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Ironico e sovversivo: Gautier oltre il romanticismo, in largo anticipo sui tempi

Recensione di Mademoiselle de Maupin, di Théophile Gautier

Newton Compton, 2005, Biblioteca Economica

Quando, alcuni anni fa, commentai la lettura dei Racconti fantastici di Théophile Gautier, parlai di un grande autore oggi quasi dimenticato. A prima vista potrebbe non sembrare così: a chi ne ricercasse le opere in una qualsiasi libreria on-line verrebbero presentate alcune decine di titoli. Di questi, però, solo alcuni sono volumi attualmente in catalogo, la grande maggioranza essendo rappresentata da libri usati o temporaneamente non disponibili; persino il suo romanzo più noto, Capitan Fracassa, è oggi in catalogo presso una sola casa editrice. Quanto a Mademoiselle de Maupin, romanzo d’esordio dell’autore francese, che pure ha goduto in tempi andati di notevole fortuna editoriale nel nostro paese, oggi è reperibile solo sul mercato dell’usato o in e-book.
Eppure questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1835, è sicuramente un’opera importante per la letteratura francese ed europea in genere, in quanto paradigmatico della peculiarità culturale dell’autore, che se da un lato è ascrivibile al romanticismo con caratteristiche francesi dall’altro si propone da subito di superarlo, tanto da venire riconosciuto come uno degli ispiratori di correnti letterarie posteriori, che apriranno la strada al ‘900, quali il simbolismo e il decadentismo: emblematico in questo senso è il fatto che Baudelaire gli dedicasse Les Fleurs du Mal.
Del tutto scomparsa dai radar è in particolare questa edizione Newton del romanzo, che pure risale solamente al 2005, e che oltre ad una breve (e forse inessenziale) nota di Riccardo Reim, si avvale della bella traduzione di Giovanni Marcellini ed ha inoltre l’indubbio pregio di presentare al lettore anche la celebre Prefazione con cui l’autore accompagnò il secondo volume del romanzo, ritenuta più tardi da letterati come Algernon Swimburne e Oscar Wilde una sorta di manifesto dell’art pour l’art.
E proprio dalla Prefazione conviene prendere le mosse per entrare nel mondo letterario di Gautier e assaporarne la vis polemica, che aveva già dato ampia prova pratica di sé alcuni anni prima, precisamente la sera del 25 febbraio 1830, quando – indossando il famoso gilet rosso ciliegia – il diciannovenne aspirante scrittore aveva guidato la fazione romantica durante lo scontro con i classicisti alla prima dell’Hernani di Victor Hugo.
Oggetto degli strali che vengono lanciati da Gautier nell’ampia Prefazione – oltre una trentina di pagine in questa edizione – è la critica letteraria dell’epoca, almeno nella sua componente mainstream. In particolare il giovane autore (a sua volta costretto, per necessità materiali, ad occuparsi per buona parte della vita di critica letteraria, teatrale e musicale) si scaglia contro la tendenza diffusa di giudicare l’opera d’arte sulla base del suo tasso di virtù, ovvero del rispetto per il comune senso del pudore dell’epoca. Non occorre sottolineare come i prodotti artistici che toccassero, nelle forme espressive loro proprie, tematiche legate alla sfera sessuale siano stati le vittime preferite (anche se ovviamente non le sole) dei censori di ogni epoca: dall’Indice ecclesiastico ai mutandoni postridentini al tribolato rapporto di Molière con Luigi XVI, dall’hollywoodiano Codice Hayes ai processi subiti dai romanzi e film di Pier Paolo Pasolini il potere ha sempre cercato di tracciare linee rosse di carattere morale che non potevano essere superate dagli artisti, temendo che la carica eversiva potenzialmente intrinseca ad una sessualità libera potesse minare l’assetto sociale e preludere in qualche modo alla rivendicazione di altre liberazioni. Per inciso è interessante notare come questo plurisecolare controllo sulla sessualità si sia rovesciato nel suo esatto opposto nel momento in cui il neoliberismo ormai dominante ha postulato tout-court l’inesistenza stessa della società, riconoscendo solo gli individui (Thatcher): a questi individui, privati tendenzialmente di ogni relazione e di ogni protezione sociale, oggetto di attenzione solo in quanto produttori e consumatori, devono essere forniti dosi sempre più massicce di armi di distrazione di massa e di sfogo individuale quali lo sport televisivo e il sesso. Se non esiste più la società non esiste più neppure il bisogno di un controllo sociale di possibili comportamenti individuali devianti, certi che questi rimarranno tuttalpiù atomizzati a livello del singolo e quindi facilmente circoscrivibili. Anzi, quale migliore occasione per creare una nuova fonte di enormi profitti che somministrare a miliardi di individui tutto il sesso virtuale di cui hanno bisogno, esattamente come hanno bisogno di calcio o di altra spazzatura televisiva?
Ai tempi di Gautier siamo però ancora nell’epoca in cui il controllo del comportamento individuale è necessario, anzi, siamo negli anni che seguono la definitiva presa di potere della grande borghesia con la rivoluzione di Luglio, ed uno dei perni ideologici della legittimazione di questo potere è la contrapposizione della moralità dei valori borghesi rispetto alla dissolutezza dell’Ancien Régime.
Ecco quindi che, come dice l’autore nell’incipit, ”Una delle cose più buffe della gloriosa epoca nella quale abbiamo la fortuna di vivere è, incontestabilmente, la riabilitazione della virtù, intrapresa da tutti i giornali, di qualunque colore siano, rossi, verdi o tricolore”.
La brillante scrittura di Gautier riversa tutto il suo sarcasmo contro la pruderie del tempo, che si ammanta di una tartufesca morale cristiana, invocata da critici che spesso hanno più di una famiglia…
Più oltre nella Prefazione il bersaglio dell’autore divengono i critici utilitaristi, vale a dire chi assegna alla letteratura e all’arte in genere un intento pedagogico: in particolare egli lancia i suoi strali contro i critici progressisti, che di fronte ad un romanzo si chiedono innanzitutto ”a che serve questo libro?” Gautier rivendica l’inutilità dell’opera d’arte ed esalta la necessità della ricerca della bellezza fine a sé stessa, come fattore essenziale di una vita piena.
Quella che può sembrare a prima vista una posizione puramente estetizzante si rivela invece essere, ad una lettura più attenta, una precisa e per molti versi antesignana capacità di analizzare i valori fondanti della società borghese come si andava sviluppando in quegli anni, dopo la rivoluzione del 1830. Il progressismo contro cui si scaglia Gautier può infatti essere facilmente identificato nel nascente positivismo, che vedeva nello sviluppo scientifico e tecnologico garantito dalla continuità dell’assetto economico capitalistico la fonte di ogni progresso umano. Gautier a questa posizione ne contrappone una di rottura, esaltando l’opera del socialista utopico Charles Fourier, le cui comunità falansteriane si proponevano la totale liberazione dell’uomo, sia dai vincoli economici imposti dal capitalismo sia dai vincoli correnti ed istituzionalizzati in materia di morale sessuale. È, quella di Gautier, una posizione politica radicale, che sembra già prevedere come lo sviluppo capitalistico non solo non porterà ad alcun progresso vero che non sia quello legato alle necessità della produzione, ma anzi sarà foriero di un involgarimento della società, da cui dovrà essere espunto tutto ciò che non è utile a tale progresso; solo una rottura totale dei paradigmi sociali, come quella proposta nelle opere di Fourier, potrà liberare tutte le potenzialità del pensiero umano. Questa posizione socialista (nel senso che questo termine assumeva nelle prime decadi del XIX secolo) di Gautier è rafforzata a mio avviso da un passo della Prefazione in cui egli mostra di essere latore di uno schietto materialismo storico ante litteram. Dice infatti Gautier: ”L’epoca attuale, checché si dica, è immorale (se questa parola significa qualche cosa, del che dubitiamo forte), e ne è prova la quantità di libri immorali che produce nonché il successo che ottengono. – I libri seguono i costumi, e non i costumi i libri. La Reggenza ha fatto Crébillon, non è Crébillon che ha fatto la Reggenza. […] Si fa il quadro sul modello, non il modello sul quadro. Non so chi ha detto, e non so dove, che la letteratura e le arti influiscono sui costumi. Chiunque sia, è certamente un grande imbecille. – Sarebbe come dire: i piselli fanno spuntare la primavera, mentre i piselli spuntano perché è primavera, e le ciliegie perché è estate”.
Se la Prefazione di Gautier è divenuta nel tempo un testo sacro dei fautori de l’art pour l’art allora non si può che constatare come questa non possa considerarsi basata – almeno nelle sue espressioni più significative – unicamente su una concezione estetizzante e richiusa su sé stessa, ma sulla coscienza del ruolo storico che l’espressione artistica assume nel dialettico processo di liberazione dell’umanità. Gautier ci dice in definitiva che la bellezza è rivoluzionaria.
Ho dedicato molte, forse troppe, parole alla Prefazione a causa della sua oggettiva importanza sia per comprendere la poetica di Gautier sia per quanto ha rappresentato per molti intellettuali delle generazioni seguenti, tanto che il romanzo in sé rischia di passare in secondo piano, e ciò non sarebbe giusto, in quanto Mademoiselle de Maupin, oltre ad essere naturalmente la continuazione con altri mezzi delle tesi esposte nella Prefazione è anche un romanzo molto complesso e sfaccettato, denso di riferimenti e colmo di ironia, il che ne fa a mio avviso un capolavoro, anche se come detto oggi editorialmente poco considerato.
Un primo elemento di estremo interesse è la figura della protagonista, o meglio di uno dei due protagonisti, che Gautier prende dalla Storia, ispirandosi liberamente alle vicende di Julie d’Aubigny, alias La Maupin dal nome del marito; era costei un mezzosoprano dell’epoca di Luigi XIV, divenuta celebre per la sua vita avventurosa, basata su un’educazione mascolina, per i suoi scandalosi amori bisessuali, per l’abitudine di indossare vestiti maschili e per l’abilità nella scherma, che la portò tra l’altro a sostenere numerosi duelli spesso risoltisi con la morte dell’avversario. Un personaggio che dunque fa dell’ambiguità, anche sessuale, la sua cifra principale, e che introduce nella letteratura di Gautier un tema, quello del doppio, che si ritroverà anche in alcuni dei racconti posteriori. Una protagonista che, nelle intenzioni di Gautier, avrebbe anche dovuto suscitare la curiosità dei lettori, avendo questo romanzo anche la funzione molto importante di risollevare le sue malandate finanze.
Se questo non avvenne – la seconda edizione del romanzo uscirà solo nel 1851, sedici anni dopo la prima – è probabilmente dovuto anche alla bizzarra struttura che Gautier conferisce al romanzo, e che oggi a mio avviso costituisce uno degli elementi del suo indubbio fascino.
Mademoiselle de Maupin è infatti, secondo i canoni più classici del romanticismo, un romanzo epistolare. Il canone è però unicamente un involucro che Gautier si diverte a stravolgere e stracciare: se infatti gli scrittori sono due (oltre alla protagonista femminile anche il giovane D’Albert, che di lei s’innamora, come si vedrà), essi – tranne in un’occasione – non si scrivono l’un l’altro, ma indirizzano le loro lettere a due fittizi amici, che nel romanzo non compaiono. Inoltre quattro dei diciassette capitoli che compongono il romanzo, tra i quali i due finali, sono scritti direttamente dall’autore, che interloquisce con il suo pubblico di lettori.
Oltre che per questa sua struttura anomala, accentuata dal fatto che la protagonista entra in scena, travestita da uomo e col nome di Théodore, solo nel sesto capitolo, Mademoiselle de Maupin spiazza il lettore, soprattutto quello moderno, per il contenuto delle epistole, in particolare per quelle che D’Albert scrive al suo amico Silvio. D’Albert è giovane, ricco e piacente, ma già annoiato dalla vita: vorrebbe viaggiare e non ci riesce, vorrebbe avere un’amante ma è in cerca della donna ideale. Nei primi capitoli diviene in effetti amante di una giovane dama, Rosette, anche se in breve capisce che – soddisfatto il desiderio – l’amore sta svanendo. Nelle sue lettere all’evanescente amico D’Albert si dilunga in interrogativi esistenziali, in inconcludenti analisi della sua vita e della sua noia congenita, ed in ciò più che richiamare l’eroe romantico di byroniana memoria sembra anticipare il futuro inetto novecentesco. Gautier a mio avviso tocca nelle lettere dei primi capitoli vette assolute di ironia, parodiando lo stile pomposamente afflitto e i temi delle pene d’amore di certo manierismo romantico già vivo ai suoi tempi, sino a rendere la pagina gustosamente insopportabile al lettore. Che l’intento di questa prosa sia ironico appare del resto evidente nei capitoli dove chi scrive è l’autore, nei quali si passa ad un uso quasi teatrale del dialogo diretto.
Più didascaliche sono le lettere che Théodore scrive all’altrettanto inconsistente amica Graciosa, che servono a Gautier per illustrare chi egli in realtà sia. Théodore, giovane di bellezza apollinea, è in realtà Madelaine de Maupin (curiosamente Gautier storpia il nome storico), che rimasta orfana nella prima giovinezza decide di travestirsi da uomo per poter esplorare l’universo maschile al di fuori delle ipocrisie che ne caratterizzano i rapporti galanti con le donne. Qualche tempo prima, di Madelaine – ovviamente credendola un uomo – si è innamorata perdutamente Rosette, divenuta amante di D’Albert (come di molti altri prima di lui) per cercare inutilmente di dimenticare la sua passione.
Il bellissimo Théodore fa colpo anche su D’Albert, che ravvisa in lui i tratti della donna ideale di cui è in cerca. L’oggetto del suo amore però è un uomo (o almeno così egli ritiene) e questo ovviamente complica le cose: egli oscilla tra la consapevolezza di amare un uomo e la speranza che Théodore sia in realtà una donna en travesti. La commedia degli equivoci, nella quale Rosette ama, non potendone essere riamata, chi crede essere un uomo e D’Albert si convince di amare un uomo che invece è una donna, si complica ancora di più quando gli astanti decidono di rappresentare con altri amici Come vi Piace di Shakespeare, nella quale ovviamente Théodore sarà Rosalinda/Ganimede e D’Albert interpreterà Orlando. Il romanzo giunge così ad un rapido e scandaloso finale, che lascio alla scoperta del lettore e che costituisce a mio avviso l’ennesimo colpo di genio dell’autore.
Già da questi scarni e forse confusi accenni alla struttura e alla trama del romanzo credo sia possibile intravedere quanto sia articolato, e quanta carne l’autore sia in grado di mettere al fuoco, carne che sarà perfettamente rosolata solo a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo. Il tema del doppio, l’incertezza dell’identità sessuale, le pulsioni omoerotiche, la ricerca della bellezza, il disagio esistenziale, l’ironia come cifra del racconto, il colto rimando alla funzione fondante di Shakespeare sono altrettanti spunti possono essere letti tra le righe di quest’opera, che conferma a mio avviso Théophile Gautier come un grande, anche se oggi sottostimato da un’editoria sciatta, anticipatore della letteratura che sarebbe venuta dopo di lui.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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