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Un romanzo ambientato in Cina ma senza la Cina

Recensione de Il velo dipinto, di W. Somerset Maugham

Adelphi, Biblioteca, 2006

Dopo il mediocre (a mio avviso, s’intende) Acque morte, questo mio primo contatto con le opere di W. Somerset Maugham si conclude con uno dei suoi romanzi più celebri, Il velo dipinto. Scritto nel 1925, conclude in qualche modo la trilogia di grandi romanzi della sua prima maturità letteraria, dopo Schiavo d’amore (1915) e La luna e sei soldi (1919).
L’ambientazione cinese di questo romanzo deriva probabilmente da un viaggio di Maugham del 1919-20, da cui trasse nel 1922 un volume di schizzi e ritratti di personaggi incontrati, intitolato On a chinese screen.
Un dato che mi ha colpito è che da questo romanzo sono stati tratti ben tre film, tutti di produzione statunitense: il primo, del 1934, ha come protagonista nientedimeno che una Greta Garbo al massimo della forma; il secondo, del 1957, uscì con l’enigmatico titolo The seventh sin, mentre l’ultimo, del 2006, è facilmente reperibile sulle più note piattaforme online. Questo interesse del cinema per Il velo dipinto si estende in realtà a molte delle opere di narrativa di Maugham: i suoi più famosi romanzi hanno infatti dato luogo a numerose trasposizioni cinematografiche nel corso dei decenni, quasi tutte di matrice hollywoodiana, e questo mi ha fatto riflettere sulla poetica dello scrittore inglese. Su questo sarà necessario tornare: per il momento andiamo con ordine.
Il velo dipinto, il cui titolo – in questo caso rispettoso dell’originale – è tratto da un verso di Shelley del 1824: “Lift not the painted veil which those who live / Call Life”, è a suo modo un romanzo di formazione. Protagonista ne è Kitty Garstin, giovane e bella rampolla di una famiglia della media borghesia londinese. Suo padre è un giudice, che nonostante le ambizioni di scalata sociale della tirannica moglie non è riuscito a fare una carriera sufficientemente brillante per lanciare la famiglia nell’alta società britannica. Kitty è vista dalla madre come strumento a disposizione delle sue ambizioni: è bella e spigliata e potrà sicuramente fare un matrimonio importante. Kitty però è leggera, ama la bella vita e flirtare ma rifiuta di impegnarsi con i numerosi spasimanti che via via le si dichiarano. Si ritrova quindi a 25 anni ancora nubile e ad un tratto, quando la sorella più giovane si fidanza, realizza che deve decidersi, anche perché la madre è sempre più insofferente nei suoi riguardi. Accetta quindi la proposta di matrimonio di Walter Fane, un oscuro e taciturno batteriologo in procinto di tornare ad Hong Kong, dove lavora, non perché lo ami (al contrario di lui, disperatamente innamorato) ma perché capisce che Walter rappresenta l’ultima chance.
Nella colonia, Kitty prende presto a noia le attenzioni del marito e diviene l’amante dell’aitante funzionario Charles Townsend, sposato con figli. Quando Walter scopre il tradimento e il suo amore per la moglie crolla improvvisamente, architetta una perfida vendetta, proponedole un’alternativa allo scandalo del divorzio chiesto da lui: potrà essere Kitty a chiederlo qualora Townsend acconsenta a sua volta a divorziare dalla moglie e a sposarla presto; nel caso ciò non accadesse, Kitty dovrà seguirlo in una remota città dell’interno dove è scoppiato il colera e dove ha chiesto di essere trasferito, non nascondendole che gli sarebbe indifferente se lei lì si ammalasse e morisse. Nonostante la sicurezza di Kitty che Townsend sia innamorato di lei, questi si rivela per quello che è: un mediocre dongiovanni che antepone le ragioni della carriera e del decoro all’amore per Kitty, cui non rimane che partire per Mei-tan-fu con Walter. Qui il contatto quotidiano con la morte, una serie di drammatici avvenimenti e l’incontro con persone dedite agli altri sarà causa di un profondo mutamento del suo essere, di una maturazione interiore che la farà diventare un’altra.
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W. Somerset Salgari

Recensione di Acque Morte, di W. Somerset Maugham

Adelphi, Gli Adelphi, 2008

La produzione letteraria di W. Somerset Maugham è quantitativamente notevole: tra il 1897 e il 1952 pubblicò oltre trentacinque volumi di narrativa, tra romanzi e raccolte di racconti, e scrisse un analogo numero di opere teatrali, oltre a singoli racconti, saggi e reportages di viaggio. Nel corso della sua lunga vita (morì a 91 anni nel 1965) attraversò quindi il ‘900, ed in particolare fu attivo negli anni compresi tra le due guerre mondiali. È superfluo ricordare come questi anni siano stati di capitale importanza in letteratura, ma in generale per le arti: il modernismo di inizio secolo, declinatosi in decine di movimenti artistici, si arricchisce, se così si può dire, della coscienza collettiva della tragedia della Grande Guerra, dando vita ad alcune delle opere d’arte più significative del secolo e non solo. In letteratura basti citare i nomi di Kafka, Proust, Musil, Woolf e Joyce ed i rispettivi capolavori, semplice punta di un iceberg che comprende decine di autori impegnati a rivoluzionare il modo stesso di scrivere, oltre che l’oggetto della scrittura.
Cosa c’entra Maugham con questo impetuoso movimento artistico? Almeno a giudicare da questa mia prima lettura poco o nulla: Acque morte mi ha infatti restituito l’immagine di uno scrittore di retroguardia, che pur dotato di una indubbia capacità narrativa la esplicita attraverso una prosa convenzionale che rimane solo alla superficie dei temi che lo scrittore affronta, mancandogli la capacità di approfondirli e renderli per ciò stesso universali.
Acque morte è la brutta versione italiana del titolo originale The Narrow Corner: non mi dilungherò oltre quanto già fatto in altri commenti su questo vezzo editoriale di inventare un titolo diverso rispetto all’originale. Mi limito a constatare che un’eventuale traduzione letterale, L’angolo stretto, non avrebbe a mio modo di vedere suscitato scandalo e soprattutto che il cambiamento del titolo fa perdere la connessione con la citazione dai Colloqui con sé stesso di Marco Aurelio che l’autore pone in esergo: ”Breve, dunque, è la vita dell’uomo, e angusto l’angolo della terra in cui egli dimora”.
In effetti il romanzo è ambientato in un angolo di mondo, se non angusto, perlomeno remoto. La vicenda si svolge infatti su alcune isole dell’arcipelago indonesiano, che nel primo dopoguerra erano ancora dominio olandese. L’isola nella quale il romanzo prende avvio, Takana, sembra di fantasia, mentre per quella dove la vicenda si conclude, cui Maugham dà il nome di Kanda-Meria, l’autore si è ispirato ad un remoto arcipelago di tre isole, Banda Neira, un tempo effettivamente importante centro di coltivazione della noce moscata.
Il romanzo si svolge in un tempo imprecisato: l’unico indizio temporale lo si trova proprio all’inizio, nel brevissimo primo capitolo, composto da una sola frase: ”Tutto questo accadde molti anni fa”; una serie di indizi nel testo (ad esempio la presenza di automobili) lascia intuire che siamo comunque agli inizi del ‘900.
Il romanzo è preceduto da una breve prefazione dell’autore, nella quale Maugham informa il lettore che i due personaggi principali, il dott. Saunders e il capitano Nichols, sono già apparsi in due sue precedenti opere, e che proprio un brano scritto, quindi stralciato, per La luna e sei soldi, romanzo del 1919, conteneva in nuce la vicenda che dodici anni dopo avrebbe narrato in The Narrow Corner.
Il primo personaggio di cui il lettore fa conoscenza è il dott. Saunders, un medico inglese di mezza età, specialista in chirurgia oculistica, che all’inizio del romanzo si trova a Takana, ed a cui Maugham fornisce alcune delle sue caratteristiche fisiche, a cominciare dalla bassa statura. È lì solo temporaneamente, in quanto in realtà vive, da ormai parecchi anni, a Fuchu, in Cina, dove la sua professionalità è tanto apprezzata dalla comunità cinese quanto snobbata da quella inglese. Nel corso del romanzo il lettore verrà a sapere che Saunders ha lasciato l’Inghilterra dopo essere stato radiato dall’albo e che è un accanito fumatore di oppio.
Alcuni mesi prima un ricco e vecchio mercante cinese lo ha convinto, tramite un bella somma di denaro, a venire a Takana ad operarlo per una cataratta: l’operazione è riuscita ed ora Saunders non ha più nulla da fare se non attendere per qualche settimana l’arrivo della nave con la quale intraprenderà il lunghissimo viaggio di ritorno.
Mentre sta sorbendosi una birra sulla terrazza di un misero locale, vede arrivare lungo la strada polverosa una strana coppia di uomini bianchi male in arnese: un signore piuttosto anziano, con il viso segnato dal tempo e i denti anneriti, ed un bel ragazzo dall’accento australiano. Saunders è incuriosito dalla loro presenza, perché nessuna nave è attraccata sull’isola. Attaccato discorso, viene a sapere che l’anziano si chiama Nichols, ed è lo skipper del Fenton, un bialbero appena giunto in rada; il ragazzo invece si presenta come Fred Blake. I due sono molto evasivi sul motivo del loro viaggio nelle isole, e soprattutto il giovane Fred sembra nervoso e ansioso di troncare la conversazione.
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Ragazzi alla deriva verso un mondo alla deriva

Recensione de I ribelli, di Sándor Márai

Adelphi, Biblioteca, 2001

Quasi una dozzina d’anni hanno separato la lettura di questo romanzo di Sándor Márai dal precedente, Truciolo, che tra l’altro rappresenta credo un volume piuttosto eccentrico nel quadro della cospicua produzione dell’autore ungherese. Ancora più indietro nel tempo è da ricercarsi la mia scoperta di Márai, che come per quasi tutti è avvenuta per il tramite della lettura de Le braci e L’eredità di Eszter, delle quali opere peraltro non conservo di fatto alcun ricordo. Fu proprio la consapevolezza che i miei meccanismi mnemonici a volte iniziavano a tradirmi anche rispetto alla lettura di opere importanti che mi spinse a cercare un luogo dove fissare a caldo le impressioni ricevute da un libro.
Se da un lato quindi leggere di nuovo a Márai ha costituito per me una sorta di ritorno a casa, a quel primo novecento che considero una sorta di luogo mitico della letteratura, dall’altro ha rappresentato di fatto l’ennesima scoperta di questo autore, ed ogni volta non posso che confermare la sua importanza letteraria, non solo relativa.
Sándor Márai, figlio della piccola nobiltà magiara, nacque – emblematicamente nel 1900 – a Kassa, nel Regno d’Ungheria, oggi Košice in Slovacchia, e nella sua lunga vita attraversò drammaticamente le vicende del secolo breve. Giornalista in Germania subito dopo la fine della prima guerra mondiale, quindi a Parigi, tornò in Ungheria nel 1928, e sino al 1945 scrisse e pubblicò (in ungherese, non in tedesco, scelta significativa) la parte più corposa della sua vasta produzione letteraria, ritirandosi peraltro in quello che definì un esilio interno di fronte al progressivo avvicinamento del regime di Horthy e della borghesia nazionale, classe alla quale sentiva di appartenere, al fascismo prima e al nazismo poi. L’occupazione nazista lo vide costretto a rifugiarsi in campagna, anche perché aveva sposato una donna di origine ebraica. I rapporti del borghese e liberale Márai con il nuovo potere popolare divengono presto complicati, e nel 1948 arriva la scomunica della sua opera nientedimeno che da parte di György Lukács: Márai lascia l’Ungheria. Soggiornerà prima a Napoli quindi negli USA, di cui diverrà cittadino, collaborando tra l’altro a Radio Free Europe, il canale radio finanziato dalla CIA per diffondere propaganda anticomunista (attivo ancora oggi). Visse di nuovo in Italia, a Salerno, tra il 1968 e il 1980. Tornato negli USA, persi sia la moglie sia il figlio adottivo, si suicida nel 1989. La sua opera, di cui si erano perse le tracce e che in Ungheria non era stata più pubblicate nel dopoguerra, cominciò ad essere riscoperta in Francia all’inizio degli anni ‘90: ovviamente nel nostro Paese la pubblicazione di Márai si deve ad Adelphi, nel cui catalogo oggi si trovano quasi una ventina di titoli, la quasi totalità nella prestigiosa Biblioteca Adelphi.
I ribelli, del 1930, è di fatto il primo romanzo vero pubblicato da Márai, che aveva esordito a 18 anni con una raccolta di poesie e nel 1924 aveva dato alle stampe il romanzo breve Il macellaio.
Il romanzo narra le vicende di quattro ragazzi, compagni di classe, che nell’anno in cui devono affrontare l’esame di maturità si sono legati di forte amicizia, formando quella che chiamano la banda. Siamo nella tarda primavera del 1918, in una città di provincia dell’Ungheria, che l’autore – per sottolinearne l’origine immaginaria – colloca in un paesaggio montano ma che ”… possiede anche un angolo di mare, quel tanto che basta a far bella figura e a formare un golfo”. Il tempo durante il quale seguiamo i quattro ragazzi è brevissimo, poco più di ventiquattrore, ma nel corso della narrazione numerosi flashback e digressioni permettono al lettore di ricostruire le vicende pregresse dei quattro ragazzi ed il contesto in cui queste avvengono. La narrazione è in terza persona, anche se l’autore sembra in qualche modo identificarsi maggiormente in uno dei ragazzi, Ábel: iniziamo quindi a conoscerlo, per poi passare agli altri tre.
Ábel (l’unico dei quattro di cui non conosciamo il cognome) è figlio di un medico che ora è al fronte e da mesi non dà più notizie; figlio unico, la madre è morta quando lui era ancora piccolo, tanto che di lei ha un ricordo confuso. È stato allevato da una zia zitella, cui a suo modo è affezionato, che si è trasferita da loro alla morte della madre. Con il padre ha sempre avuto un rapporto gerarchico e distante, a causa delle sue (del padre) inadeguatezze affettive. Legge molto.
Anche Tibor Prockauer appartiene alla buona borghesia cittadina: suo padre è colonnello, ed al pari del padre di Ábel è da tempo in guerra. Sua madre, da tempo malata e costretta a letto, controlla nondimeno con mano ferrea l’economia familiare. Tibor è di una bellezza volitiva; a tratti efebici associa il vigore dello sportivo. Ha un fratello maggiore, Lajos, che è da poco tornato dal fronte dell’Isonzo con un braccio amputato, e frequenta assiduamente la banda. È stato bocciato all’esame ma non ha ancora comunicato la notizia alla madre.
Béla Ruzsák è figlio di un negoziante del centro, appartenendo quindi alla piccola borghesia agiata della città. Del padre, che lo batte sovente, ha un timore reverenziale, il che non gli impedirà, come si vedrà, di ribellarsi in qualche modo alla sua autorità. Ama vestirsi in modo eccentrico: è tutto sommato la figura messa a fuoco con meno precisione dall’autore.
Ultimo membro della banda è il piccolo Ernö Zakarka, figlio di un povero calzolaio sulla via della pazzia a causa di manie religiose, che sogna il riscatto sociale del figlio. Vive in un buio seminterrato che funge anche da laboratorio del padre, il quale una volta, in un accesso di follia, ha ucciso senza ragione una cornacchia che viveva con loro e cui il figlio era molto affezionato.
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Manganelli come rappresentante di una specie estinta: l’intellettuale

Recensione di Tragedie da leggere, di Giorgio Manganelli

Bompiani, Tascabili teatro, 2008

Credo sia sotto gli occhi di tutti (almeno di chi abbia conservato un minimo di capacità di analisi sociale) che una delle strategie di costruzione del dogma neoliberale, che ormai non fa mistero di mirare ad un autoritarismo pervasivo in grado di controllare qualsiasi forma di dissenso e potenziale conflitto, sia stato lo svuotamento di ogni possibilità di approccio critico alla realtà. Questa strategia ha nel nostro Paese interessato vari campi del vivere civile; in particolare per quanto riguarda la vita culturale si è incentrata lungo alcuni precisi assi d’azione. Da un lato la progressiva rielitizzazione dello spazio culturale, attraverso il rapido riassorbimento del pur contraddittorio processo di democratizzazione della cultura che aveva per alcuni decenni caratterizzato il Paese: oggi la cultura si fa e si dà negli spazi ad essa dedicati, riservati a chi può permettersi di frequentarli; ovviamente ciò è strettamente correlato anche alla sua mercificazione, alla cultura vista come settore economico, tendenzialmente in mano privata, in grado di generare profitti.
Verso il basso, invece, ogni sforzo è stato fatto per sostituire un’offerta culturale universale con l’intrattenimento. Esemplare a questo proposito ritengo sia la parabola del servizio pubblico radiotelevisivo.
La RAI democristiana degli anni ‘50 e ‘60 non brillava forse per capacità di cogliere i fermenti che attraversavano il Paese, anzi, si adoperava spesso per esorcizzarli, ma si può dire che non fosse un corpo monolitico, e che tra le pieghe di un rigido controllo vi fosse anche la possibilità di intercettare proposte di qualità: svolse in ogni caso un importante ruolo pedagogico di unificazione culturale dell’Italia del dopoguerra e del boom (dove unificazione faceva pericolosamente rima, almeno nelle intenzioni, con omologazione). Il panorama cambiò drasticamente con la riforma del 1975, che porta la RAI sotto il controllo del parlamento. Per pochi anni la RAI diviene davvero lo specchio ed in alcuni casi anche uno dei motori della convulsa crescita della società civile italiana, delle sue tensioni e torsioni, delle sue contraddizioni e della sua dialettica. Sappiamo com’è finita e cosa siano la televisione e la radio oggi.
Tra i residui spazi di vivacità culturale in un deserto fatto di banalità, volgarità, pubblicità, vieto conformismo mascherato da innovazione e pensiero unico spacciato per informazione vi è indubbiamente RADIO3, lo storico canale culturale RAI, che pur con qualche cedimento (anche lì risuonano insulsi spot pubblicitari) ha mantenuto un suo profilo piuttosto elevato. Ciò non è in contraddizione con la tendenza generale di questi decenni: rientra appieno nel processo di ghettizzazione dello spazio culturale a favore delle élites. RADIO3 esiste perché così è lecito svuotare di qualsiasi velleità culturale e critica gli altri canali, quelli seguiti dalla maggioranza degli ascoltatori. Non si tratterebbe tanto, si badi bene, di trasmettere concerti di musica classica su RADIO2 o RADIO1, quanto di offrire dei palinsesti nei quali anche l’intrattenimento sia strumento di crescita, e non – come ora avviene – di rincoglionimento collettivo. Ma ciò forse avverrà solo quando – auspicabilmente a breve – il castello di carte neoliberale crollerà sotto il peso delle proprie responsabilità storiche.
Dunque RADIO3 esiste ancora e personalmente mi diletto nel suo ascolto, anche se spesso non rifugge dall’essere ingranaggio dell’industria culturale, come si nota smaccatamente nelle trasmissioni che parlano di libri, o megafono di posizioni acriticamente scientiste succubi anch’esse dello strapotere dell’industria. Sul livello della cosiddetta informazione, poi, meglio stendere un velo pietoso. Si tratta comunque di un canale ancora in grado di coinvolgere e proporre ad un pubblico potenzialmente vasto alcune tra le residue (e stremate) energie intellettuali di questo disgraziato Paese. Il confronto con il passato del canale radiofonico mi pare comunque – al netto della inevitabile nostalgia per gli anni di gioventù – inclemente, per il relativo scadimento del palinsesto ma soprattutto per l’oggettiva scarsità del materiale intellettuale oggi a disposizione rispetto ad alcuni decenni fa. Come esempio mi servirò di una trasmissione a mio avviso tra le più straordinarie realizzate dalla RAI, andata in onda nei primi anni ‘70: Le interviste impossibili. Uno scrittore importante intervistava un personaggio del passato ritenuto particolarmente interessante, cui dava voce un attore della scena del momento. Tra gli scrittori che fecero il programma figurano Umberto Eco, Alberto Arbasino, Italo Calvino, Oreste Del Buono, Luigi Malerba, Edoardo Sanguineti e Giorgio Manganelli, che ne firma una dozzina; tra gli attori la parte del leone la fece Carmelo Bene, accanto a nomi del calibro di Laura Betti, Paolo Bonacelli, Mario Scaccia, Paolo Poli e molti altri. Per chi fosse interessato, l’insieme delle interviste è riascoltabile sul sito RaiPlaySound: per capirne l’assoluto livello propongo comunque di ascoltare almeno l’intervista di Manganelli a Tutankhamon, con un inarrivabile Carmelo Bene (qui).
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La maturazione politica di Yakov Bok, il riparatore

Recensione de L’uomo di Kiev, di Bernard Malamud

Einaudi, Tascabili, 1997

Dopo Morris Bober, il piccolo commerciante ebreo protagonista de Il commesso, incontrato oltre quattro anni fa, un altro antieroe di Bernard Malamud si è aggiunto alla mia personale galleria di personaggi di romanzo: il tuttofare Yakov Bok, le cui drammatiche vicende sono narrate ne L’uomo di Kiev, romanzo che l’autore statunitense pubblicò nel 1966 e per il quale vinse l’anno successivo il premio Pulitzer per la narrativa.
Come già accaduto, sono innanzitutto costretto a criticare la traduzione italiana del titolo. Non solo L’uomo di Kiev è a mio avviso un titolo brutto nella sua anodina ordinarietà, ma tradisce in qualche modo lo spirito della scrittura di Malamud, che indubbiamente si rifà ad una sorta di neonaturalismo tardonovecentesco. Questo tratto distintivo della narrativa dello scrittore statunitense si esprime anche nei titoli che attribuisce ai suoi romanzi: The Natural, The Assistant, The Tenants, The People sono tutti titoli minimali, che segnalano immediatamente il realismo delle storie narrate e l’atteggiamento distaccato che l’autore mantiene nei loro confronti e dei personaggi che vi compaiono. Pienamente coerente con questo marchio di fabbrica dell’autore è anche il titolo originale di questo romanzo, The Fixer. Oggettivamente questo sostantivo non è agevolmente ed univocamente traducibile nella nostra lingua: Fixer è infatti colui che ripara, che risolve un problema, oltre che il faccendiere. Il titolo originale si riferisce quindi direttamente alla professione di tuttofare di Yakov Bok, che con la sua borsa di attrezzi ”aggiusta la roba rotta… tutto fuorché il cuore” nello shtetl in cui vive, come dice lui stesso; ma lo stesso titolo si riferisce indirettamente anche alla sua vicenda e al comportamento da lui tenutovi, che contribuirà ad aggiustare una frattura della società russa di inizio novecento. Tutto questo si perde nella farlocca traduzione del titolo originale, che a mio avviso avrebbe potuto essere tranquillamente reso ne Il riparatore o in un termine analogo sul quale gli editor di Einaudi avrebbero potuto strizzarsi meglio le meningi. In compenso devo dire che la copertina di questa edizione, risalente al 1997, è davvero splendida e degna della migliore tradizione minimalista della casa editrice, che peraltro non ritiene più di proporre romanzi di Malamud nel suo catalogo.
L’uomo di Kiev e l’ultimo romanzo di Malamud, God’ Grace sono in qualche modo atipici nella sua produzione letteraria, essendo i soli non ambientati nella contemporaneità dell’autore: mentre però quest’ultimo è un romanzo distopico inerente la distruzione dell’umanità da parte di Dio, L’uomo di Kiev è ambientato in Ucraina, allora parte dell’impero russo, negli anni compresi tra il 1911 e il 1913.
Nella Russia zarista ormai morente, che ha già subito il tremendo colpo della sconfitta nella guerra con il Giappone e la prima rivoluzione del 1905-1907, l’antisemitismo è una potente valvola di sfogo per il potere costituito, soprattutto nelle provincie occidentali ucraine, bielorusse, polacche, bessarabiche e baltiche, dove la presenza degli ebrei è massiccia, essendo le uniche nelle quali è loro consentito risiedere in permanenza (la cosiddetta Zona di residenza). Come accadrà solo qualche decennio dopo nella Germania nazista, agli ebrei vengono addossate le cause di una profonda crisi sociale ed economica, che porterà comunque in pochi anni alla fine dell’impero e alla gloriosa rivoluzione d’ottobre.
L’antisemitismo in Russia (come in molte altre parti d’Europa) aveva comunque radici profonde: in particolare in Ucraina i pogrom si susseguirono dall’inizio del XIX secolo sino alla guerra civile del 1918-1921, quando le armate bianche e i nazionalisti ucraini massacrarono tra i 50.000 e i 200.000 ebrei (fonte: Wikipedia), per poi riprendere industrialmente durante l’occupazione nazista del 1941-1944, con l’attiva partecipazione dei collaborazionisti dell’OUN, guidati da Stepan Bandera: è stato calcolato che in quel periodo siano stati sterminati circa 1.6 milioni di ebrei ucraini (fonte: Wikipedia).
Malamud, figlio di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo, era sicuramente molto interessato alle tragiche vicende della comunità ebraica delle sue terre ancestrali, e per raccontarle riprende e rielabora una piccola storia di ordinario antisemitismo ucraino di inizio secolo, che tuttavia aveva avuto una grande risonanza nell’opinione pubblica europea dell’epoca e il cui protagonista aveva narrato nel 1925 in un volume autobiografico.
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