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Chi è Rudolf? L’ambiguità irrisolta di un racconto sopra intellettuali e società

Recensione di Cemento, di Thomas Bernhard

SE, Testi e documenti, 2004

Ci sono opere letterarie dai titoli intraducibili, perché hanno un senso compiuto solo nella lingua d’origine: forse uno dei casi più emblematici in questo senso è The Catcher in the Rye di Salinger, che in un paese come il nostro dove il baseball non svolge di fatto alcun ruolo nella cultura di massa è diventato il banale Il giovane Holden, rendendo tra l’altro misteriosa, alla più parte dei ragazzi della mia generazione, la figura del prenditore evocata in una canzone da Francesco Guccini.
Apparentemente non sembra questo il caso di Cemento di Thomas Bernhard, traduzione letterale dell’originale Beton. Eppure il titolo originale nasconde un significato impossibile da rendere in italiano: Beton può infatti essere letto in tedesco come B-ton, ovvero Si bemolle; tutto il lungo racconto, come si vedrà, è infatti impregnato di musica più che di cemento, anche nella sua stessa struttura.
Formalmente Cemento è il racconto di alcuni giorni della vita del protagonista, Rudolf, scritto da lui stesso poco dopo. Nel racconto Rudolf inserisce riflessioni sulla sua vita e sulla malattia di cui soffre, sul complicato rapporto con la sorella Elisabeth, sulla società, la cultura e la politica austriaca.
Il monologo ininterrotto di Rudolf è però compreso entro due brevi incisi che recitano: scrive Rudolf. Quindi, il monologo di Rudolf è letto da qualcun altro, quasi secondo il classico schema del manoscritto trovato e posto all’attenzione del lettore che si ritrova in molta letteratura sette- ed ottocentesca; in questo caso però il lettore non sa chi gli stia proponendo le annotazioni di Rudolf: presumibilmente è Bernhard stesso, che in questo modo vuole prendere le distanze dal suo protagonista, che pure presenta tratti largamente autobiografici. Come Bernhard, infatti, Rudolf è uno scrittore, è sulla soglia dei cinquant’anni come l’autore all’epoca, è stato amico dell’ormai morto nipote di Ludwig Wittgenstein, è affetto da una malattia che lo costringe ad assumere molti medicinali e che, ne è cosciente, lo porterà alla morte entro pochi anni. Nel breve saggio di Luigi Reitani che segue il testo, veniamo inoltre a sapere che la domestica di cui parla Rudolf, la Signora Kienesberger, era effettivamente la domestica di Bernhard. L’autore tuttavia, attraverso i due incisi, stacca da sé il suo personaggio, per conferirgli una autonomia che vorrebbe probabilmente renderlo paradigmatico della condizione dell’intellettuale nell’Austria del tardo secondo dopoguerra. Si deve infatti notare che accanto ai caratteri autobiografici Rudolf presenta anche attributi non riconducibili all’autore, il quale lo fa discendere da una famiglia altoborghese attribuendo a lui e a sua sorella due nomi propri altamente evocativi per ogni austriaco: Rudolf è infatti il nome di molti principi ed arciduchi d’Asburgo, tra i quali il più noto è Rodolfo IV d’Asburgo-Lorena, erede al trono di Francesco Giuseppe e vittima del misterioso affaire di Mayerling, mentre Elisabeth era il nome di sua madre, l’imperatrice Sissi di Baviera. Bernhard con la scelta di questi nomi da un lato ammanta, con una buona dose di perfida ironia, del mito austriaco per eccellenza la non-storia del protagonista, dall’altro le conferisce un sentore di inattualità, impregnando i protagonisti del sottile ma inconfondibile odore della cripta dei cappuccini.
Dunque, scrive Rudolf che ormai da anni è in procinto di scrivere un fondamentale saggio, che vorrebbe essere anche un’opera letteraria, su Felix Mendelssohn Bartholdy, il suo compositore preferito. In passato ha abbozzato scritti su Arnold Schönberg e sul suo Mosè e Aronne, su Jenůfa di Janáček, su Rubinstein e su altri compositori, senza peraltro mai completarli, ma quella su Mendelssohn Bartholdy dovrebbe essere l’opera della sua vita. Sono anni che si prepara, ha approfondito ogni aspetto della vita dell’autore, la sua scrivania è piena di libri ed appunti su di lui ma ogni volta che si sente pronto per scrivere o non riesce a trovare la frase d’attacco o interviene qualche fatto esterno a distrarlo.
Da alcuni anni Rudolf ha lasciato Vienna, che trova insopportabile, per ritirarsi nella casa di campagna di Peiksam, dove di fatto vive di rendita e cerca di convivere con la sua malattia progressiva. È un freddo gennaio, e la causa della sua impossibilità di scrivere è stavolta, come altre volte, la sorella, venuta a trovarlo da Vienna, scombussolando i suoi lenti ritmi, invitandolo ad avere una vita sociale, a tornare a Vienna oppure a partire per una località meno isolata. Elisabeth è una donna in affari, cinica e spregiudicata, opera nel settore immobiliare e deride l’inattività intellettuale di Rudolf. Tra i due c’è comunque un complesso rapporto di odio-amore, tanto che nelle lunghe pagine iniziali che Rudolf dedica alle invettive contro la sorella, la sua pretesa di condizionare la vita di lui, il suo arrivismo borghese che le fa sacrificare per i soldi ogni rapporto umano, il lettore viene a sapere che ella è venuta a Peiksam su invito di Rudolf stesso, che aveva voglia di vederla per rompere la sua solitudine.
Ritrovata la serenità con la partenza della sorella, Rudolf si sente ormai pronto ad iniziare la grande opera, ma ben presto si rende conto che nella gelida casa di Peiksam gli è impossibile scrivere. Organizza quindi un viaggio a Palma di Maiorca, città in cui è già stato in passato, dove le temperature sono miti e dove ha anche qualche amicizia. Prepara quindi due valigie, in una delle quali dispone ordinatamente tutto il materiale che gli servirà per scrivere la sua opera su Mendelssohn Bartholdy, e parte su due piedi. Naturalmente neppure al mite clima di Palma Rudolf riuscirà a iniziare la sua grande opera: ricorderà invece e narrerà di un incontro avvenuto durante un suo precedente soggiorno a Palma, quello con Anna Härdtl, giovane vedova viennese il cui marito è morto, probabilmente suicida, cadendo dalla finestra dell’albergo in cui la coppia alloggiava e che è stato sepolto nell’immenso cimitero della città delle Baleari. Quando si reca al cimitero per rivedere la tomba del marito di Anna, scopre che ora ospita anche lei, suicida. Tornato in albergo, prende una forte dose di sonniferi e si risveglia solo ventisei ore più tardi, nella massima angoscia: è forse allora che inizia a scrivere il testo che costituisce Cemento.
Il tema principale del racconto potrebbe essere a tutta prima identificato come il disagio dell’intellettuale ad assumere un ruolo nella società contemporanea, o meglio l’impossibilità di svolgere qualsiasi attività intellettuale data questa società, e potrebbe essere quindi preso come la denuncia di Bernhard di un insanabile conflitto tra la purezza della produzione artistica e la materialità della società.
Rudolf infatti si è ritirato a Peiksam per sfuggire al senso di nausea che gli davano Vienna e i suoi abitanti, paradigma della vita sociale, al fine di poter produrre la sua opera. Nelle prime pagine infatti scrive: ”Vienna la detesto. Vado su e giù un paio di volte per la Kärtnerstrasse e il Graben, butto ancora un’occhiata al Kohlmarkt, e questo basta a farmi rivoltare lo stomaco. Da trent’anni la stessa scena, la stessa gente, le stesse cretinerie, le stesse infamie, bassezza, falsità.” Ma Vienna, la città, la società, la gente, lo raggiungono anche a Peiksam, incarnati dall’attivismo affaristico e sociale della sorella, impedendogli di scrivere: ”È terribile, non appena sono in grado di dedicarmi ad un lavoro intellettuale nel campo della musica spunta mia sorella e me lo distrugge. Come se lei, da Vienna, sentisse che sono qui, a Peiksam, in procinto di affrontare un certo tema, quando voglio metter mano al tema, lei spunta fuori e me lo distrugge. La gente è fatta apposta per scovare l’intelletto e per annientarlo, sente che una mente è preparata a uno sforzo intellettuale e si mette in viaggio per soffocare sul nascere questo sforzo intellettuale. E se non è mia sorella, l’infelice, la maligna, la perfida, è qualcun altro della sua razza.” Rudolf quindi inizialmente si descrive al lettore come una vittima dell’invasività sociale rispetto all’isolamento di cui necessita l’intellettuale per realizzarsi in quanto tale; è interessante comunque notare che questa invasività si materializza nella figura di una sorella che ha il nome di una madre, quindi è fatta della stessa carne dell’intellettuale: anche se agli antipodi e in perenne conflitto, intellettuale e società sembrano appartenere allo stesso mondo.
Poco più avanti c’è però la piena confessione che le cose stanno in realtà in un altro modo: ”Da anni non avevo realizzato niente di scritto, a causa di mia sorella, come affermo sempre, ma forse anche a causa della mia reale incapacità di scrivere ancora un qualsiasi scritto. Noi tentiamo tutto per cominciare uno scritto del genere, veramente tutto, foss’anche la cosa più terribile, non arretriamo di fronte a niente che ci permetta di scrivere uno scritto del genere, foss’anche l’atto più disumano e la più grande perversità e il più grave crimine. A Peiksam, solo, circondato da tutti questi muri freddi, lo sguardo sempre fisso su pareti di nebbia, non avrei avuto nessuna possibilità.” In questo passo sono a mio avviso da notare due cose: la prima è il passaggio al noi, segno inequivocabile della generalizzazione della figura di Rudolf; la seconda è il sarcasmo che sprizza dalle iperboli che connotano la presunta volontà incrollabile dell’intellettuale di produrre, contrapposte al risultato nullo di quella stessa volontà.
Ecco quindi che Rudolf si rivela già dopo una quindicina di pagine per quello che è: un signore che vive di rendita, malato o ipocondriaco, che chiaramente si crogiola nell’illusione di essere un intellettuale, ma che in realtà ha forse prodotto anni prima pochi scritti poco significativi ma che ormai non scrive più nulla, con la scusa di prepararsi alla grande opera, che però non riesce ad iniziare dando la colpa ora al disturbo che alla sua solitudine ispirata arrecano la sorella e la gente ora alla solitudine stessa, da cui infatti sfuggirà per recarsi a Palma e non concludere ancora nulla.
Ma se così è, se Rudolf si atteggia ad intellettuale senza esserlo, allora tutta la sua narrazione può essere letta come una gigantesca presa in giro da parte dell’autore della asfittica ed elitaria intellettualità austriaca (e forse non solo) ormai non più in grado di produrre alcunché di significativo per incapacità personale o di classe, salvo addossare questa incapacità alla pervasività di una società gretta e inadatta a comprenderne la missione.
In altri termini, Rudolf non rappresenterebbe il disagio intellettuale e politico di Bernhard rispetto ai tratti assunti dalla società austriaca del suo tempo, ma l’insipienza di una classe intellettuale che cerca giustificazioni alla propria irrilevanza rifugiandosi in un isolamento improduttivo.
Traguardando il racconto attraverso questa lente, farebbero parte di questa sferzante ironia anche le celebri tirate contro la politica austriaca e in particolare contro il cancelliere Bruno Kreisky e il partito socialista allora al potere, che tanto scandalo suscitarono all’epoca. Il netto qualunquismo di queste critiche, che nulla hanno di politico e si avvicinano al piove, governo ladro di italica memoria, fa il paio con quello che emerge netto dalle invettive contro la società austriaca, di cui è già stato fornito un esempio, la cui cifra intellettuale potrebbe essere riassunta in quello scagliarsi contro la gente, intesa come massa indifferenziata cui Rudolf si sente ovviamente infinitamente superiore. Questo qualunquismo d’accatto sarebbe quindi parte del degrado della figura dell’intellettuale che Bernhard intende mettere alla berlina.
Molti sono gli indizi che l’intenzione di Bernhard fosse effettivamente questa, ed alcuni sono già stati evidenziati, a partire da quel doppio scrive Rudolf con il quale l’autore prende le distanze dal suo personaggio ai nomi dati a lui e alla sorella, al loro milieu altoborghese, al generale tono sarcastico che innerva il racconto.
Ci sono però almeno altrettanti indizi che vanno nella direzione opposta, ovvero verso una interpretazione di Rudolf quale alter ego di Bernhard, e quindi delle riflessioni che questi fa come trasposizione del pensiero dell’autore.
Oltre alle già citate corrispondenze biografiche, corre l’obbligo di segnalare che la figura pubblica di Bernhard si segnalò spesso proprio per l’apoditticità e il sostanziale qualunquismo delle sue posizioni, derivante da un elitarismo solipsistico che costituiva l’essenza della sua cifra intellettuale.
A questo proposito Luigi Reitani riporta, nella sua postfazione al testo, un passo di un intervento apparso su Die Zeit nel giugno del 1979, quindi poco prima della stesura di Cemento, nel quale Bernhard si scaglia contro il cancelliere Kreisky, definito “un socialista da salotto in pensione”, con argomentazioni simili a quelle che si ritrovano in Cemento e che lo stesso Reitani non può non definire come aventi ”… ben poco di politico, nulla affermando di concreto sull’operato del primo ministro […] Il tono delle accuse è tale da sottrarsi a priori ad ogni confutazione. Il minimo che si possa dire è che Bernhard esagera. Sul piano del dibattito politico le sue dichiarazioni risultano grottesche.”
Insomma, sul piano della concezione della società e delle posizioni aprioristiche, generalizzanti e quindi qualunquistiche Rudolf sembra somigliare molto a Thomas Bernhard.
Quale che sia l’interpretazione che si può dare di Rudolf, a mio modo di vedere il racconto, molto coinvolgente all’inizio, perde forza e compattezza nella parte finale ambientata a Palma di Maiorca, che appare quasi una non necessaria postilla in cui domina l’azione rispetto alla sostanziale immobilità riflessiva delle giornate di Peiksam, con le quali avrebbe potuto ugualmente concludersi. Forse però questa postilla risponde all’esigenza di conferire al testo un andamento musicale, caratteristica questa messa in evidenza da Luigi Reitani, secondo cui ”la macrostruttura dell’opera […] sembra articolata sulla base di tempi musicali: allegro, andante, presto.” Secondo questo schema interpretativo, avvallato dal significato recondito del titolo, l’episodio di Palma, dove prevale una prosa fatta di frasi brevi e in qualche modo affannate, avrebbe la funzione del presto. Così fosse, mi parrebbe invero la vuota esigenza di costringere la coerenza di un racconto in uno schema strutturale preconfezionato, con quale intento che non fosse fine a sé stesso fatico a comprendere.
L’ambiguità del testo, che può essere interpretato da almeno due prospettive nettamente contrastanti ma entrambe plausibili, conferisce indubbiamente a Cemento un fascino sottile, ben supportato dal sarcasmo che accompagna buona parte del racconto, ma non riesce a mio avviso ancora una volta a scrollarsi di dosso l’impressione che Bernhard – traghettando nel secondo dopoguerra tematiche tipiche della grande letteratura che lo ha preceduto ma succube di una abnorme considerazione del proprio io – si fermi in buona sostanza ad una superficie che ancora una volta non va molto oltre il proprio ombelico.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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