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Appendice foderata di una buona dose di antisemitismo (di necessità?)

Recensione de I cani e i lupi, di Irène Némirovsky

Adelphi, Biblioteca, 2008

Sono stato oltre tre anni senza leggere alcun libro di Irène Némirovsky. Da allora importanti avvenimenti, quali la pandemia, l’acuirsi delle tensioni internazionali sino alla guerra tra la Russia e la NATO (pardon, l’Ucraina, la NATO non essendo ovviamente coinvolta nel conflitto, limitandosi a fornire armi agli eroici resistenti che le avevano quasi finite in otto anni di bombardamenti del Donbass), lo scudetto del Milan e da ultimo, proprio in queste settimane, l’angoscia sul destino politico di Draghi mi hanno distolto da quello che avrebbe dovuto essere l’interrogativo fondamentale cui dare una risposta: Irène Némirovsky è stata una grande scrittrice, come affermano stuoli di suoi entusiasti ammiratori e la sua importanza editoriale nel nostro Paese, oppure, come mi ero azzardato ad affermare nei commenti ai due suoi ultimi romanzi letti, siamo di fronte ad una autrice minore nel panorama letterario della prima metà del XX secolo?
Non essendo possibile sfuggire per sempre ai propri doveri, dopo questi anni vissuti in colpevole oblio del fatidico dilemma, mi si sono presentati in lettura, a mo’ di nemesi, ben tre romanzi della scrittrice franco-ucraina, dei quali il primo è I cani e i lupi, ultimo romanzo pubblicato lei in vita, nel 1940. Dice un celebre motto che due indizi fanno una prova: non so se sia possibile applicare questo criterio anche alla vasta opera della scrittrice; sta di fatto che ai due indizi sullo scarso spessore letterario di Némirovsky raccolti alcuni anni or sono se ne è aggiunto un terzo, forse decisivo. I cani e i lupi è infatti, a mio avviso, un romanzo triviale, non nel senso di volgare o sguaiato, ma in quello, riferito nel vocabolario Treccani proprio alla letteratura, di caratterizzato da scarso impegno tematico e formale. Come di consueto è necessario accennare alla trama del romanzo per giustificare questa affermazione, passibile senza dubbio di scatenare una lunga diatriba critica.
Protagonista del romanzo è Ada Sinner, appartenente ad una famiglia della piccolissima borghesia ebraica dell’Ucraina zarista. Il lettore incontra Ada a Kiev negli anni precedenti la prima guerra mondiale, quando, bambina e già orfana di madre, segue il padre Israel, piccolo mediatore della compravendita delle più svariate merci, nel suo itinerante lavoro. Oltre al padre, con Ada vivono il nonno materno e la cuoca Nataša, usa ad accogliere quasi ogni sera nella sua stanzetta i numerosi amanti. Ben presto alla famigliola si aggiunge la giovane vedova del fratello di Israel con i due figli Ben, quasi coetaneo di Ada, e Lilla, di poco più grande.
I Sinner vivono nel girone dei comuni mortali della città. In città bassa, nel ghetto vero e proprio, vivono gli ebrei poveri. Sentiamo come Némirovsky descrive, proprio all’inizio del romanzo, questo quartiere e i suoi abitanti: ”… vicino al fiume viveva la marmaglia – ebrei infrequentabili, piccoli artigiani e commercianti in squallide botteghe a pigione, vagabondi, frotte di bambini che si rotolavano nel fango e parlavano solo yiddish, vestiti di stracci, con enormi berretti sui colli esili e sui lunghi boccoli neri”. In alto sulla collina, accanto alle ville dei gentili ricchi vi sono quelle dei pochi ebrei facoltosi, che pagando hanno potuto derogare al divieto di stabilirvisi (sino al 1917 in Russia agli ebrei era consentito vivere solo in alcune province dell’impero e solo in alcune aree delle città). Tra questi due estremi vive appunto la piccola borghesia, sempre timorosa di essere ricacciata nel ghetto dalla miseria e sempre in attesa di far fortuna per potersi trasferire sulla collina, dove tra le altre vive una famiglia di lontani parenti di Israel, ricchissimi banchieri il cui patrimonio è paragonabile a quello dei Rothschild, con i quali i Sinner poveri non hanno ovviamente alcun rapporto.
Durante un drammatico pogrom Ada e Ben si perdono nella città alta, e bussano disperati alla porta dei quasi parenti. Sono sporchi e malandati, venendo ricevuti con sussiegoso disprezzo associato ad una carità pelosa. Ada però rimane profondamente colpita dal lusso che percepisce nonché dai modi e dall’aspetto del timido rampollo della famiglia, Harry, di poco più grande di lei, che sebbene somigli molto a Ben porta in sé le stimmate della raffinatezza e della vita che lei sogna di poter fare.
Dopo alcuni anni le condizioni economiche dei Sinner sono alquanto migliorate, tanto che i ragazzi possono permettersi un’istitutrice francese. Sebbene a Ben la leghi una profonda amicizia, Ada pensa spesso ad Harry, che rivede ad una recita scolastica: mentre lui non bada alla lontana parente, vuoi per timidezza vuoi per la coscienza della distanza sociale che li separa, in Ada si rinnova quello che diviene ben presto un amore adolescenziale a senso unico.
Le presunte doti di attrice e cantante della disinvolta cugina Lilla e l’inclinazione di Ada per la pittura portano Madame Mimi, l’istitutrice francese, a proporre alla zia di Ada di trasferirsi con i due figli e la nipote a Parigi, dove le due ragazze avrebbero potuto certamente andare incontro ad una luminosa carriera artistica. Quando papà Israel acconsente a separarsi dalla figlia l’eterogeneo gruppo sale, nel maggio del 1914, su un treno alla volta della capitale francese.
Sin qui il romanzo promette bene. A parte alcuni limiti secondo me plateali nella prosa di Némirovsky, quali l’uso di un narratore onnisciente del tutto convenzionale che si insinua persino nei più reconditi pensieri di ciascun personaggio, oppure l’impiego fastidioso delle parentesi, anche nel discorso diretto, questi primi capitoli sono intriganti, e lasciano presagire una storia collettiva sulla condizione degli ebrei nei primi decenni del secolo XX attraverso le vicende della famiglia Sinner. Notevole è l’intuizione di far corrispondere alla separatezza delle classi sociali una precisa topografia cittadina, tripartita secondo uno schema cristiano, come pure ben delineati sono alcuni personaggi secondari, come il padre di Ada, che si porta dietro la figlia cinquenne per stare con lei e al quale è anche riservato l’unico tocco di saggezza ed ironia ebraica del romanzo, la storiella delle dodici capre, e Madame Mimi, che a parte il tremendo nome, colpa veniale dell’autrice, esibisce una simpatica identità di donna fiera dei suoi trascorsi peccaminosi.
Purtroppo con la partenza per Parigi il romanzo entra nel territorio dell’appendice pura, addentrandosi in particolare nelle oscure regioni dell’amore impossibile. I sogni di gloria artistica di Lilla e Ada svaniranno presto, mentre guerra e Rivoluzione d’ottobre faranno scomparire Israel e le somme che mandava ai parenti. Ma, udite udite, mentre aiuta la zia sarta a sbarcare il lunario Ada scopre che l’amato Harry Sinner, anch’egli emigrato con la famiglia a Parigi per non cadere nelle grinfie dei terribili bolscevichi, avendo comunque salvato gran parte del patrimonio, vive poco lontano da lei. In Ada si risveglia l’antico amore e la certezza che Harry sia l’unico uomo della sua vita, espressa in una fine di capitolo in cui mancano soltanto i violini di sottofondo, con afflati di grande originalità espressiva: ”Amerò solo te per sempre… Non smetterò mai di amarti. È l’unica certezza che ho!… E cosa desidera Harry?… Qualcosa di talmente grande, in cui è racchiusa ogni felicità, da essere irraggiungibile”.
Le convenzioni sociali mordono però anche a Parigi: Harry finirà per contrarre un dovuto ma infelice matrimonio con la figlia di un banchiere francese, mentre Ada sposerà senza amore, ma con l’affetto derivante dall’antica amicizia, il cugino Ben. Ada e Harry diverranno comunque amanti, ma alla fine Ada sarà costretta a sacrificare la sua precaria felicità per salvare Harry dal fallimento della banca di famiglia, provocato da un Ben trasformatosi in spregiudicato finanziere internazionale. Tutta la seconda parte del libro, sino al finale aperto, ambientata in una Parigi del tutto assente dal testo in quanto la scrittrice si concentra sui personaggi e sul loro sentire, è caratterizzata dall’emergere strutturale dei limiti espressivi dell’autrice, e finisce per richiamare, tanto nella forma quanto nei contenuti, un romanzo ottocentesco scritto piuttosto male. C’è un’unica eccezione, che fa risaltare ancora di più per contrasto la pochezza complessiva di questa parte: è il capitolo XXV, nel quale l’autrice presenta i due anziani gemelli Sinner, titolari della filiale internazionale della banca: qui inaspettatamente – ma forse non troppo, trattandosi di connotare due nuovi personaggi ebrei – Némirovsky recupera il brio e l’ironia delle prime pagine del romanzo, per poi ripiombare comunque nel grigiore narrativo dell’amore impossibile tra Ada e Harry.
Dovessi definirlo avvalendomi di un banale luogo comune direi che I cani e i lupi è un’occasione persa: Némirovsky a mio giudizio avrebbe avuto la possibilità di narrare le vicende di una comunità ebraica nel quadro dei grandi sconvolgimenti dei primi decenni del ‘900 attraverso una storia di sentimenti di fatto resi impossibili dalla distanza sociale che intercorre tra i protagonisti. Se non riesce a farlo, scadendo come detto nella convenzionalità narrativa e spesso nell’inverosimiglianza, esiziale nello scrittore realista che deve forzare le vicende perché dimostrino i suoi assunti, non è solo perché probabilmente non ne sarebbe stata capace, ma soprattutto perché essenzialmente ha scelto di raccontare una storia di sentimenti resi impossibili dalla distanza sociale in quanto si svolge in un contesto ebraico. I sentimenti di cui parla nel romanzo, oggetto primo della sua attenzione, sono infatti condizionati dalla mentalità ebraica dei protagonisti, e se così è si rende necessario chiamare in campo l’antisemitismo dell’autrice. Intendo però rimanere ancora sui suoi limiti letterari.
Ho ritrovato nella struttura de I cani e i lupi lo stesso scollamento che avevo notato in Suite francese, appartenente alla medesima, estrema fase della vicenda artistica ed umana di Némirovsky: dopo un inizio corale (qui i primi capitoli ambientati in Ucraina, là Tempesta di Giugno) entrambi i romanzi si perdono in storie in cui prevale il particulare di sentimenti privati, il cui contesto diviene mero supporto, neppure tanto robusto.
Mentre però Suite francese ha l’attenuante di essere rimasto incompiuto, qui siamo di fronte ad un romanzo rivisto e pubblicato dall’autrice; inoltre non vi è l’ulteriore attenuante di essere un’opera scritta in media res, alla quale era quindi difficile applicare la spesso necessaria distanza mentale dai fatti narrati. Sorge quindi il sospetto che, almeno nella sua fase tarda, la narrativa di Irène Némirovsky fosse molto attenta a ciò che il suo vasto pubblico richiedeva: sentimenti, grandi amori e anche i ricchi piangono: insomma, appendice, sia pure di buona fattura. Per averne conferma si vedano gli appunti dell’autrice riportati a margine dell’edizione Adelphi di Suite francese, richiamati nel mio commento al romanzo.
Parliamo ora dell’antisemitismo da più parti attribuito all’autrice. Commentando Il ballo, ed accennando anche a David Golder, asserivo che quello di Némirovsky non potesse essere definito vero antisemitismo, in quanto la connotazione negativa degli ambienti ebraici che si trova nelle sue prime opere derivava forse dall’importanza che vi assume l’elemento autobiografico: ”la sua famiglia era ebraica, uno dei bersagli principali delle sue prime opere è la sua famiglia, quindi le sue opere hanno come bersaglio ambienti ebraici”. Ne I cani e i lupi, in cui i richiami autobiografici sono molto più sfumati, limitandosi al parallelismo tra i Sinner banchieri e la sua famiglia di origine, si assiste a mio modo di vedere ad un salto di qualità, essendo parte essenziale del romanzo una precisa connotazione del mondo ebraico: come accennato sopra, si ha l’impressione che l’autrice attribuisca il modo di pensare ed agire dei personaggi, quasi sempre fortemente negativo, proprio al loro essere diversi in quanto ebrei. Némirovsky, oltre che tipizzare fisicamente i personaggi secondo gli stereotipi più comuni, scrive di mentalità ebraica, di ebrei attaccati in maniera fanatica alle loro usanze, di tipo ebraico sofferente, intelligente e triste, di razza avida, affamata da così tanto tempo che la realtà non basta a saziare, di denaro buono per tutti, ma per l’ebreo necessario quanto l’acqua, quanto il fiato. Si può dire che uno degli assunti di fondo del romanzo sia proprio l’asserzione della diversità degli ebrei, il loro essere latori di caratteri peculiari in quanto razza, ed è questa a mio avviso la radice del razzismo in tutte le sue varianti.
Lo stesso titolo del romanzo connota chiaramente quale fosse la visione della scrittrice nei confronti della comunità da cui proveniva. È noto del resto che Némirovsky pubblicò spesso su riviste della destra antisemita francese: anche se molta critica opta per l’indifferenza politica dell’autrice resta il fatto oggettivo che grandi ammiratori delle sue opere furono ferventi antisemiti e collaborazionisti come Paul Morand e Robert Brasillach. Si rilegga anche il passo del romanzo relativo alla marmaglia, che denota chiaramente il disprezzo nutrito da Némirovsky per le masse, in questo caso ebraiche, e si avrà il quadro non solo psicologico ma schiettamente politico della weltanschauung della figlia del banchiere ucraino scappato dalla rivoluzione. Vero è che nel romanzo vi sono anche frasi e passi da cui traspaiono i travagli delle comunità ebraiche: un paio di capitoli in particolare sono dedicati ad un pogrom. La potenziale forza di queste pagine è però inficiata dal fatto che l’autrice le usa solo per giustificare il primo incontro tra Ada e Harry: al proposito consiglio di confrontarle con un’altra descrizione di pogrom, quella contenuta ne L’uomo di Kiev di Bernard Malamud.
È ora necessario chiedersi perché tra il 1939 e il 1940, con la Francia impegnata contro la wehrmacht, l’ebrea Némirovsky senta l’urgenza di scrivere un’opera di questo taglio, una volta scontate le esigenze editoriali.
Ritengo che un dato da mettere in evidenza sia la sua conversione al cattolicesimo, che data proprio al 1939. Indubbiamente Némirovsky, come risulta anche da appunti del periodo, sentiva nettamente il pericolo che incombeva sugli ebrei in Europa, e compie questo frettoloso passo per affermare la sua lontananza da loro. Quella stessa lontananza deve affermarla anche letterariamente, estendendo all’ebraismo in quanto tale i vizi che nei primi romanzi aveva attribuito a singoli personaggi ripresi dalla sua esperienza di vita. Forse quindi, con indulgenza e considerando le tremende condizioni storiche in cui stava vivendo, si può attribuire all’autrice il bisogno di gridare al mondo la sua estraneità al mondo ebraico. Il suo sarebbe quindi da intendersi come un antisemitismo di necessità.
In questa ottica saremmo di fronte ad un romanzo che si propone di parlare d’amore per parlare d’altro, dove questo altro avrebbe dovuto essere essenzialmente il rinnegamento definitivo delle radici ebraiche dell’autrice: ma, non essendo una grande scrittrice, Némirovsky non ci riesce, finendo per parlare (banalmente) solo d’amore e rivelando un razzismo tanto strumentale quanto inutile.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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