Pubblicato in: Classici, Francia, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Anche i ricchi invecchiano

Recensione di Jezabel, di Irène Némirovsky

Adelphi, Biblioteca, 2007

Terzo e ultimo capitolo di questa mia sequenza Némirovskyana è Jezabel, romanzo pubblicato originariamente in volume nel 1936, quando l’autrice godeva di ampia notorietà e il dramma della guerra e della deportazione era ancora lontano.
Ne è protagonista Gladys Eysenach, nata Burnera attorno al 1875, figlia di un armatore di Montevideo da cui la madre si è separata subito dopo la sua nascita, ”una madre fredda, severa, una vecchia bambolina imbellettata e mezza matta, ora frivola, ora terrificante, che trascinava in ogni angolo della terra la sua noia, sua figlia, i suoi gatti persiani”. Gladys è molto bella, e durante la sua dorata esistenza cosmopolita, con al centro la Francia, si sposa due volte: la prima, diciottenne, con un conte polacco, da cui si separa dopo due anni; la seconda con Richard Eysenach, ricchissimo e rozzo finanziere, che la amerà a modo suo e da cui avrà una figlia, prima di lasciarla vedova nel 1912. Gladys avrà anche numerosi amanti ed avventure, essendo l’ossessione della sua vita quella di amare ed essere amata.
Il lettore incontra però Gladys Eysenach solo nel 1935, in un’aula di tribunale: è accusata di aver ucciso con un colpo di pistola il suo giovanissimo ultimo amante, Bernard Martin. Il primo, lungo capitolo del romanzo è il resoconto quasi stenografico dell’interrogatorio di Gladys e dei principali testimoni, tra i quali l’amante ufficiale, il conte italiano Aldo Monti, ed un coinquilino della camera da studente della vittima: è lui che, ricordando un colloquio avuto con Bernard, cita un verso tratto da Athalie, ultima tragedia di Racine, di ambientazione biblica, nella quale compare Jezabel, madre della protagonista e potente regina di Israele, simbolo di seduzione e immoralità. Il risguardo di copertina chiarisce meglio il senso del titolo biblico dato al romanzo, informando il lettore che non frequenta Racine come nella tragedia Jezabel appaia in sogno alla figlia dotata di una ”… finta bellezza / mantenuta con cura, con espedienti labili / per riparar degli anni le sfide irreparabili”.
Solo dopo questa sorta di prologo il romanzo narra la vita di Gladys dal lontano debutto in società al tragico incontro con Bernard Martin che la porterà in tribunale.
Il romanzo analizza, o meglio tenta di analizzare – stanti gli insormontabili limiti letterari e culturali dell’autrice – uno dei grandi temi della letteratura (e non solo) di ogni tempo: l’incapacità dell’essere umano di affrontare la vecchiaia e l’inevitabile decadimento fisico che essa comporta. Nèmirovsky lo fa imbastendo una tragedia nella quale non mancano accenti squisitamente melodrammatici, con tanto di morti per parto o di mal sottile nonché ritorni inaspettati di personaggi creduti scomparsi per sempre dall’orizzonte del romanzo.
La vicenda esistenziale di Gladys Eysenach viene seguita dal narratore terzo con particolare attenzione lungo il ventennio che porta la protagonista dai quarant’anni verso i sessanta, durante il quale la sua principale occupazione sarà nascondere a tutti i costi la sua vera età, apparendo sempre giovane e desiderabile. Per perseguire questo obiettivo cannibalizzerà tutto ciò che la circonda, a partire dalla possibile felicità della figlia, scomoda testimone del passaggio del tempo, e giungerà sino al delitto. Esattamente come in altre sue opere da me lette, è tuttavia proprio il modo in cui l’autrice affronta lo sviluppo del tema cardine del romanzo che palesa i suoi limiti di narratrice. Con lo scorrere delle pagine diventano infatti sempre più lunghe e ripetitive le tirate di Gladys con sé stessa sulla sua bellezza sfiorita e sull’illusione di essere ancora attraente e desiderabile. Ne voglio riportare un esempio, per far toccare con mano il livello, a mio avviso non certo elevato, di queste riflessioni. Gladys è appena rientrata da un drammatico incontro con il giovane Bernard Martin, durante il quale il ragazzo ha insinuato il dubbio che Aldo Monti (che non conosce la sua vera età, avendo tra l’altro lei falsificato i suoi documenti di nascita) la tradisca a causa della sua vecchiaia. Ecco i suoi angosciosi interrogativi esistenziali una volta sola in casa: ”«Eppure sono bella, sono bella…» pensava. «Dove troverebbe Aldo un corpo più bello?… Non ho sessant’anni, non è vero! È impossibile!… È un mostruoso malinteso!…Perché sono andata da quel ragazzo? […] Sarei dovuta partire, andare in capo al mondo. Ma se a Aldo fosse arrivata una lettera?… Aldo… mi ama?… Dov’è in questo momento?… Ama forse un’altra donna?… Che cosa so di lui? Che cosa si sa dell’uomo che si ama?… Forse si prende gioco di me… Forse…»”. C’è in questo monologo interiore, solo uno dei tanti che assillano il lettore soprattutto nelle ultime pagine del romanzo, tutto il dilettantismo dell’autrice nel restituire i pensieri della protagonista: la tecnica usata è ottocentesca, non andando al di là della trasformazione del dialogo diretto in monologo tramite l’esteso impiego di puntini sospensivi e nell’espressione di luoghi comuni che potrebbero fare bella mostra di sé in un romanzo d’appendice. È probabile che Nèmirovsky non abbia mai letto Joyce o Woolf, che in quegli anni ‘30 avevano già pubblicato la maggior parte delle loro opere: aveva però letto Proust, amandolo tra l’altro molto, e forse da lui avrebbe potuto imparare parecchio in tema di monologhi e riflessioni interiori.
Probabilmente però l’orizzonte letterario entro il quale l’autrice si muove è strutturalmente troppo distante da quello dei grandi scrittori del primo ‘900 per azzardare confronti tra le sue opere e le loro. Nèmirovsky nel 1936 è – come accennato – una scrittrice famosa, soprattutto grazie al grande successo di critica e pubblico che alcuni anni prima aveva accompagnato l’uscita del suo primo romanzo, David Golder. Le opere seguenti erano state accolte molto più tiepidamente, anche perché la necessità di guadagnare per supportare una vita fatta di lusso parigino e rinomate stazioni di villeggiatura, che non poteva essere pagata dal relativamente modesto stipendio del marito, l’avevano spinta a sacrificare la qualità per la quantità della scrittura, soprattutto nel caso di racconti e novelle. Più cura mette nei romanzi scritti in quel periodo, ma anche questi devono rendere, quindi vendere. Queste preoccupazioni sono a mio avviso uno degli elementi portanti la forma e il contenuto stesso delle opere di Nèmirovsky, con la sola eccezione forse di David Golder, opera prima figlia di un momento diverso della vita dell’autrice.
Per quanto concerne la forma in cui si presenta Jezabel, oltre a quanto già detto va rilevata, come elemento di relativo interesse, la sua struttura cinematografica. Nèmirovsky amava molto il cinema, e solo l’anno prima della pubblicazione di Jezabel quattro sue novelle, simili a vere e proprie sceneggiature, erano state raccolte in volume da La Nouvelle Revue française sotto il titolo di Films parlés. Il libro non ebbe particolare fortuna, tuttavia la scrittrice disse, a proposito del rapporto tra cinema e letteratura: “Credo […] che non si debbano mischiare i due generi, ma ritengo pure che non si debbano temere gli esperimenti” . Inoltre è da ricordare che all’epoca già due sue opere (David Golder e Il ballo) erano state adattate per il grande schermo, assicurando verosimilmente alla scrittrice buone entrate.
Due sono gli elementi che evidenziano in Jezabel una matrice cinematografica: il particolare uso del flashback e la netta predominanza nella pagina del dialogo diretto.
Ho già accennato al fatto che tutto il romanzo sia un lungo flashback che rimanda il lettore oltre quaranta anni prima il lungo prologo per riportarlo pagina dopo pagina all’attualità: è questa una tecnica narrativa molto utilizzata in cinematografia (si pensi a tre capolavori, peraltro di molto successivi al romanzo, quali Sunset Boulevard, C’era una volta in America e Lolita di Kubrick), in quanto si presta benissimo a catturare l’attenzione dello spettatore sin dalle prime immagini, facendogli vivere immediatamente l’acme drammatico di avvenimenti che spesso – e tale è per inciso anche il caso del romanzo – non si sono svolti esattamente come si può presumere di primo acchito. Va dato atto a Nèmirovsky di avere davvero in questo caso sperimentato, anche perché questa tecnica narrativa è accompagnata, come detto, dalla predominanza di dialoghi diretti che, in particolare negli interrogatori del prologo processuale, si susseguono serrati, senza alcun intervento da parte del narratore, rendendo molte pagine del romanzo simili ad una sceneggiatura cinematografica; nelle prime pagine ho contato ben trentatré periodi di dialogo ininterrotto tra la cameriera di Gladys e il giudice istruttore. Anche se tale ritmo viene molto annacquato nei più brevi capitoli che seguono, si ha l’impressione che tutto il romanzo sia stato pensato come un film, forse anche per incontrare più facilmente il gusto di un pubblico vasto, ed anche gli indigeribili monologhi della protagonista sessantenne acquistano un loro senso visti da questa prospettiva.
Venendo ora al contenuto del romanzo, alle motivazioni che possono aver spinto l’autrice ad affrontare il tema della paura di invecchiare, dell’inutile tentativo di conservare l’eterna giovinezza, è da notare come fra i libri che più avevano segnato la formazione letteraria della giovane Némirovsky un posto particolare era occupato da Il ritratto di Dorian Gray. Si può presumere che l’ispirazione alla scrittura di Jezabel le sia giunta da tale fonte, ed effettivamente si può pensare per certi versi a questo romanzo coma a una sorta di tardo sottoprodotto del capolavoro wildeiano.
Sicuramente, però, il principale fattore scatenante la genesi del romanzo è da ricercarsi, come per molte altre opere della scrittrice, nella sua biografia, ed in particolare nel difficile rapporto con la madre.
Come noto, Irène era la rampolla di una famiglia di banchieri ebrei ucraini, fuggiti in Francia (riuscendo a conservare gran parte del patrimonio) dopo la rivoluzione d’ottobre. Se con Leonid, il padre, tipico rappresentate dell’uomo che si è fatto da sé, Irène mantiene un rapporto affettuoso – nonostante la sostanziale assenza di lui dovuta a lunghi viaggi d’affari – il che non le impedirà di farne l’archetipo di molti dei personaggi di ebrei ricchi dei suoi romanzi, il rapporto con la madre sarà caratterizzato da un perenne conflitto, dovuto principalmente alla personalità di quest’ultima. Anna Nèmirovsky, detta Fanny, nata Margoulis, era sostanzialmente un’arrampicatrice sociale. Proveniente da una famiglia della media borghesia, aveva ricevuto un’educazione raffinata ed era una bella donna. Sposerà Leonid sostanzialmente solo per entrare negli ambienti altoborghesi ucraini, e si circonderà presto di numerosi amanti, accolti in casa sotto gli occhi tolleranti o rassegnati del marito. Su Irène, figlia unica, riverserà il suo autoritarismo ed un odio tenace, percependola come un limite oggettivo alla sua libertà e alla sua femminilità. Irène crescerà detestando chi le nega l’amore materno per coltivare la propria mondanità. I personaggi più crudeli e volgari dei suoi romanzi sono in genere, non a caso, madri che odiano le figlie.
Nel 1935 Nèmirovsky pubblica Il vino della solitudine, il più dichiaratamente autobiografico dei suoi romanzi, storia di una famiglia di ricchi ebrei russi fuggiti prima in Finlandia e quindi a Parigi, il cui personaggio principale è Helene, la figlia, nella quale non è difficile individuare Irène. Il romanzo è centrato sul sordo odio tra madre e figlia, e sulle sue conseguenze nelle scelte di vita di quest’ultima. Jezabel, pubblicato come detto appena un anno dopo, è di fatto un romanzo speculare al precedente, centrato com’è sulla figura della madre che per non ammettere l’avanzare degli anni rinnega – tra l’altro – la maternità.
Se il personaggio di Gladys è modellato sulla figura di donna cannibale il cui archetipo è Fanny, va detto che tuttavia appare dotato di alcune peculiari sfaccettature, forse attribuibili al fatto che quando scrive il romanzo Irène è a sua volta divenuta madre e non è più giovanissima. Così non appare casuale l’accenno alla fatuità della madre di Gladys, che ho riportato, e che altrove viene definita come detestata dalla figlia, quasi a giustificare geneticamente la personalità della protagonista. Ancora, è indubbio che Gladys, quando si sente veramente amata, è in grado di ricambiare sinceramente l’amore che riceve: il suo cinismo, il suo cannibalismo si riversa sui fattori esterni in grado di mettere in discussione proprio le sue possibilità di essere desiderata e desiderabile, perché è cosciente che l’amore propriamente detto si basa primariamente sull’attrazione fisica. Infine, anche la pena mite che le viene comminata appare quasi come un’assoluzione della sua personalità.
Il romanzo non manca quindi di spunti di interesse, che però vengono, come tipico di questa autrice, gestiti male, rimanendo spesso alla superficie ed affidati ad epifenomeni che non riescono a scavare in profondità e a mettere in piena luce il senso profondo di ciò che vogliono trasmettere al lettore.
Men che meno il romanzo è in grado di analizzare compiutamente il contesto sociale in cui si svolge la vicenda di Gladys Eysenach: quasi tutto accade nell’unico ambiente che Nèmirovsky frequenta, quello altoborghese francese, fatto di nobili più o meno decaduti e di facoltosi borghesi, di feste e di balli che si concludono all’alba. L’autrice conosce tanto bene questo coté da darlo per scontato e farlo rimanere sullo sfondo di una vicenda che è essenzialmente intima; quando si avventura fuori di esso, con il personaggio di Bernard Martin, non va oltre lo stereotipo quasi da opera verista della povera stanzetta sulla Rive gauche e della grisette che muore di tisi, mentre i pochi accenni alle classi subalterne lasciano trasparire un sovrano disprezzo, che si esprime con locuzioni come ”… fu la volta di altri testimoni. Tutta gente modesta: il portiere del palazzo in cui abitava l’imputata, il suo autista…”, oppure, a proposito di uno degli amanti di Gladys: ”era di origine ebraica e plebea”, sino a giungere alla terribile (e francamente inaccettabile) risposta della figlia alla proposta di abortire avanzata da Gladys: “equivarrebbe a soffocarlo sotto un cuscino, come fanno le serve che rimangono incinte”.
I francesi chiamano romans de gare le opere letterarie, in genere divertenti ma superficiali, che si possono leggere rapidamente in una stazione o durante un viaggio in treno: Jezabel è certamente più elevato rispetto al genere, tuttavia non si può sfuggire all’impressione che appartenga di diritto alla serie Anche i ricchi piangono, declinata nella sottocategoria Anche i ricchi invecchiano.

Pubblicità

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...