Pubblicato in: Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Novecento, Recensioni, Teatro

Manganelli come rappresentante di una specie estinta: l’intellettuale

Recensione di Tragedie da leggere, di Giorgio Manganelli

Bompiani, Tascabili teatro, 2008

Credo sia sotto gli occhi di tutti (almeno di chi abbia conservato un minimo di capacità di analisi sociale) che una delle strategie di costruzione del dogma neoliberale, che ormai non fa mistero di mirare ad un autoritarismo pervasivo in grado di controllare qualsiasi forma di dissenso e potenziale conflitto, sia stato lo svuotamento di ogni possibilità di approccio critico alla realtà. Questa strategia ha nel nostro Paese interessato vari campi del vivere civile; in particolare per quanto riguarda la vita culturale si è incentrata lungo alcuni precisi assi d’azione. Da un lato la progressiva rielitizzazione dello spazio culturale, attraverso il rapido riassorbimento del pur contraddittorio processo di democratizzazione della cultura che aveva per alcuni decenni caratterizzato il Paese: oggi la cultura si fa e si dà negli spazi ad essa dedicati, riservati a chi può permettersi di frequentarli; ovviamente ciò è strettamente correlato anche alla sua mercificazione, alla cultura vista come settore economico, tendenzialmente in mano privata, in grado di generare profitti.
Verso il basso, invece, ogni sforzo è stato fatto per sostituire un’offerta culturale universale con l’intrattenimento. Esemplare a questo proposito ritengo sia la parabola del servizio pubblico radiotelevisivo.
La RAI democristiana degli anni ‘50 e ‘60 non brillava forse per capacità di cogliere i fermenti che attraversavano il Paese, anzi, si adoperava spesso per esorcizzarli, ma si può dire che non fosse un corpo monolitico, e che tra le pieghe di un rigido controllo vi fosse anche la possibilità di intercettare proposte di qualità: svolse in ogni caso un importante ruolo pedagogico di unificazione culturale dell’Italia del dopoguerra e del boom (dove unificazione faceva pericolosamente rima, almeno nelle intenzioni, con omologazione). Il panorama cambiò drasticamente con la riforma del 1975, che porta la RAI sotto il controllo del parlamento. Per pochi anni la RAI diviene davvero lo specchio ed in alcuni casi anche uno dei motori della convulsa crescita della società civile italiana, delle sue tensioni e torsioni, delle sue contraddizioni e della sua dialettica. Sappiamo com’è finita e cosa siano la televisione e la radio oggi.
Tra i residui spazi di vivacità culturale in un deserto fatto di banalità, volgarità, pubblicità, vieto conformismo mascherato da innovazione e pensiero unico spacciato per informazione vi è indubbiamente RADIO3, lo storico canale culturale RAI, che pur con qualche cedimento (anche lì risuonano insulsi spot pubblicitari) ha mantenuto un suo profilo piuttosto elevato. Ciò non è in contraddizione con la tendenza generale di questi decenni: rientra appieno nel processo di ghettizzazione dello spazio culturale a favore delle élites. RADIO3 esiste perché così è lecito svuotare di qualsiasi velleità culturale e critica gli altri canali, quelli seguiti dalla maggioranza degli ascoltatori. Non si tratterebbe tanto, si badi bene, di trasmettere concerti di musica classica su RADIO2 o RADIO1, quanto di offrire dei palinsesti nei quali anche l’intrattenimento sia strumento di crescita, e non – come ora avviene – di rincoglionimento collettivo. Ma ciò forse avverrà solo quando – auspicabilmente a breve – il castello di carte neoliberale crollerà sotto il peso delle proprie responsabilità storiche.
Dunque RADIO3 esiste ancora e personalmente mi diletto nel suo ascolto, anche se spesso non rifugge dall’essere ingranaggio dell’industria culturale, come si nota smaccatamente nelle trasmissioni che parlano di libri, o megafono di posizioni acriticamente scientiste succubi anch’esse dello strapotere dell’industria. Sul livello della cosiddetta informazione, poi, meglio stendere un velo pietoso. Si tratta comunque di un canale ancora in grado di coinvolgere e proporre ad un pubblico potenzialmente vasto alcune tra le residue (e stremate) energie intellettuali di questo disgraziato Paese. Il confronto con il passato del canale radiofonico mi pare comunque – al netto della inevitabile nostalgia per gli anni di gioventù – inclemente, per il relativo scadimento del palinsesto ma soprattutto per l’oggettiva scarsità del materiale intellettuale oggi a disposizione rispetto ad alcuni decenni fa. Come esempio mi servirò di una trasmissione a mio avviso tra le più straordinarie realizzate dalla RAI, andata in onda nei primi anni ‘70: Le interviste impossibili. Uno scrittore importante intervistava un personaggio del passato ritenuto particolarmente interessante, cui dava voce un attore della scena del momento. Tra gli scrittori che fecero il programma figurano Umberto Eco, Alberto Arbasino, Italo Calvino, Oreste Del Buono, Luigi Malerba, Edoardo Sanguineti e Giorgio Manganelli, che ne firma una dozzina; tra gli attori la parte del leone la fece Carmelo Bene, accanto a nomi del calibro di Laura Betti, Paolo Bonacelli, Mario Scaccia, Paolo Poli e molti altri. Per chi fosse interessato, l’insieme delle interviste è riascoltabile sul sito RaiPlaySound: per capirne l’assoluto livello propongo comunque di ascoltare almeno l’intervista di Manganelli a Tutankhamon, con un inarrivabile Carmelo Bene (qui).
Questa lunga introduzione mi è stata suggerita dall’importanza che assume la frequentazione del mezzo radiofonico nella produzione teatrale di Giorgio Manganelli, compendiata in questo volume edito da Bompiani nel 2008, a dispetto della veste editoriale dimessa davvero prezioso, arricchito com’è da un saggio iniziale del curatore Luca Scarlini, che in oltre cinquanta pagine traccia l’intero arco del rapporto tra lo scrittore milanese e il teatro.
Ho detto scrittore, ma in realtà la figura di Manganelli è molto più articolata, configurandosi come quella di un intellettuale a tutto tondo. La sua cospicua produzione è fatta di opere di narrativa, di teatro, traduzioni di opere letterarie classiche e contemporanee, saggi, reportages di viaggio, pezzi giornalistici, produzioni radiofoniche e altro ancora. Fu anche critico, consulente editoriale e docente. Ancora oggi, ad oltre trent’anni dalla morte, una semplice ricerca in libreria restituisce una sessantina di suoi titoli disponibili.
Manganelli nasce letterariamente con il Gruppo 63, il più conosciuto movimento della neoavanguardia italiana dei primi anni ‘60. In polemica con il tardo ed asfittico neorealismo dell’epoca, i cui aedi (fra cui Pratolini e Bassani) furono definiti Liale, il gruppo riuniva studiosi, poeti e narratori interessati a sperimentare nuove forme espressive, caratterizzate da un’assoluta libertà formale e contenutistica. Tra le voci più autorevoli del Gruppo troviamo Sanguineti, Arbasino, Eco, Vassalli, Spatola, oltre allo stesso Manganelli. Non è difficile cogliere nella nascita della neoavanguardia un elemento sovrastrutturale dei profondi cambiamenti che in quel periodo stavano avvenendo nella società italiana, che per la prima volta nella storia abbandonava la sua connotazione sostanzialmente rurale per tuffarsi nel pieno di una contraddittoria e per certi versi tragica modernità. Milioni di persone vengono inurbate, l’emigrazione verso le grandi fabbriche del nord o verso l’estero svuota intere regioni, nascono nuovi stili di vita, nuovi consumi, nuovi soggetti sociali. Il neorealismo degli anni ‘50, che ha accompagnato la ricostruzione di un’identità nazionale dopo il provincialismo fascista e la tragedia della guerra, non possiede più le chiavi per l’interpretazione della realtà. Analogamente a quanto successo con le avanguardie della prima metà del secolo, alla complessità della realtà, alla sua indicibilità ed irrappresentabilità si risponde attraverso il sovvertimento dei codici semantici e narrativi. È in ogni caso interessante notare come la matrice politica di fondo del movimento, che peraltro non si diede mai un manifesto, fosse comunque il marxismo (Manganelli in questo senso rappresentando una notevole eccezione), quindi il tentativo di aggiornare sul lato culturale il lessico di una sinistra a trazione comunista che si interrogava sulle nuove sfide poste dalla rinnovata vitalità del capitalismo dell’affluenza. Lungi dall’essere quindi una decadente e fine a sé stessa riedizione del modernismo d’anteguerra, la neoavanguardia italiana ha forse rappresentato il più ambizioso e tempestivo tentativo di fornire ad una realtà che stava tumultuosamente cambiando gli strumenti espressivi per comprendere sé stessa. In questo senso è a mio avviso altamente significativo ricordare che il Gruppo 63 si sciolse nel 1969, anno nel quale con la strage di Piazza Fontana iniziava il tentativo (riuscito) di rintuzzare le istanze di cambiamento che inevitabilmente le contraddizioni del boom avevano generato.
Grazie a questo volume il lettore entra appieno in quel clima culturale, esplorando una parte forse meno nota della produzione manganelliana ma di grande importanza oggettiva.
Il primo, breve testo proposto, Hyperipotesi, fu messo in scena, insieme a testi di altri autori, proprio durante l’incontro fondativo del Gruppo 63 a Palermo, e già rivela i caratteri essenziali del teatro di Manganelli: riferimenti scenici scarni o assenti, prevalenza del monologo o del dialogo, costruzione fortemente ironica a causa dello iato che si crea tra ciò che viene detto (od eventualmente accade) e come viene detto. In Hyperipotesi il monologo di un conferenziere (?) inizia così: ”Signori e signore, l’importante è proporre delle ipotesi”; al susseguirsi di rumori sempre più incalzanti che provengono da dietro le quinte (il suono di una sveglia, spari, il fischio di un treno, la fanfara dei bersaglieri ed altri) ipotizza scenari interpretativi che si fanno via via più inverosimili. Pungente risulta l’ironia contro il tentativo, tipicamente intellettualistico, di mettere le braghe al mondo, come quasi letteralmente viene detto durante la pièce.
Segue Teo, del 1966, scritto in collaborazione con un grande dimenticato della letteratura italiana del secondo novecento, Augusto Frassineti. Pensato per la radio, l’articolato pezzo è forse anche il più convenzionale tra quelli presenti nel volume. È un testo di fantascienza distopica che oggi ha indubbiamente riacquistato una sua folgorante attualità, ove si narra della presa di potere di un computer progettato per prendere decisioni politiche basandosi sulla acquisizione continua di tutte le informazioni e i fatti disponibili. Naturalmente tra le prime vittime della macchina vi saranno i Presidenti, i potenti che ne avevano ordinato la costruzione pensando di poter espandere il loro potere.
I tre dialoghi seguenti, piuttosto brevi, hanno come protagonisti A e B, anonimi personaggi che sottolineano l’essenzialità del teatro manganelliano. Nel primo caso, Monodialogo, sono solo due voci nel palcoscenico buio. Dio (perché di lui si tratta) dialoga con la parte critica di sé stesso su rischi e opportunità di creare un universo, al fine di uscire dalla inane onnipotenza che ormai lo opprime sino alla noia. È un testo che richiama la grande tradizione dei dialoghi leopardiani e di primo acchito può apparire ostico, basato com’è su proposizioni logiche che portano B a dire il fulminante, quasi sessantottesco: ”Io credo in Dio; ma Dio è ateo”. Con Il funerale del padre torna a prevalere la cifra schiettamente satirica, sia in chiave sociale sia di costume: due astanti seguono lo stesso funerale convinti che si tratti di quello del loro padre; in un gioco di scambi sempre più vorticoso ciascuno cede all’altro il funerale e narra della personalità del genitore, che da santo diviene una carogna sino che… Il testo, molto teatrale nella sua effervescenza, secondo me deve molto ad un grande minore della letteratura italiana, vero maestro dell’uso distorto della parola, Achille Campanile. Perplessità celeste chiude la trilogia di A e B, in questo caso colti in osservazione critica, dal cielo, della cerimonia di proclamazione della santità di A; a mio avviso è il testo più debole del volume.
Per una iniziale produzione radiofonica è stato scritto anche In un luogo imprecisato, presentato al Prix Italia del 1974, diretto ed interpretato da Carmelo Bene. Testo impegnativo, che in qualche modo può ricordare alcuni assunti del teatro dell’assurdo, In un luogo imprecisato è tuttavia nettamente manganelliano sia quanto a struttura scenica (il buio, la staticità) sia perché tratta uno dei temi preferiti dell’autore milanese, il rapporto ambivalente tra vita e morte.
Sempre per la radio fu pensato High Tea, del 1975, la cui produzione però non ebbe seguito a quanto pare per una censura rispetto a presunti elementi blasfemi. Il testo, vera summa della concezione filosofica manganelliana, narra di tre coppie che si incontrano per un tè elegante: le tre coppie però sono Edipo e Giocasta (padroni di casa), Amleto e Ofelia, Gesù e Maddalena. Sorbendo amabilmente il tè, discutono delle loro vicende, della morte, della LORO morte, della fine del mondo, della differenza tra nulla e niente, del senso della vita. Testo ambizioso, spesso complesso e a tratti esilarante, cui giustamente Luca Scarlini attribuisce accento wildiani, gioca in maniera sublime sullo iato che si crea tra la situazione borghese in cui si trovano le tre coppie, sottolineata dal tono leggero della discussione, e le cose, spesso tremende, di cui discutono.
Altro testo importante è Cassio Governa a Cipro, nel quale la tragedia di Otello è raccontata dall’onesto Jago, che alterna monologhi esplicativi a spezzoni tratti da Shakespeare, uno degli autori più amati da Manganelli.
Al di là del valore del testo, che comunque a mio avviso è notevole, traducendosi in un’analisi ferocemente lucida dei personaggi della tragedia scespiriana, ritengo indispensabile evidenziare che il testo fu commissionato a Manganelli dalla Biennale di Venezia nell’ambito di un progetto volto a portare il teatro in fabbrica, e fu messo in scena al Petrolchimico di Marghera nel 1974 nell’ambito delle 150 ore, l’istituto contrattuale che consentiva ai lavoratori di dedicare 150 ore all’anno alla formazione culturale. Mai formalmente abolito, questo istituto è stato svuotato dal di dentro, ed oggi fa impressione ripensare al livello di civiltà culturale, conquistato a prezzo di dure lotte, che abbiamo distrutto in pochi anni. Chi oggi pensasse di organizzare uno spettacolo teatrale direttamente in una fabbrica in attività, con spettatori gli operai, verrebbe manganellato dalla polizia chiamata dal padrone.
Forse troppo intellettualistico è l’ultimo pezzo proposto, Il personaggio, nel quale i protagonisti, 1 e 2, si scambiano i ruoli dello Sganarello del Don Giovanni, di altri personaggi del dramma di Tirso de Molina e del Sosia Plautiano.
L’incursione nel secondo novecento fatta leggendo questo volume mi ha permesso di scoprire un autore importante, esponente di un movimento letterario che ha rappresentato forse l’ultimo lampo abbagliante della letteratura italiana, prima del grigiore che ne è seguito. Per me, ormai sulla soglia della vecchiaia, ha anche rappresentato riassaporare atmosfere culturali ormai perdute, nelle quali gli intellettuali si impegnavano, magari litigando furiosamente, per contribuire a rendere questo Paese un po’ migliore. Vista la desolazione attuale verrebbe da chiedersi: cosa è andato storto? Cinquant’anni di storia italiana sono lì a spiegarcelo.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...