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Le sirene di Camilleri: capacità affabulatoria, ingenuità e forzature

Recensione di Maruzza Musumeci, di Andrea Camilleri

Sellerio, La memoria, 2007

Commentando alcune delle opere di Georges Simenon sinora lette, mi è capitato di esprimere stupore per la quantità smisurata della sua produzione letteraria, composta da centinaia di romanzi e racconti, oltre che da migliaia di articoli e reportages.
Come spesso capita, alla grandeur francese (anche se Simenon in realtà era belga) che in fondo invidiamo un po’, pur essendo coscienti che per lo più appartiene ad una narrazione avente scarsi agganci con la realtà odierna, contrapponiamo esempi più modesti, spesso appartenenti ad una delle categorie socio-culturali caratterizzanti il nostro Paese: il regionalismo.
Così, abbiamo anche noi il nostro Simenon in-sedicesimo, capace di produrre decine di romanzi e di dar vita ad una figura di poliziotto ormai entrato nella coscienza collettiva: si tratta ovviamente di Andrea Camilleri, le cui opere hanno conquistato l’Italia letteraria (non che tale fortezza fosse ormai presidiata da valenti guarnigioni, invero) e non solo, prendendo le mosse dal contesto siciliano in cui nascono.
Se la lista che ho reperito in rete è esaustiva, Camilleri ha pubblicato complessivamente oltre 120 volumi, per la stragrande maggioranza opere di narrativa. Anche se il confronto quantitativo con Simenon è comunque impari, vi è tuttavia da tenere conto di un dato importante: quasi tutte le sue opere sono state pubblicate a partire dal 1992, quando lo scrittore siciliano era ormai vicino ai 70 anni; negli ultimi venticinque anni di vita Camilleri ha scritto dunque in media cinque opere l’anno.
La mia libreria, a fronte di 35 titoli di Simenon comprende però solo due libri di Camilleri. Ciò è dovuto essenzialmente alla particolare attenzione che riservo alla letteratura della prima parte del novecento, accompagnata da un sostanziale disinteresse per quanto letterariamente avvenuto dopo. Comunque la l’acquisto di Maruzza Musumeci e La concessione del telefono, letto anni fa, testimonia che anche ad un bibliofilo selettivo quale sono è giunta l’eco del crescente successo trasversale di Camilleri, divenuto col tempo un maître à penser dell’Italia di inizio millennio; è questo a mio avviso un altro sintomo dell’inarrestabile declino culturale del Paese, considerato che – da quel poco di suo che ho letto – egli può essere sicuramente considerato un onesto artigiano della letteratura ma nulla più. Ma tant’è: ogni epoca ha i suoi vati.
Indubbiamente comunque con Maruzza Musumeci Camilleri dimostra non poco coraggio letterario, addentrandosi in un terreno culturale frequentato da millenni da molti grandi della letteratura, da Omero a Joyce, da Apollonio Rodio a Tomasi di Lampedusa, passando per Hans Christian Andersen: il mito delle sirene. A mio avviso al cospetto di un materiale tanto ingombrante l’autore agrigentino se la cava senza ignominia, anche se vedremo che nel testo non mancano ingenuità e forzature.
Maruzza Musumeci fa parte di una trilogia fantastica pubblicata tra il 2007 e il 2009, che comprende anche Il casellante e Il sonaglio, e nella quale Camilleri, oltre a quello della sirena, esplora in chiave siciliana altri miti metamorfici relativi all’universo femminino.
Protagonista di Maruzza Musumeci non è di fatto comunque lei, la donna-sirena, ma suo marito, Gnazio Manisco, un popolano di Vigàta, l’immaginaria cittadina siciliana dove Camilleri ha ambientato molti dei suoi romanzi.
Gnazio torna a Vigàta, quarantacinquenne, il tre gennaio 1895, dopo venticinque anni da emigrante negli Stati Uniti. È zoppo, perché a New York, dove lavorava come potatore di alberi, è stato vittima della mafia locale, vendicatasi per essersi lui rifiutato di eseguire un ordine. È benestante, perché l’incidente sul lavoro che lo ha reso zoppo gli ha reso una bella somma dall’assicurazione. Gnazio odia il mare, di cui ha una gran paura, tanto che nei due viaggi transatlantici non ha mai messo il naso sul ponte.
Subito dopo il ritorno acquista dieci sarme (oltre 17 ettari) di terreno a mandorli in contrada Ninfa di Vigàta, nonostante si tratti di una lingua di terra circondata su tre lati dal mare e nonostante strane dicerie sull’impazzimento del precedente proprietario. Si convince all’acquisto per la bontà del terreno, che non manca di assaggiare, per il buon prezzo a cui viene offerto e soprattutto perché dalla parte di terra vi sorge un ulivo millenario, sotto le cui fronde potrà meditare e, a tempo debito, morire. Come prima cosa costruisce una casetta per sé, rigorosamente senza finestre dalla parte del mare.
Rimessa a coltura la terra e venduti i primi frutti del suo lavoro, inizia a pensare di prendere moglie. Affida l’incombenza di tastare il terreno di Vigàta ad una vecchia guaritrice, gnà Pina, che ha già combinato parecchi matrimoni. Dopo alcune proposte rifiutate da Gnazio, gli segnala una trentenne, Maruzza Musumeci, che vive con la bisnonna quasi centenaria; non si è ancora maritata perché un po’ strana: da giovane infatti credeva di essere una sirena, e che quindi le mancassero – diciamo – alcuni attributi fondamentali della femminilità. Grazie alle cure di gnà Pina ora Maruzza sta molto meglio, e si crede una sirena solo di rado. Gnazio è perplesso, ma quando gnà Pina gli mostra una fotografia di Maruzza rimane folgorato dalla sua bellezza, e decide di sposarla, anche se dubita che la giovane acconsentirà a prendersi uno sciancato di una quindicina d’anni più vecchio di lei.
Maruzza invece inaspettatamente acconsente, anche se la prova del nove è affidata alla bisnonna, pienamente in forma nonostante l’età, che si accerta de visu che Gnazio sia in grado di adempiere sino in fondo i doveri coniugali.
Così Gnazio provvede ad ampliare ed arredare la casa per far posto alla futura moglie; i due si sposano, non prima che vi sia stato un misterioso rito officiato dalla bisnonna di Maruzza, e il romanzo segue gli avvenimenti, spesso felici, a volte spassosi, altre volte tragici, a tratti malinconici della famigliola lungo più di quaranta anni, durante i quali nascono quattro figli, i vecchi muoiono, il mondo cambia. Di tanto in tanto accade qualche episodio strano, spesso legato all’amore viscerale che Maruzza prova per il mare: Gnazio però non si fa troppe domande o trova risposte ai dubbi nella sua logica contadina: è innamorato e felice, ed invecchia serenamente.
Il più evidente connotato stilistico di Maruzza Musumeci è l’essere scritto in siciliano, o meglio in uno dei molti gradi del siciliano-agrigentino utilizzati da Camilleri, che attengono al complesso capitolo del suo linguaggio. Come già accennato ho letto solo due suoi libri, ma ho avuto modo di sbirciarne molti altri, e mi sono reso conto che egli utilizza il dialetto con intensità differenziata a seconda delle storie che racconta. Così vi sono romanzi scritti quasi interamente in italiano, nei quali i termini dialettali compaiono solo sporadicamente, mentre in alcune opere il dialetto è appannaggio solo dei dialoghi diretti tra alcuni dei personaggi; in altre ancora il rapporto tra italiano e vernacolo è ribaltato, ed è quest’ultimo a prevalere; infine alcune opere sono scritte interamente in dialetto. Il tasso dialettale utilizzato dall’autore è, ovviamente, direttamente correlato al tasso di sicilianità delle storie, ma credo dipenda anche dalla posizione che i personaggi, ovvero il contesto in cui una storia si svolge, occupano nella scala sociale: nei tre romanzi della trilogia delle metamorfosi, come in altre opere, ambientazione e personaggi sono esclusivamente popolareschi, e di conseguenza la lingua di Camilleri è esclusivamente vernacolare. Si tratta tuttavia, per quanto posso aver intuito, di un vernacolo in qualche modo addomesticato per permettere la lettura ad un pubblico vasto, non avvezzo alle sonorità sicule, che dovrà ricorrere poche volte a verifiche sul significato dei termini. Che i dialetti siciliani veraci siano leggermente più complessi da comprendere rispetto al linguaggio letterario di Camilleri può risultare evidente ad esempio andando a rispolverare un grande classico del neorealismo italiano come La terra trema di Visconti o ricercando in rete un qualsiasi testo dialettale siciliano. Lungi comunque dall’essere una operazione linguistica artificiale, la rielaborazione linguistica di Camilleri, condotta indubbiamente con grande maestria e padronanza della costruzione della frase, ha il grande pregio di conferire una peculiare schiettezza ed una buona dose di humor congenito al racconto.
Entrando nel merito del romanzo, si deve innanzitutto notare come il personaggio centrale del romanzo, Gnazio Manisco, sia sicuramente ben caratterizzato, con quella fatalistica saggezza contadinesca che spesso strappa il sorriso al lettore e rimanda ad un meridione rurale intatto sino alla metà degli anni ‘60: leggendo, non è difficile immaginarlo con un viso e un portamento simile a tanti braccianti del sud immortalati in molti documentari o fotografie del dopoguerra. Altro personaggio sicuramente riuscito è gnà Pina, la guaritrice portatrice di una sapienza tradizionale antica, basata in gran parte, oltre che sulle proprietà di erbe officinali e alimurgiche, su una sorta di paganesimo ancestrale che coinvolge tutte le relazioni umane, compresa la sfera sessuale. Non a caso, a mio avviso i colloqui tra i due sono forse tra i passaggi più divertenti del libro.
Più articolato mi pare debba essere il giudizio sul personaggio di Maruzza. La sua folgorante bellezza, sottolineata dai capelli che scendono biondi lungo la schiena, è il versante esteriore di una sensualità che si esprime per il tramite una sessualità ancestrale, vorace ed animalesca, riassunta con forza da quel ”Ti voglio provari” con il quale di fatto costringe Gnazio al primo amplesso nella stanzetta del forno. Se dunque la prorompente femminilità di Maruzza è ben delineata, è rispetto al suo essere sirena che a mio avviso il testo mostra la corda e il romanzo denota la principale delle sue debolezze. Tenterò di motivare questo giudizio attraverso il confronto con un’altra storia di sirene.
Prima di Camilleri un altro scrittore siciliano aveva narrato dell’incontro tra un isolano e una sirena: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel racconto La sirena, noto anche come Lighea. Le differenze tra le due storie sono profonde: nel racconto di Tomasi, infatti, l’incontro avviene tra uno studente e una sirena che viene dal mare, ed il loro intenso amore dura poche settimane, al termine delle quali la sirena ritorna nelle profondità degli abissi. L’approccio di Camilleri al rapporto sirene-Sicilia, quindi alla immanenza del connubio tra questa terra e la classicità, potrebbe essere più coinvolgente di quello di Tomasi: le sirene di Camilleri non vengono dal mare, non entrano in contatto fugace con la Sicilia per ricordarle le sue antiche radici culturali, ma abitano a Vigàta e sono popolane, sono da sempre parte integrante di questa terra, e generano figlie che continueranno la loro storia. Il problema è che Camilleri per caratterizzare l’essere sirene di Maruzza, della bisnonna e anche della figlia Resina (scoperto anagramma) non sa far altro che infarcire il romanzo di stereotipi classici che finiscono per indebolire non solo la credibilità dei personaggi, ma a mio avviso l’intero impianto del romanzo. Ecco quelle che ritengo le più macroscopiche cadute.
Vicino di casa di Gnazio è tale Aulissi Dimare, che naturalmente altri non è se non la reincarnazione del buon Odisseo, che a questo giro non riuscirà a resistere al canto ammaliatore delle sirene (e non sarà l’unico a subire la loro vendetta per lo smacco subìto alcuni millenni prima).
Gnazio poi non capisce perché spesso, tra di loro, bisnonna e pronipote parlino una lingua sconosciuta, che naturalmente è il greco antico. Per la verità non l’ho capito neppure io, in particolare tenendo conto che alcune loro frasi sono versi tratti dall’Odissea; la faccenda poi rasenta il ridicolo quando la piccola Resina, vedendo per la prima volta il mare, esclama: “Θάλασσα! Θάλασσα!”: fortunatamente per il lettore interviene ancora la saggezza di Gnazio, che attribuisce ad un difetto di pronuncia lo strano grido della figlia.
Lasciando sullo sfondo il fatto che Camilleri (come del resto a suo tempo Tomasi) tipizza le sirene come metà donna – metà pesce assecondando l’immaginario collettivo ma tradendo il mito classico, ritengo che forse l’ancestralità di tale mito, la sua immanenza con la terra siciliana avrebbero potuto essere rese meglio in altro modo che facendo parlare una popolana di Vigàta attraverso versi di Omero, con ciò testimoniando forse solo la smania dell’autore di mostrare la sua cultura classica.
Così, paradossalmente, a mio avviso il legame tra la terra e il mito emerge più solido dal racconto di Tomasi, che pure presenta la sirena come essere-altro, piuttosto che in Camilleri, il quale finisce per far diventare Maruzza Musumeci un personaggio labile, popolana poco credibile e sirena stereotipata, letteralmente, visto l’argomento, né carne né pesce.
Sempre in tema di inverosimiglianze, ritengo necessario citare l’episodio dell’incontro tra Gnazio e Lyonel Feininger, il pittore tedesco-statunitense amico di Gropius che collaborò a lungo con il Bauhaus: da quell’incontro, ed in particolare da un disegno della casa costruita da Gnazio, sarebbero derivati il razionalismo e il funzionalismo architettonico della scuola di Dessau. Anche in questo caso credo di poter affermare che, lungi dall’arricchire il romanzo, l’episodio si connoti come una inessenziale forzatura.
Infine, non si sfugge dall’impressione che, dopo quasi nove capitoli analiticamente dedicati ai primi anni della vita di Gnazio in contrada Ninfa, gli avvenimenti successivi, pur molto importanti per gli sviluppi della vicenda della famiglia, siano letteralmente tirati via in una quindicina di pagine. Sorge il dubbio che tale fretta sia figlia di esigenze editoriali, che richiedono di contenere il numero di pagine di un prodotto che si vuole di largo consumo.
Luci ed ombre a mio avviso si equivalgono in questo romanzo, che attraverso la (ennesima) rilettura del mito delle sirene vuole ricordare l’ancestralità e la classicità del portato culturale di una terra dalla storia complessa, senza indagare la quale è impossibile comprenderne il contraddittorio presente.
All’indubbia capacità affabulatoria della prosa di Camilleri, al coraggio letterario dell’autore di affrontare un tema importante, sul quale era facile scivolare, fanno da contraltare alcuni effettivi scivoloni, dettati forse dalla smania di strafare, e i limiti intrinseci di un romanzo scritto per vendere decine di migliaia di copie.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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