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Né castelli irraggiungibili né processi inspiegabili, ma una analoga potenza espressiva

Recensione di Ragazzi e assassini, di Hermann Ungar

Bollati Boringhieri, Varianti, 1990

Negli anni seguenti la prima guerra mondiale, a Praga, la città magica, uno degli epicentri della rivoluzione artistica che scosse dal profondo il modo stesso di scrivere, dipingere e comporre, due scrittori sono accomunati da una vicenda umana che presenta singolari affinità.
Il primo si chiama Franz Kafka, è nato in città nel 1883 e proviene dalla piccola imprenditoria ebraica di lingua tedesca. Ha una formazione giuridica, lavora in una compagnia di assicurazioni e scrive nel tempo libero. Nel 1917 gli viene diagnosticata la tubercolosi che lo porterà alla morte nel 1924, quarantunenne.
Il secondo scrittore si chiama Hermann Ungar: nato dieci anni dopo Kafka in una cittadina della Moravia da una famiglia della piccola imprenditoria ebraica, studia giurisprudenza a Monaco e Praga. Dopo la guerra, in cui è stato ferito, è impiegato al Ministero degli affari esteri della nuova repubblica cecoslovacca, prima all’ambasciata di Berlino poi a Praga, e anch’egli si dedica alla scrittura nel tempo libero. Nel 1929, a seguito del successo di alcune delle sue opere, decide di dedicarsi alla letteratura a tempo pieno, ma una appendicite non diagnosticata lo porta alla morte, trentaseienne, in poche settimane.
I due non solo si sono conosciuti, ma hanno frequentato nei primi anni ‘20 gli stessi circoli letterari. Anni dopo le tre sorelle di Kafka finiranno i loro giorni nei campi di concentramento nazisti, e lo stesso accadrà ai genitori e al fratello di Ungar.
La produzione letteraria di entrambi è piuttosto limitata, anche a causa della brevità della loro vita. Se tre sono i romanzi scritti e non terminati da Kafka, due sono quelli di Ungar. A questi si accompagnano, come noto, nel primo caso una serie di racconti (oltre ai diari ed alle lettere), mentre Ungar oltre ai due romanzi scrisse solo alcuni racconti e due drammi teatrali.
Spesso si è portati a pensare, nel caso di Kafka – ma lo stesso vale per Ungar – quale sarebbe stato il maggiore apporto che avrebbero potuto dare alla letteratura se fossero vissuti più a lungo. Vista la tragica fine dei loro congiunti si può forse dire che la morte prematura abbia risparmiato loro l’orrore che sarebbe seguito di lì a pochi anni, dei quali peraltro, sia pur con mezzi espressivi diversi, entrambi avevano in qualche modo presagito l’avvicinarsi nei loro testi allucinati e cupi.
Aprendo il sito di una qualsiasi libreria on-line e ricercando ciò che l’editoria italiana rende disponibile dei due autori si troveranno circa duecento titoli per le opere di Kafka, pubblicati da case editrici grandi e piccole, e tre titoli per quelle di Ungar, dei quali i due romanzi editi da una piccola casa editrice trentina e questo Ragazzi e assassini, ormai quasi introvabile, pubblicato nel 1990 da Bollati Boringhieri e mai riproposto: nessuno di questi volumi contiene saggi o note a corredo del testo, a ulteriore testimonianza della marginalità editoriale dell’autore.
Ovviamente questo dato riflette la diversa notorietà dei due scrittori: mi sento però di dire che, se Kafka deve essere considerato uno dei mostri sacri della letteratura di ogni tempo, Hermann Ungar è scrittore sicuramente importante, pienamente immerso nel clima culturale e sociale della sua epoca, in grado di esprimerne i tratti salienti avvalendosi di una prosa dai toni marcatamente espressionisti, e non merita certo lo scarso interesse dimostratogli dall’editoria italiana.
Ragazzi e assassini risale al 1920 ed è la prima opera letteraria di Ungar. Si compone di due lunghi racconti, Storia di un assassino e Un uomo e una serva, entrambi narrati in prima persona dai protagonisti. Questa tecnica narrativa, e le tematiche trattate nei due racconti rivelano, come si vedrà, il grande influsso che sulla narrativa di Ungar ebbe Dostoevskij – ed è questo ovviamente un altro elemento che lo accomuna a Kafka. Siamo però nel XX secolo: Praga non è lontana dalla Vienna di Freud né dalla Berlino espressionista, ragion per cui alla base dostoevskiana si sovrappone la possibilità offerta dalla psicanalisi di far affiorare l’importanza delle pulsioni sessuali (ma non solo, come si vedrà) nel determinare il comportamento umano, e di esprimersi in una prosa secca e stralunata, come viene definita nel risguardo di copertina di questa edizione, unico misero spazio di commento al testo, prosa cui a mio modo di vedere potrebbe essere sicuramente aggiunto l’attributo di potente.
In breve qualche elemento della trama di Storia di un assassino. Il protagonista e narratore è un assassino, condannato a vent’anni di carcere duro quattordici anni prima, quando era diciassettenne. Narra le vicende che lo hanno portato in prigione: vicende dure, che rivelano l’inusitato degrado sociale e morale di un tranquillo ambiente piccolo borghese, rese con le tinte forti tipiche dell’espressionismo più sanguigno, con una prosa spesso quasi sincopata, paratattica, nella quale abbondano i salti temporali, le anticipazioni e le dilazioni, a comporre un quadro unitario attraverso frammenti che seguono il filo delle associazioni mentali e non quello cronologico.
Il narratore è figlio di un ufficiale medico, costretto anni prima a dimettersi dall’esercito per alcune irregolarità amministrative; egli vive con il padre, ormai sulla via dell’alcolismo, nella piccola città dove questi si è trasferito a seguito delle dimissioni. Ha tentato la carriera militare, ma è stato presto congedato da cadetto a causa della inadeguatezza fisica. Ormai diciassettenne lavora come apprendista da Haschek, un barbiere gobbo, che detesta per la sua deformità. Nella bottega c’è anche Milada, venticinquenne nipote del barbiere, con il quale ha una nascosta e tormentata relazione.
Il padre del ragazzo è cliente del barbiere, il quale conosce le vicende dell’ex ufficiale medico, ma lo prende in giro chiamandolo generale e facendogli narrare scene di battaglie e atti di eroismo cui il generale non ha mai partecipato, ma che tra i fumi dell’alcool inventa volentieri, senza accorgersi di essere lo zimbello degli astanti e dell’odio che il figlio gli porta per le sue debolezze.
Quando in città giunge un misterioso forestiero il barbiere insinua al generale che sia lì per indagare sulle sue colpe di un tempo, il che spinge l’ex ufficiale verso la paranoia. Il forestiero intanto vede il ragazzo torturare a morte un gatto e, disgustato da tanta crudeltà, lo schiaffeggia. Poco più tardi però gli fa avere una lettera nella quale si scusa per il gesto impulsivo e augura al ragazzo di poter diventare un soldato per non essere così infelice. La vicenda quindi si avvia ad una rapida e per certi versi inattesa conclusione, che lascio alla scoperta dei pochi fortunati che hanno o riusciranno ad avere tra le mani questo libro.
Come accennato sopra, il sostrato del racconto rimanda quasi esplicitamente a Dostoevskij: l’analisi della motivazione del delitto e dei modi dell’espiazione, la narrazione in prima persona da parte di un non professionista della scrittura, la caratterizzazione stessa dei personaggi in termini generali hanno tratti direi inconfondibili.
Ungar non scrive però questo racconto nella Russia zarista di metà ‘800, ma nella Mitteleuropa appena uscita da una immane carneficina e che già stava alacremente lavorando per prepararne un’altra, e l’autore è in grado di rappresentare l’atmosfera di tale epoca avvalendosi appieno della cassetta degli attrezzi che questa gli mette a disposizione. Cercherò di spiegarmi approfondendo alcuni degli aspetti che ritengo salienti di questo superbo racconto.
Al centro della vicenda c’è il rapporto tra il figlio e il padre. Il padre è un debole, un fallito che ormai non sa far altro che annebbiare con l’alcool e la menzogna la coscienza del suo fallimento e della sua perduta autorità, sia paterna sia sociale. Anche il figlio è sulla via del fallimento, nonostante la giovane età: ha tentato la carriera militare per giustificare suo padre, non perché gli avessero fatto torto – riconosce la colpa del padre – ma perché vuole espiare al suo posto, sottoponendosi ad una esemplare durezza di vita. Non ci riesce, a causa della sua debolezza fisica. Ed ecco che la coscienza di tale debolezza si trasforma in un sordo odio per gli altri deboli che popolano il racconto, che a loro volta si odiano reciprocamente: per il viscido e deforme barbiere Haschek, in cui vede una sorta di alter ego che gli si contrappone, per la succube Milada, di cui respinge freddamente l’approccio, per i gatti, che con fredda razionalità tortura a morte, ma anche per suo padre, che quasi sempre osserva da discosto e segue furtivamente, senza mai stare con lui. Ma l’odio reciproco tra ciascuno dei personaggi genera una precisa gerarchia delle debolezze, che a sua volta si traduce nella possibilità di umiliare chi sta sotto: il barbiere, gobbo, deforme e ipocrita, è al vertice di questa gerarchia, seguito da Milada, dal ragazzo e dal padre. È interessante notare come l’umiliazione del ragazzo da parte di Haschek e Milada assuma forme tipiche di categorie psicanalitiche classiche: l’ordine di svuotare i vasi da notte, che Milada, ”diversamente dalle persone sane, usava per tutti i suoi bisogni”, e l’umiliazione dei genitali, sempre da parte di Milada, nella tragica scena finale in cui la nota espressionista giunge al suo apice.
Vi è un ulteriore, inquietante elemento che aggiunge un fascino sinistro a questo racconto e rende a mio avviso Ungar un protagonista della letteratura della sua epoca. Più volte nel racconto il protagonista torna sul tema della propria debolezza e dell’inadeguatezza fisica come causa del suo odio individuale e sociale, come fattore determinante il suo agire. Lo stesso gesto che lo condurrà in prigione, apparentemente assurdo, è dettato dalla impossibilità di accettare che qualcuno comprenda le ragioni del suo odio. Ma una redenzione è possibile, attraverso la rigida disciplina imposta da un’autorità superiore. Il protagonista trova nella vita del carcere, da lui paragonata alla vita militare o a quella monastica, la possibilità di dare un senso alla sua debolezza e al suo odio: aspira di fatto ad essere comandato. Come non vedere in ciò, oltre a chiari rimandi di ordine psicanalitico al sadomasochismo, una sorta di presentimento del mostruoso esito politico che di lì a poco sarebbe stato offerto nel cuore dell’Europa al risentimento e alla debolezza sociale, al fine di contrastare le spinte di liberazione che giungevano dal basso?
Ancora più basato su un sostrato dostoevskiano è il secondo racconto, Un uomo e una serva, che rimanda a mio avviso direttamente ad un racconto dell’autore russo, La mite.
Anche qui il protagonista è un uomo che narra la propria vita. Orfano, è cresciuto in un ospizio per poveri, unico ragazzo in compagnia di alcuni vecchi. Giunto all’adolescenza cerca di sfogare i suoi primi e confusi istinti sessuali sulla serva dell’ospizio, l’ottusa Stasinka dalle grevi e turgide poppe, che però respinge le goffe e violente avances del ragazzo. Uscito dall’ospizio, dopo alcune peripezie il protagonista salpa per l’America, dove farà fortuna anche grazie a metodi di dubbia onestà. Torna quindi nella città natale e convince Stasinka a seguirlo nel nuovo mondo: non vuole però possederla, intende umiliarla e esercitare su di lei un potere che finalmente sente di avere. Così a New York la vende ad un bordello.
Un uomo e una serva è un racconto strutturalmente meno articolato del precedente, non fosse altro perché la narrazione del protagonista è cronologicamente lineare. È però ugualmente un racconto forte, al cui centro si trova il rapporto tra il sesso e l’esercizio del potere.
Il protagonista sin dall’inizio dichiara che la sua condizione di orfano, il non avere avuto una famiglia che gli abbia potuto insegnare come si esprime l’amore tra uomo e donna e una madre da amare gli ha impedito di sviluppare un rapporto normale con l’affettività e il sesso: ”I sensi risvegliati mi trovarono impreparato, senza che ne presentissi neppure il profumo”.
Così egli non vede in Stasinka – il personaggio centrale del racconto – una donna con la quale relazionarsi, ma semplicemente un corpo pesante e caldo, dal respiro ansante, dotato di due poppe ondeggianti, che sa di dover in qualche modo dominare. Questa impersonalità di Stasinka è resa magistralmente da Ungar non facendole dire neppure una parola per tutto il racconto: essa parla attraverso il suo passo pesante, gli occhi inespressivi e il ritmo del respiro. Stasinka non rimane però sempre la stessa: mentre infatti respinge risolutamente gli approcci del ragazzo dell’ospizio, segue passivamente il protagonista quando questi si è trasformato in un giovane ricco, ed accetta anche di divenire una prostituta. In maniera solo apparentemente paradossale, sia il rifiuto iniziale di Stasinka sia la sua successiva totale passività esacerbano la smania di possesso del protagonista: quello che era l’istinto naturale insoddisfatto di un ragazzo si è trasformato, nell’uomo potente, nella necessità di affermare il proprio potere e di sentire che l’oggetto di tale potere sa di esserne succube. La resistenza passiva di Stasinka non può che portare alla necessità da parte del carnefice di spingere all’estremo il degrado della sua vittima, nel tentativo di far riconoscere a quest’ultima chi comanda. Ed è significativo che questo esercizio del potere su una persona si accompagni alla scalata sociale del protagonista, che finisce per diventare un imprenditore, con ”migliaia di uomini donne e bambini [che] faticavano per me […] un padrone duro e spietato contro tutti quelli che erano in mio potere”.
Se un punto debole c’è nel racconto è nel finale, nel quale si assiste ad una improbabile redenzione i cui toni sfiorano il melodramma.
Molti anni fa lessi uno dei due romanzi di Ungar, La classe: i frammentari ricordi di tale lettura mi avevano consegnato i tratti di un autore importante, ancorché misconosciuto nel nostro paese; la lettura di questi suoi due primi racconti rafforza tale mia impressione, confortata anche dalle recensioni trovate nei due blog di Lilicka e Raffaele, per me di riferimento. E proprio dai commenti alla recensione di quel romanzo scritta da Raffaele mi giunge lo spunto per terminare queste mie confuse note, laddove Elena Gramman nota: ”Sarebbe interessante un confronto fra lo psicologismo di Ungar e quello di Tozzi. Gli anni sono quelli…”. Ritengo davvero che tra l’Ungar di questi racconti e il Tozzi di Con gli occhi chiusi vi siano molte affascinanti analogie, a partire naturalmente dal ruolo centrale della scoperta della sessualità per giungere a quelli del padre, della famiglia e dell’autorità in genere. Per non parlare del fatto che queste tematiche sono espresse da entrambi gli autori attraverso una prosa che fa della frase breve e dell’incedere paratattico la sua cifra fondamentale. Ciò mi fa pensare ancora una volta a quanto poco in realtà Siena sia lontana da Praga.
Ma per tornare alla capitale boema e alle analogie tra Ungar e Kafka viste all’inizio, voglio riportare in chiusura un passo della bellissima recensione di Raffaele a La classe, perché credo riassuma magistralmente il sottile legame e le diversità intercorrenti tra i due grandi scrittori.
”Kafka si muove in una dimensione assai più atemporale e misteriosa di quella di Ungar, più metafisica laddove, invece, in Ungar prevale l’osservazione di personaggi calati in realtà concrete […] Se sia Kafka che Ungar vivono e colgono la realtà nella consapevolezza del suo ormai irreversibile trapasso tuttavia, mentre Kafka crea e ci mostra “un’altra realtà”, Ungar invece ci mostra la realtà, quella realtà, frantumarsi di fronte ai nostri occhi, consentendoci di percepire, nel vivisezionare la smarrita impotenza dei suoi personaggi in preda a se stessi, quel senso di frantumazione in modo perfetto”.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Né castelli irraggiungibili né processi inspiegabili, ma una analoga potenza espressiva

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