Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Narrativa, Racconti, Recensioni, Vienna

La “mite legge” in città

Recensione di Tormalina, di Adalbert Stifter

Marsilio, Letteratura universale, 1990

E così eccomi ad occuparmi ancora, ad oltre tre anni di distanza, del buon vecchio Adalbert Stifter.
Stavolta oggetto di lettura è stata una delle sei novelle che compongono la sua raccolta più famosa, Pietre colorate, peraltro oggi disponibile, nelle due edizioni Mursia (1991, a cura di Matteo Galli) e Marsilio (2005, traduzione di Paola Capriolo) solo sul mercato dell’usato, come pure questa antecedente edizione di Tormalina, edita sempre da Marsilio ma con la traduzione di Emilia Fiandra e una articolata introduzione di Marino Freschi, sulla quale tornerò.
Avere a disposizione la raccolta è a mio avviso importante, oltre che per il fatto di rispettare il progetto narrativo dell’autore, che la pubblicò nel 1853 rielaborando alcune novelle già edite – con titoli diversi – in anni precedenti, anche e soprattutto perché queste sono precedute da una prefazione (Vorrede) che costituisce l’unico manifesto lasciatoci dall’autore circa la sua poetica.
Stifter scrive la Vorrede in risposta a un perfido epigramma di Friedrich Hebbel, nel quale il poeta del pantragismo si chiede tra l’altro, riferendosi a vecchi e nuovi cantori della natura tra i quali annovera esplicitamente il nostro: ”Sai perché hai tanta fortuna con le blatte e i ranuncoli? / Perché non conosci le persone, perché non vedi le stelle!”
A questa accusa di occuparsi di piccole cose per incapacità di vedere quelle grandi Stifter risponde teorizzando quella che definisce la mite legge che deve guidare le cose umane. Sentiamo come Stifter esprime questo concetto (scusandomi da subito per la traduzione approssimativa).
”Visto che stiamo parlando di cose grandi e cose piccole, intendo esprimere le mie opinioni, che potrebbero differire da quelle di molti altri. Considero grandi il soffio del vento, il gocciolio dell’acqua, la crescita del grano, le onde del mare, il verde della terra, lo splendore del cielo, il luccichio delle stelle, mentre non ritengo tali il gran vento dei temporali, il fulmine che manda in rovina le case, la tempesta che innalza le onde, il vulcano, il terremoto che distrugge le città: li considero anzi più piccoli, in quanto sono solo gli effetti di leggi molto più elevate, si verificano in singoli luoghi e sono il risultato di cause limitate. L’energia che fa traboccare il latte nel pentolino della massaia è la medesima che fa ribollire la lava nel vulcano e la riversa sui pendii. […] Come nella natura esteriore, così è nella natura interiore, in quella del genere umano. Ritengo grande una vita piena di giustizia, di semplicità, di dominio del proprio ego, di razionalità, di autorevolezza nelle relazioni, di ammirazione per la bellezza, unita ad una serena, composta morte; al contrario considero piuttosto più piccoli i repentini cambiamenti dell’indole, l’esplosione di una terribile rabbia, il desiderio di vendetta, la mente infiammata che tende ad un’attività che delinea, cambia e spesso nell’eccitazione distrugge la propria vita, visto che queste cose sono solo il prodotto di forze individuali e limitate, come le tempeste, i vulcani, i terremoti. Dobbiamo contemplare la mite legge da cui è guidata l’umanità.”
A parte la tragica ironia dell’esaltazione di una serena, composta morte da parte di chi circa un decennio dopo si sarebbe suicidato tagliandosi la gola con un rasoio, credo che queste righe chiariscano sufficientemente l’essenza della poetica di Stifter, che peraltro emerge appieno anche dal corpus delle sue opere: è nelle piccole cose quotidiane e immutabili nel tempo che si ritrova la grandezza: ciascuno di noi, singola fibra di milioni di radici che nutrono l’albero, può contribuire all’armonia generale. Quanto ai grandi e improvvisi sommovimenti, siano essi naturali, esistenziali o sociali (la Vorrende è pubblicata nel 1852, non molto tempo dopo le grandi rivoluzioni liberali) essi sono perturbazioni momentanee, governate da cause limitate nel tempo e nello spazio, destinate a rifluire nell’alveo placido della sanftes gesetz.
Dov’è che l’uomo, nella visione di Stifter, può meglio uniformarsi a questa legge ed entrare in armonia con i piccoli, grandi fenomeni della natura? Ovviamente in campagna, e comunque lontano dalla città, luogo in cui non solo è impossibile essere a contatto con una natura lontana, ma (anche a causa di questo) il ritmo di vita, la socialità frenetica e i rapidi cambiamenti portano la mente verso quell’infiammazione e quel tipo di attività che sono l’antitesi dell’armonia verso cui si deve tendere.
Ed ecco allora che la gran parte delle novelle e dei racconti di Stifter sono ambientati proprio in campagna, laddove, come abbiamo avuto modo di vedere in alcune opere commentate tempo fa, la natura è addomesticata dall’uomo attraverso le pratiche agronomiche per fornirgli non solo i prodotti materiali di cui necessita per vivere, ma anche nutrimento spirituale. Le ambientazioni stifteriane tipiche non sono quindi tanto naturali quanto rurali, situandosi in quella terra di mezzo tipicamente Biedermeier distante in egual misura sia dalla natura selvaggia di stampo romantico sia dalla città industriosa che sarà teatro principale delle certezze positiviste; così quando ritroviamo i personaggi di Stifter in città o nella natura intatta essi vagano quasi sempre in ambienti ostili o desolati.
All’ambientazione agreste non sfugge ovviamente Pietre colorate, fatta eccezione proprio per Tormalina, cui fa da sfondo la metropoli viennese. Vedremo che si tratta di una eccezione volta a rafforzare gli assunti poetici visti sopra, peraltro alla base anche della scelta del titolo della raccolta: l’autore infatti attribuisce ad ogni racconto il nome di una pietra modesta o tuttalpiù semipreziosa, che da piccolo era solito raccogliere nel suo villaggio natale ai margini della selva boema. Anche in questo caso, quindi, nulla di appariscente od eccezionale, non pietre preziose ma, appunto, pietre colorate.
Tormalina, come gli altri racconti della raccolta e in generale molte delle opere di Stifter, ha una struttura narrativa complessa. Due infatti sono i narratori, l’autore stesso e una donna, ciascuno dei quali racconta una delle due parti in cui è suddivisa la storia, e per di più tra una parte e l’altra vi è un’interruzione di una ventina d’anni che non viene narrata. Questa complessità narrativa è figlia della revisione del racconto ai fini della sua pubblicazione nella raccolta; una versione originaria, pubblicata un anno prima con il titolo Il portinaio della casa padronale, si componeva, in forma assai ridotta, della sola seconda parte, affidata al narratore femminile.
Nella breve prima parte il narratore racconta come a Vienna, molti anni prima, vivesse in un dignitoso appartamento di una piazza del centro un signore quarantenne, collezionista di ritratti di uomini illustri, suonatore di flauto e di violino, pittore e poeta: a tutte queste attività egli si dedicava da dilettante, non svolgendo apparentemente alcun lavoro, per cui veniva chiamato il pensionato. Egli aveva una bella moglie, molto più giovane di lui, e da poco alla coppia era nata una figlia. Tra le poche persone che ricevevano vi era un attore di teatro allora famoso, Dall; tra lui e la moglie del pensionato nacque una relazione, che ella confessò al marito, il quale dopo qualche tempo accettò di fatto la cosa, ritenendo inevitabile che la moglie avesse ceduto al fascino del famoso e bell’attore. La moglie però un giorno sparì: il pensionato si recò più volte da Dall per chiedergli di restituirgliela, ma l’attore affermò sempre di non saperne nulla. Un bel giorno anche il pensionato e la figlia sparirono e di loro non si seppe più nulla. Quando, tempo dopo, gli ufficiali giudiziari entrarono nella casa trovarono i mobili coperti con lenzuola e di polvere: in città si narrava che il pensionato fosse andato a vivere in una grotta nella selva boema.
Anni dopo una signora della buona società, amica del narratore e a cui costui cede il testimone, narra alcuni fatti che le sono accaduti. Un giorno da una finestra ha visto un vecchio stranamente vestito che accompagnava verso la chiesa una ragazza dalla testa abnorme; sere dopo, passando con il marito davanti ad una grande vecchia casa ormai quasi cadente ha udito una strana musica suonata con il flauto, sublime e distonica ad un tempo. In breve, senza addentrarmi troppo nella trama, il flauto è suonato dal pensionato, ormai vecchio e in povertà, che vive nello scantinato della vecchia casa; la figlia è idrocefala ed ha sempre vissuto con lui senza frequentare scuole, ma è dotata di una sua peculiare intelligenza; unico suo amico è una taccola con la quale parla in un linguaggio incomprensibile. Nel finale, la buona signora si prenderà cura della ragazza: acque termali ridurranno la sua idrocefalia e le verrà insegnato a cucire e ricamare.
Come si incastra questo racconto apparentemente eccentrico nella poetica stifteriana della mite legge? Torniamo alle prime righe del racconto, dove Stifter concede al lettore uno dei rari passi programmatici della sua prosa. Ecco l’incipit. ”La tormalina è cupa, e quanto sto per narrare è molto cupo. È accaduto in tempi lontani, com’è accaduto in tempi lontani ciò che ho narrato nei primi due racconti [di Pietre colorate, N.d.R.]. Vi si legge, come in una triste lettera, quale sia il destino dell’uomo se offusca la luce della ragione, non comprende più le cose, si separa dalla legge interiore che lo guida fatalmente al giusto, cede incondizionatamente all’interiorità delle proprie gioie e dei propri dolori, smarrisce il controllo di sé e cade vittima di uno stato che non sapremmo decifrare”.
La prima notazione da fare è in queste righe compare la parola legge, che qui è interiore, ed è contrapposta – a prima vista incongruamente – al cedimento incondizionato all’interiorità delle proprie gioie e dei propri dolori. Esiste quindi per Stifter, come ha già detto nella Vorrende una legge, la mite legge che è sì interiore, ma cui deve sottomettersi anche l’interiorità individuale, pena il perdersi. In queste poche righe quindi ritroviamo gli assunti alla base della poetica di Stifter, tuttavia a mio avviso c’è qualcosa che stride rispetto allo sviluppo del racconto. Infatti si è portati a pensare che il pensionato abbia infranto la legge, abbia smarrito il controllo di sé offuscando la luce della ragione: nella realtà del racconto di fatto il povero pensionato appare al lettore più come una vittima delle circostanza. È la moglie che lo tradisce, e lui come detto di fatto la perdona. È sempre lei che nonostante questo se ne va, lasciandolo solo con una figlia appena nata. Certo, anche lui se ne va, ma porta con sé la figlia, e non sappiamo dove sia stato nei lunghi anni che lo separano dalla riapparizione nel sotterraneo di casa Perron: si può presumere alla ricerca del modo di rifarsi una vita. Quando torna è povero, ma nulla ci viene detto sul perché gli sia andata male, se non che la figlia è idrocefala, quindi la cura di lei ha presumibilmente assorbito tempo e risorse. Forse ha sbagliato isolandola dal mondo, ma una tale patologia non era socialmente facilmente accettata, come emerge dal racconto. L’unico segno di vera grave inadeguatezza comportamentale è l’imposizione alla figlia di scrivere di sé stesso morto o della moglie/madre persa per il mondo. Quindi, perché Stifter si accanisce contro di lui? Marino Freschi lo attribuisce al suo essere un dilettante, un confusionario che non sta mai fermo con gli occhi, che non sa fare veramente bene nulla. A me pare francamente una spiegazione che presa da sola suona un po’ debole.
A mio avviso deve anche essere adeguatamente sottolineato il fatto che la vicenda si svolge nella grande città. È in città che si ritrovano le dinamiche oggettive che possono sconvolgere la mente dei più deboli ed allontanarli più facilmente dalla mite legge. La moglie tradisce il pensionato con un grande attore, osannato dalle folle: la prima rottura dell’equilibrio si ha quindi a causa e per mezzo di un tipico prodotto della cultura cittadina. La ricerca di un nuovo equilibrio non potrà che avvenire lasciando la città, e quando il pensionato e la figlia tornano, l’unica possibilità sarà vivere sotto di essa, in una metaforica grotta, dalle cui feritoie a livello del marciapiede a malapena si intravedono stivali, scarpe e le zampe dei cani. La città, e Vienna in particolare, è un luogo senza identità – come Stifter sottolinea evidenziando che continuamente vi si abbattono case vecchie per sostituirle con altre nuove – è il luogo delle rotture violente e dell’infiammazione delle menti. Certo, in città vivono anche personaggi che hanno conservato l’armonia delle loro menti, in grado di essere giusti, semplici, razionali e autorevoli nelle relazioni come richiesto dalla mite legge: sono esseri superiori, come la signora narrante e suo marito o il loro amico professor Andorf, sorta di alter ego raziocinante del pensionato. A loro bisogna affidarsi perché l’educazione ”…disordinata e frammentaria, quasi inquietante” della ragazza sia trasformata ”…in pensieri semplici, armoniosi e logici, facilitando in lei una forma di comprensione del mondo”, come avviene nel paternalistico finale, nel quale alla ragazza si apre un luminoso avvenire di cucitrice di tappeti e coperte.
Dato per scontato – come ben sanno i lettori di Stifter – questo suo afflato pedagogico, vi è da rimarcare che Tormalina è a mio avviso uno dei racconti in cui un altro dei caratteri distintivi dell’autore – la maniacale tendenza al dettaglio anche inessenziale – assume maggiormente un carattere pienamente funzionale allo sviluppo del racconto. In questo senso è emblematica, come nota Marino Freschi, la doppia ripetizione dei mobili e degli oggetti che si trovano nelle stanza del pensionato e della moglie quando ancora vi abitano e poi, quando la casa è deserta. Al lettore non sfuggirà che già la prima descrizione è estremamente dettagliata, con particolari anche strani, come il fatto che nella stanza del pensionato tutti i mobili abbiano le rotelle, forse a sottolineare il senso di instabilità del personaggio. Stifter ripassa poi nelle stesse stanze ricoperte di polvere con la medesima attenzione, facendo assumere plasticamente ad ogni oggetto un significato diverso ora che nella casa regnano la desolazione e l’abbandono. In generale credo di poter dire che questa attenzione al particolare, lungi dal derivare da un’ansia di realismo, sia in qualche modo necessaria alla luce della poetica dell’autore: se il grande sta nelle piccole cose, nel quotidiano, allora nulla è archetipico, e sono proprio le piccole cose cui bisogna dedicare la massima attenzione.
Tormalina è in definitiva a mio avviso, anche e soprattutto per il fatto di essere di ambientazione cittadina, uno dei racconti più interessanti di Adalbert Stifter, autore il cui essere a tratti insopportabilmente prolisso, paternalista e reazionario apre orizzonti letterari poco frequentati, e per questo da leggere con particolare attenzione.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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