Pubblicato in: Francia, Gialli, Letteratura, Letteratura belga, Libri, Narrativa, Novecento, Parigi, Recensioni

Ora lo so: il Simenon di Maigret è proprio il “Glauser belga”

Recensione de La collera di Maigret e di Maigret e la chiusa n. 1, di Georges Simenon

Mondadori, Oscar, 1976 e 1974

Giunto ormai il tempo di affrontare il commissario Maigret, di cui non avevo ancora letto nulla, qualche settimana fa ho estratto a caso dalla mia libreria due titoli tra i numerosi vecchi Oscar Mondadori acquistati su una bancarella in una lontana e fredda giornata del febbraio 2007. Così, con una buona dose di curiosità e anche una certa emozione, data la stazza del personaggio, ho iniziato a leggere Maigret se fache, tradotto da Giannetto Bongiovanni come La collera di Maigret; seguito subito dopo da L’écluse n. 1, che nella traduzione di Elena Cantini è Maigret e la chiusa n. 1. Considerata l’ovvia affinità che corre tra i due volumi, veri e propri campioni casuali di una vasta popolazione di romanzi e racconti accomunati dalla personalità del commissario, ho deciso di dedicar loro un commento comune.
In realtà nel momento in cui ho iniziato la lettura non ero del tutto a digiuno nei confronti delle indagini del commissario Maigret, perché appartengo alla generazione che ha avuto modo di vedere in diretta gli ultimi episodi della serie che la RAI realizzò tra la metà degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, con un indimenticabile Gino Cervi nei panni del protagonista e un’altrettanto meravigliosa Andreina Pagnani in quelli della Signora Maigret. Per la cronaca, ricordo che la serie vedeva la regia di Mario Landi e aveva come delegato di produzione Andrea Camilleri: consiglio a tutti di (ri)vederne almeno un episodio, anche perché ciascuno potrà così farsi un’idea di quale fosse la qualità delle produzioni RAI a quei tempi, anche nel campo delle proposte nazional-popolari, e confrontarla con la spazzatura che oggi il cosiddetto servizio pubblico ammannisce quotidianamente, dopo essere stato scientemente ridotto a strumento di rincoglionimento di massa.
Purtroppo devo dire subito che l’emozione cui accennavo, in un certo senso accresciuta dal trovarmi tra le mani un vecchio Oscar che mi ricordava, nel formato e nello stile della copertina, le mie prime letture giovanili, è rapidamente svanita a causa primariamente della traduzione di Giannetto Bongiovanni. Risalente al 1959, in linea teorica avrebbe dovuto essere una traduzione importante: Bongiovanni è stato infatti un importante giornalista e scrittore mantovano, autore tra l’altro di alcuni romanzi di ambiente padano, peraltro oggi dimenticati. Leggendo la sua biografia si nota però come egli sia stato spesso assillato da necessità economiche, e come il ricorso alla traduzione di alcuni dei romanzi di Maigret fosse un ripiego rispetto alle sue malpagate attività giornalistiche e letterarie. Probabilmente, inoltre, da parte dell’editore in quegli anni non si guardava tanto per il sottile rispetto alla qualità di un prodotto di genere destinato essenzialmente ad un pubblico popolare. Sta di fatto che ho trovato la traduzione del tutto inadeguata, ed anche sintatticamente eccentrica in alcuni passi, come quelli in cui Bongiovanni fa un improprio, a mio avviso, ricorso all’imperfetto indicativo in luogo del passato remoto per descrivere alcune azioni del commissario o di altri personaggi. Per spiegarmi meglio riporto uno di tali passi, nel quale Maigret giunge nel piccolo albergo in cui alloggerà durante la sua inchiesta: ”Cartelli con frecce indicavano dopo la stazione Albergo all’Angelo: egli seguiva le frecce, penetrava in un giardino dal pergolato in disordine e giungeva finalmente alla porta vetrata d’una veranda…”. Ora, non essendo uno specialista di grammatica potrei anche errare, ma da quanto mi ricordo l’imperfetto indicativo viene usato per segnalare un’azione o una situazione del passato di cui non si conoscono esattamente la conclusione o le conseguenze, mentre se queste sono note si dovrebbero usare il passato remoto (perfectum) o prossimo. Nella traduzione questo uso imperfetto dell’imperfetto si ripete varie volte, conferendo ai relativi passi un che di improprio anche in relazione al fatto che in ogni caso si tratta di azioni circoscritte, con un inizio ed una conclusione ben note al classico narratore onnisciente.
Al di là di queste notazioni meramente sintattiche, è comunque a mio avviso tutta la traduzione che fallisce nella resa di quell’atmosfera dimessa, realistica e di analisi psicologia dei personaggi che dovrebbe essere uno dei tratti essenziali di un romanzo di Maigret. Per questo, anche se non ho la controprova diretta, ritengo che forse, al di là degli aspetti nostalgici, per il lettore odierno sarebbe meglio affrontare questo romanzo nella più recente edizione Adelphi, dotata di una nuova traduzione, il cui titolo è stato leggermente variato in La furia di Maigret.
La collera di Maigret è stato terminato, come riporta lo stesso autore nell’ultima pagina, il 4 agosto del 1945, ed è il ventiseiesimo romanzo in ordine cronologico del ciclo del commissario parigino, composto da 75 romanzi e 28 racconti. Dopo questo romanzo Simenon avrebbe arricchito il ciclo di altri 54 episodi (49 romanzi e 5 racconti), di cui l’ultimo, Maigret e il signor Charles, scritto nel 1972. Eppure La collera di Maigret ci presenta un commissario in pensione da ormai due anni: non è peraltro la prima volta, perché il commissario è andato in pensione anche molti anni prima, precisamente nel 1934, nel romanzo Maigret, diciannovesimo della serie, salvo poi riapparire in servizio, come del resto accadrà nel dopoguerra. A mio avviso questi tentativi di pensionamento segnalano essenzialmente la volontà dell’autore di sbarazzarsi di un personaggio divenuto troppo ingombrante, come del resto capitato alcuni decenni prima ad Arthur Conan Doyle nei confronti di Sherlock Holmes. In entrambi i casi la spinta derivava probabilmente dall’urgenza di affermare una propria identità letteraria più articolata, non legata unicamente al successo del loro personaggio più famoso. In questo tentativo però Conan Doyle appare più coraggioso, perché uccide la propria creatura letteraria, salvo doverla resuscitare a furor di popolo (e di editore). Il rapporto di Simenon con Maigret è invece più ambiguo, perché, come in questo caso, essere in pensione non impedisce a Maigret di continuare a condurre indagini private; in ogni caso, ragioni commerciali e probabilmente anche di altro tipo, legate alla ambigua indissolubilità del rapporto tra scrittore e personaggio, oltre che alla leggendaria capacità di produzione letteraria di Simenon, fecero sì che la pipa del commissario apparisse sulle pagine di un libro per oltre un venticinquennio dopo il suo secondo pensionamento.
Trattandosi di un giallo è opportuno astenersi dal raccontare la trama, tuttavia – al fine di entrare nell’atmosfera del romanzo – risulta necessario descriverne brevemente l’ambientazione ed alcuni dei personaggi principali.
Maigret è in pensione da circa due anni, e per la seconda estate si trova con la moglie nella casa di campagna, a Meung-sur-Loire, dove si dedica – non senza annoiarsi – a melanzane ed insalate. Irrompe però sulla scena una vecchia signora eccentrica e molto ricca, Bernadette Amorelle, vedova di un imprenditore proprietario di numerose cave sulla Senna, che chiede a Maigret di indagare, dietro adeguato compenso, sul suicidio per annegamento – avvenuto una settimana prima – di sua nipote, la diciottenne Monita, figlia di una delle sue due figlie. La signora ha già predisposto tutto per l’incarico all’ex commissario: dal viaggio in treno all’albergo in cui alloggerà nel villaggio di Orsenne, sulla Senna, dove in lussuose ville passano l’estate, oltre la signora, le famiglie delle due figlie di lei, che hanno sposato due fratelli, Charles ed Ernest Malik e il vecchio signor Campois, cofondatore della ditta di cave, di fatto oggi gestita da Ernest Malik.
Maigret, anche per sfuggire alla noia degli orti, accetta subito l’incarico; giungendo a Orsenne troverà in Ernest Malik un vecchio compagno di classe del liceo, ed una intricata storia familiare nella quale la sete di denaro prevale sui sentimenti, storia che il commissario districherà passo dopo passo grazie al suo intuito e alla sua capacità di penetrare nella psicologia degli astanti.
Come detto, non poco dell’atmosfera e anche dell’essenza di questo breve romanzo si perde, a mio avviso, a causa della infelice traduzione di Giannetto Bongiovanni, ma ciò che resta è comunque sufficiente per fare entrare il lettore nel mondo di Maigret.
Innanzitutto è da notare come, rispetto ai canoni del giallo, in questo romanzo il lettore non si trovi di fronte ad un delitto iniziale: Maigret viene incaricato dalla vecchia signora Amorelle di indagare sulla morte di Monita perché ella sospetta si tratti di un omicidio, ma questa ipotesi svanisce presto.
E allora su cosa indaga Maigret? Traendo le conclusioni alla fine del romanzo il lettore sarà costretto ad ammettere che ha indagato sul nulla, non essendovi stati nelle vicende pregresse fatti penalmente rilevanti, ma che questo nulla è in realtà un mondo, una classe sociale che viene messa – sia pur con i mezzi espressivi piuttosto limitati di cui era dotato un artigiano come Simenon – sotto la lente di ingrandimento.
Ma vi è di più, continuando ad analizzare il confronto con il genere, oltre alla mancanza del presupposto stesso dell’indagine: vi è il fatto che al lettore viene subito fatto capire chi sia il cattivo, e soprattutto vi è – in forme che lascio ovviamente al lettore scoprire – il sovvertimento stesso delle modalità con cui si deve concludere un giallo.
Queste anomalie rispetto alla letteratura di genere non sono a mio avviso solo elementi tecnici della narrazione, ma assumono il ruolo di fattori essenziali per assegnare a Jules Maigret un corretto posto tra i personaggi letterari del XX secolo: cercherò di argomentare più oltre, dopo l’analisi dell’altro romanzo di Maigret, questa mia per il momento apodittica affermazione.
Di livello decisamente superiore mi è parsa la traduzione di Maigret e la chiusa n. 1, affidata come detto a Elena Cantini. Il romanzo risale all’aprile del 1933 ed è il dicottesimo della serie di Maigret. Per una strana coincidenza, se in La collera di Maigret, scritto dodici anni dopo, Maigret è già in pensione, in questo romanzo il commissario affronta quella che dovrebbe essere la sua ultima indagine, essendo in procinto di ritirarsi di lì a pochi giorni. In effetti, a questo romanzo seguirà in breve tempo il già citato Maigret, nel quale il commissario è effettivamente in pensione, e bisognerà attendere otto anni per l’uscita di un suo nuovo romanzo, a ulteriore testimonianza del complesso rapporto tra l’autore e la sua creatura.
Le analogie con La collera di Maigret non si fermano alla carriera del commissario, ma riguardano anche l’ambientazione nel mondo dell’imprenditoria delle cave di ghiaia della Senna. Il protagonista delle vicende narrate, Emile Ducrau detto Mimile è però personaggio molto più vivido di Ernest Malik; al netto di una serie di ingenuità narrative riguardanti lui e gli altri personaggi di contorno, che richiamano al lettore smaliziato la necessità di Simenon di connotare le ambientazioni umane dei suoi romanzi secondo tratti facilmente interpretabili dal suo pubblico popolare, è indubbio che il sottile gioco di riconoscimento reciproco che si instaura tra Mimile e il commissario conferisce al romanzo un suo singolare spessore. Una curiosità del romanzo risiede nel fatto che qui Maigret viene chiamato Jacques, a rigori suo secondo nome.
Al di là delle ovvie differenze riscontrate in opere appartenenti a periodi diversi e con diversa traduzione, in termini generali la lettura dei due romanzi mi ha confermato che rispetto al giallo classico – che prevede un quadro ordinato iniziale sconvolto da un delitto, una fase di analisi da parte dell’investigatore nella quale il lettore viene guidato verso la scoperta della verità e al ristabilimento dell’ordine sociale grazie alla punizione cui il colpevole viene destinato – le inchieste del commissario Maigret presentano numerose e significative variazioni, che le accostano letterariamente – fatte salve le differenze nelle atmosfere nel tasso di violenza esplicita – all’hard-boiled che contemporaneamente fioriva negli Stati Uniti ma in particolare alle opere di un poco conosciuto autore svizzero, anch’egli attivo nella prima metà del XX secolo, Friedrich Glauser.
Molte cose accomunano produzioni letterarie apparentemente così diverse, ma la fondamentale è il tentativo, più o meno risuscito a seconda dei casi, di scavare nella psicologia del cattivo di turno e di individuare anche le possibili cause sociali del crimine. Ritengo non sia affatto un caso che in contesti culturali occidentali la rivisitazione del giallo e anche la sua declinazione in noir sia avvenuta tra la fine degli anni ‘20 e l’inizio del decennio successivo: si può forse azzardare, pur con una sicura dose di semplificazione, che questa rivoluzione sia stata al genere come il modernismo è stato al naturalismo e in generale al romanzo realista di stampo ottocentesco. In altri termini anche Studer (il sergente ginevrino di Glauser), Maigret, Sam Spade o Philip Marlowe sono figli della crisi di un mondo che – ammantandosi ideologicamente di pseudo-razionalità, propalando il progresso indefinito della scienza e della tecnologia e tentando in tutti i modi di negare alle masse popolari un ruolo nella Storia – aveva già portato l’umanità dentro la più grande carneficina della storia e si apprestava a prepararne una ancora più terribile.
Nel quadro letterario dei personaggi che hanno sancito la demolizione del genere, stante anche la matrice politico-sociale del suo autore, Jules Maigret rappresenta sicuramente l’opzione più borghese e tranquillizzante, con la sua rude bonomia, il suo buon senso, l’eterna pipa, il placido ménage familiare, la sua capacità di capire chi e ciò che lo circonda. È un personaggio ecumenico, che non può non piacere praticamente a tutti, perché di tutti potrebbe essere padre o nonno, e questo giustifica il successo universale di cui ha goduto e gode ancora.
Personalmente, però, al buon Maigret continuo a preferire le cupe atmosfere metropolitane dell’hard-boiled d’autore o – meglio ancora – i tormenti esistenziali e professionali del Sergente Studer, meglio in grado di rappresentare le ansie e la crudeltà della società novecentesca; sono ora quindi in grado di rispondere all’interrogativo che mi ero posto alcuni anni fa, confermando che sì, il Simenon di Maigret deve molto probabilmente essere considerato il Glauser belga, una sorta di suo epigono minore, e di ciò la diversa fortuna editoriale dei due autori può forse essere considerata un segnale inequivocabile.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Un pensiero riguardo “Ora lo so: il Simenon di Maigret è proprio il “Glauser belga”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...