Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Narrativa, Racconti, Recensioni, Romanticismo

Le fiabe senza morale del “re del romanticismo”

Recensione de Il biondo Eckbert, di Ludwig Tieck

Edizioni Studio Tesi, Collezione il flauto magico, 1990

Quando si pensa al primo romanticismo tedesco solitamente vengono alla mente nomi come Schiller, Hölderlin, Novalis, i fratelli Schlegel, Kleist, Hoffmann; molto meno nota al grande pubblico è la personalità artistica di un autore come Ludwig Tieck, che pure può essere considerato uno degli antesignani del movimento, e che in vita ebbe grande influsso sui suoi maggiori rappresentanti, soprattutto sul cosiddetto circolo di Jena, tanto che alla sua morte, nel 1853, Hebbel lo definì il re del romanticismo.
Nato nel 1773 a Berlino da una famiglia di modeste condizioni economiche, Tieck frequentò le università di Halle, Gottingen ed Erlangen. Esordì in letteratura scrivendo per altri novelle e romanzi gotici destinati al grande pubblico. Fu legato da profonda amicizia al coetaneo e conterraneo Wilhelm Heinrich Wackenroder, destinato a morire di febbre tifoide a soli 25 anni. I due sono considerati di fatto gli iniziatori del romanticismo tedesco grazie in particolare alla pubblicazione di due opere. Del 1796 sono le Effusioni del cuore di un monaco amante dell’arte, di Wackenroder, raccolta di nove saggi estetici nei quali l’autore espone la sua concezione dell’ispirazione artistica come mistero inesprimibile appannaggio di pochi eletti, contrapposto ai condizionamenti della quotidianità e della vita sociale; due anni dopo Tieck pubblica Le peregrinazioni di Franz Sternbald, romanzo di formazione artistica nel quale grande spazio è dato alla rivalutazione dell’arte tedesca del medioevo. È da notare che la scrittura di  entrambe le opere vide una fattiva collaborazione tra i due amici.
Per inciso segnalo che mentre il romanzo di Tieck non è disponibile in libreria, le opere di Wackenroder sono raccolte in un prezioso volume edito da Bompiani, imprescindibile per gli appassionati del romanticismo e in generale dei classici.
Se le Peregrinazioni sono il grande romanzo che indica la via agli sviluppi letterari del primo romanticismo di Jena, il contributo di Tieck al movimento si esplicita anche e soprattutto nelle Kunstmärchen, le fiabe romantiche, delle quali questo bel volume edito oltre trent’anni fa propone tre delle più significative; oggi è reperibile solo nel mercato dell’usato, ma queste e altre fiabe romantiche di Tieck possono essere fortunatamente lette in un volume edito da Garzanti, mentre il racconto eponimo è edito, con testo originale a fronte, da Marsilio.
Il biondo Eckbert, del 1796, apre la breve raccolta, ed è la fiaba dalla struttura più complessa.
Eckbert è un solitario cavaliere quarantenne, che vive in un piccolo castello isolato dell’Harz con la amata moglie Bertha. Raramente i due ricevono ospiti: solo un amico di Eckbert, Philipp Walther, si intrattiene spesso al castello. In una sera nebbiosa Eckbert chiede alla moglie di raccontare all’amico la strana storia della sua gioventù, e Bertha inizia a narrare.
Figlia di un povero pastore, da bambina era goffa e maldestra, non mostrando alcuna attitudine per le faccende domestiche e preferendo sedere in un angolo a fantasticare. Per questo il padre la maltratta, e un giorno la bambina scappa di casa. Dopo aver vagato per campi e villaggi giunge in una regione boscosa, che si fa sempre più selvaggia e bizzarra. Ormai allo stremo delle forze, incontra una vecchia vestita di nero, che la accoglie nella sua casetta nel bosco, dove vive con un uccello dalle piume coloratissime, che canta una strana canzone nella quale esalta la solitudine del bosco, e un cagnolino.
La vecchia si prende cura della bambina, insegnandole a cucire e filare, ma lasciandola spesso sola. La bimba così cresce in compagnia dell’uccello e del cane: nessuno si avvicina infatti mai alla casetta. Un giorno la vecchia le svela un segreto: l’uccello depone ogni giorno un uovo nel cui interno c’è una pietra preziosa.
Bertha, ormai quattordicenne, inizia a sentire lo struggimento di non conoscere il mondo, dove può incontrare l’amore, di cui inizia ad avere una confusa idea: così, un giorno che la vecchia è al solito lontana, lega il cane ed abbandona la capanna con l’uccellino in gabbia e un vaso di pietre preziose. Dopo molti giorni di viaggio giunge in un villaggio che riconosce essere quello della sua infanzia; i genitori sono ormai morti e Bertha lascia piangendo il villaggio, per sistemarsi in una cittadina vicina. Una notte, quando l’uccello ricomincia a cantare, rimpiangendo la solitudine del bosco, Bertha lo uccide. Poco dopo concede la sua mano al giovane Eckbert.
Dopo la narrazione Bertha si ammala, e in Eckbert crescono irrazionali sospetti nei confronti dell’amico, accresciuti dal fatto che egli inspiegabilmente conosceva il nome del cagnolino abbandonato da Bertha. La fiaba giunge quindi in poche pagine al suo cupo e spiazzante finale.
Scritta con una maestria che risente degli anni della gavetta, quando l’autore scriveva racconti gotici, Il biondo Eckbert può essere considerata il prototipo delle Kunstmärchen ed una sorta di manifesto fiabesco del primo romanticismo, perché ne contiene tutti i temi salienti.
Colpisce innanzitutto l’assoluta mancanza di intento didascalico, di morale e di apoteosi finale, che rappresentavano i tratti distintivi della fiaba classica, sia popolare sia colta: non c’è la classica caratterizzazione manichea dei personaggi; gli avvenimenti, oltre che inverosimili, sono anche – almeno in superficie – inspiegabili e si concludono con il totale annientamento dei protagonisti.
La struttura del racconto è nettamente tripartita in un prologo (la presentazione della coppia e di Walther), nella parte centrale in cui al narratore esterno si sostituisce Bertha che racconta la sua vita giovanile, e nel lungo epilogo, nel quale la narrazione torna in terza persona e i cui avvenimenti sono l’inusitata conseguenza del racconto di Bertha.
Il prologo introduce il lettore in un ambiente apparentemente sereno. Una coppia che si ama, anche se non ci sono figli, per la quale ”quasi nulla mutava nello scorrere sempre uguale della vita, la temperanza regnava e la sobrietà stessa sembrava disporre ogni cosa”. Qualcosa però rispetto a questo idillio borghese non quadra sin dalla caratterizzazione di Eckbert: è un ipocondriaco, e nonostante sia solo quarantenne ha il volto pallido e scavato.
È con il racconto di Bertha che la fiaba spicca il volo e compaiono quelli che saranno gli archetipi delle successive Kunstmärchen e i cardini del primo romanticismo. La piccola Bertha vive modestamente in un piccolo villaggio, ed è maltrattata dai genitori per la sua incapacità di rendersi utile: quando il padre capisce che non imparerà mai un mestiere minaccia di castigarla ogni giorno, dato che non è altro che ”una creatura inutile”. Bertha quindi fugge. Emerge in questo passaggio della fiaba uno dei punti chiave del sentimento del primo romanticismo: il rifiuto dell’esistenza ordinaria, delle regole sociali borghesi, secondo le quali la realizzazione dell’uomo si esprime attraverso il suo essere produttivo.
Bertha fugge non solo dal suo villaggio, ma dallo stesso paesaggio ordinato e plasmato dal consorzio umano a fini produttivi, fatto di campi e villaggi, per immergersi progressivamente nella natura selvaggia, che tempra le sue forze proprio a causa del terrore che le ispira. Quando esce da quel deserto di rocce e arbusti contorti e si ritrova in una natura che sembra di nuovo raddolcirsi è diversa, tanto da affermare significativamente: ”soltanto allora la mia giovane anima ebbe sentore del mondo e di ciò che vi accade”. Ecco un altro cardine dell’estetica romantica: la natura come luogo del sublime e della conoscenza vera.
Bertha viene quindi adottata dalla vecchia e vive felice nella casetta isolata dal mondo, nella quale l’uccello colorato canta la gioia della Waldheimsankeit, la solitudine del bosco. Perché a un certo punto tradisce la vecchia, condanna a morte l’affezionato cagnolino, ruba parte delle pietre preziose e se ne va? Le possibili risposte affondano profondamente le loro radici nel Geist romantico.
Nella casetta della vecchia infatti Bertha apprende ciò che si era rifiutata di fare nella casa paterna: filare e tenere in ordine la casa; sia pure in forme diverse, quindi, sprofonda in quella stessa quotidianità dalla quale era sfuggita alcuni anni prima. Ma se la prima fuga era dettata principalmente dal rifiuto delle costrizioni domestiche (e quindi sociali) questa, ben più grave e apparentemente inspiegabile è figlia anche e soprattutto della Sehnsucht, la malattia del desiderio di cui Bertha è forse la prima vittima letteraria. La giovane nelle solitarie giornate nella casetta ha letto del mondo ed anche dell’amore, ed ha di queste cose un’idea confusa: inizia a desiderarle proprio perché così lontane e confuse rispetto al suo presente, ed a poco a poco il loro pensiero diviene una brama che si impossessa di lei, facendola agire quasi contro la sua volontà: ”Piangevo, e sarei quasi tornata indietro, se il desiderio di vedere qualcosa di nuovo non mi avesse spinto innanzi”. Inutile dire che il concetto di Sehnsucht è un altro degli elementi chiave del sentire romantico.
Ovviamente sono evidenti le interpretazioni della fuga che si possono legare alla scoperta della sessualità, come rivelato sia dall’accenno alla confusa coscienza dell’amore, romanticamente incarnato in un immaginario bellissimo cavaliere, sia dal passo in cui la giovane afferma: ”è una sventura per l’uomo ottenere la capacità d’intendere soltanto per perdere l’innocenza dell’anima”.
Le pagine più straordinarie di questo racconto sono però a mio avviso le ultime, susseguenti la narrazione di Bertha. Non voglio descriverle in dettaglio, per lasciare al lettore il piacere della scoperta, ma mi sento di dire che si tratta in qualche modo di pagine rivoluzionarie, perché ribaltano i luoghi comuni delle fiabe. Non solo, come già accennato, non vi è un lieto fine né una morale, ma fanno capolino concetti ed elementi che andranno ben oltre il romanticismo, per approdare direttamente nel XX secolo. L’irrazionalità, l’insensatezza dell’agire di Eckbert sono il filo conduttore di queste pagine, e questa irrazionalità, simboleggiata ancora una volta da una fuga, non è più neppure giustificata da Sehnsucht, ma solo da una crisi interiore che non può che rimandare avanti nel tempo di oltre un secolo: Eckbert distrugge tutte le relazioni umane, sino a ritrovarsi solo di fronte alla rivelazione della terribile realtà del rapporto con la moglie, in quello che è il disturbante e modernissimo finale. Ma forse ancora più straordinaria è una piccola frase che Tieck pone poco prima dell’epilogo, quando il protagonista si rende conto di essere giunto nei pressi della casetta dove aveva vissuto la moglie: ”non riusciva a spiegarsi se stesse sognando o se avesse un tempo sognato di una moglie Bertha; lo straordinario si confuse con l’ordinario, il mondo intorno a lui era incantato, ed egli non era più padrone di alcun pensiero, di alcun ricordo”. Una frase che apre le porte ad un intero mondo letterario.
Di struttura analoga, anche se meno complessa, è il successivo racconto, La montagna delle rune, scritta nel 1802. Qui il protagonista è Christian, giovane cacciatore che ha lasciato la casa paterna, dove lo attendeva un mestiere da giardiniere o commerciante, per avventurarsi sulle montagne intraviste in lontananza nella luce azzurrina. Il lettore lo incontra mentre, solo in una valle, si lascia prendere da una nostalgica malinconia e riflette sulla sua solitudine. Incontra uno sconosciuto, a cui racconta il suo passato, e questi lo invita a salire su una montagna vicina, sulla cui sommità si intravedono delle rovine. Tra quelle rovine Christian ha la visione di una bellissima donna che gli indica dei tesori; incantato e turbato, si convince di aver sognato. La mattina successiva si ferma in un villaggio che gli appare pieno di allegria, vi si stabilisce e in breve sposa Elisabeth, la bella figlia di un ricco fittavolo. La sua vita scorre tranquilla e operosa sino a quando uno straniero gli affida in custodia una notevole somma di denaro. Da allora Christian perde la sua felicità, finché un giorno l’irresistibile desiderio di tornare sulla montagna delle rune per scoprirne i tesori lo inghiotte.
Tornano dunque anche qui molte delle tematiche già viste ne Il biondo Eckbert: il rifiuto giovanile dell’esistenza ordinaria e regolata, l’anelito verso la natura selvaggia e misteriosa delle montagne, contrapposta ai giardini ordinati coltivati dal padre, la scoperta di misteriosi tesori, la nuova vita apparentemente felice ma in fondo simile a quella che aveva fuggito da giovane, la forza irresistibile della Sehnsucht che porta all’autoannientamento. Anche in questo caso Tieck scrive una fiaba senza morale, di atmosfere forse meno cupe della precedente ma il cui finale è altrettanto connotato, oltre che per la durezza, per la sua modernità.
Dei tre racconti contenuti nel volume l’ultimo, Gli elfi, è a mio avviso il meno significativo, anche se non manca di interesse e godibilità. Scritto nel 1811, denota a mio avviso un tasso di manierismo romantico che probabilmente deriva dal mutamento del clima culturale dopo Austerlitz e da una certa stanchezza dell’autore rispetto al genere delle Kunstmärchen. Narra di una bambina, Marie, che vive con i genitori in una regione verde e ubertosa, in cui i campi sono ben curati e le case linde. Solo un podere oltre il torrente appare squallido e triste: è abitato da persone schive, che gli abitanti del villaggio considerano zingari. Trasgredendo agli ordini dei genitori, Marie si avventura al di là del torrente e scopre che in realtà la casa è abitata dagli elfi, creature meravigliose dedite al gioco e artefici della fertilità dei dintorni: ciò che dal di fuori appare desolato è in realtà una sorta di Eden. Tornata a casa dopo avere promesso agli Elfi di non rivelare il segreto della loro esistenza, scopre di non essere stata via solo un paio di giorni, ma sette anni: ora è una diciassettenne e presto sposa l’amico d’infanzia Andres, dal quale avrà una figlia, che chiamerà Elfriede in onore dei suoi amici.
Anche in questo racconto la felicità sociale della famiglia si rivelerà effimera, perché la rottura del segreto degli Elfi li costringerà a lasciare la regione, che in breve diventerà sterile e brulla.
Nel racconto l’elemento fiabesco è sviluppato con minore originalità, appoggiandosi su alcuni stereotipi del genere. La catastrofe finale è inoltre determinata da una colpa, e questo introduce un elemento moralistico che toglie forza al testo e lo differenzia nettamente dai precedenti.
Complessivamente questi tre racconti fanno a mio avviso di Ludwig Tieck un autore imprescindibile per chi voglia comprendere su quali basi si sviluppò il romanticismo tedesco. Se infatti esso nacque dalla crisi degli ideali illuministici, dell’illusione che la ragione spiegasse tutto e che la rivoluzione francese avrebbe portato alla liberazione dell’umanità tutta, allora non può sorprendere che le fiabe romantiche di Tieck contengano elementi che – fatti salvi i diversi mezzi espressivi – rimandano alla grande crisi del secolo successivo, e quindi che il lettore vi ravvisi una modernità che a tratti sconcerta. Una cosa a mio avviso è chiara: senza questo autore e le sue piccole fiabe la storia della letteratura europea sarebbe stata diversa.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...