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Tusitala: il narratore di storie è grandissimo anche quando si rivolge ai ragazzi

Recensione di Rapito, di Robert Louis Stevenson

Rizzoli, SUPERBUR Classici, 2001

Sino ad alcuni anni fa, prima che la tecnologia mi permettesse di controllare sul cellulare l’elenco dei miei libri, capitava talvolta che acquistassi un volume in realtà già presente sugli scaffali della libreria di casa. In alcuni casi si trattava di due copie della stessa edizione, mentre in altri, complici a volte i differenti titoli attribuiti dalle case editrici ad una stessa opera, la libreria si arricchiva comunque di volumi diversi.
Così mi ritrovo ad avere due edizioni di Kidnapped, di Robert Louis Stevenson, entrambe dotate di traduzioni storiche: quella per Rizzoli di Piero Gadda Conti, risalente al 1953, e quella di Alberto Mario Ciriello per Garzanti (in questo caso il titolo del romanzo è Il ragazzo rapito), datata 1945. Per inciso, a dimostrazione dell’inerzia e dello scarso interesse attuale per i classici da parte di molte case editrici, entrambe le traduzioni, ormai inevitabilmente datate, sono ancora in catalogo: a chi volesse acquistare questo importante romanzo consiglio quindi di valutare l’unica traduzione recente disponibile in libreria, quella di Alessandro Ceni per Bompiani, del 1996.
Avendo due diverse edizioni del romanzo a disposizione mi sono divertito a leggerlo saltando da una all’altra, per poterne in qualche modo comparare la qualità. Detto che entrambe mostrano i segni del tempo, evidenti nell’italianizzazione dei nomi propri (anche se misteriosamente non di tutti) nonché in termini e passaggi sintattici a tratti desueti, mi è parso nettamente migliore, quanto a stile e linearità nella resa del testo originale, il lavoro di Piero Gadda Conti: oltretutto l’edizione Rizzoli è molto più leggibile grazie a caratteri di un corpo leggermente più grande, ed arricchita da pregevoli illustrazioni al tratto di Victor G. Ambrus e di mappe delle peregrinazioni del protagonista, che le conferiscono una patina insolita rispetto all’usuale austerità delle edizioni economiche. Peraltro entrambe le edizioni vantano ottime introduzioni di prestigiosi critici: breve ma densa quella di Giovanni Giudici per Rizzoli, più articolata, secondo lo stile dei grandi libri Garzanti, quella di Francesco Binni.
Stevenson pubblicò Kidnapped nel 1886, lo stesso anno della pubblicazione in volume di The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde: ritengo questo dato temporale estremamente significativo per comprendere la personalità artistica di questo autore, complessa al punto da venir considerato a lungo un minore, relegato al rango di scrittore per ragazzi o di genere ed oggi da molti considerato uno dei maggiori narratori moderni e un antesignano della letteratura del ‘900.
Nel 1886 Stevenson è ormai trentaseienne ed ha alle spalle – oltre ai viaggi e al matrimonio con Fanny Osborne, parecchi racconti, saggi e resoconti di viaggio, ma soprattutto il grande successo editoriale de L’isola del tesoro”, edita inizialmente a puntate sulla rivista Young Folks e quindi, nel 1883, in volume. A quest’opera sono seguiti due altri romanzi: La freccia nera, romanzo storico anch’esso pubblicato a puntate su Young Folks, e Il principe Otto, romanzo d’avventure e intrighi ambientato in un immaginario staterello tedesco dal sapore vagamente sociale.
Il grande successo di questi romanzi fu favorito anche dall’ampliamento della platea dei lettori seguito all’emanazione nel 1870 del Forster’s Education Act, legge che favoriva l’alfabetizzazione di massa in Inghilterra e Galles. Come fa notare Giovanni Giudici nella sua introduzione a Rapito, Stevenson fu senza dubbio uno dei primi scrittori a beneficiare degli effetti di quel provvedimento, peraltro in un contesto che già da alcuni decenni aveva visto una impetuosa crescita dell’industria culturale.
Stevenson in quegli anni usa sapientemente l’editoria alternando di fatto romanzi per ragazzi a opere destinate ad un pubblico adulto, rivelandosi maestro nel fornire ai suoi diversi pubblici ciò che si aspettano (avventure, esotismo) ma elevandosi sempre, quanto a complessità delle tematiche affrontate, sfaccettatura dei personaggi e pura capacità narrativa, nettamente al di sopra del genere. Così, la quasi contemporaneità dell’uscita di Rapito e de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, di due opere apparentemente così lontane – anche se entrambe incardinate su uno dei temi centrali della poetica stevensoniana, quella dell’ambiguità intrinseca dell’animo umano, così che non esistono i buoni e i cattivi in assoluto – è emblematica a mio avviso della grandezza dello scrittore, oltre che segnalare l’abilità con cui si è inserito nei meccanismi commerciali dell’epoca.
Molti sono gli elementi che accomunano Rapito a L’isola del tesoro. La prima e più evidente è che i protagonisti di entrambi i romanzi, narratori in prima persona, sono due ragazzi che escono dall’adolescenza al momento della morte del padre. Jim Hawkins e David Balfour intraprendono entrambi un viaggio avventuroso, durante il quale entreranno in contatto con il mondo degli adulti e stabiliranno un rapporto complesso con un uomo dal passato non limpido e dalla personalità variegata. Entrambi usciranno dalle loro avventure più maturi, ormai vicini ad essere a loro volta adulti, e ciò si tradurrà per entrambi nella conquista dell’agiatezza. Un altro elemento in comune ai due testi è a mio avviso l’ambientazione: detto che temporalmente entrambi i romanzi si svolgono alla metà del XVIII secolo, li accomuna anche l’ambientazione esotica, sia pure declinata in modalità affatto diverse. L’esotismo dei Caraibi è sostituito dalla più vicina brughiera delle Highlands scozzesi, ma per gran parte del pubblico delle metropoli inglesi probabilmente le due ambientazioni avevano lo stesso fascino misterioso di ciò che è selvaggio. Per lo scozzese Stevenson in ogni caso l’ambientazione di Rapito ha un significato particolare, e probabilmente molte sono le reminiscenze personali che riversa nelle descrizioni dei paesaggi e del carattere dei personaggi, come dimostrato anche dalla scelta del nome del protagonista: Balfour è infatti il cognome della madre dell’autore, ed il nonno materno, il reverendo Lewis Balfour, ebbe un ruolo centrale nell’infanzia di Robert Louis, assecondando la sua sensibilità e la sua tendenza a costruire mondi fantastici.
In breve la complessa trama del romanzo.
Incontriamo David Balfour una mattina di inizio giugno del 1751. Diciassettenne, è appena rimasto orfano anche del padre, uno stimato maestro di scuola di Essendean, villaggio delle Lowland a sud di Edimburgo. Il reverendo Campbell, pastore del villaggio e amico del padre, gli consegna una lettera sigillata dicendogli che poco prima di morire suo padre gli ha chiesto di darla a David e di far partire il ragazzo per la casa degli Shaw, che si trova a Cramond, nei pressi di Edimburgo, luogo d’origine dei Balfour: la lettera dovrà essere consegnata nelle mani di Ebenezer Balfour. David ignora chi questi sia e che rapporto di parentela intercorra con lui, ma accetta di buon grado di partire, non essendovi più nulla che lo lega a Essendean.
Giunto nei pressi della casa degli Shaw, apprende da abitanti del luogo che il vecchio Ebenezer è un uomo solitario e avaro, odiato da tutti. Quando di sera bussa alla porta della cadente magione viene accolto da un ometto armato di un archibugio che lo fa entrare con riluttanza solo quando gli si presenta: Ebenezer è suo zio, fratello di suo padre. Dopo alcuni giorni di rapporti difficili tra i due, durante i quali David sospetta che lo zio abbia tentato di ucciderlo, Ebenezer porta con una scusa il ragazzo al porto di Queensferry, dove lo consegna con l’inganno al capitano Hoseason, il cui brigantino, il Covenant, sta per partire per le colonie. Ebenezer ha di fatto venduto il ragazzo al capitano, che lo venderà a sua volta come schiavo in America.
Il Covenant salpa, con a bordo David prigioniero; ben presto la sua situazione migliora ed entra in qualche modo nelle grazie degli ufficiali di bordo, di cui diviene il servitore quando il suo predecessore viene ucciso dal secondo, manesco e sempre ubriaco. Durante il periplo della Scozia necessario per raggiungere l’oceano il Covenant sperona una piccola imbarcazione e trae a bordo l’unico sopravvissuto, che si rivela essere uno dei capi delle rivolte allora in corso tra i clan scozzesi e gli occupanti inglesi: Alan Breck Stewart. Quando intuiscono che Alan ha con sé molto denaro, che serve alla causa, il capitano Hoseason e i suoi accoliti decidono di ucciderlo: David però origlia il colloquio e avverte Alan, per il quale nutre un’istintiva simpatia. I due, asserragliati in una cabina, riescono a respingere l’assalto della ciurma, facendo numerosi morti e feriti: Alan si rivela un notevole spadaccino e David spara i suoi primi colpi di pistola, uccidendo un paio di marinai. Vista decimata la ciurma tanto da avere difficoltà a governare la nave, il capitano decide di trattare con Alan, promettendogli di sbarcarlo nei territori del clan Stewart.
La nave però fa naufragio sugli infidi scogli che circondano l’isola di Mull e David, sbalzato in mare, riesce miracolosamente a raggiungere il deserto isolotto di Earraid, dove rischia di morire d’inedia finché viene raccolto da una barca di pescatori che lo portano a Mull. Inizia così il viaggio di David attraverso le Highlands scozzesi: presto scopre che Alan si è salvato dal naufragio e ha dato indicazioni a varie persone per guidare il ragazzo. I due si ritrovano infine in una drammatica circostanza: David infatti assiste all’assassinio di Colin Roy Campbell di Glenure, detto la Volpe Rossa, un nobile scozzese al servizio degli inglesi come agente delle imposte, e per questo odiato dai clan ribelli, in particolare dagli Stewart. Alan e David sono accusati di essere l’assassino e il suo complice, e sul loro capo viene messa una taglia: devono così errare per settimane nella brughiera, sottraendosi avventurosamente ai rastrellamenti delle truppe inglesi e incontrando vari rappresentanti dei clan e capi della rivolta. Durante la fuga il rapporto tra i due si approfondisce, e non mancano anche momenti di scontro. Con l’aiuto decisivo di Alan, David riesce alfine a tornare a Queensferry: lì le vicende delle Highlands giungono più attutite, così può contattare il notaio che cura gli interessi della sua famiglia. Viene a sapere quindi di essere il legittimo erede della fortuna dei Balfour di Shaw che suo zio Ebenezer ha sottratto al padre con un accordo truffaldino. Separatosi da Alan, va incontro alla sua nuova vita.
Pur essendo come detto un romanzo dichiaratamente per ragazzi, Rapito si caratterizza come un notevole mix di due assi portanti, giocati da Stevenson con il piglio narrativo che lo caratterizza, e che lo farà diventare di lì a pochi anni – secondo il meraviglioso epiteto che gli attribuiranno gli abitanti di Upolu, l’isola dove passerà gli ultimi anni – Tusitala, il narratore di storie.
Il primo asse è quello storico. Il romanzo proietta infatti il lettore in un periodo preciso della lotta secolare tra inglesi e giacobiti scozzesi. Cinque anni prima, il 16 aprile 1546, la battaglia di Culloden aveva sancito la fine del tentativo indipendentista scozzese di restaurazione sul trono degli Stuart. A seguito della battaglia, oltre all’inaudita repressione attuata dal Duca di Cumberland, vi furono una serie di provvedimenti volti a disarticolare per sempre la millenaria civiltà dei clan: le terre comuni vennero confiscate e soggette al pagamento di un affitto; furono sequestrate tutte le armi, osteggiati il presbiterianesimo e il gaelico, fu vietato suonare la cornamusa e indossare abiti tradizionali. La resistenza tuttavia continuò sottotraccia: fu organizzato un sistema di finanziamento degli Stuart riparati in Francia, e l’episodio dell’assassinio della Volpe rossa, duramente represso, è il segno di come la ribellione non fosse del tutto cessata. Pur concedendosi qualche licenza – l’uccisione di The Red Fox avvenne in realtà nel maggio del 1752, circa 10 mesi dopo i fatti narrati – molti dei personaggi che appaiono nel romanzo sono realmente esistiti, a cominciare da Alan Breck Stewart, fratello di quel James Stewart che fu impiccato innocente per l’omicidio. Alla precisione storica si accompagna quella geografica, tanto che è possibile, salvo pochi nomi di luoghi di fantasia, seguire il viaggio di David e Alan su una mappa. Così il romanzo è di fatto una presentazione al pubblico britannico (prevalentemente inglese) di fine ‘800 della cultura e della storia scozzese, delle sue ragioni nei confronti degli inglesi e dei selvaggi paesaggi delle Higlands.
L’altro asse portante del romanzo è il richiamo esplicito alla tradizione del romanzo picaresco ma soprattutto alla letteratura britannica della prima metà del XIX secolo: in Rapito c’è ovviamente molto Walter Scott, ma come non rinvenire nella figura del gretto e crudele Ebenezer Balfour genuini tratti dickensiani? Egli è tra l’altro uno dei pochi personaggi del libro caratterizzati con nettezza, visto che come detto uno degli assunti basilari di tutta la letteratura stevensoniana è la sfaccettatura dell’animo umano, per cui, come nota didatticamente David a bordo del Covenant, a proposito dei suoi rapitori, ”nessuna categoria di persone è del tutto cattiva, ma ciascuna ha le sue virtù e i suoi difetti, e questi miei compagni di viaggio non facevano eccezione alla regola.” Così l’amicizia tra David e Alan vive anche momenti di alta tensione, per i lati meno nobili del carattere dei due, e Stevenson è maestro nel descrivere le sottigliezze psicologiche che caratterizzano il rapporto tra il consumato combattente e l’adolescente che si affaccia alla vita. Tra l’altro vi è da notare che i due, pur essendo entrambi scozzesi, sono culturalmente e politicamente molto diversi: presbiteriano e delle lowland ormai integrate David, cattolico e fieramente esponente della cultura del clan Alan, che spesso rinfaccia a David di essere un bieco whig realista.
Ovviamente, visto il pubblico cui si rivolgeva, la coraggiosa proposta di un periodo tanto travagliato della storia britannica, per di più traguardato dalla parte degli sconfitti, non poteva non essere bilanciato da un messaggio ortodosso: e così la formazione di David, la sua maturazione, non può concludersi che con l’ottenimento della giusta eredità, ed emblematicamente, in quella che considero l’unica caduta di stile del romanzo, davanti ad una banca.
Per finire segnalo quello che ritengo una prova notevole della già citata capacità stevensoniana di essere al contempo grande scrittore e attento conoscitore dei meccanismi editoriali. Il finale del romanzo è aperto, e molte cose restano in sospeso: Stevenson quindi interviene direttamente, qualificandosi come il presentatore del manoscritto, per dire che se le successive avventure di David e Alan verranno raccontate dipenderà dal capriccio del pubblico. Questo seguito ci sarà, nel 1893, e sarà Catriona, una delle ultime opere dell’autore, che morirà solo un anno dopo.
Rapito è oggi molto meno conosciuto de L’isola del tesoro ma, senza nulla togliere all’ormai totemico status di quest’ultimo romanzo, offre forse al lettore attento maggiori sfaccettature e complessità strutturale. Che Stevenson sia riuscito a condensare tante cose in un libro per ragazzi la dice ancora una volta lunga sulla sua assoluta grandezza.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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