Shōgun.
Con la firma del trattato commerciale con gli USA, cui ne seguirono in breve tempo altri con le principali potenze (i cosiddetti trattati ineguali) l’incipiente crisi del modello feudale precipitò, e dopo un decennio di scontri tra lo shōgunato, l’imperatore e i Daimyō più potenti – con pesanti interferenze occidentali che di fatto portarono allo smembramento del paese – si giunse alla guerra civile. Il giovane imperatore Mutsuhito si fece promotore del ristabilimento di una autorità centrale e si trasferì da Kyoto, l’antica capitale imperiale, a Edo; nel 1868 l’ultimo Shōgun si dimise e il nuovo governo imperiale accelerò sulla via della modernizzazione della economia e della società giapponese. Fu una sorta di rivoluzione dall’alto, volta a permettere lo sviluppo di una borghesia industriale e commerciale, che comunque faceva affidamento sui rappresentanti dell’oligarchia aristocratica per quanto riguardava le funzioni chiave del potere civile e militare. Un compromesso molto simile a quelli che avevano dato origine alle monarchie costituzionali in Europa dopo le rivoluzioni del 1848, sia pure con tratti autoritari sconosciuti in occidente e derivanti dalla tradizione gerarchica nipponica, che comportò il mantenimento delle classi popolari in uno stato di assoluta subordinazione, con la trasformazione in pochi decenni di grandi masse rurali in proletariato urbano. Dalle potenze occidentali il Giappone mutuò presto anche le politiche imperialistiche, rivolte verso la Cina e la Corea, politiche supportate ideologicamente da un nazionalismo militarista che ancora una volta faceva leva sulla tradizionale gerarchizzazione sociale. La potenza industriale e militare raggiunta dal Giappone diverrà chiara al mondo soprattutto a seguito della schiacciante vittoria nella guerra con la Russia del 1905.
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Ora lo so: il Simenon di Maigret è proprio il “Glauser belga”

Recensione de La collera di Maigret e di Maigret e la chiusa n. 1, di Georges Simenon

Mondadori, Oscar, 1976 e 1974

Giunto ormai il tempo di affrontare il commissario Maigret, di cui non avevo ancora letto nulla, qualche settimana fa ho estratto a caso dalla mia libreria due titoli tra i numerosi vecchi Oscar Mondadori acquistati su una bancarella in una lontana e fredda giornata del febbraio 2007. Così, con una buona dose di curiosità e anche una certa emozione, data la stazza del personaggio, ho iniziato a leggere Maigret se fache, tradotto da Giannetto Bongiovanni come La collera di Maigret; seguito subito dopo da L’écluse n. 1, che nella traduzione di Elena Cantini è Maigret e la chiusa n. 1. Considerata l’ovvia affinità che corre tra i due volumi, veri e propri campioni casuali di una vasta popolazione di romanzi e racconti accomunati dalla personalità del commissario, ho deciso di dedicar loro un commento comune.
In realtà nel momento in cui ho iniziato la lettura non ero del tutto a digiuno nei confronti delle indagini del commissario Maigret, perché appartengo alla generazione che ha avuto modo di vedere in diretta gli ultimi episodi della serie che la RAI realizzò tra la metà degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, con un indimenticabile Gino Cervi nei panni del protagonista e un’altrettanto meravigliosa Andreina Pagnani in quelli della Signora Maigret. Per la cronaca, ricordo che la serie vedeva la regia di Mario Landi e aveva come delegato di produzione Andrea Camilleri: consiglio a tutti di (ri)vederne almeno un episodio, anche perché ciascuno potrà così farsi un’idea di quale fosse la qualità delle produzioni RAI a quei tempi, anche nel campo delle proposte nazional-popolari, e confrontarla con la spazzatura che oggi il cosiddetto servizio pubblico ammannisce quotidianamente, dopo essere stato scientemente ridotto a strumento di rincoglionimento di massa.
Purtroppo devo dire subito che l’emozione cui accennavo, in un certo senso accresciuta dal trovarmi tra le mani un vecchio Oscar che mi ricordava, nel formato e nello stile della copertina, le mie prime letture giovanili, è rapidamente svanita a causa primariamente della traduzione di Giannetto Bongiovanni. Risalente al 1959, in linea teorica avrebbe dovuto essere una traduzione importante: Bongiovanni è stato infatti un importante giornalista e scrittore mantovano, autore tra l’altro di alcuni romanzi di ambiente padano, peraltro oggi dimenticati. Leggendo la sua biografia si nota però come egli sia stato spesso assillato da necessità economiche, e come il ricorso alla traduzione di alcuni dei romanzi di Maigret fosse un ripiego rispetto alle sue malpagate attività giornalistiche e letterarie. Probabilmente, inoltre, da parte dell’editore in quegli anni non si guardava tanto per il sottile rispetto alla qualità di un prodotto di genere destinato essenzialmente ad un pubblico popolare. Sta di fatto che ho trovato la traduzione del tutto inadeguata, ed anche sintatticamente eccentrica in alcuni passi, come quelli in cui Bongiovanni fa un improprio, a mio avviso, ricorso all’imperfetto indicativo in luogo del passato remoto per descrivere alcune azioni del commissario o di altri personaggi. Per spiegarmi meglio riporto uno di tali passi, nel quale Maigret giunge nel piccolo albergo in cui alloggerà durante la sua inchiesta: ”Cartelli con frecce indicavano dopo la stazione Albergo all’Angelo: egli seguiva le frecce, penetrava in un giardino dal pergolato in disordine e giungeva finalmente alla porta vetrata d’una veranda…”. Ora, non essendo uno specialista di grammatica potrei anche errare, ma da quanto mi ricordo l’imperfetto indicativo viene usato per segnalare un’azione o una situazione del passato di cui non si conoscono esattamente la conclusione o le conseguenze, mentre se queste sono note si dovrebbero usare il passato remoto (perfectum) o prossimo. Nella traduzione questo uso imperfetto dell’imperfetto si ripete varie volte, conferendo ai relativi passi un che di improprio anche in relazione al fatto che in ogni caso si tratta di azioni circoscritte, con un inizio ed una conclusione ben note al classico narratore onnisciente.
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