Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura russa, Libri, Narrativa, Racconti, Recensioni

Il piccolo grande capolavoro della maturità

Recensione de La mite, di Fëdor Dostoevskij

Mondadori, Oscar classici, 2007

Quanto conta la qualità della traduzione nell’opinione che ci facciamo di un testo letterario scritto in un’altra lingua? In generale credo molto, e tanto di più quanto – come nel caso emblematico della poesia – la forma, le modalità della scrittura divengono un elemento fondamentale della sostanza che l’autore intende trasmettere al lettore. Più specificamente si può forse affermare che la qualità della traduzione diviene essenziale ai fini della comprensione di un’opera letteraria quando l’autore ha inteso addentrarsi nella vita interiore, nei sentimenti e nella psicologia dei suoi personaggi oppure suggerire al lettore livelli interpretativi che vanno al di là delle vicende narrate: se in un’opera letteraria redatta in forma cronachistica una cattiva traduzione può indispettire perché tende a svalutare il livello estetico del testo, in un’opera stratificata una traduzione inadeguata rischia di travisare o rendere oscuro ciò che l’autore intendeva dire.
Nel volumetto nel quale ho letto La mite, edito da Mondadori nel 2007, che propone anche un altro celebre racconto di Dostoevskij, Il sogno di un uomo ridicolo, la traduzione del primo racconto è affidata ad una nota studiosa, Giovanna Spendel, autrice tra l’altro di una Storia della letteratura russa. Nonostante l’indubbia competenza di Spendel, la sua traduzione non mi era tuttavia parsa, ad una prima lettura, eccellente: avevo infatti notato una certa approssimazione dei periodi e in alcuni casi dei termini usati. Così, in occasione della stesura di queste note sono andato alla ricerca di una traduzione diversa del racconto, scoprendo che in libreria ne sono disponibili ben quattro; addentrandomi in un territorio per me quasi sconosciuto, quello degli e-book, ho acquistato l’edizione Feltrinelli con traduzione di Patrizia Parnisari, che a mio avviso appare essere più precisa e distesa. In merito mi è sorto però un dubbio. Come si vedrà, La mite è un testo strutturalmente confuso, in quanto composto dalle convulse riflessioni del protagonista subito dopo il suicidio della moglie, il cui corpo giace in una stanza vicina. Come rendere al meglio la inevitabile emozione e mancanza di lucidità di un individuo in un momento simile? È possibile che lo stesso autore, nel testo originale, abbia utilizzato una prosa imprecisa proprio quale epifenomeno lessicale del profondo turbamento interiore del protagonista, e che quindi la traduzione di Spendel aderisca meglio agli intenti dell’autore? Non essendo in grado di leggere il racconto in russo non so dare una risposta precisa: resta il fatto che a mio modo di vedere il testo edito da Feltrinelli si legge meglio, ma suggerisco comunque ai lettori del racconto, anche data la sua relativa brevità e l’economicità delle edizioni in e-book, di confrontarne le traduzioni, per formarsi un proprio giudizio su questo aspetto che ritengo non secondario.
Ancora riguardo le due edizioni da me lette, segnalo che quella di Mondadori è monca della Nota dell’autore che Dostoevskij premise alla pubblicazione originale del racconto nel 1876 su Il diario di uno scrittore, rivista da lui da poco fondata e diretta: non si tratta di una mancanza da poco, in quanto la Nota, pur breve, contribuisce a chiarire le modalità espressive utilizzate dall’autore e le loro motivazioni. In compenso, in postfazione del volume Mondadori è riportato un saggio di Stefan Zweig, intitolato I personaggi di Dostoevskij e tratto dal suo volume del 1932 Tre maestri: Balzac, Dickens, Dostoevskij, la cui lettura fornisce elementi di riflessione per una contestualizzazione dell’opera dello scrittore russo nel quadro della letteratura europea del XIX secolo. Entrambe le edizioni sono accompagnate comunque da interessanti saggi introduttivi, affidati rispettivamente alla stessa Giovanna Spendel e a Paolo Di Stefano.
Veniamo dunque al racconto. Come accennato, è il resoconto, espresso in prima persona e verbalmente dal protagonista, del suo complesso rapporto con la giovanissima moglie, che ha portato, poche ore prima, al suicidio di quest’ultima, gettatasi dalla finestra della loro casa abbracciando una icona. Il narratore parla direttamente al lettore o forse ad un’autorità che ha il compito di ricostruire ciò che è avvenuto (”l’uomo ora parla tra sé e sé, ora è come se si rivolgesse a un invisibile ascoltatore, a una sorta di giudice”, dice Dostoevskij nella Nota dell’autore), e sin dalle prime righe si premura di farci sapere di non essere uno scrittore; pertanto narrerà la vicenda seguendone l’ordine, per come l’ha intesa lui.
Il lettore viene così a sapere, effettivamente secondo un ordine che non è diacronico ma quello dettato dall’esplodere dei sentimenti del narratore e dai rimandi interni necessari a caratterizzare al meglio gli episodi, che il protagonista è un usuraio quarantaquattrenne di una imprecisata città russa, presumibilmente di provincia, che da giovane è stato cacciato dal reggimento del quale era ufficiale per una ingiusta accusa di codardia. Tre anni prima una ragazza sedicenne ha varcato la soglia del suo banco dei pegni per impegnare poche povere cose. Colpito dall’aspetto dimesso della ragazza ha raccolto informazioni su di lei, venendo a sapere che si trattava di un’orfana che tentava di sottrarsi alla tirannia di due avare zie che la volevano far sposare ad un bottegaio cinquantenne. L’usuraio le propone a sua volta di sposarla, e la mite acconsente, manifestandogli inizialmente amore e devozione. L’uomo però non corrisponde il suo amore: ha sposato la ragazza per dominarla, non per avere una compagna di vita: ben presto i due si rinchiudono in un reciproco, distante ed ostile silenzio e la moglie si ritaglia uno spazio di relativa autonomia esistenziale, fatta di piccole cose quotidiane con le quali cerca di lenire la sua profonda infelicità. Dopo aver sospettato che la moglie lo tradisca ed avere invece avuto la prova della sua fedeltà, il protagonista scopre che ha tentato di ucciderlo nel sonno con una pistola: senza dire una parola, ma facendole intendere di sapere, separa il letto coniugale, provocando una acuta crisi nella moglie, che si ammala gravemente. Quando si riprende, dopo molte settimane, egli mantiene la distanza dalla moglie, attendendo che sia lei a chiedergli di perdonarla. L’atteggiamento serenamente indifferente di lei gli apre però gli occhi: scopre di amarla e di non poter sopportare la sua indifferenza: si butta perciò ai suoi piedi, chiedendole di perdonarlo per le sofferenze che le ha inflitto, e promettendole amore incondizionato. Andranno all’estero, a Boulogne. Lei sembra accettare, sia pur timidamente, le nuove attenzioni del marito, ma mentre egli si reca a ritirare i passaporti per il viaggio lei si lancia dalla finestra sulla strada, dove il marito giunge poco dopo facendosi largo tra gli astanti. Questo il racconto del protagonista, la cui ultima frase è: ”No, davvero, quando domani la porteranno via, io che cosa farò?”
Perché la mite si è uccisa? È questa la domanda che si fa e cui cerca di dare una risposta durante tutto il suo racconto il marito, ed è anche la domanda che si pone il lettore. L’elemento apparentemente incomprensibile è che il suicidio avvenga nel momento in cui tutto sembra risolto; la malattia è passata e il marito ha capito (Il velo cadde all’improvviso si intitola il capitolo nel quale avviene la conversione): ha sbagliato, il suo orgoglio l’aveva portato a voler avere per moglie una ragazza remissiva (traduzione alternativa, forse più appropriata, del titolo originale, l’aggettivo Кроткая) sulla pelle della quale riscattare le sue frustrazioni, ma ora sa che le può superare non attraverso il dominio, ma annullandosi in lei. Per tentare di comprendere il motivo del suicidio è a mio avviso necessario analizzare comparativamente i due personaggi: essi infatti, seguendo lo sconnesso racconto del marito, subiscono nel corso dei tre anni di matrimonio un’evoluzione psicologica in qualche modo opposta.
All’inizio, come detto, l’usuraio vede la ragazza sostanzialmente come vittima predestinata. Ossessionato dall’onta della cacciata dal reggimento, che lo ha portato ai margini della società, la scelta di aprire un banco dei pegni, grazie ad una piccola eredità, è dettata dalla volontà di vendicarsi, attraverso lo strozzinaggio legalizzato. Il suo orizzonte di vita consiste sostanzialmente nella necessità di risparmiare trentamila rubli in tre anni, di arricchirsi per poter tornare a vivere. Ma ciò non gli può bastare: ha anche bisogno, da subito, di sentirsi superiore a qualcuno. La remissiva ragazza è in questo senso perfetta: può farle pesare il suo relativo benessere, il suo ruolo maschile, la sua cultura.
Fortemente significativo a mio avviso è l’episodio in cui le propone il matrimonio, mandandola a chiamare alla porta mentre lei siede con il grasso commerciante cinquantenne cui l’hanno destinata le zie, dal quale ha appena ricevuto un dono dozzinale. La modalità con la quale Dostoevskij fa rievocare al marito l’episodio è magistrale e paradigmatico del tono di tutto il racconto: i sentimenti da lui provati allora si mescolano infatti alle riflessioni di ora, che provano quanto poco stesse comprendendo ciò che accadeva. Tutto ciò che ha fatto e pensato allora porta il segno della certezza della facile conquista: la spavalderia con cui si presenta alla porta quando in casa c’è il rivale, che reputa nettamente inferiore, la consapevolezza di essere belloccio, la constatazione soddisfatta di far paura alla ragazza, la formale correttezza della dichiarazione, accompagnata dalla sicurezza con cui svela anche i lati negativi del suo carattere e può affermare da subito che lei ”avrebbe avuto di che mangiare a sufficienza, ma che, per quel che concerneva abiti eleganti, teatri e balli, non vi sarebbe stato nulla di tutto questo, o forse soltanto in un secondo momento”. Egli è in quel momento soddisfatto di sé e sicuro del successo, tanto da innervosirsi a fronte dell’esitazione della ragazza nella risposta, che ritiene del tutto incomprensibile. Quella stessa esitazione, vista con gli occhi di poi poche righe sotto, diviene invece il drammatico segno della sopravvenuta perdita di ogni certezza da parte dell’uomo, che ipotizza fosse dovuta alla sostanziale indifferenza delle opzioni cui la ragazza si trovava di fronte: “ma se ormai mi attende l’infelicità in un caso e nell’altro, che non sia meglio scegliere subito l’alternativa peggiore, vale a dire il grasso bottegaio, sperando che quanto prima, da ubriaco, mi bastoni a morte!”
L’usuraio che racconta la sua storia davanti al cadavere della moglie è di fatto un uomo che rievoca la propria tracotanza passata per dire al lettore come questa si sia dissolta di fronte alla vera personalità della moglie. Di converso, la mite compie un percorso inverso, o meglio di capitolo in capitolo perde il carattere di sottomissione congenita che l’usuraio le attribuiva per rivelarsi come la vera polarità forte della coppia. Vediamo.
Subito dopo il matrimonio ella tenta invano di stabilire un rapporto affettivo con il marito: ”fin dall’inizio […] aveva finito col gettarsi su di me con amore, mi veniva incontro con entusiasmo, quando rientravo la sera, mi raccontava […] tutta la sua infanzia, la sua adolescenza, mi raccontava della casa paterna, del padre e della madre”. Di fronte al gelo padronale di lui si acconcia quindi al silenzio reciproco, ma presto si ribella, iniziando a rimanere a lungo fuori casa. Se non tradisce il marito non è per rispetto del vincolo matrimoniale, ma per un’intima convinzione morale che le fa ritenere ridicolo il possibile adulterio. È lei la prima a lasciare il letto coniugale e poco oltre, come accennato, giunge a pochi passi dall’uccidere il marito. Certo, la situazione in cui si viene a trovare le fa cedere i nervi, ma dalla malattia esce con la consapevolezza di poter comunque condurre la propria vita dimenticando il marito, astraendosi dalla sua ingombrante presenza.
È così quindi che lungo i tre anni del loro matrimonio i due, per così dire, si scambiano i ruoli (ciò che Patrizia Parnisari, nella sua Nota di traduzione chiama trasferimento di protagonista): l’usuraio giunge all’annullamento di sé stesso nella moglie sino a quell’ultimo, disperato ”quando domani la porteranno via, io che cosa farò?”, mentre la giovane donna impara progressivamente ad indurirsi, desensibilizza sé stessa sino alle estreme conseguenze. Ora è infatti più chiaro perché la mite, che tale non è più se mai lo è stata, si suicida: tramontato subito un sentimento basato certo anche sull’attrazione fisica (anche se di ciò Dostoevskij non fa mai cenno esplicito), fallite le strade dell’adulterio e dell’assassinio, la propria morte è l’unica via che le rimane se non vuole disperdere una forza conquistata a caro prezzo, svendendola per una miseranda commiserazione umana per il marito ormai annientato.
Con La mite Dostoevskij ci ha insomma regalato due personaggi degni di stare accanto ad alcune delle figure dominanti dei suoi grandi romanzi. L’usuraio appartiene infatti pienamente alla galleria dostoevskijana degli uomini del sottosuolo vittime del loro stesso delitto; un ruolo non marginale, nella sua caratterizzazione, gioca anche la volgare venalità, sottolineata dalle numerose volte nelle quali i rubli giocano un ruolo importante nelle sue azioni e nei suoi pensieri. La giovane donna, personaggio a mio avviso di grande modernità, riflette, sia pure in forma tragica, l’ammirazione dell’autore per lo spirito di emancipazione delle donne russe della sua epoca.
Resta da dire, per tornare al tema iniziale della forma della scrittura, che questo racconto, o meglio questo testo che ”non è né un racconto né un memoriale” ma il resoconto d’uno stenografo che tutto ha annotato, al quale l’autore è subentrato per dar forma agli appunti, come egli stesso afferma nella Nota iniziale, è scritto magistralmente, utilizzando una tecnica che può ben essere considerata antesignana del monologo interiore novecentesco, nella quale non solo la successione cronologica degli eventi è sovvertita dai richiami della memoria del narratore, ma continuamente si assiste, come visto, alla messa in discussione e alla chiamata in giudizio, da parte dell’io narrante, dei suoi pensieri e sentimenti precedenti, il che conferisce un timbro drammatico tipicamente dostoevskijano alla narrazione.
Secondo Paolo Di Stefano La mite rappresenta indubbiamente un esempio eccelso dell’ostilità che Dostoevskij nutre verso ogni tipo di spiegazione logica, psicologica o sociologica rispetto agli avvenimenti che si verificano fuori e dentro l’animo umano”. Mi pare un’affermazione apodittica, che forse occulta l’importanza che nell’opera del grande russo hanno esercitato le vicende sociali e politiche di cui è stato testimone, oltre che le sue drammatiche vicende personali. Se è vero che qui Dostoevskij non fornisce spiegazioni, e ciò non fa che sottolineare la sua modernità, è altrettanto vero che solo un anno dopo, con Il sogno di un uomo ridicolo, neppure lui sfuggirà alla tentazione di ergersi malamente a maestro sociale, vagheggiando un vacuo eden primigenio. Ma si sa, le contraddizioni sono le stimmate del genio.

Pubblicità

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...