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Un volume della “Recherche” goliardica e plebea di Cendrars

Recensione di Rapsodie gitane, di Blaise Cendrars

Adelphi, Biblioteca, 1979

Ormai più di nove anni sono passati dalla mia precedente lettura di un’opera di Blaise Cendrars, La mano mozza, resoconto tragicomico delle sue avventure durante la grande guerra. Da allora questo autore è praticamente scomparso dai radar dell’editoria italiana: né La mano mozzaRapsodie gitane sono più disponibili, e di fatto della trentina di opere scritte da Cendrars solo un titolo può essere acquistato, con una certa difficoltà, in libreria. Sono rimasto in particolare colpito dal fatto che la casa editrice che storicamente maggiore attenzione ha dedicato alla letteratura del novecento, Adelphi, abbia nel corso del tempo pubblicato unicamente due opere di questo scrittore; poi mi è sovvenuto che avevano altro da fare: pubblicare Simenon, Maugham, Némirovsky…
La scarsa attenzione editoriale per Blaise Cendrars è fenomeno recente: nel corso dei decenni infatti erano state pubblicate da varie case editrici molte delle sue opere. L’attuale situazione è imperdonabile, perché si tratta di un autore importante, che occupa un suo posto peculiare nel panorama culturale europeo, e francese in particolare, della prima metà del XX secolo.
Cendrars era svizzero, di La Chaux-de-Fonds, città che avrebbe dato i natali, pochi giorni dopo in quello stesso 1887, anche a Le Corbusier. Nato Frédéric Louis Sauser, lo pseudonimo richiama le braci e la cenere da cui rinasce la Fenice, in quanto l’artista per creare deve bruciare come brace e trasformarsi in cenere. Dopo un’infanzia errabonda, a diciotto anni è inviato dalla famiglia in Russia come apprendista orologiaio; viaggia quindi negli USA, stabilendosi a Parigi nel 1912. Nell’agosto del 1914, allo scoppio della guerra, lancia insieme ad altri intellettuali stranieri che vivono in Francia un appello a offrire le braccia alla patria adottiva: poco dopo si arruola nella Legione straniera, e il 28 settembre 1915 è ferito gravemente al braccio destro, che gli viene amputato sopra il gomito. Imparerà quindi a scrivere con la mano sinistra.
Dopo il conflitto entra in contatto con le avanguardie, dai cui ambienti si distacca presto, viaggia in Sud America, tenta con scarso successo di produrre film in Italia, diviene giornalista e reporter. Nel 1939 è corrispondente di guerra dell’armata britannica, e durante l’occupazione si rifugia ad Aix-en-Provence. È qui, a partire dal 1943, che scriverà la tetralogia autobiografica di cui fanno parte le Rapsodie gitane. Molto attivo anche nel primo decennio del dopoguerra, morirà nel 1961.
Una vita avventurosa, quindi, durante la quale Cendrars ha attraversato da protagonista i decenni più convulsi del ‘900, ed i suoi scritti – che parlano di viaggi in paesi lontani, di guerra, di avventurieri, riflettono pienamente lo spirito libero, anarchico, con cui la affrontò.
Le Rapsodie gitane, come accennato, fanno parte della quadrilogia di memorie che Cendrars scrisse ad Aix-en Provence: le annotazioni dell’autore ci informano che furono scritte fra il 16 aprile e il 13 dicembre del 1944. Per la verità le Rapsodie non formano un volume a sé, essendo parte del primo volume della tetralogia, L’Homme foudroyé, edito nel 1945, mai tradotto integralmente in italiano, comprendente altri due racconti. È indubbio però che le Rapsodie presentino un’unitarietà che ne giustificano l’estrapolazione dal volume originale, cosa del resto avvenuta in Francia già l’anno successivo alla pubblicazione de L’Homme foudroyé.
La rapsodia è, musicalmente parlando, ”una composizione musicale a un solo movimento, di carattere molto libero e variegato”, che ”non segue uno schema fisso, ma si presenta come un insieme di spunti melodici, anche molto diversi tra di loro per ritmo e armonia, che conferisce toni quasi improvvisativi alla composizione” [da Wikipedia]. E proprio in questo modo si presentano le quattro lunghe sezioni che compongono l’opera: ciascuna con un un tema dominante, ma punteggiata da spunti che portano a importanti divagazioni, coerentemente con il peculiare modo di scrivere di Cendrars, che potrebbe definirsi prosa parlata, della quale i salti tematici, stilistici, spaziali e temporali costituiscono un tratto distintivo. Così, limitandosi ai salti temporali, se la prima Rapsodia si apre in una data precisa, l’ottobre 1923, nel corso della narrazione il lettore si trova sballottato in un arco temporale che va dal 1910 a oltre 25 anni dopo, con incursioni sino all’attualità della scrittura. Sono proprio questi salti, e l’abilità con cui Cendrars li gestisce nei brevi capitoli in cui ciascuna rapsodia è suddivisa, presentando una carrellata di situazioni che spaziano dal buffo al tragico, dal patetico al grottesco, a rappresentare uno degli elementi di maggior fascino delle Rapsodie gitane; il lettore è avvolto in una nebbiolina che lascia trasparire poco a poco un ordine interno alla narrazione, né temporale né spaziale ma perfetto quanto a collocazione mentale di personaggi e avvenimenti.
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Le sirene di Camilleri: capacità affabulatoria, ingenuità e forzature

Recensione di Maruzza Musumeci, di Andrea Camilleri

Sellerio, La memoria, 2007

Commentando alcune delle opere di Georges Simenon sinora lette, mi è capitato di esprimere stupore per la quantità smisurata della sua produzione letteraria, composta da centinaia di romanzi e racconti, oltre che da migliaia di articoli e reportages.
Come spesso capita, alla grandeur francese (anche se Simenon in realtà era belga) che in fondo invidiamo un po’, pur essendo coscienti che per lo più appartiene ad una narrazione avente scarsi agganci con la realtà odierna, contrapponiamo esempi più modesti, spesso appartenenti ad una delle categorie socio-culturali caratterizzanti il nostro Paese: il regionalismo.
Così, abbiamo anche noi il nostro Simenon in-sedicesimo, capace di produrre decine di romanzi e di dar vita ad una figura di poliziotto ormai entrato nella coscienza collettiva: si tratta ovviamente di Andrea Camilleri, le cui opere hanno conquistato l’Italia letteraria (non che tale fortezza fosse ormai presidiata da valenti guarnigioni, invero) e non solo, prendendo le mosse dal contesto siciliano in cui nascono.
Se la lista che ho reperito in rete è esaustiva, Camilleri ha pubblicato complessivamente oltre 120 volumi, per la stragrande maggioranza opere di narrativa. Anche se il confronto quantitativo con Simenon è comunque impari, vi è tuttavia da tenere conto di un dato importante: quasi tutte le sue opere sono state pubblicate a partire dal 1992, quando lo scrittore siciliano era ormai vicino ai 70 anni; negli ultimi venticinque anni di vita Camilleri ha scritto dunque in media cinque opere l’anno.
La mia libreria, a fronte di 35 titoli di Simenon comprende però solo due libri di Camilleri. Ciò è dovuto essenzialmente alla particolare attenzione che riservo alla letteratura della prima parte del novecento, accompagnata da un sostanziale disinteresse per quanto letterariamente avvenuto dopo. Comunque l’acquisto di Maruzza Musumeci e La concessione del telefono, letto anni fa, testimonia che anche ad un bibliofilo selettivo quale sono è giunta l’eco del crescente successo trasversale di Camilleri, divenuto col tempo un maître à penser dell’Italia di inizio millennio; è questo a mio avviso un altro sintomo dell’inarrestabile declino culturale del Paese, considerato che – da quel poco di suo che ho letto – egli può essere sicuramente considerato un onesto artigiano della letteratura ma nulla più. Ma tant’è: ogni epoca ha i suoi vati.
Indubbiamente comunque con Maruzza Musumeci Camilleri dimostra non poco coraggio letterario, addentrandosi in un terreno culturale frequentato da millenni da molti grandi della letteratura, da Omero a Joyce, da Apollonio Rodio a Tomasi di Lampedusa, passando per Hans Christian Andersen: il mito delle sirene. A mio avviso al cospetto di un materiale tanto ingombrante l’autore agrigentino se la cava senza ignominia, anche se vedremo che nel testo non mancano ingenuità e forzature.
Maruzza Musumeci fa parte di una trilogia fantastica pubblicata tra il 2007 e il 2009, che comprende anche Il casellante e Il sonaglio, e nella quale Camilleri, oltre a quello della sirena, esplora in chiave siciliana altri miti metamorfici relativi all’universo femminino.
Protagonista di Maruzza Musumeci non è di fatto comunque lei, la donna-sirena, ma suo marito, Gnazio Manisco, un popolano di Vigàta, l’immaginaria cittadina siciliana dove Camilleri ha ambientato molti dei suoi romanzi.
Gnazio torna a Vigàta, quarantacinquenne, il tre gennaio 1895, dopo venticinque anni da emigrante negli Stati Uniti. È zoppo, perché a New York, dove lavorava come potatore di alberi, è stato vittima della mafia locale, vendicatasi per essersi lui rifiutato di eseguire un ordine. È benestante, perché l’incidente sul lavoro che lo ha reso zoppo gli ha reso una bella somma dall’assicurazione. Gnazio odia il mare, di cui ha una gran paura, tanto che nei due viaggi transatlantici non ha mai messo il naso sul ponte.
Subito dopo il ritorno acquista dieci sarme (oltre 17 ettari) di terreno a mandorli in contrada Ninfa di Vigàta, nonostante si tratti di una lingua di terra circondata su tre lati dal mare e nonostante strane dicerie sull’impazzimento del precedente proprietario. Si convince all’acquisto per la bontà del terreno, che non manca di assaggiare, per il buon prezzo a cui viene offerto e soprattutto perché dalla parte di terra vi sorge un ulivo millenario, sotto le cui fronde potrà meditare e, a tempo debito, morire. Come prima cosa costruisce una casetta per sé, rigorosamente senza finestre dalla parte del mare.
Rimessa a coltura la terra e venduti i primi frutti del suo lavoro, inizia a pensare di prendere moglie. Affida l’incombenza di tastare il terreno di Vigàta ad una vecchia guaritrice, gnà Pina, che ha già combinato parecchi matrimoni. Dopo alcune proposte rifiutate da Gnazio, gli segnala una trentenne, Maruzza Musumeci, che vive con la bisnonna quasi centenaria; non si è ancora maritata perché un po’ strana: da giovane infatti credeva di essere una sirena, e che quindi le mancassero – diciamo – alcuni attributi fondamentali della femminilità. Grazie alle cure di gnà Pina ora Maruzza sta molto meglio, e si crede una sirena solo di rado. Gnazio è perplesso, ma quando gnà Pina gli mostra una fotografia di Maruzza rimane folgorato dalla sua bellezza, e decide di sposarla, anche se dubita che la giovane acconsentirà a prendersi uno sciancato di una quindicina d’anni più vecchio di lei.
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Bernhardeide

Recensione de I mangia a poco, di Thomas Bernhard

Adelphi, Fabula, 2000

Con I mangia a poco sono giunto alla quarta opera di Thomas Bernhard consecutivamente letta, visto che prima ho letto Amras, Cemento ed Eventi, li ho letti esattamente in questo ordine, vale a dire in ordine alfabetico rispetto al titolo, anche se avrei potuto leggerli in un altro ordine, ad esempio in ordine di pubblicazione o dal più breve al più lungo, o viceversa, ma io li ho letti invece in ordine alfabetico, perché questo modo di lettura fa parte del mio metodo di lettura, che prevede che io, Vittorio, legga i miei libri per anno di acquisto, e per ogni anno in ordine alfabetico rispetto all’autore, e per ogni autore in ordine alfabetico rispetto al titolo, ed ho adottato questo metodo, vale a dire leggere i miei libri per anno di acquisto, e per ogni anno in ordine alfabetico rispetto all’autore, e per ogni autore in ordine alfabetico rispetto al titolo, in quanto mi ero reso conto, una quindicina di anni fa, che molti libri acquistati anni prima non li avevo letti, rischiando di dimenticarli sugli scaffali della mia libreria, in quanto ero portato a leggere libri acquistati di recente, ma adottando un metodo preciso di lettura, leggendo cioè i miei libri per anno di acquisto, quindi in ordine alfabetico rispetto all’autore e per ogni autore in ordine alfabetico per titolo, avrei evitato di dimenticarmi di leggere libri acquistati molti anni prima, e questo preciso metodo di lettura mi avrebbe permesso di leggere effettivamente tutti i libri della mia libreria, come effettivamente sta avvenendo, anche se non so se la mia vita sarà sufficientemente lunga da permettermi di leggerli proprio tutti.
In realtà I mangia a poco non è il quarto libro di Thomas Bernhard che ho letto, in quanto circa tre anni fa, vale a dire nel maggio del 2019, ho letto L’imitatore di voci e Il soccombente, quindi ad oggi ho letto sei libri di questo autore austriaco, Thomas Bernhard, e la ragione per cui circa tre anni fa, vale a dire nel maggio del 2019, ho letto L’imitatore di voci, primo libro in assoluto di Thomas Bernhard da me letto, e Il soccombente, risiede anch’essa nel mio preciso metodo di lettura, e visto che ho acquistato L’imitatore di voci e Il soccombente nel 2007 mentre Amras, Cemento, Eventi e I mangia a poco li ho acquistati nel 2008 allora è chiaro perché il mio preciso metodo di lettura mi ha portato a leggere prima L’imitatore di voci e Il soccombente di Amras, Cemento, Eventi e I mangia a poco, ed il fatto che abbia acquistato L’imitatore di voci e Il soccombente solo un anno prima di Amras, Cemento, Eventi e I mangia a poco mentre abbia letto Amras, Cemento, Eventi e I mangia a poco circa tre anni dopo L’imitatore di voci e Il soccombente mostra anche come al tempo acquistassi in un anno molti più libri di quanti riuscissi a leggerne, in quanto io, Vittorio, sino a pochi anni fa acquistavo cento o più libri all’anno, mentre in un anno riesco a leggerne circa una quarantina, anche se ovviamente il numero esatto varia di anno in anno soprattutto in base al numero di pagine dei libri, perché è chiaro che leggere un libro di cento pagine non richiede lo stesso tempo che richiede leggere un libro di mille pagine, ed inoltre io, Vittorio, leggo con maggiore o minore intensità anche in base a quanto un libro mi appassiona o mi annoia, come del resto credo capiti alla maggior parte dei lettori di libri.
Comunque nella mia libreria i libri di questo autore, Thomas Bernhard, sono nove, quindi se per il momento ne ho letto sei ne consegue che in futuro leggerò almeno altri tre suoi libri, vale a dire libri scritti da Bernhard, questo sempre che non acquisti nel tempo altri libri di questo autore austriaco, Thomas Bernhard, nel qual caso ne leggerò più di altri tre, ma che io acquisti altri libri suoi, di Thomas Bernhard, è in realtà poco probabile, perché posseggo una gran quantità di libri che non ho ancora letto e che non so se riuscirò a leggere in quanto, come tutti gli esseri viventi, sono destinato a morire, ed avendo già più di sessanta anni mi servono almeno altri venticinque anni di vita, supponendo che il mio ritmo di lettura rimanga di circa quaranta libri all’anno, per leggere tutti i libri che posseggo e non ho ancora letto, quindi dovrei vivere e leggere, mantenendo questo ritmo annuale, sino alla soglia dei novanta anni, età che va ben oltre l’attuale aspettativa di vita di un uomo italiano; inoltre mi sono fatto l’idea, forse sbagliata ma forse no, che nove libri siano sufficienti per esplorare l’universo poetico di questo autore austriaco, Thomas Bernhard. In ogni caso, i tre libri suoi, vale a dire scritti da Bernhard, sono stati da me, Vittorio, acquistati nel 2013, e visto che in quegli anni acquistavo moltissimi libri rispetto al mio ritmo di lettura, che è di circa quaranta libri all’anno, è molto probabile che passi ancora qualche anno prima che legga un altro libro di questo autore, Thomas Bernhard.
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L’essenza di Bernhard, maestro della “Kurzgeschichte”

Recensione di Eventi, di Thomas Bernhard

SE, Testi e documenti, 2007

Vorrei iniziare queste mie note con un elogio editoriale. Eventi è ancora oggi disponibile in libreria a cura dell’ottima casa editrice SE, che nel tempo ha pubblicato parecchie opere dell’autore austriaco. Rispetto alle due precedenti opere da me lette, edite dalla stessa casa editrice, questo volume è arricchito dall’avere a fronte il testo originale: inoltre, accanto ai 31 racconti facenti parte dell’edizione originale berlinese del 1969 ne propone in appendice ulteriori due, non pubblicati nella prima edizione, nonché il discorso che Bernhard pronunciò nel 1968 in occasione del conferimento del Premio di Stato austriaco per la letteratura: quest’ultimo mi sembra un frammento non letterario di notevole importanza per penetrare nella personalità pubblica di Bernhard. Come sempre in queste edizioni, il volume è completato, oltre che da un brillante saggio di Luigi Reitani, da una esaustiva nota biografica e da una serie di fotografie che ritraggono l’autore in varie fasi della sua vita. Ritengo giusto lodare questa piccola casa editrice milanese, di cui forse non esiste neppure un sito internet (io non l’ho trovato), sia per la scelta degli autori che formano il suo catalogo, sia per la cura che mette in ogni volume pubblicato. È questa una ulteriore conferma che a fronte del drammatico decadimento della grande editoria italiana fortunatamente il panorama dell’offerta letteraria è sostenuto essenzialmente dalla vivacità intellettuale di molte medie e piccole case editrici.
Detto ciò, con questo volume sono giunto alla lettura della quinta opera di Thomas Bernhard, e forse la nube di incertezza che caratterizzava il mio personale giudizio critico su questo autore si sta diradando.
Queste cinque opere possono infatti essere suddivise a mio avviso in due precisi ambiti letterari: tre di esse (Il soccombente, Amras, Cemento) sono costituite da storie unitarie e di una certa ampiezza, apparentate al romanzo o quantomeno al racconto lungo. Lo stile letterario di ognuna è in parte peculiare, ma la loro struttura di fondo è comune: frammenti di vita di un personaggio principale che narra in prima persona, in una sorta di monologo interiore, nel cui ambito ampio spazio assumono riflessioni su svariati temi esistenziali, sull’arte e sulla società austriaca della contemporaneità di Bernhard. La diversità maggiore rispetto a questo schema strutturale la si riscontra in Amras, dal testo frammentato, nel quale il monologo interiore del protagonista è intervallato ed intersecato da lettere, citazioni e aforismi; tuttavia anche Amras può essere fatto rientrare tra i romanzi di Bernhard, e la sua diversità può senz’altro testimoniare la capacità dell’autore di maneggiare con sapienza differenti approcci narrativi.
In tutt’altro universo narrativo ci si trova leggendo L’imitatore di voci ed Eventi. Racconti brevi o brevissimi, che raramente superano la pagina, narrati in uno stile impersonale e cronachistico, che rivelano piccole storie della provincia austriaca, le quali assumono proprio per la loro tragica ordinarietà il valore di una forte denuncia sociale ed esistenziale. Anche se come si vedrà esistono sottili differenze tra le due raccolte, si può affermare che prevalga una analogia di fondo.
Da queste letture, seppure ancora parziali, dell’autore austriaco, mi sembra di poter quindi affermare che – al netto del Bernhard pre-Gelo che in ogni caso non pare aver lasciato gran traccia di sé – esistono almeno due Bernhard maggiori (cui si affianca il drammaturgo, che peraltro non conosco): quello dei romanzi e dei racconti lunghi, caratterizzato dall’uso esteso e ossessivo del monologo interiore, e quello del racconto breve, la Kurzgeschichte, nelle quali lo stile di scrittura è nettamente diverso, essendo basato sulla mera esposizione dei fatti da cui è bandita ogni riflessione e morale; ciascuno di questi due Bernhard fondamentali si declina poi in sottoberhnard a seconda delle sfumature strutturali che conferisce alle singole opere, spesso a onor del vero più che sfumature. È forse interessante notare che questi due Bernhard così diversi tra di loro non sembrano essere il risultato di un’evoluzione cronologica della cifra stilistica dell’autore: i racconti di Eventi, infatti, pubblicati a Berlino nel 1969, erano già pronti per la stampa nel 1960, ed alcuni di essi erano già usciti sul finire degli anni ‘50. La loro composizione dunque è antecedente a quella di Gelo, l’opera che segna il vero esordio letterario di Bernhard; L’imitatore di voci esce invece nel 1978, quando, oltre a Gelo ed Amras l’autore ha già scritto alcune delle sue opere più importanti, come Perturbamento, La fornace e Correzione.
Dico subito, confermando con ciò il giudizio già espresso commentando L’imitatore di voci, che allo stato delle mie letture ritengo di gran lunga più significativo, quanto a valore letterario intrinseco, il Bernhard delle Kurzgeschichten rispetto a quello dei romanzi. All’inizio del suo commento compreso nel volume, Luigi Reitani, sottolineando la rilevanza di Eventi nell’evoluzione poetica di Bernhard, considera questa opera una ”… ideale introduzione alla più complessa scrittura del maggior autore austriaco del dopoguerra – un «Bernhard per principianti», è stato detto – sia pur nei limiti, che non occorrerà nascondere, di un lavoro giovanile ancora lontano dalla maturità delle opere successive.” Il critico, coerentemente alla sua analisi, individua tale rilevanza essenzialmente nel fatto che molti dei temi e delle atmosfere che si ritrovano nei brevissimi racconti di Eventi saranno oggetto di sviluppo nelle opere della maturità.
Mi permetto di dissentire da tale giudizio, ed anzi in un certo senso di capovolgerlo. Eventi, nella forma e nella sostanza, rappresenta per quanto ho letto forse l’apice della poetica di Bernhard, l’opera nella quale riesce, con il dono della sintesi fulminante, a fissare molte delle tematiche che in seguito avrebbe sì ripreso nei suoi romanzi, ma lasciandosi andare ad una estenuante verbosità in gran parte fine a sé stessa, sintomo a mio avviso di un avvitamento in senso solipsistico della sua personalità artistica, cui forse non è stata estranea la progressiva evoluzione della malattia.
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