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Ultimi sprazzi di uno scrittore avviato al crepuscolo

Recensione di Un mondo al crepuscolo, di Franz Werfel

TEADUE, 1996

La precedente opera di Franz Werfel da me commentata era centrata sulla fine del mondo di ieri: il declino della lussuosa casa di piacere in cui è ambientato Nella casa della gioia, iniziato il giorno dell’assassinio di Sarajevo, simboleggia lo sfacelo della società austro-ungarica, cui peraltro Werfel concede solo in parte gli sconti nostalgici tipici di altri autori del finis Austriae.
Il breve romanzo si chiude con una visione dura anche del mondo di oggi dell’autore, rappresentato in quel caso dalla nuova repubblica cecoslovacca, nella quale una delle ragazze della casa ha sposato un potente politico e ha semplicemente dimenticato il suo passato.
L’anno successivo alla prima edizione di Das Trauerhaus Werfel dà alle stampe il volume Geheimnis eine Menschen, raccolta di due novelle e un breve racconto ambientati nel suo mondo di oggi, di cui mette in evidenza caoticità e contraddizioni attraverso le vicende umane di tre tragici personaggi.
Per una strana scelta editoriale, l’edizione italiana integrale della raccolta, risalente al 1996 e dovuta a TEA, ha come titolo Un mondo al crepuscolo. Ritengo in generale questa piuttosto comune disinvoltura delle case editrici nella traduzione dei titoli un segno di scarsa attenzione sia per l’autore sia per il lettore: nel caso concreto tra l’altro il titolo è praticamente identico a quello di un oscar Mondadori del 1980 dedicato allo scrittore praghese, Nel crepuscolo di un mondo, contenente però tre diverse novelle di Werfel. Forse l’origine del diverso titolo è da ricercarsi nel fatto che sin dal 1983 le edizioni Studio Tesi avevano pubblicato un volume che riprendeva quello originale dell’opera di Werfel, Il segreto di un uomo, riproponendolo in una nuova edizione nel 1995: peccato che in queste edizioni il racconto più breve sia stato inopinatamente omesso. Insomma, una notevole confusione editoriale, che tra l’altro mi ha portato ad acquistare entrambi i volumi, ritenendo si trattasse di opere diverse. Oggi le due novelle più significative della raccolta, Il segreto di un Uomo e Straniamento, sono disponibili singolarmente presso Passigli, mentre i due volumi che mi ritrovo in libreria sono difficilmente reperibili: possederli mi ha dato tuttavia modo di confrontare le diverse traduzioni proposte dai due editori.
In Un mondo al crepuscolo di TEA la traduzione è infatti affidata a Cristina Baseggio, di cui avevo già sottolineato alcune sviste e incongruenze in sede di commento a Nella casa della gioia: devo dire che anche in questo caso Baseggio a mio avviso non eccelle quanto a precisione di termini e costruzione delle frasi; ho maggiormente apprezzato le versioni di Silvana Vassilli e Paola Moro nelle quali Studio Tesi propone rispettivamente la novella eponima e Straniamento.
Quasi a voler ribadire l’idiosincrasia del volume rispetto ai titoli originali, il primo racconto di Un mondo al crepuscolo è stranamente intitolato Il segreto di Saverio.
Il narratore è uno scrittore di lingua tedesca che risiede a Venezia. Un pomeriggio si reca nella villa in campagna del pittore Saverio S., da poco conosciuto. Lì trova tra gli altri lo storico dell’arte Mondhaus, un invadente ometto strabico che gli instilla dubbi sulla vera personalità di Saverio, sostenendo che non sia un pittore e che la villa non sia sua, ma del famoso antiquario Barbieri, di cui Saverio sarebbe una sorta di agente commerciale, incaricato di vendere le opere d’arte ammassate nella villa.
In effetti Saverio è un uomo sfuggente: durante la serata si rifiuta di mostrare agli ospiti le sue opere, lasciando solo intravedere un piccolo e indefinito ritratto. La personalità di Saverio diviene ancora più ambigua durante il colloquio che ha con il narratore, tanto che quest’ultimo torna in città senza avere un’idea precisa di chi questi sia in realtà. Quando, oltre un anno dopo, viene a sapere che Saverio è da tempo rinchiuso nel manicomio di San Clemente, il narratore si reca a far visita a Barbieri, con l’intento di sapere qualcosa in più della vicenda umana del pittore; viene però sopraffatto dalla personalità esuberante e cialtronesca dell’antiquario, che non gli dice molto al proposito: si convince infine che Saverio fosse stato in gioventù un promettente artista, tradito dall’esaurirsi dell’ispirazione e dedito alla produzione di falsi per conto del losco antiquario.
Il segreto di Saverio non è a mio avviso un racconto pienamente riuscito. Indubbiamente affronta tematiche affascinanti, che attengono al rapporto tra artista e società, al valore intrinseco della creazione artistica, anche quando il suo risultato è un falso, e sfiorano anche le contraddizioni legate al mercato dell’arte. Queste tematiche però rimangono ad uno stadio che non saprei se definire troppo superficiale o troppo profondo (nel senso di nascosto) per fornire al lettore elementi per una riflessione in proposito. Gli spunti che l’autore utilizza per mostrare le sfaccettature e le contraddizioni della personalità di Saverio risultano criptici e in qualche modo tirati via. Lo stesso episodio del ritratto che Saverio mostra al narratore e agli altri ospiti quale prova della sua arte, che assume nella novella un ruolo nodale, appare essere a mio avviso troppo pensato per divenire davvero la metafora della personalità artistica di Saverio. In generale lo svolgimento del testo dà l’impressione di essere inadeguato a ciò che Werfel aveva intenzione di trasmettere al lettore.
Questa inadeguatezza espressiva mi è parsa essere ulteriormente accentuata dalla prosa che Werfel utilizza in quasi tutti i capitoli della novella: prosa piana e convenzionale, oserei dire alla Zweig, che indubbiamente sorprende in uno dei padri dell’espressionismo, sia pur tenendo conto che gli esordi dell’autore erano ormai lontani. È da notare a questo proposito come l’autore inserisca all’inizio del terzo capitolo una dichiarazione programmatica che rimanda a una sorta di naturalismo di ritorno vagamente anacronistico: “Se questa mia storia fosse inventata, io avrei ora il dovere d’immaginare una conclusione frizzante e di risolvere con sorprendente esattezza l’equazione di questo studio di carattere. Ma la matematica del destino non è un compito scolastico. Io con la mia fantasia non aggiungo nulla, non tolgo nulla e non do spiegazioni. La vita procede quatta quatta, disperatamente antidrammatica, sminuzza e sbriciola ogni cosa, lasciandola cadere dalla mano a poco a poco”.
L’unico capitolo in cui la novella spicca il volo verso un orizzonte letterario di notevole spessore è a mio parere il quarto, nel quale avviene l’incontro tra il narratore e l’antiquario Barbieri. In quelle pagine Werfel recupera inaspettatamente il suo piglio espressionista, con la conseguenza che il personaggio di Barbieri risulta molto più vivido di quello dello sbiadito protagonista. È tra l’altro interessante notare come la personalità debordante dell’antiquario divenga per Werfel emblematica di quella collettiva della nuova Italia fascista, per la quale l’autore sembra nutrire una sorta di critica simpatia.
Di tutt’altra levatura è a mio avviso la successiva novella, Straniamento, vero cuore pulsante della raccolta. Protagonista ne è Gabriele, una giovane donna che viene portata in sala operatoria dopo un grave incidente stradale, forse un tentativo di suicidio. Quando il dottore le somministra l’anestesia entra in uno stato di semincoscienza nel quale rivive confusamente gli avvenimenti della sua vita e quelli che l’hanno portata lì.
Il lettore viene così a sapere per aggregazioni successive che Gabriele è austriaca, da poco tempo vedova di un funzionario statale molto più anziano di lei, che non ha mai amato e le ha dato una figlia. Da sempre il suo amore, con tratti quasi passionali, è andato al fratello Erwin, un musicista che lei ha sostenuto nei momenti difficili anche rubando denaro al marito, e che ora ha sposato una donna facoltosa, trasferendosi a Berlino. Appena seppellito il marito Gabriele si è recata nella capitale tedesca per ritrovare l’affetto del fratello, ma questi, anche dietro istigazione della moglie che la disprezza per la sua origine sociale, l’ha accolta con indifferenza e freddezza.
Il racconto è una sorta di monologo interiore per interposta voce, essendo narrato in terza persona, e la tecnica narrativa adottata da Werfel, fatta di brevi flash riguardanti l’intera vita di Gabriele intersecati da passaggi onirici, collegati tra di loro da atmosfere, colori, odori o particolari secondari – quasi ogni scena fosse una stanza in cui toccando un oggetto si apra una porta che conduce ad ad una stanza diversa – rende molto bene lo stato semionirico in cui si trova Gabriele e il progressivo distacco dalla sua corporeità e dalle sue sofferenze materiali e morali.
Quasi per contrasto con la precedente novella, qui la matrice espressionista e teatrale di Werfel emerge appieno, e a mio avviso si sente nettamente che è su questo terreno che egli si trova più a suo agio. La forza della tecnica narrativa, oltre che rendere efficacemente il vagare della coscienza di Gabriele, è pienamente funzionale ad introdurre nella narrazione una tematica scomoda e intrigante: quella dell’amore incestuoso. Gabriele infatti va molto oltre l’affetto nel sentimento che prova per il fratello: la sua è una vera e propria attrazione con connotazioni erotiche, come emerge quasi esplicitamente nel ricordo dell’episodio nel quale riesce a sottrarre il fratello ferito all’orrore del fronte. La dedizione al fratello è per lei assoluta: il matrimonio non è stato che un atto di convenienza materiale, e significativamente ha dato alla figlia il nome di Erwine, quasi a immaginare di averla fatta con il fratello. Egli però è un opportunista ed un arrivista, che non esita a rinnegare la sorella non appena raggiunti i suoi obiettivi sociali ed economici. Emblematiche, vero florilegio di luoghi comuni dell’arrampicatore sociale, sono le parole con le quali di fatto allontana dalla sua casa la sorella: ”Non devi essere arrabbiata, Biela. La gente cambia. Con i sentimentalismi non si va avanti. O si è incudine o si è martello! Naturalmente è meglio essere martello! Bisogna imparare per non rimanere indietro coi tempi. Ah, Berlino. Berlino, questa sì che è vita!”
Quando Gabriele prende coscienza di ciò vaga senza meta per Berlino, finendo per concedersi ad uno sconosciuto in una squallida stanza d’albergo.
Se Gabriele è la protagonista assoluta della novella, coprotagonista ne è senza dubbio Berlino, all’epoca vivacissimo incubatore delle contraddizioni del primo dopoguerra, che presto sarebbero tragicamente esplose. Quella di Straniamento è una Berlino cupa e caotica, spesso squallida, che assiste indifferente al dramma di Gabriele: una Berlino a tinte forti, resa perfettamente dal contrasto di toni che Werfel consegna alla sua prosa incalzante.
La vicenda esistenziale di Gabriele si dilata, grazie alla sua forte connotazione emblematica, al quadro urbano in cui è immersa e alla caratterizzazione dei pochi personaggi con i quali viene a contatto – il fratello, la cognata e il signor Tal dei Tali con il quale va a letto – divenendo davvero la descrizione di un mondo, non però al crepuscolo, come il titolo del volume vorrebbe farci credere, ma ormai immerso nella notte più nera, una notte continuamente solcata da lampi taglienti e nella quale già si ode il rombo delle marce in camicia bruna.
La raccolta si chiude con il racconto più breve: Scala d’albergo. Francine è una ragazza i cui altolocati genitori sono in viaggio in Sicilia: lei ha ottenuto di fermarsi in un grande albergo del Nord per sfuggire alla malinconica compagnia dei due anziani. È fidanzata con Philipp, bravo giovane in carriera, dalla calvizie incipiente, temporaneamente in America ma a cui verrà presto affidata la direzione della filiale europea della ditta: per Francine si prospettano il matrimonio e una casa signorile a Ginevra.
Queste cose il lettore viene a saperle nel corso del racconto, perché incontra Francine mentre lascia la hall dell’albergo e – a causa dell’ascensore al completo – inizia a salire la grande scala che conduce al quinto piano, dove ha la camera. In mano ha la lettera del fidanzato che non ha ancora aperto.
C’è però un altro fatto che il lettore viene a sapere: Francine sette giorni avanti si è concessa – prima sua esperienza – a Guido, ed ha vissuto nel terrore di essere rimasta incinta, con tutte le conseguenze personali e sociali del caso. Ora che è certa del contrario si sente libera da un incubo, e mentre sale le scale legge della tranquilla esistenza borghese che le si prospetta: il fidanzato è già sul transatlantico che lo riporta in Europa e i genitori viaggiano sul treno di ritorno. Ciò che è stato non è semplicemente esistito, e lei potrà continuare la sua vita secondo i programmi che genitori e fidanzato le hanno predisposto amorevolmente.
Scala d’albergo presenta evidenti analogie, esteriormente ma non solo, con uno dei testi più noti di Arthur Schnitzler, La signorina Else, uscito tre anni prima. Molte sono le analogie riscontrabili: oltre alle affinità sociali e anagrafiche delle due protagoniste, vi è l’ambientazione in un grande albergo e la centralità che assume in entrambi i racconti il tema delle conseguenze sociali della sessualità sulla vita di giovani donne delle classi elevate.
Molte però sono anche le differenze, a partire da quelle formali e dalla differenza nella lunghezza dei due testi, che ha sicuramente una sua importanza strutturale; allo straordinario monologo interiore di Schnitzler si contrappone la più ordinaria prosa in terza persona di Werfel; inoltre mentre Else è vittima di una tremenda tenaglia di ricatti sentimentali, economici e sessuali Francine appare personaggio più etereo, vittima di sé stessa, anche se il vuoto pneumatico della vita che la aspetta è sicuramente il principale fattore scatenante il finale.
Se con Else ci troviamo di fronte ad uno dei grandi personaggi della letteratura, da sola in grado di smascherare tutte le ipocrisie di un preciso contesto sociale, la piccola Francine ha a disposizione troppe poche pagine e un padre letterario forse troppo attento al pubblico per rimanere davvero impressa nella mente del lettore.
Questi tre racconti confermano a mio avviso il giudizio ambivalente che molti critici hanno espresso rispetto alla produzione letteraria di Franz Werfel: si collocano infatti ormai al termine della parabola espressionistica dell’autore, che sarebbe di lì a breve approdato ai toni epici de I quaranta giorni del Mussa Dagh e ancora più tardi all’intimismo cristiano di Bernadette. Se Straniamento è sicuramente un racconto notevole, in grado di emozionare il lettore e al contempo di fornire un affresco epocale di grande vividezza, gli altri due testi appaiono in buona parte già proiettati verso la fase tarda dello scrittore, nella quale faticherà a sostituire l’impronta espressionistica delle origini con moduli stilistici altrettanto efficaci.

 

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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