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Un romanzo ambientato in Cina ma senza la Cina

Recensione de Il velo dipinto, di W. Somerset Maugham

Adelphi, Biblioteca, 2006

Dopo il mediocre (a mio avviso, s’intende) Acque morte, questo mio primo contatto con le opere di W. Somerset Maugham si conclude con uno dei suoi romanzi più celebri, Il velo dipinto. Scritto nel 1925, conclude in qualche modo la trilogia di grandi romanzi della sua prima maturità letteraria, dopo Schiavo d’amore (1915) e La luna e sei soldi (1919).
L’ambientazione cinese di questo romanzo deriva probabilmente da un viaggio di Maugham del 1919-20, da cui trasse nel 1922 un volume di schizzi e ritratti di personaggi incontrati, intitolato On a chinese screen.
Un dato che mi ha colpito è che da questo romanzo sono stati tratti ben tre film, tutti di produzione statunitense: il primo, del 1934, ha come protagonista nientedimeno che una Greta Garbo al massimo della forma; il secondo, del 1957, uscì con l’enigmatico titolo The seventh sin, mentre l’ultimo, del 2006, è facilmente reperibile sulle più note piattaforme online. Questo interesse del cinema per Il velo dipinto si estende in realtà a molte delle opere di narrativa di Maugham: i suoi più famosi romanzi hanno infatti dato luogo a numerose trasposizioni cinematografiche nel corso dei decenni, quasi tutte di matrice hollywoodiana, e questo mi ha fatto riflettere sulla poetica dello scrittore inglese. Su questo sarà necessario tornare: per il momento andiamo con ordine.
Il velo dipinto, il cui titolo – in questo caso rispettoso dell’originale – è tratto da un verso di Shelley del 1824: “Lift not the painted veil which those who live / Call Life”, è a suo modo un romanzo di formazione. Protagonista ne è Kitty Garstin, giovane e bella rampolla di una famiglia della media borghesia londinese. Suo padre è un giudice, che nonostante le ambizioni di scalata sociale della tirannica moglie non è riuscito a fare una carriera sufficientemente brillante per lanciare la famiglia nell’alta società britannica. Kitty è vista dalla madre come strumento a disposizione delle sue ambizioni: è bella e spigliata e potrà sicuramente fare un matrimonio importante. Kitty però è leggera, ama la bella vita e flirtare ma rifiuta di impegnarsi con i numerosi spasimanti che via via le si dichiarano. Si ritrova quindi a 25 anni ancora nubile e ad un tratto, quando la sorella più giovane si fidanza, realizza che deve decidersi, anche perché la madre è sempre più insofferente nei suoi riguardi. Accetta quindi la proposta di matrimonio di Walter Fane, un oscuro e taciturno batteriologo in procinto di tornare ad Hong Kong, dove lavora, non perché lo ami (al contrario di lui, disperatamente innamorato) ma perché capisce che Walter rappresenta l’ultima chance.
Nella colonia, Kitty prende presto a noia le attenzioni del marito e diviene l’amante dell’aitante funzionario Charles Townsend, sposato con figli. Quando Walter scopre il tradimento e il suo amore per la moglie crolla improvvisamente, architetta una perfida vendetta, proponedole un’alternativa allo scandalo del divorzio chiesto da lui: potrà essere Kitty a chiederlo qualora Townsend acconsenta a sua volta a divorziare dalla moglie e a sposarla presto; nel caso ciò non accadesse, Kitty dovrà seguirlo in una remota città dell’interno dove è scoppiato il colera e dove ha chiesto di essere trasferito, non nascondendole che gli sarebbe indifferente se lei lì si ammalasse e morisse. Nonostante la sicurezza di Kitty che Townsend sia innamorato di lei, questi si rivela per quello che è: un mediocre dongiovanni che antepone le ragioni della carriera e del decoro all’amore per Kitty, cui non rimane che partire per Mei-tan-fu con Walter. Qui il contatto quotidiano con la morte, una serie di drammatici avvenimenti e l’incontro con persone dedite agli altri sarà causa di un profondo mutamento del suo essere, di una maturazione interiore che la farà diventare un’altra.
Come Acque morte anche questo romanzo è preceduto da una breve prefazione dell’autore, di un qualche interesse per capire la genesi dell’opera, soprattutto a fronte della consueta laconicità dei volumi Adelphi. Maugham infatti rivela che l’idea del romanzo gli è stata suggerita dalla suggestione che per anni ha esercitato su di lui il passo della Divina Commedia nel quale Dante incontra Pia de’ Tolomei (Purg., 130-136), quello del famoso verso ”Siena mi fé, disfecemi Maremma:” e afferma che, contrariamente a quanto avvenuto nelle altre sue opere di narrativa, la costruzione del romanzo ha preso le mosse dalla vicenda – la decisione del marito di mandare a morte la moglie adultera costringendola a vivere in un luogo malsano – piuttosto che dai personaggi. Dice Maugham: ”in questo caso i personaggi sono stati scelti in funzione della storia che avevo man mano messo a punto”. Un altro elemento interessante riportato dall’autore riguarda i problemi da lui avuti a causa dei personaggi coinvolti nella vicenda: nonostante le precauzioni adottate, infatti, il vero titolare della carica amministrativa che nel romanzo ricopre Charles Townsend minacciò di intentare una causa, sentendosi diffamato. A Maugham non rimase quindi che ambientare la storia in una immaginaria Tching-Yen. Peraltro una noticina informa il lettore che ora il nome di Hong Kong è stato ripristinato: quando e da chi? Questo Adelphi non ritiene di farlo sapere.
Dunque personaggi costruiti in funzione della vicenda, figli di un processo creativo inverso rispetto agli altri romanzi dell’autore, nei quali è la storia che viene cucita addosso a personaggi già presentatisi. Eppure, a mio avviso, cambiando i termini dell’operazione creativa il risultato non cambia di molto: in generale, infatti, ho riscontrato nei personaggi di questo romanzo la stessa schematicità che avevo già notato nei protagonisti di Acque morte. Prendiamo le mosse da Kitty, la protagonista, oggetto come detto di una profonda maturazione caratteriale nel corso del romanzo. Il problema, a mio avviso, è che si tratta di una vera e propria conversione ad U, che porta una ragazza totalmente frivola a divenire una donna totalmente consapevole. La Kitty londinese è irrimediabilmente stupida tanto quanto la Kitty che si dedica alle ragazzine orfane a Mei-tan-fu ha completamente annullato sé stessa. Nessuna contraddizione prima, nessuna dopo. Riemerge insomma anche in Kitty il cliché, il grande limite di Maugham quanto a capacità di fornire spessore ai suoi personaggi. Esemplificativo a questo proposito è a mio avviso il fatto che, nel momento in cui deve caratterizzare la seconda Kitty, Maugham sia costretto ad attribuirle alcune virtù casalinghe (ad esempio una particolare bravura nel ricamo) che stridono non poco con l’immagine mondana del personaggio da lui stesso costruita all’inizio del romanzo. Per la verità c’è un momento preciso, verso la fine, nel quale le contraddizioni caratteriali del personaggio sembrano emergere nettamente e Kitty sembra tornare per un momento quella di prima, e di ciò va dato atto a Maugham, ma subito il lettore si rende conto come questo episodio sia stato inserito dall’autore solo per rendere ancora più forte la conversione di Kitty.
Sicuramente però il personaggio più schematico del romanzo, sin dalla sua caratterizzazione fisica è Charles Townsend. Vanesio, cinico arrivista ed opportunista sino in fondo, rappresenta l’epigono di decine di playboy da romanzo d’appendice o da Collezione Harmony. Su di lui, a parte questo, non vi è molto altro da dire. Altro bell’esempio di cliché letterario è rappresentato dalla madre superiora del convento di suore di Mei-tan-fu: rampolla di una nobilissima famiglia francese, ha lasciato per sempre gli agi, con gran dolore dei genitori, per dedicare tutta sé stessa agli altri; la sua origine familiare le conferisce un carisma indiscusso palpabile nella distante vicinanza con la quale tratta le consorelle di origine contadina, le povere orfane che il convento ospita e la stessa Kitty, cui affiderà un originalissimo regalo per la sua cara mamma: alcuni fazzoletti di finissimo batista sontuosamente ricamati.
Un parziale riscatto Maugham lo consegue con la figura di Walter Fane, il marito di Kitty, il personaggio più complesso del romanzo. Il suo amore per Kitty non è cieco ma in qualche modo disperato: egli è conscio sin dall’inizio che lei è frivola e mediocre, che non lo ama ma lo sposa solo per convenienza. Forse però crede di poterla cambiare col tempo e con le sue buone maniere. Il tradimento di lei trasforma il suo sentimento in un odio altrettanto disperato, se non di più, in quanto figlio del passato amore. È un peccato che relativamente poche siano le pagine dedicate a Walter, perché in questo caso Maugham era riuscito a delineare un personaggio a più dimensioni, che meritava sicuramente un maggiore approfondimento. Forse però, visto il pubblico cui l’autore si rivolgeva, il lasciarlo sullo sfondo facendogli giocare un ruolo di oscuro deus ex machina è in qualche modo voluto.
Altro personaggio minore ma ben delineato è Waddington, il funzionario della dogana di Mei-tan-fu che non poca parte avrà nella presa di coscienza di Kitty: spicca infatti per il suo senso dell’ironia e per i tratti quasi macchiettistici con i quali viene caratterizzato, come se Maugham avesse voluto introdurre una tinta più lieve nel desolato quadro della città stretta nella morsa del morbo.
Waddington vive more uxorio con una nobile Manciù, e questo particolare mi dà modo di introdurre l’elemento principe che caratterizza questo romanzo: la sua ambientazione cinese.
A parer mio è rispetto a tale elemento che emergono da un lato tutta la debolezza intrinseca della scrittura di Maugham e dall’altro anche il suo inveterato élitarismo tipicamente anglosassone che a tratti rivela venature che sfiorano il razzismo.
La Cina nella quale è ambientato Il velo dipinto è quella degli anni immediatamente successivi alla rivoluzione che nel 1912 ha cancellato per sempre l’impero millenario, come si desume da un accenno di Waddington; la giovane repubblica è schiacciata tra la tradizionale influenza delle potenze occidentali e le mire espansionistiche giapponesi, e le forti tensioni sociali interne porteranno nel giro di pochi anni alla prima guerra civile tra nazionalisti appoggiati dagli occidentali e comunisti. Nulla di tutto ciò traspare nella storia.
Hong Kong, colonia inglese, è semplicemente una quinta davanti alla quale si dipana il triangolo tra Kitty, Walter e Charles. Maugham non è minimamente interessato ad immergere il lettore nell’atmosfera esotica della città, e tutte le scene si svolgono nei chiusi appartamenti in cui abitano i protagonisti o negli uffici in cui lavorano. Un ruolo più significativo lo gioca l’altra località cinese in cui si svolge la vicenda, la remota e ammorbata dal colera Mei-tan-fu (città davvero esistente, a circa 1000 Km da Hong Kong), di cui vengono descritti alcuni quartieri e monumenti e dei quali a volte si intravedono gli abitanti. Si tratta però anche in questo caso di notazioni volte quasi sempre a sottolineare la distanza tra il modo di essere e di sentire dei protagonisti occidentali e il luogo in cui vivono, oltre che funzionali alla descrizione dell’atmosfera di morte e degrado portata dal colera. Significativo da questo punto di vista è il particolare che il bungalow in cui vivono Kitty e Walter Fane sia situato sull’altra sponda del fiume rispetto alla città, che quindi Kitty, soprattutto nei primi giorni, vede sempre in distanza. Quando poi inizierà a lavorare, lo farà in uno spazio chiuso e separato dalla città, il convento delle suore francesi, nel quale l’unica presenza indigena è data dalle anonime orfane di cui si prende cura. Specularmente è altrettanto significativo il fatto che l’unico personaggio davvero in contatto con la città e con il morbo che la infesta, Walter Fane, non venga mai seguito dall’autore nelle sue giornate di lavoro. Insomma, anche Mei-tan-fu è poco più di una quinta necessaria per lo sviluppo di una vicenda del tutto privata e britannica. In questo senso quanta distanza, sia sotto l’aspetto geografico sia sotto quello simbolico, rispetto all’altra città letteraria di inizio novecento in cui infuria il colera: la decadente Venezia di Thomas Mann.
Ma forse il dato che maggiormente colpisce in un romanzo ambientato in Cina è la pressoché assoluta assenza di personaggi cinesi, se si escludono le fugaci e tutto sommato poco significative apparizioni della principessa Manciù e del capo della guarnigione militare della città. Per il resto cinesi sono i domestici dei protagonisti (connotati con i termini coloniali di boy e amah), sempre intenti a servirli silenziosamente, gli addetti alle portantine con cui gli stessi si spostano, anch’essi silenziosi e perlopiù intenti a detergersi il sudore con sudici stracci, mendicanti morti per strada a causa del morbo oppure le già citate piccole orfane ospitate nel convento, alle quali da neonate Maugham riserva frasi come questa: ”le loro curiose faccette cinesi si torcevano in strane smorfie. Quasi non parevano umane, ma bizzarri animali di una specie sconosciuta, eppure quella vista aveva un che di singolarmente commovente”. Del resto, a sottolineare l’assoluta marginalità del contesto sociale ed umano in cui i personaggi agiscono, Waddington risponde così a Kitty che gli dice di non sapere cosa ci faccia in quel posto: ”Vede, lei ed io siamo i soli qua attorno che camminiamo tranquilli e pacifici coi piedi per terra. Le suore camminano in cielo e suo marito… nelle tenebre”. Chissà dove camminavano gli abitanti della città.
Una Cina quindi come fondale sufficientemente esotico ma sostanzialmente inanimato per una vicenda tutta britannica: del resto, provi il lettore ad ambientare la stessa storia tra Milano e Bergamo ai tempi del CoViD, e vedrà che – al netto dell’atmosfera prosaica e domestica che inevitabilmente sostituirà l’esotismo cinese – funzionerà perfettamente.
Lascio al lettore il giudizio sull’improbabile finale, vera perla nera del romanzo su cui ci sarebbero molte cose da dire anche in senso ideologico, per riservare le note finali all’accennato successo cinematografico del romanzo. È indubbio che la scrittura di Maugham si presti di per sé a divenire una sceneggiatura, così come una storia di tradimento e ravvedimento in salsa cinese fosse perfetta per la Hollywwod degli anni ‘30 e ‘50. Più difficile è capire la necessità di un ulteriore remake pochi anni fa, se non nel quadro di un’irreversibile crisi del cinema statunitense, a corto di idee nuove che non siano effetti speciali, e della necessità tipicamente hollywoodiana di spettacolarizzare il già visto. Fa comunque sorridere scoprire come in queste trasposizioni l’ingegno dell’uomo occidentale (Walter) fosse riuscito, nonostante tutto, ad arginare l’epidemia, particolare che persino il buon Maugham non aveva osato proporre.
Ma si sa, è sempre bene ribadire, come l’attualità ci ricorda, che noi siamo comunque i più buoni, i più bravi e i più altruisti.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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