Pubblicato in: Letteratura, Letteratura austriaca, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

L’essenza di Bernhard, maestro della “Kurzgeschichte”

Recensione di Eventi, di Thomas Bernhard

SE, Testi e documenti, 2007

Vorrei iniziare queste mie note con un elogio editoriale. Eventi è ancora oggi disponibile in libreria a cura dell’ottima casa editrice SE, che nel tempo ha pubblicato parecchie opere dell’autore austriaco. Rispetto alle due precedenti opere da me lette, edite dalla stessa casa editrice, questo volume è arricchito dall’avere a fronte il testo originale: inoltre, accanto ai 31 racconti facenti parte dell’edizione originale berlinese del 1969 ne propone in appendice ulteriori due, non pubblicati nella prima edizione, nonché il discorso che Bernhard pronunciò nel 1968 in occasione del conferimento del Premio di Stato austriaco per la letteratura: quest’ultimo mi sembra un frammento non letterario di notevole importanza per penetrare nella personalità pubblica di Bernhard. Come sempre in queste edizioni, il volume è completato, oltre che da un brillante saggio di Luigi Reitani, da una esaustiva nota biografica e da una serie di fotografie che ritraggono l’autore in varie fasi della sua vita. Ritengo giusto lodare questa piccola casa editrice milanese, di cui forse non esiste neppure un sito internet (io non l’ho trovato), sia per la scelta degli autori che formano il suo catalogo, sia per la cura che mette in ogni volume pubblicato. È questa una ulteriore conferma che a fronte del drammatico decadimento della grande editoria italiana fortunatamente il panorama dell’offerta letteraria è sostenuto essenzialmente dalla vivacità intellettuale di molte medie e piccole case editrici.
Detto ciò, con questo volume sono giunto alla lettura della quinta opera di Thomas Bernhard, e forse la nube di incertezza che caratterizzava il mio personale giudizio critico su questo autore si sta diradando.
Queste cinque opere possono infatti essere suddivise a mio avviso in due precisi ambiti letterari: tre di esse (Il soccombente, Amras, Cemento) sono costituite da storie unitarie e di una certa ampiezza, apparentate al romanzo o quantomeno al racconto lungo. Lo stile letterario di ognuna è in parte peculiare, ma la loro struttura di fondo è comune: frammenti di vita di un personaggio principale che narra in prima persona, in una sorta di monologo interiore, nel cui ambito ampio spazio assumono riflessioni su svariati temi esistenziali, sull’arte e sulla società austriaca della contemporaneità di Bernhard. La diversità maggiore rispetto a questo schema strutturale la si riscontra in Amras, dal testo frammentato, nel quale il monologo interiore del protagonista è intervallato ed intersecato da lettere, citazioni e aforismi; tuttavia anche Amras può essere fatto rientrare tra i romanzi di Bernhard, e la sua diversità può senz’altro testimoniare la capacità dell’autore di maneggiare con sapienza differenti approcci narrativi.
In tutt’altro universo narrativo ci si trova leggendo L’imitatore di voci ed Eventi. Racconti brevi o brevissimi, che raramente superano la pagina, narrati in uno stile impersonale e cronachistico, che rivelano piccole storie della provincia austriaca, le quali assumono proprio per la loro tragica ordinarietà il valore di una forte denuncia sociale ed esistenziale. Anche se come si vedrà esistono sottili differenze tra le due raccolte, si può affermare che prevalga una analogia di fondo.
Da queste letture, seppure ancora parziali, dell’autore austriaco, mi sembra di poter quindi affermare che – al netto del Bernhard pre-Gelo che in ogni caso non pare aver lasciato gran traccia di sé – esistono almeno due Bernhard maggiori (cui si affianca il drammaturgo, che peraltro non conosco): quello dei romanzi e dei racconti lunghi, caratterizzato dall’uso esteso e ossessivo del monologo interiore, e quello del racconto breve, la Kurzgeschichte, nelle quali lo stile di scrittura è nettamente diverso, essendo basato sulla mera esposizione dei fatti da cui è bandita ogni riflessione e morale; ciascuno di questi due Bernhard fondamentali si declina poi in sottoberhnard a seconda delle sfumature strutturali che conferisce alle singole opere, spesso a onor del vero più che sfumature. È forse interessante notare che questi due Bernhard così diversi tra di loro non sembrano essere il risultato di un’evoluzione cronologica della cifra stilistica dell’autore: i racconti di Eventi, infatti, pubblicati a Berlino nel 1969, erano già pronti per la stampa nel 1960, ed alcuni di essi erano già usciti sul finire degli anni ‘50. La loro composizione dunque è antecedente a quella di Gelo, l’opera che segna il vero esordio letterario di Bernhard; L’imitatore di voci esce invece nel 1978, quando, oltre a Gelo ed Amras l’autore ha già scritto alcune delle sue opere più importanti, come Perturbamento, La fornace e Correzione.
Dico subito, confermando con ciò il giudizio già espresso commentando L’imitatore di voci, che allo stato delle mie letture ritengo di gran lunga più significativo, quanto a valore letterario intrinseco, il Bernhard delle Kurzgeschichten rispetto a quello dei romanzi. All’inizio del suo commento compreso nel volume, Luigi Reitani, sottolineando la rilevanza di Eventi nell’evoluzione poetica di Bernhard, considera questa opera una ”… ideale introduzione alla più complessa scrittura del maggior autore austriaco del dopoguerra – un «Bernhard per principianti», è stato detto – sia pur nei limiti, che non occorrerà nascondere, di un lavoro giovanile ancora lontano dalla maturità delle opere successive.” Il critico, coerentemente alla sua analisi, individua tale rilevanza essenzialmente nel fatto che molti dei temi e delle atmosfere che si ritrovano nei brevissimi racconti di Eventi saranno oggetto di sviluppo nelle opere della maturità.
Mi permetto di dissentire da tale giudizio, ed anzi in un certo senso di capovolgerlo. Eventi, nella forma e nella sostanza, rappresenta per quanto ho letto forse l’apice della poetica di Bernhard, l’opera nella quale riesce, con il dono della sintesi fulminante, a fissare molte delle tematiche che in seguito avrebbe sì ripreso nei suoi romanzi, ma lasciandosi andare ad una estenuante verbosità in gran parte fine a sé stessa, sintomo a mio avviso di un avvitamento in senso solipsistico della sua personalità artistica, cui forse non è stata estranea la progressiva evoluzione della malattia.
Gran parte della forza letteraria di Eventi deriva infatti dalla loro forma letteraria, che come detto presenta molte analogie con quella che più tardi utilizzerà ne L’imitatore di voci. Se però in quel caso il lettore si trova di fronte a racconti redatti in uno stile giornalistico, quasi a veri e propri articoli di giornale nei quali i fatti e fatterelli narrati sono puntigliosamente localizzati nel tempo e nello spazio al fine di conferire loro una sorta di verisimiglianza (aneddoti, li definisce Reitani), i racconti di Eventi si caratterizzano al contrario per la pressoché totale assenza di riferimenti temporali e spaziali, il che conferisce loro un carattere formale di apologo, il cui intento morale od educativo è comunque immediatamente contraddetto dal loro stesso contenuto. È a mio avviso affascinante esplorare, tramite la lettura comparata delle due opere, i sottili meccanismi stilistico-strutturali attraverso i quali Bernhard riesce a differenziare sostanzialmente il loro tono generale, conferendogli come detto caratteri tanto diversi, che pure li fanno giungere ad una analoga forza satirica e robustezza letteraria.
Elemento determinante in questo senso è il modo in cui l’autore caratterizza grammaticamente la comune indeterminatezza nominale dei personaggi protagonisti dei singoli racconti; in Eventi pochissimi personaggi hanno un nome proprio, e ne L’imitatore di voci nessuno: quasi sempre sono identificati per il tramite della loro professione o ruolo sociale. Tale affinità è però solo apparente, in quanto ne L’imitatore di voci il protagonista è identificato attraverso l’uso dell’articolo indeterminativo (un escursionista, un boscaiolo, un autore di teatro) mentre in Eventi l’identificazione avviene per il tramite dell’articolo determinativo (il professore, l’imbianchino, la sorella del parroco). Altra scelta grammaticale che distingue nettamente Eventi è l’impiego del presente indicativo: tutti i personaggi agiscono infatti nel momento stesso in cui lo scrittore annota le loro azioni, o meglio tutti i personaggi agiscono in un presente che diviene, per la sua stessa immanenza, atemporale.
Sono sufficienti queste apparentemente minime differenze, unite alla già citata indeterminatezza spazio-temporale, per fare dei personaggi di Eventi degli archetipi, e per conferire alle loro piccole storie un carattere di generalità, in definitiva per farle divenire moderne parabole (la definizione è di Reitani) sulle contraddizioni, la crudeltà e la pochezza intellettuale della società austriaca del secondo dopoguerra.
Il volume si apre con uno dei pochi racconti che contengono un elemento di speranza ed ottimismo, anche se forse proprio per questo a mio avviso uno dei meno significativi: due giovani salgono angosciosamente le lunghe scale di una torre fredda e senza finestre; giunti finalmente in cima ”… si spogliano e cadono nudi nelle braccia l’uno dell’altra.” Anche se ci si può affannare ad evidenziare le chiare ascendenze romantiche del racconto ed a rimarcare come il tema della torre verrà ripreso in una delle opere capitali di Bernhard, Amras, resta il fatto che forse giustamente solo a questo primo frammento può essere appioppata l’etichetta di Bernhard per principianti, data la pochezza un po’ stereotipata della narrazione e la banalità della conclusione.
È a mio avviso con il secondo racconto che si entra appieno nelle atmosfere peculiari di Eventi; lo analizzerò per dare per quanto possibile un’idea del contenuto dell’intera opera.
L’incipit (che da solo equivale ad un quinto dell’intero racconto) è un ottimo esempio della loro forma letteraria complessiva, che come accennato tanta importanza assume nel determinarne il significato.
”LA FANCIULLA siede sulla panca all’ombra di un melo, non lontano dal portone di una costruzione somigliante a un castello, che un distinto signore ha scoperto in un’alta valle durante una delle sue escursioni, vagando di chiesa in chiesa e da una costruzione tipica a un’altra.”
Il racconto prosegue: il signore osserva di sottecchi la fanciulla, essendo osservato a sua volta da alcune suore che lavorano in un orto attiguo, e pensa di attaccar bottone con la giovane. D’improvviso però questa inizia a strapparsi i capelli e ad emettere suoni inarticolati; il signore si rende conto di trovarsi all’ingresso di un manicomio e si allontana immediatamente, mentre le suore trascinano all’interno la fanciulla.
La forza di questo racconto, e di molti altri in questo volume, sta a mio avviso proprio nella capacità del giovane Bernhard di esprimere compiutamente in poche righe i punti fondanti della sua visione della realtà che lo circonda. Analizziamo brevemente il testo.
L’incipit è idillico, quasi alla Stifter: siamo in un’alta valle, piena di chiese e monumenti, e la fanciulla siede sotto un melo nei pressi di un castello. Il signore è un escursionista, e nelle sue escursioni ricerca proprio il pittoresco che questi luoghi possono offrirgli. Presumibilmente viene dalla città: è comunque estraneo ai luoghi. Di questo pittoresco fa parte anche la fanciulla, da cui infatti si sente attratto. Bernhard in poche righe ci dipinge l’Austria rurale vista dal di fuori, un’immagine della sua terra come idillio della montagna e della piccola comunità che ha radici antiche, risalenti almeno proprio al Biedermeier di Stifter. Tutto corrisponde a ciò che il signore si aspetta: l’alta valle, le chiese, il castello e il melo sotto la cui ombra siede la fanciulla. Senonché la realtà è un’altra, molto più crudele, ed è una realtà che il signore non può accettare, tanto da allontanarsi in fretta mentre le suore nascondono la fanciulla alla vista, trascinandola dentro.
In una Kurzgeschichte che si risolve in venticinque righe e che ambisce ad essere emblematica ogni parola, ogni scelta testuale ha inevitabilmente il suo peso. Così, se è palese che il senso generale della storia risiede nello iato esistente tra l’immagine di un’Austria felix accreditata dagli stessi austriaci e la conformazione reale di quella società, sono anche in questo caso i particolari a fare la differenza, a conferire al racconto una precisa efficacia narrativa.
La prima cosa da notare a questo proposito è che la protagonista, il cui nome in maiuscolo apre il racconto e gli dà il titolo, è la fanciulla, e non il signore, come avrebbe potuto essere: in fin dei conti è lui che agisce, mentre la fanciulla ha un ruolo passivo. Questa scelta però sottolinea fortemente come oggetto del racconto sia la tragica condizione della società austriaca, e come essa sia vittima anche dell’immagine che proietta all’esterno. Quando questa immagine cade come un velo, la realtà che emerge non può tuttavia essere accettata dall’osservatore, che fugge abbandonando la fanciulla al suo destino, e presumibilmente mettendosi subito alla ricerca di nuove chiese ed edifici tipici.
C’è infine un ulteriore elemento forte da sottolineare: coloro che nascondono la realtà sottraendola all’osservazione, custodendo nei meandri del castello la pazzia sono suore, a sottolineare il ruolo che la Chiesa svolge nel mantenimento dell’ordine idillico che nasconde i veri orrori.
Molti altri sono i racconti altamente significativi compresi in Eventi, a cominciare da L’attore, che non a caso Bernhard riporterà integralmente in Amras, per finire con Il sopravvissuto annota: li lascio alla scoperta del lettore, confermando che a mio avviso questo Bernhard, accanto a quello de L’imitatore di voci, possiede stimmate da grande scrittore, che a fatica ho ritrovato nelle opere cosiddette maggiori.
Come detto, il volume riporta anche il discorso che Bernhard tenne in occasione del conferimento del Premio di Stato austriaco per la letteratura, nel 1968. In generale ritengo questo frammento un ottimo esempio della approssimazione ideologica del pensatore Bernhard, della sua tendenza alla critica e alla censura apodittiche e prepolitiche, non supportate da una necessaria capacità di analisi, della sua tendenza ad essere comunque esagerato e per ciò stesso inadeguato già notata a proposito delle critiche al cancelliere Kreisky contenute in Cemento. Bernhard conclude però il suo breve discorso con una frase a mio avviso significativa: ”Quel che pensiamo è già pensato, quel che sentiamo è caotico, Quel che siamo non è chiaro.” Ecco: oltre a dirci che forse non ha più senso fare arte in un mondo in cui tutto è già stato pensato, Bernhard pare comunicarci che ciò è vero anche per quanto lo riguarda. Personalmente lo credo: gran parte di ciò che poteva dire l’aveva già detto, in quel 1968; quasi tutto il resto sarà uno stanco, verboso rigirarsi su qualcosa di già espresso.

Pubblicità

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Un pensiero riguardo “L’essenza di Bernhard, maestro della “Kurzgeschichte”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...