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La maturazione politica di Yakov Bok, il riparatore

Recensione de L’uomo di Kiev, di Bernard Malamud

Einaudi, Tascabili, 1997

Dopo Morris Bober, il piccolo commerciante ebreo protagonista de Il commesso, incontrato oltre quattro anni fa, un altro antieroe di Bernard Malamud si è aggiunto alla mia personale galleria di personaggi di romanzo: il tuttofare Yakov Bok, le cui drammatiche vicende sono narrate ne L’uomo di Kiev, romanzo che l’autore statunitense pubblicò nel 1966 e per il quale vinse l’anno successivo il premio Pulitzer per la narrativa.
Come già accaduto, sono innanzitutto costretto a criticare la traduzione italiana del titolo. Non solo L’uomo di Kiev è a mio avviso un titolo brutto nella sua anodina ordinarietà, ma tradisce in qualche modo lo spirito della scrittura di Malamud, che indubbiamente si rifà ad una sorta di neonaturalismo tardonovecentesco. Questo tratto distintivo della narrativa dello scrittore statunitense si esprime anche nei titoli che attribuisce ai suoi romanzi: The Natural, The Assistant, The Tenants, The People sono tutti titoli minimali, che segnalano immediatamente il realismo delle storie narrate e l’atteggiamento distaccato che l’autore mantiene nei loro confronti e dei personaggi che vi compaiono. Pienamente coerente con questo marchio di fabbrica dell’autore è anche il titolo originale di questo romanzo, The Fixer. Oggettivamente questo sostantivo non è agevolmente ed univocamente traducibile nella nostra lingua: Fixer è infatti colui che ripara, che risolve un problema, oltre che il faccendiere. Il titolo originale si riferisce quindi direttamente alla professione di tuttofare di Yakov Bok, che con la sua borsa di attrezzi ”aggiusta la roba rotta… tutto fuorché il cuore” nello shtetl in cui vive, come dice lui stesso; ma lo stesso titolo si riferisce indirettamente anche alla sua vicenda e al comportamento da lui tenutovi, che contribuirà ad aggiustare una frattura della società russa di inizio novecento. Tutto questo si perde nella farlocca traduzione del titolo originale, che a mio avviso avrebbe potuto essere tranquillamente reso ne Il riparatore o in un termine analogo sul quale gli editor di Einaudi avrebbero potuto strizzarsi meglio le meningi. In compenso devo dire che la copertina di questa edizione, risalente al 1997, è davvero splendida e degna della migliore tradizione minimalista della casa editrice, che peraltro non ritiene più di proporre romanzi di Malamud nel suo catalogo.
L’uomo di Kiev e l’ultimo romanzo di Malamud, God’ Grace sono in qualche modo atipici nella sua produzione letteraria, essendo i soli non ambientati nella contemporaneità dell’autore: mentre però quest’ultimo è un romanzo distopico inerente la distruzione dell’umanità da parte di Dio, L’uomo di Kiev è ambientato in Ucraina, allora parte dell’impero russo, negli anni compresi tra il 1911 e il 1913.
Nella Russia zarista ormai morente, che ha già subito il tremendo colpo della sconfitta nella guerra con il Giappone e la prima rivoluzione del 1905-1907, l’antisemitismo è una potente valvola di sfogo per il potere costituito, soprattutto nelle provincie occidentali ucraine, bielorusse, polacche, bessarabiche e baltiche, dove la presenza degli ebrei è massiccia, essendo le uniche nelle quali è loro consentito risiedere in permanenza (la cosiddetta Zona di residenza). Come accadrà solo qualche decennio dopo nella Germania nazista, agli ebrei vengono addossate le cause di una profonda crisi sociale ed economica, che porterà comunque in pochi anni alla fine dell’impero e alla gloriosa rivoluzione d’ottobre.
L’antisemitismo in Russia (come in molte altre parti d’Europa) aveva comunque radici profonde: in particolare in Ucraina i pogrom si susseguirono dall’inizio del XIX secolo sino alla guerra civile del 1918-1921, quando le armate bianche e i nazionalisti ucraini massacrarono tra i 50.000 e i 200.000 ebrei (fonte: Wikipedia), per poi riprendere industrialmente durante l’occupazione nazista del 1941-1944, con l’attiva partecipazione dei collaborazionisti dell’OUN, guidati da Stepan Bandera: è stato calcolato che in quel periodo siano stati sterminati circa 1.6 milioni di ebrei ucraini (fonte: Wikipedia).
Malamud, figlio di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo, era sicuramente molto interessato alle tragiche vicende della comunità ebraica delle sue terre ancestrali, e per raccontarle riprende e rielabora una piccola storia di ordinario antisemitismo ucraino di inizio secolo, che tuttavia aveva avuto una grande risonanza nell’opinione pubblica europea dell’epoca e il cui protagonista aveva narrato nel 1925 in un volume autobiografico.
Nel marzo del 1911 venne ritrovato, in una grotta nei pressi di una fabbrica di mattoni di Kiev, il corpo martoriato con pugnalate di un ragazzo di tredici anni, Andrij Yushchinsʹkij, scomparso qualche giorno prima al ritorno dalla scuola. Poco dopo viene arrestato il soprintendente della fabbrica, Menahem Mendel Beilis, ebreo trentasettenne sposato e padre di cinque figli: l’accusa è di omicidio rituale al fine di utilizzare il sangue della vittima durante cerimonie magico-religiose (accusa del sangue, uno degli archetipi antisemiti). Viene orchestrata, da parte di organizzazioni antisemitiche ucraine, una violenta campagna contro gli ebrei, ed anche lo zar Nicola II strumentalizza il caso a fini politici: l’antisemitismo è infatti visto dai sostenitori dell’assolutismo zarista come un pilastro del potere imperiale, a fronte dei timidi tentativi di riforma sociale ed economica caldeggiati dalle forze progressiste della Duma, il parlamento concesso dallo Zar con il Manifesto di ottobre del 1905.
La giustizia che si occupa del caso mobilita esperti in ebraismo, laici e religiosi, per dimostrare che le ferite trovate sul corpo del ragazzo sono state inferte secondo un rituale preciso, al fine di raccoglierne il sangue usato per preparare i matzi. Vengono reperiti compiacenti testimoni d’accusa e i fatti vengono manipolati al fine di fabbricare prove della colpevolezza di Beilis. L’investigatore della polizia di Kiev Nikolai Krasovskij sostiene l’innocenza di Beilis e l’inconsistenza delle prove raccolte, individuando i veri autori del delitto, maturato per sordide ragioni di carattere familiare; viene licenziato e quindi accusato di malversazione. Vi è anche una parte dell’opinione pubblica, guidata da intellettuali come Maxim Gorkij e Alexander Kuprin, che si mobilita a favore di Beilis, il quale tra l’altro è indifferente rispetto alla religione ebraica. Beilis resta in carcere in attesa di processo per oltre due anni, sottoposto a continue pressioni e condizioni durissime perché confessi: gli viene anche promessa la libertà a fronte della sottoscrizione di un atto di accusa nei confronti di altri ebrei. Quando finalmente nell’autunno del 1913 si celebra il processo, il castello di accuse cade miserevolmente e Beilis, assistito da alcuni fra i più capaci avvocati russi, viene assolto da una giuria composta in buona parte da antisemiti. In seguito emigrerà negli Stati Uniti e pubblicherà come detto le sue memorie, sotto il titolo The Story of My Sufferings; morirà a New York nel 1934.
Il romanzo di Malamud è molto aderente alla vicenda realmente accaduta, ed in alcuni passaggi anche al libro di Beilis, tanto che l’autore statunitense è stato talvolta accusato di plagio. Tuttavia egli vi introduce numerose varianti – oltre a cambiare i nomi dei protagonisti – alcune delle quali hanno un preciso significato nella poetica di Malamud e nell’economia teorica del romanzo, mentre altre sono probabilmente funzionali a rendere più letterarie le vicende narrate.
I cambiamenti più importanti riguardano la figura stessa del protagonista. Yakov Bok è infatti sostanzialmente diverso da Menahem Mendel Beilis sotto molti aspetti. È infatti nato e vissuto, sino a pochi mesi dall’inizio della sua vicenda giudiziaria, in un piccolo shtetl ad una cinquantina di chilometri da Kiev, ed è come detto un riparatore, un tuttofare. Nei primi capitoli del romanzo si apprende che è rimasto orfano in tenera età, crescendo negli orfanotrofi, e che ha quindi sposato, un po’ di malavoglia, Raisl, la figlia di un venditore ambulante del posto. Dopo alcuni anni di matrimonio senza avergli dato figli, il che aveva fatto cessare l’interesse sessuale del marito, Raisl da pochi mesi se ne è andata con un altro, chissà dove. È essenzialmente per questo che Yakov lascerà lo shtetl per vedere il mondo e tentare la fortuna a Kiev, la grande città.
Yakov è sicuramente un personaggio più marginale e sfigato rispetto al più borghese reale protagonista della vicenda, e questo fatto costituì tra l’altro l’oggetto di una querelle tra Malamud e il figlio di Beilis, dopo l’uscita del romanzo. All’inizio del romanzo è un perfetto personaggio di Malamud, un vinto dalla vita che però va in cerca del suo riscatto, anche perché dotato di una sua personale filosofia. Ha infatti letto, un po’ per caso, alcune pagine scelte di Spinoza, che lo hanno affascinato e tramite le quali è giunto ad una concezione del mondo di fatto materialista, che rifiuta il concetto di provvidenza e declina l’immanenza divina in indifferenza. Nelle prime pagine del libro, discutendo con il suocero, che lo invita a confidare in Dio, afferma: ”Viviamo in un mondo dove gli orologi corrono, mentre Dio se ne sta sulla sua montagna, fuori dal tempo, a fissare lo spazio. Dio non ci vede e se ne infischia, di noi. Io lo voglio oggi, il mio pezzo di pane, non in paradiso”. Più volte il pensiero di Spinoza, interpretato praticamente da Bok, ritorna nel romanzo: le tematiche legate al rapporto tra Necessità e Libertà, compresa la libertà politica, sono al centro del primo colloquio tra Bok e l’investigatore Bibikov (nome dato dallo scrittore a Krasovskij), mentre l’immanenza e l’indifferenza di Dio sono sviluppate nel lungo colloquio che in prigione il protagonista ha ancora una volta con il devoto suocero. Yakov Bok non è socialista, non è interessato alla politica, ma cerca in Spinoza la via per la sua libertà, che all’inizio del libro coincide semplicemente con il cercare fortuna in città per sfuggire alla miseria, materiale e morale, dello sthetl. Sarà l’incontro tragico con il Potere assoluto, in grado di schiacciarlo senza una ragione se non quella della propria perpetuazione, a rendergli chiara la valenza politica del pensiero del filosofo fiammingo, come già gli aveva suggerito Bibikov. Un episodio centrale e molto spinoziano del romanzo è infatti la fondamentale scelta fatta da Yakov Bok (che fu anche di Beilis) di non sottoscrivere un atto di accusa verso gli ebrei in cambio della libertà: Yakov capisce chiaramente che quella che gli viene offerta non è una vera libertà, e che questa consiste invece nella necessità di continuare a lottare e soffrire in galera finché non gli venga concesso un processo, nel corso del quale far emergere la sua innocenza.
Malamud veste quindi la figura di Yakov di una complessità di pensiero che lo proietta al di là della vicenda di cui è protagonista, contribuendo a fare di quest’ultima non solo una sorta di epitome della persecuzione degli ebrei nei secoli, ma anche il racconto dell’evoluzione, oserei dire della presa di coscienza di Yakov della necessità tutta politica della lotta contro il potere che lo vuole schiacciare, e attraverso di lui schiacciare un’intera comunità. Un elemento fortemente scenografico del romanzo è infatti il bel finale, nel quale significativamente la vicenda giudiziaria di Yakov non giunge alla conclusione (il libro si chiude mentre su un carro blindato accompagnato da cosacchi a cavallo viene portato in tribunale) ma arriva a compimento proprio la sua presa di coscienza. In quest’ultimo capitolo, che assume non pochi connotati di carattere onirico, Yakov ha tra l’altro un immaginario colloquio con lo Zar, che cerca retoricamente di accreditarsi come padre di famiglia, che ha commesso errori ma ama il suo popolo. Yakov gli risponde duramente, sentendolo ormai come un nemico di classe, garante della somma ingiustizia che regna in Russia, e (immaginariamente) lo uccide, commentando, in un momento in cui la prosa piana di Malamud assume improvvisamente un tono quasi enfatico: ”Una cosa ho imparato […] non esiste, un uomo non politico, specialmente un ebreo. Non puoi esser l’uno senza esser l’altro, è chiaro. Non puoi assistere con le mani in mano alla tua distruzione. […] Dove non c’è lotta per la libertà, non c’è libertà. Cosa dice Spinoza? Se lo stato agisce in maniera incompatibile con la natura umana, il male minore è distruggerlo. Morte agli antisemiti! Viva la rivoluzione! Viva la libertà!” Il libro si conclude qui: chi non conosce la vicenda di Menahem Mendel Beilis non saprà come sia andato il processo, ma questo non è importante, perché la maturazione politica di Yakov Bok, ormai simbolo dell’oppressione degli ebrei (e non solo di questi) è compiuta, e The Fixer sa che ha contribuito a riparare la società in cui vive; questa maturazione non potrà tra l’altro che portare necessariamente alla sua assoluzione.
In definitiva questo notevole romanzo mi ha portato a mutare il mio giudizio sulla poetica di Malamud, che avevo associato all’ideale dell’ostrica di verghiana memoria; Yakov Bok non si attacca al suo scoglio, come aveva fatto Morris Bober, anzi: nel finale sembra guidare la Russia verso la rivoluzione. Forse i 9 anni che intercorrono tra The Assistant e The Fixer, anni decisivi del secondo dopoguerra, gli avevano fatto cambiare prospettiva.
Resta da chiedersi: perché Malamud ha ambientato una storia di persecuzione degli ebrei nella Russia zarista piuttosto che al tempo della Shoah? Tante possono essere le cause: necessità di originalità, rifarsi ad una storia vera, allontanare la vicenda dalla quasi attualità che nel 1966 si sentiva indubbiamente ancora e quindi fornirle una prospettiva ad un tempo più storica ed archetipica; ma forse – mi piace pensare – in quel Viva la rivoluzione! finale c’è anche l’ammirazione per come pochi anni dopo il popolo russo avrebbe saputo sbarazzarsi del potere autocratico dello zar.
Chiudo con una curiosità. Spesso, negli USA, il caso di Menahem Mendel Beilis viene associato a quello di Leo Frank, un agiato ebreo che nel 1913 fu accusato dello stupro e dell’assassinio della tredicenne Mary Phagan, operaia nella fabbrica di cui Frank era direttore. Anche questo caso divenne mediatico, con una buona parte della stampa locale su posizioni antisemite. Frank fu condannato a morte in un processo che molti definirono una farsa, e quando due anni dopo la sentenza fu tramutata in ergastolo, venne rapito dal carcere e linciato da un gruppo di cittadini, tra cui politici locali. Ma questa storia è avvenuta nella più grande democrazia del mondo, per cui non può recare scandalo.

P.S. Mi accorgo che in queste pagine ho parlato male della storia dell’Ucraina e di uno dei suoi eroi di oggi, Stepan Bandera. Spero che aver parlato altrettanto male della Russia zarista mi eviti l’accusa di putinismo, anche se la mia ammirazione per la rivoluzione d’ottobre porta a qualche sospetto di russofilia. Di una cosa però sono certo: non avrò l’onore di finire sulle liste di proscrizione stilate dai Servizi che il Corriere della Sera si incarica di pubblicare, in quanto i miei scritti non interessano a nessuno. E di questo mi dispiaccio un po’.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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