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Le troppe ambizioni di un’opera che finisce per essere un esercizio solipsistico

Recensione di Amras, di Thomas Bernhard

SE, Testi e documenti, 2005

Con Amras ho iniziato un ciclo di letture composto da quattro opere di Thomas Bernhard, che mi permetteranno, auspicabilmente, di formarmi un giudizio più completo sulla poetica di questo importante autore austriaco della seconda metà del novecento. In precedenza la lettura di altre due sue opere, L’imitatore di voci e Il soccombente, mi aveva restituito sensazioni contrastanti: alla pungente satira della società austriaca e dell’ottusità umana, sia pur condita da una buona dose di elitarismo intellettuale, che emergeva dai piccoli racconti della prima opera, si era contrapposta nettamente la verbosità maniacale del monologo interiore con il quale Bernhard scandagliava, a mio avviso fuori tempo massimo ed esibendo un’astrattezza concettuale sintomatica del suo autoisolamento, temi quali l’arte, la morte, il genio. Mi aveva anche colpito la sostanziale distanza formale tra i due testi: brevissimi racconti perlopiù redatti in uno stile giornalistico nel primo caso, come detto un lungo ed estenuante monologo interiore nel secondo. Ne trassi la conseguenza che quelle due letture non mi avevano permesso veramente di capire Bernhard, e che avrei avuto bisogno di ulteriori approcci alla sua opera.
Amras è probabilmente il testo più adatto per riprendere confidenza con l’autore: pubblicato nel 1964, un anno dopo Gelo, l’acclamato romanzo che segnò il suo vero esordio letterario dopo le poco significative opere giovanili, è anche una delle opere più amate da Bernhard, tanto che – come informa Luigi Reitani nella indispensabile postfazione di questa edizione SE, che riprende su licenza Einaudi la prima edizione italiana risalente al 1989 – all’inizio di Estinzione, ultimo romanzo pubblicato vivente l’autore, il protagonista ricorda di aver raccomandato ad un suo allievo la lettura di cinque capolavori in lingua tedesca, tra i quali figura, accanto a Kafka, Broch, Jean Paul e Musil, proprio Amras. Questo episodio letterario, oltre a sottolineare appunto il legame particolare che Bernhard aveva con questa sua opera, a mio avviso la dice anche lunga circa la grande stima (diciamo così) che egli sentiva per sé stesso in quanto scrittore.
Indubbiamente Amras è, a dispetto della sua relativa brevità, un testo estremamente complesso ed articolato, ad un tempo esposizione delle tematiche tipiche che l’autore svilupperà nelle opere successive e richiamo ad alcuni dei più importanti tópoi, sia formali sia sostanziali, della letteratura classica di area germanica.
Protagonisti di Amras sono due fratelli ventenni di Innsbruck: del primo, il narratore, conosciamo solo le iniziali, K.M., mentre il secondo si chiama Walter. I due sono sopravvissuti, loro malgrado, al programmato suicidio collettivo della famiglia tramite avvelenamento. Il padre, un tempo ricchissimo proprietario di case e terreni, era progressivamente affogato nei debiti, che lo avevano costretto a vendere tutto tranne la modesta casa in cui la famiglia si era rifugiata. La madre aveva assistito allo sfacelo ed era stata colpita dal progressivo aggravarsi dell’epilessia di cui soffriva, trasmessa ereditariamente a Walter. I due figli, K. naturalista e Walter musicista, avevano entrambi trovato soffocante l’ambiente accademico e si erano ritirati in famiglia. Così, quando la situazione economica era divenuta insostenibile al pari della malattia della madre, tutta la famiglia aveva deciso il suicidio, che però ai due giovani non era riuscito.
Per sottrarli al rigore della legge tirolese, che prescrive l’internamento in manicomio per chi commette tentato suicidio, un ricco e potente zio dei ragazzi li porta in una antica torre di sua proprietà situata nel sobborgo di Amras, sulla cima di una collina i cui declivi sono coltivati a meleto, che sino a pochi anni prima erano di proprietà della famiglia. Per inciso, nella realtà Amras è il sobborgo di Innsbruck nei cui pressi si trova il castello di Ambras, costruito dall’arciduca Ferdinando II nel XVI secolo per ospitarvi le sue collezioni e oggi uno dei musei più visitati dell’Austria.
Nella buia torre i due fratelli vivono per due mesi e mezzo, in una disperata e isolata simbiosi, che assume anche tratti velatamente omoerotici, durante la quale riflettono sulla loro vita, sulla crudeltà ed ottusità della società e delle istituzioni tirolesi, sul loro rapporto fraterno, sul loro essere l’uno uno scienziato, l’altro un artista. I due escono poco dalla torre, e le uniche visite che ricevono sono quelle bisettimanali dello zio, che porta loro libri e giornali. K. scrive anche alcune lettere ad un amico di famiglia, lo psichiatra Hollhof di Merano. Il progressivo aggravarsi delle crisi di Walter li porta comunque a scendere di tanto in tanto in città per recarsi da un internista che lo visita. Un giorno K. si allontana dalla torre per visitare un circo che si è attendato nelle vicinanze, ed al ritorno trova Walter ai piedi della torre con la testa fracassata. K. viene quindi trasferito dallo zio in un’altra proprietà sempre situata nei dintorni di Innsbruck, in una casa circondata dal bosco. Qui egli trascrive alcune note redatte da Walter nella torre, riflette sulla morte del fratello, osserva i boscaioli al lavoro e continua la corrispondenza con Hollhof. L’ultima, sconnessa lettera di K. è allo zio: lo informa di avere lasciato Aldrans, e da un accenno finale si arguisce che si trova in un manicomio.
La caratteristica che colpisce subito il lettore è la frammentarietà del testo. La narrazione in prima persona di K. è composta da paragrafi separati da uno stacco tipografico, alcuni raggruppati sotto un titolo comune, cui si alternano lettere, la maggior parte delle quali indirizzate a Hollhof, brevi riflessioni, oscure citazioni ed aforismi, appunti e frasi di Walter, ritrovati da K. sotto il pagliericcio sul quale il fratello dormiva, tra i quali c’è un breve racconto a sé stante. Se a grandi linee la narrazione di K. segue un ordine cronologico, iniziando con il resoconto dei due mesi trascorsi nella torre, proseguendo con il trasferimento ad Aldrans e quindi con l’ultima, breve lettera allo zio, i singoli frammenti di cui il testo è composto sono per così dire autonomi, e non rimandano ad una precisa cronologia nell’ambito dei grandi capitoli definiti dalle due località in cui K. si trova.
Questa frammentarietà del testo rimanda ovviamente in prima battuta alla destrutturazione della prosa tipica della letteratura novecentesca, volta a far emergere sensazioni e pensieri consci ed inconsci dei personaggi piuttosto che a descrivere avvenimenti, ma richiama anche uno dei grandi amori letterari di Bernhard, il poeta e filosofo protoromantico Novalis, che della frammentazione della realtà aveva fatto la propria concezione filosofica, tradotta anche nella forma dei suoi scritti. Significativamente la frase posta in esergo al testo, che recita ”La natura della malattia è oscura quanto la natura della vita”, è proprio un frammento di Novalis, ed è strettamente correlata ad uno dei temi portanti di tutta l’opera di Bernhard, la malattia come elemento essenziale dell’esperienza singola e sociale.
In Amras Bernhard assume la stretta correlazione tra malattia e vita formulata da Novalis, ma la declina nel qui ed ora, il Tirolo del secondo dopoguerra, emblema del provincialismo, della grettezza e della repressività della società austriaca. Così l’epilessia della madre e di Walter è per K. una ”«epilessia tirolese» che ci pareva sempre più spaventosa, […] sin da un tempo non più precisabile, ci aveva rovinato tutti quanti, questa forma di epilessia nota solo in Tirolo”. Generata dalla società, la malattia viene comunque anche esorcizzata dalla stessa società, e chi è malato viene identificato ed emarginato, come ben rappresentano la sedia per epilettici sulla quale Walter è costretto a sedersi nella sala d’aspetto dell’internista e il fatto che la civile Austria interna in manicomio i mancati suicidi, secondo pratiche che ricordano quanto accadeva su scala più industriale alcuni decenni prima.
Un’altra tematica classica che innerva il testo è quella della piena conoscenza interiore e della simbiosi dell’uomo con la natura, possibile a partire dalla sintesi tra le scienze naturali e l’arte. I due fratelli rappresentano, come detto, ciascuno uno di questi versanti della conoscenza, e la loro vita nella torre, con il tentativo di unirsi in un solo corpo, può essere letto come il tentativo di condividere le rispettive conoscenze per giungere ad una sintesi più elevata e per entrare realmente in contatto con la realtà della natura attraverso il sublime isolamento che sperimentano. I due prendono le mosse da un comune rigetto del mondo accademico, da loro visto come la negazione della conoscenza per il suo formalismo e sterile nozionismo, ma il loro tentativo di unirsi sarà destinato ad un drammatico fallimento a causa della malattia di Walter, che come abbiamo visto rappresenta la tara endemica della vita sociale.
Se abbondano le citazioni della letteratura romantica tedesca – ma non solo: nel testo si ritrovano anche rimandi a Shakespeare e persino a Leonardo da Vinci – ancora più forti sono i richiami espliciti ad alcuni luoghi letterari del primo novecento, a partire dall’ambientazione nella torre, che richiama immediatamente alla mente il dramma di von Hoffmannsthal. Se però in quel caso la torre è il luogo che separa la vita dal sogno e nella quale sogno e vita si confondono, in Amras la torre, luogo della separatezza dal disturbo della società, permette come già accennato ai due fratelli di entrare in contatto diretto con la natura che della torre è al di fuori. Giustamente Luigi Reitani nel suo saggio riporta praticamente per intero un lungo passo del paragrafo intitolato Muri e pavimenti, nel quale K. descrive, non senza una certa enfasi manieristica che in molti passi appare nella prosa di Bernhard, il loro essere ”in stretta comunicazione con tutta la natura”, l’udire ”un miscuglio di tutte le lingue possibili e immaginabili”, la coscienza di ”essere due doppie immagini speculari dell’universo”. Anche Kafka, ovviamente, appare in sottofondo, sia nell’ambientazione sia nell’iniziale scelta come nome del protagonista.
Molta è dunque la carne al fuoco messa da Bernhard in quest’opera, ma devo dire che a mio avviso proprio per questo emerge nettamente dalla sua lettura un tratto che avevo già notato commentando il più tardo Il soccombente: l’intellettualismo solipsistico di Bernhard, una sorta di compiacimento del proprio isolamento e della propria cifra culturale, che consegna ad Amras eccessive ambizioni. Sembra quasi che l’autore, attraverso i richiami e rimandi letterari evidenziati sopra, cui se ne aggiungono molti altri, abbia inteso fare di Amras una sorta di summa di alcune delle tematiche chiave che hanno innervato la letteratura dal romanticismo al primo novecento. Troppo spesso però tali richiami e rimandi sono estremamente criptici, e la loro decifrazione non può che rimanere oscura al lettore comune, ed essere affidata a contributi specialistici come il già citato saggio di Luigi Reitani. Si ha l’impressione insomma che l’esigenza di scrivere di Bernhard nasca dalla necessità di confermare a sé stesso la vastità delle proprie acquisizioni culturali, piuttosto che di farne oggetto di una comunicazione atta a suscitare la riflessione e lo spirito critico del lettore. Una conseguenza di ciò è che, data anche la brevità del testo, le tematiche trattate rimangono essenzialmente in superficie, senza giungere al necessario grado di elaborazione ed approfondimento. Si prenda ad esempio un tema centrale nell’opera di Bernhard, quello della critica alla società austriaca, che come detto qui è espresso essenzialmente attraverso la metafora dell’epilessia tirolese: al proposito si può forse affermare che venga liquidato attraverso tale metafora, nel senso che vi è nulla che approfondisca l’argomento, quasi che Bernhard si senta soddisfatto di tale metafora perché lui sa cosa sia la società austriaca e su ciò non vi è alcuna necessità di dire di più.
Forse però l’esempio che meglio chiarisce ciò che intendo dire rispetto a questo atteggiamento di Bernhard sono le oscure citazioni dai Quaderni di Leonardo da Vinci che si ritrovano, in italiano, nel testo. In totale sono tre: ”Grandissimi fiumi scorrono sottoterra”; “La vita bene spesa lunga è” e ”Batteranno il grano”. Già ritengo che un lettore comune quale io sono faccia molta fatica, senza l’ausilio di un qualche contributo specialistico, a percepire che si tratta di citazioni di Leonardo, non certo autore molto frequentato. Scoperto ciò (con l’ausilio in questo caso del buon Reitani) diviene più chiaro che l’umanesimo integrale di Leonardo rappresenta il modello di quell’unione tra arte e scienza che i due fratelli perseguono invano. C’è poi l’enigmaticità delle citazioni scelte, che necessitano ciascuna di una specifica esegesi, per cui ad esempio sull’ultima Reitani informa che ”si comprende bene quando la si completi della sua prima parte: «Li omini batteranno aspramente che fia causa della lor vita. Batteranno il grano.» In forma criptica e lapidaria è qui riproposto il tema della ribellione generazionale verso le origini, che diventa una rivolta contro le fonti della vita, identificate simbolicamente nell’alimento principe del grano”. Ecco, ritengo che l’aggettivazione forma criptica e lapidaria sia qui eufemistica, e che la modalità della citazione rifletta bene il tono generale dell’opera, quasi esoterico nel suo richiedere riti di iniziazione alla conoscenza.
È poi da notare come questo autocompiacimento intellettualistico sfugga a volte di mano allo stesso autore, che si incarta nel gusto per la frase ad effetto, che non si rende conto di raggiungere risultati quasi comici, tipici di quello che a questo punto oso definire manierismo bernardhiano. Valga per tutti il seguente esempio: ”passeggiavo e mi illudevo di passeggiare… non ero più in grado di fare una passeggiata, mi ero illuso di aver fatto quella passeggiata a Wilten, mi ero illuso tutto il pomeriggio […] poiché l’illusione di una passeggiata non è una passeggiata, pur essendo una passeggiata… è una passeggiata solo in apparenza, la passeggiata di una passeggiata…”
Amras in definitiva mi ha confermato le perplessità e i dubbi sorti rispetto all’autore dopo le prime due letture: mi sono trovato di fronte ad un Bernhard strutturalmente diverso, che rimanda alle grandi tradizioni letterarie e filosofiche degli ultimi due secoli di letteratura di area germanica e non solo, ma lo fa guardando più al proprio ombelico esistenziale che per un’urgenza di comunicare e di contestualizzare tali tradizioni; mi è parso in questo senso poco più di un esercizio solipsistico, volto essenzialmente a soddisfare l’ego intellettuale dell’autore e di alcune tipologie di lettori che si possano sentire complici di questo gioco al rimando colto: su tutti probabilmente qualche professore di estrazione crociana ormai in pensione.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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