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Il “Romance” che giunge all’essenza del colonialismo

Recensione de Il riflusso della marea, di Robert Louis Stevenson

Marlin, I lapilli, 2006

Commentando poco tempo fa Rapito, avevo notato come tale grande romanzo per ragazzi fosse stato edito da Robert Louis Stevenson nello stesso anno (1886) della pubblicazione in volume de Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde,  rimarcando la sostanziale diversità delle due opere, non solo in relazione al diverso pubblico cui si rivolgono.
Nella bella introduzione a questa edizione de Il riflusso della marea, il curatore Fabrizio Bagatti fa un’analoga osservazione. Sentiamolo:
”In apparenza niente lasciava intuire, all’altezza de Il fanciullo rapito (1886), che Stevenson potesse pubblicare contemporaneamente un libro come Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde. Passa, tra i due romanzi, la differenza che può intercorrere fra un testo ancora pienamente inserito nei gusti e nei modi del romanzo ottocentesco e uno che, invece, si trova già con più di un piede nel nuovo secolo.”
Questa affermazione lapidaria mi ha incuriosito, innanzitutto perché – avendo appena letto Rapito – non mi ritrovo appieno nella sua catalogazione come romanzo pienamente ottocentesco: se infatti la cornice di bildungroman avventuroso può richiamare i grandi modelli romantici europei e su tutti, nell’ambientazione scozzese, la lezione di Sir Walter Scott, la sua vena picaresca e il richiamo esplicito al Robinson Crusoe, che rimandano alla letteratura di epoche precedenti, sono altrettanto evidenti; ma soprattutto il tema tipicamente stevensoniano dell’indagine dell’ambiguità del carattere umano – in cui coesistono male e bene – condizionato dalle circostanze in cui si trova ad agire, è già tema che preannuncia il novecento.
Stabilito quindi che Stevenson è sé stesso (al netto della fisiologica evoluzione di ogni autore che si rispetti) sia quando scrive Rapito o – anni dopo – il suo seguito Catriona, sia quando scrive Dr. Jekyll e di Mr. Hyde, Il riflusso della marea o il farsesco La cassa sbagliata, restava per me la necessità di indagare, di conoscere meglio la poetica di un autore capace di raggiungere vette narrative altissime cimentandosi in generi così diversi.
Mi ha aiutato il fatto che Stevenson ha dato alle stampe anche parecchi saggi inerenti la sua poetica e la sua visione della letteratura: tra questi ne ho selezionato tre che reputo particolarmente significativi, risalenti agli anni in cui lo scrittore scozzese stava facendo irruzione sulla scena letteraria britannica: si tratta di A Gossip on Romance (1882), di A Note on Realism del 1883 e di A Humble Remonstrance, del 1884.
Negli anni in cui Stevenson scrive questi tre saggi la letteratura europea e anche quella britannica sono fortemente influenzate dal naturalismo di stampo francese, il cui assunto fondamentale è dato dalla neutralità del narratore, che deve limitarsi a descrivere esattamente e dettagliatamente la realtà che lo circonda. Stevenson polemizza con questa visione della letteratura, contrapponendo al novel di stampo realistico il romance, il romanzo storico avventuroso.
In A Humble Remonstrance, polemizzando con inarrivabile ironia con Henry James, di cui in seguito diverrà amico e al quale a mio avviso lo legano non poche affinità di fondo, afferma: ”Nessuna arte, per usare l’audace frase di Mr. James, può con successo “competere con la vita” […] La vita ci precede, con la sua infinita complessità, frequentata dalle più varie e sorprendenti meteore, facendo appello allo stesso tempo all’occhio, all’orecchio, alla mente – sede della meraviglia – al tatto – così delicato da essere commovente – e allo stomaco, tanto imperioso quando è affamato”. E poco più avanti: ”Competere con la vita, il cui sole non riusciamo a guardare, le cui passioni e malattie ci devastano e ci uccidono, competere con il sapore del vino, la bellezza dell’alba, il bruciore del fuoco, l’amarezza della separazione e della morte: questo è davvero il progetto per una scalata al cielo, queste sono le fatiche per un Ercole in frac, armato di penna e dizionario per raffigurare le passioni, oppure armato di un tubetto di biacca superiore per ritrarre l’insopportabile sole”.
Più avanti, a proposito di cosa dovrebbe fare un giovane scrittore, dice: ”Non si preoccupi se si è disinteressato di migliaia di attributi al fine di perseguire instancabilmente quello che ha scelto. Non se ne abbia se ha tralasciato il tono della conversazione, il pungente dettaglio materiale sugli usi del tempo, la riproduzione dell’atmosfera e dell’ambiente. Tali elementi non sono essenziali […] E come essenza della questione, ricordi che il suo romanzo non è una trascrizione della vita, da giudicare in base alla sua esattezza, quanto una semplificazione di qualche lato o punto della vita, che sta in piedi o cade a seconda della sua significativa semplicità. Spesso ciò che osserviamo e ammiriamo nei grandi artisti che hanno lavorato a grandi tematiche è la loro complessità, tuttavia una verità rimane immutabile al di là delle apparenze: che la semplificazione fu il loro metodo, e la semplicità la loro eccellenza.”
Il saggio quindi termina con la celebre sentenza ”il pericolo è che, cercando di raffigurare la normalità lo scrittore raffiguri il nulla, e scriva il romanzo (novel) della società in luogo del romanzo (romance) dell’uomo”.
Quindi Stevenson come propugnatore di un’arte slegata dalle circostanze sociali e dalla vita, in quanto quest’ultima risulta irrappresentabile? Stevenson come alfiere de l’art pour l’art? Come la sua intera opera dimostra, il discorso è sicuramente più complesso, e alcuni passi tratti dagli altri due saggi citati possono fornire importanti indizi in tal senso.
In A Gossip on Romance, a proposito della differenza tra teatro e letteratura, scrive: ”Il dramma teatrale è la poetica del comportamento, il romanzo (romance) la poetica delle circostanze. Il piacere che proviamo nella vita è di due tipi: attivo e passivo. A volte siamo consci che qualcosa di grande comanda il nostro destino; subito siamo presi dalle circostanze, come da un’onda che si infrange, e precipitati non sappiamo come nel futuro. Altre volte siamo soddisfatti del nostro comportamento, quindi semplicemente compiaciuti di ciò che ci circonda”. Il romance dunque come poetica delle circostanze: e di quali e quanti tipi possano essere le circostanze che precipitano l’uomo nel futuro Stevenson era pienamente conscio, come vedremo.
È però in A Note on Realism che Stevenson chiarisce bene come l’oggetto dei suoi strali sia non il realismo in sé, ma la pretesa, tipicamente positivista e naturalistica, di fare del romanzo quasi un trattato scientifico, in grado di rappresentare oggettivamente e dettagliatamente una realtà compiutamente conosciuta. Non a caso nel breve saggio sono citati, come esempi di questa tendenza, Zola e Daudet. In proposito ritengo particolarmente significativi i seguenti due estratti.
”Tutta l’arte rappresentativa che possa dirsi viva è insieme realistica e idealistica, e il realismo di cui discutiamo è puramente esteriore. Non è un culto speciale della natura e della veridicità, ma il semplice capriccio di una moda deviata, che ci ha fatto voltare le spalle all’arte più grande, più varia e più romantica del passato”. Ed ancora, poco sotto: ”La questione del realismo, sia ben inteso, non riguarda minimamente l’essenza fondamentale di un’opera d’arte, ma solo il metodo della sua scrittura. Sii quanto idealista o astratto ti aggrada, nondimeno sarai veritiero; ma se sarai debole, correrai il rischio di essere noioso e inespressivo; e se sarai molto forte e onesto, potresti avere a che fare con un capolavoro”.
Circa un decennio separano queste considerazioni dalla scrittura de Il riflusso della marea, un decennio in cui per Stevenson sono cambiate molte cose: il suo successo editoriale si è consolidato con la pubblicazione di alcuni romanzi e molti racconti, la sua salute è sempre più minata dalla tubercolosi; lasciata definitivamente la Scozia, inizialmente per gli Stati Uniti, dal 1889 si è stabilito, con Fanny e i figli di lei, in Polinesia.
Nonostante questi cambiamenti radicali a mio avviso Il riflusso della marea, scritto nel 1893, come pure Il relitto, che lo precede di un paio d’anni, sono esempi perfetti della applicazione coerente degli assunti teorici contenuti in quei vecchi articoli alla sua produzione letteraria.
Prima di analizzare questo splendido romanzo, mi sia però consentita una considerazione che ritengo d’obbligo. Il riflusso della marea e Il relitto non sono accomunati solo da quanto detto poco sopra o dal fatto di essere entrambi ambientati in quei Mari del Sud di cui ormai Stevenson era abitante: entrambi sono stati scritti a quattro mani da lui e dal figliastro Lloyd Osbourne. In entrambi i casi l’apporto di Osbourne non fu affatto marginale, e nel caso de Il riflusso della marea l’idea stessa del romanzo venne a quest’ultimo, che scrisse i primi tre capitoli prima di leggerli ad un entusiasta Stevenson e collaborò alla pari alla stesura degli altri. Ritengo quindi iniquo che i due romanzi vengano attribuiti al solo Stevenson, relegando nell’oscurità il ruolo importante che, da un punto di vista sia prettamente letterario sia di sostegno psicologico al malato Stevenson, Osbourne ebbe nella nascita di alcuni capolavori letterari.
Ne Il riflusso della marea non è difficile rintracciare le stimmate del romance, sia pure ambientato nella modernità. I tre personaggi principali, i tre reietti alla deriva che ci vengono presentati nei primi capitoli, mostrano tratti archetipici atti a definire un’epica del fallimento. Il capitano Davis, marinaio che ha perso una nave perché ubriaco in una notte di tempesta, che pure ”… era un uomo: aveva avuto ricchezze, tratti gentili e un carattere risoluto”; poi lo spregevole scrivano londinese Huish, tanto abietto da essere trattato come un cane da tutti a Tahiti; e infine il giovane Robert Herrick, laureato a Oxford, amante di Virgilio ma spinto dalle circostanze della vita verso il detestato mestiere di contabile, ed affondato a Tahiti per la totale mancanza di carattere e volontà, dopo infiniti licenziamenti sulle due sponde dell’Atlantico. Ai tre, che stanno insieme per disperazione, elemosinando i pasti e dormendo nei ruderi della vecchia prigione, capita l’occasione del riscatto. Nella baia è alla fonda uno schooner, il Farallone, che ha issato sul pennone la bandiera gialla dell’epidemia. Il capitano ed un ufficiale sono morti di vaiolo in mare, e il resto dell’equipaggio, composto di indigeni kanaka, è riuscito non si sa come a raggiungere Tahiti. La nave deve portare un carico di champagne californiano a Sidney, ed il console inglese si è visto rifiutare l’offerta di comandarla da tutti i capitani di Tahiti, per tema del vaiolo. È così giunto ad offrire la nave a Davis, che naturalmente ha accettato, concependo subito un losco piano per arricchirsi: dirigersi non a Sidney ma in Perù, dove i tre avrebbero venduto in proprio lo champagne e la nave.
Huish è subito d’accordo ed Harrick supera presto i suoi scrupoli morali: così in poche ore il Farallone (nome a chiave? Far Alone) lascia Tahiti al comando di Davis. Presto il capitano e Huish iniziano a dar fondo allo champagne sino a ridursi ubriachi dalla mattina alla sera: il comando della nave viene di fatto preso da Harrick; la tensione fra i tre sale alle stelle sino a che non scoprono che gran parte delle bottiglie sono riempite di acqua. Truffatori truffati, capiscono anche che le provviste imbarcate sono insufficienti per giungere in qualsiasi porto; avvistano però un’isola non riportata sulle mappe il cui signore, Attwater, è un mercante di madreperla e perle che accumula servendosi di nativi sottomessi con un pugno di ferro ammantato di misticismo cristiano. Per inciso: che preziosa eredità lasciata nelle mani di Conrad in tutto il romanzo, ma soprattutto in questo personaggio, a mio avviso vero padre putativo venale di Kurz. Lascio al lettore scoprire cosa accade nella seconda metà del romanzo, che è anche carico di suspense.
Tranne l’eroe buono e l’amore (quasi sempre bandito dalla letteratura stevensoniana), nel romanzo ci sono tutti gli ingredienti del romance: paesaggi incantati, abiezione umana, crimine, avventura. E se il romance è la poetica delle circostanze, qui molte sono le circostanze che determinano gli avvenimenti indipendentemente dai comportamenti dei protagonisti. Solo che in molti casi queste circostanze non sono determinate dal destino, ma hanno origini ben precise. Per rimanere a quanto citato della trama, il vaiolo che consegna il Farallone ai tre protagonisti è un portato della colonizzazione occidentale delle isole, mentre la circostanza che lo champagne sia in realtà acqua (sorta di miracolo di Cana alla rovescia) è la plastica denuncia del carattere fraudolento del commercio internazionale, in confronto al quale i nostri appaiono davvero dei rubagalline. E che dire della figura di Attwater, la circostanza decisiva per la sorte dei nostri antieroi, perfetta incarnazione della sovrastruttura religiosa e civilizzatrice di cui venivano ammantati i più efferati crimini coloniali, oggi sostituita dalla mistica della democrazia e dei diritti umani, come insegnano anche le cronache afghane di queste ore? ”La mia missione rende” dice Attwater ad un certo punto, e raramente sintesi fu più felice nel delineare il carattere di gran parte delle imprese coloniali.
Come ne Il relitto e forse più nettamente, in questo romanzo appare a mio avviso la drastica e lucida condanna di Stevenson, ormai Tusitala, per lo scempio che delle isole, delle sue civiltà, dei suoi abitanti il capitalismo imperialista sta ormai facendo. Scrivere un romance è così davvero, come affermato da Stevenson dieci anni prima, un metodo tecnico per rendere avvincente il romanzo, le cui circostanze (ma anche, ad essere sinceri, anche i comportamenti dei protagonisti) fanno comunque emergere l’essenza del colonialismo,al di là di qualunque realismo.
Resta da dire che, soprattutto nel personaggio di Robert Herrick, ma anche in quello del capitano Davis, si ritrova il tema della complessità e dell’ambiguità della personalità umana, e resta soprattutto da dire che il romanzo è scritto splendidamente, con alcuni capitoli (su tutti a mio avviso il terzo, che tra l’altro dovrebbe essere stato redatto da Lloyd Osbourne) indimenticabili.
Tra l’altro la traduzione in questa edizione mi è parsa ottima, soprattutto perché Fabrizio Bagatti è riuscito nell’arduo compito di rendere in italiano le differenze di linguaggio tra lo yankee Davis, il cockney Huish e l’oxfordiano Herrick, così evidenti nell’originale, senza ricorrere a forzature linguistiche, tanto frequenti in casi analoghi.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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