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L’alternativa a Maigret del giovane Simenon: storia di un’iniziativa editoriale in anticipo sui tempi

Recensione de La pazza di Itteville, di Georges Simenon

Adelphi, Biblioteca minima, 2008

Se, come noto, la produzione letteraria di Georges Simenon è stata abnorme, altrettanto abnorme è sicuramente lo sforzo che la casa editrice Adelphi sta facendo per pubblicare le opere dello scrittore belga.
Ad oggi, infatti, nel catalogo di Adelphi si trovano 200 titoli di Simenon, di cui 57 nella collana Biblioteca Adelphi e 128 ne Gli Adelphi, dei quali ben 81 dedicati alle inchieste di Maigret. Quest’anno la lista si è arricchita, sinora, di cinque nuovi titoli.
Evidentemente Simenon è autore ancora in grado di attirare i lettori, sia con i polizieschi di cui è protagonista il suo personaggio più celebre, sia con i romans durs, cui aveva affidato il compito di scrollarsi di dosso il cliché di scrittore di genere.
In mezzo a cotanto profluvio di pagine, più o meno letterariamente significative, il lettore può reperire anche un piccolo volumetto, unico dell’autore edito nella collana Biblioteca minima, che rappresenta – a seconda dei punti di vista – un episodio editoriale minore oppure una piccola chicca.
Si tratta de La pazza di Itterville, scritto nel maggio del 1931 dall’allora ventottenne Simenon e pubblicato dall’editore Haumont nell’agosto dello stesso anno, racconto poliziesco di poche decine di pagine in cui compare la figura di un investigatore alternativo a Maigret, l’ispettore Sancette, detto G.7. Nei primi mesi di quell’anno erano già usciti presso l’editore Fayard, con gran successo, tre romanzi di cui è protagonista Maigret, che diventeranno undici prima della fine dell’anno: ormai Simenon ha abbandonato la letteratura d’occasione per la quale ha scritto, a partire dal 1921 e utilizzando svariati pseudonimi, oltre 170 romanzi, ed ha trovato il filone ed il personaggio giusti. La pazza di Itterville rappresenta quindi un episodio eccentrico rispetto al binario principale sul quale si erano instradate le opere del primo Simenon: è però interessante raccontarne la genesi, che risulta paradigmatica sia della versatilità dell’autore sia dell’effervescenza culturale della Parigi di quel periodo, anche in ambiti minori quale la letteratura popolare.
Prima di approdare a Maigret, Simenon aveva già percorso la via del poliziesco: tra il 1929 e il 1930 aveva in particolare pubblicato, sullo specializzato settimanale Détective e utilizzando lo pseudonimo di Georges Sim, numerosi racconti, dando vita ad alcune figure di investigatori: Il Giudice Froget, Joseph Leborgne e, appunto, l’Ispettore G.7. Tra questi è da notare a mio avviso la figura di Joseph Leborgne, appartenente al ristretto numero di investigatori letterari, di cui è capostipite Auguste Dupin di E.A. Poe, che non escono dalla propria stanza e risolvono i casi analizzando unicamente documenti o articoli di stampa.
L’Ispettore G.7, della polizia giudiziaria di Parigi, è molto diverso da Maigret: è un trentenne dai capelli rossi, ”beneducato, un tantino timido”, uno dei pochi ispettori ad avere in dotazione un’automobile, una vecchia e scassata Citroën 5 CV Torpedo. Il suo strano soprannome gli deriva dal colore dei capelli, che ricorda quello delle vetture di una gloriosa società parigina di taxi, la Taxis G7, peraltro attiva ancora oggi. È da notare che Simenon varia leggermente il nome del detective rispetto a quello della società di taxi, forse per non incorrere in problemi con il copyright.
Nonostante queste caratteristiche esteriori e caratteriali affatto diverse rispetto quelle di Jules Maigret, G.7 anticipa, sia pure in forma embrionale, alcuni elementi del metodo investigativo del suo successore, basato sullo scavo delle motivazioni alla base del delitto e della psicologia dei soggetti coinvolti.
Tredici sono i racconti con protagonista G.7 pubblicati da Georges Sim nella seconda metà del 1929 su Détective, nel quadro di un concorso intitolato appunto Les 13 énigmes, nel quale venivano poste ai lettori domande relative a ciascun racconto, le cui risposte erano pubblicate sul numero successivo.
Due anni dopo Simenon, ormai divenuto sé stesso, rispolvera G.7, nonostante il recente clamoroso successo di Maigret, a fronte di un progetto editoriale molto importante, propostogli da Jacques Haumont, un prestigioso editore parigino. Questi ha immaginato un nuovo tipo di pubblicazione, che chiama Phototexte, destinato ad un vasto pubblico: una collana di cui ogni volume contenga un racconto poliziesco illustrato da numerose fotografie; in pratica l’antesignano del fotoromanzo che tanta fortuna avrebbe avuto nel secondo dopoguerra nel nostro Paese. Simenon accetta la commissione e nella primavera del 1931, mentre si trova a Morsang-sur-Orge, scrive quattro racconti di cui è protagonista l’Ispettore G.7. Il primo, La Folle d’Itteville, uscirà come detto in agosto, corredato da ben 104 fotografie in bianco e nero scattate da Germaine Krull, una delle più importanti fotografe del periodo.
Oggi alcune copie di questo volumetto di 123 pagine si trovano in rete ad un prezzo largamente superiore a € 1.000,00 cadauna, ma all’epoca la proposta non riscosse alcun successo presso il pubblico, forse perché troppo in anticipo sui tempi, spingendo l’editore sull’orlo del fallimento: il secondo volume della collana, annunciato in ultima di copertina, L’affaire des Sept Minutes non uscirà mai, e solo nel 1938 Gallimard, cui nel frattempo Haumont aveva ceduto i diritti, pubblicherà in volume i tre residui racconti inediti di G.7.
Il volumetto edito nel 2008 da Adelphi non è quindi paragonabile all’edizione originale, in quanto riduce in forma letteraria, solo scritta, un’opera nata per essere altro, non a caso uscita nel 1931 a doppia firma, Simenon e Krull. Esso probabilmente restituisce al lettore odierno la parte meno originale della prima edizione: dal poco che è possibile sbirciare in rete è chiaro infatti che rispetto al testo maggiore importanza avevano le immagini di Krull, sia per quanto riguarda l’impaginazione, a volte a tutta pagina e comunque in grande rilievo rispetto al testo, sia per quanto concerne la loro qualità intrinseca: si vedano in particolare gli intensissimi ritratti della protagonista del racconto.
Del resto è la struttura stessa del racconto, fatta di brevi flash ambientali e dialoghi serrati, a rivelare come il testo sia stato concepito per essere accompagnato, o meglio essere posto quasi a corollario, di immagini fotografiche che assumevano come detto un ruolo quasi preponderante nell’edizione originale. Nel 1931 era appena nato il cinema sonoro, ed a mio avviso questo racconto potrebbe quasi essere considerato come una delle prime sceneggiature della storia.
Detto questo, e detto anche che la figura di Germaine Krull, protagonista della vita politica e culturale tedesca ed europea del secolo scorso, interlocutrice ed amica dei più grandi intellettuali del periodo tra le due guerre, testimone attiva, da comunista, della rivoluzione bavarese del 1919, meriterebbe di essere trattata più ampiamente in questa sede, veniamo a questa sorta di bignamino cui Adelphi ha, forzatamente, ridotto l’opera originale, e alla sua trama (per ciò che è lecito svelarne), che indubbiamente, al netto di qualche ingenuità, testimonia dell’abilità già acquisita dal giovane autore di creare suspense, di congegnare meccanismi letterariamente accattivanti e di condire il tutto con una buona dose di ironia.
Seguendo le orme del più illustre dei suoi ispiratori, Simenon fa narrare i casi di cui è protagonista G.7 da un suo sodale, che in questo caso si identifica con lo stesso scrittore. Ecco infatti come l’io narrante si presenta nelle prime pagine del racconto: ”Prima di continuare vorrei aprire una piccola parentesi. Io sono autore di un certo numero di romanzi polizieschi, e questo mi ha garantito rapporti piuttosto stretti Con la Questura e soprattutto con la Polizia Giudiziaria. Ma, cosa ancora più importante, mi ha garantito l’amicizia di G.7. […] Ho seguito G.7 nelle sue indagini una decina di volte, sia a Parigi che in Provincia”.
Questo espediente narrativo fa in modo che l’investigatore e le situazioni in cui è coinvolto possano essere osservati con lo sguardo oggettivo di un terzo, ma che nello stesso tempo questo terzo non sia onnisciente, ma abbia sul caso le stesse parziali informazioni dell’investigatore, anzi, molte di meno, vista la laconicità dell’Ispettore circa le sue deduzioni. Ne consegue che il lettore si trova per tutto il racconto di fronte ad un meccanismo classico del giallo: sa che l’investigatore sta risolvendo il caso, ma non potendo essere nella sua testa non sa come e in base a cosa.
In una notte di tregenda, sotto una pioggia battente, i due – a bordo della scassata Citroën 5 CV Torpedo (quindi aperta) dell’Ispettore – arrivano ad Itteville, una cittadina (realmente esistente) a qualche decina di chilometri a sud di Parigi. Verso mezzanotte il brigadiere della locale gendarmeria aveva chiamato Parigi per chiedere che mandassero qualcuno, in quanto ad Itteville era successo qualcosa. Poche ore prima, nel buio di una strada nei pressi di una casa isolata, il direttore dell’ufficio postale, rientrando in bicicletta, è stato fermato da una giovane donna che lo raggiunge urlando che c’è stato un delitto. Sul bordo della strada vede un uomo morto, che riconosce essere il dott. Canut, stimato medico del posto e proprietario di una grande clinica. Corre immediatamente alla gendarmeria, e quando torna sul posto accompagnato dagli agenti la donna, solitaria abitante nella casa isolata, e il cadavere sono ancora lì, solo che quest’ultimo non è più quello del dottor Canut ma di uno sconosciuto, ucciso con una pugnalata al cuore. Il dottor Canut, subito raggiunto dalla gendarmeria, cade dalle nuvole: quella sera si è recato ad assistere un parto in un’altra zona del circondario, e non è passato nei pressi della casa isolata. D’altronde il direttore dell’ufficio postale ribadisce di aver riconosciuto nell’uomo morto al margine della strada il dott. Canut, senza ombra di dubbio. La giovane donna che ha dato l’allarme, Marthe Templier, abita da qualche anno nella casa, conducendo una vita molto ritirata; è paziente del dott. Canut, il quale informa l’Ispettore del suo perenne stato di confusione mentale, una forma di pazzia che però non necessita l’internamento. Il caso si complica ulteriormente poco dopo, quando il cadavere dell’assassinato, che era stato trasportato in un padiglione della clinica del dott. Canut, sparisce. Naturalmente G.7 sarà in grado di risolvere l’intricato caso nel giro di poche ore.
Da un punto di vista strettamente giallistico l’intreccio presenta, come detto, alcune ingenuità e forzature, forse inevitabili vista l’arditezza dello spunto della sostituzione dei cadaveri su cui si basa. Purtuttavia, lo svolgimento dell’intreccio denota una già piena capacità di tenere avvinto il lettore, frutto degli anni di gavetta nella scrittura delle decine di romanzi d’occasione. Come detto sopra, l’uso del narratore embebbed permette a Simenon di informare il lettore solo di ciò che lo stesso narratore vede, senza che ciò possa, per quasi tutto il racconto, rappresentare un qualche plausibile indizio verso la soluzione del caso, che peraltro G.7 ha già risolto. Anche la scena climax si svolge al buio, e lo scioglimento dell’enigma è affidato, per la verità abbastanza convenzionalmente, all’arringa del detective e alla susseguente confessione di uno dei personaggi. Da notare come anche in questo passo del racconto trovi spazio una velata citazione di Poe, in particolare di uno dei suoi più noti racconti del mistero, La lettera rubata.
Ma non è, come vedremo, obiettivo dell’autore costruire un giallo classico. È lo stesso Simenon, per bocca di G.7, a spiegare al lettore il suo intento narrativo in un importante passaggio, che rappresenta una sorta di ironico avviso ai naviganti. Dice G.7: ”Peccato che non sia un romanzo […] Perché in un romanzo avremmo almeno una dozzina di indizi concreti, ed ognuno di essi costituirebbe una prova precisa […] sarebbe molto più facile se si trattasse di un romanzo! Perché qui, come in tutti i casi polizieschi reali, non c’è il minimo indizio, o se c’è non prova un bel niente…”. In realtà qualche indizio Simenon lo inserisce qua e là, solo che può essere riconosciuto dal lettore come tale solo dopo lo scioglimento dell’enigma.
Quel ribadire che non siamo in un romanzo da parte di un personaggio di romanzo ha a mio avviso un significato profondo, che si riallaccia al modo stesso in cui Simenon intende il poliziesco, e che svilupperà appieno con Maigret: ricercare non tanto il come un delitto sia avvenuto, quanto il perché. Ecco quindi, sia pure in nuce, l’analisi della condizione psicologica dei due protagonisti del caso, il dottor Canut e Marthe Ternier, affidata a due dialoghi con G.7 che costituiscono senza dubbio le pagine più intense del racconto, ed ecco l’assenza di un vero e proprio colpevole propriamente inteso. Soprattutto, ecco il beffardo ed amaro finale, sorta di morale tratta un mese dopo gli avvenimenti. È un finale da leggere con attenzione, in quanto ironicamente ribalta il ritorno dell’ordine rappresentato nel giallo classico dalla soluzione dell’enigma e dall’individuazione del colpevole: il nuovo ordine, conseguenza dei fatti, comporta in questo caso la punizione della vera vittima, e per contrasto evidenzia come l’ipocrisia sociale di stampo borghese sia in grado di lenire ogni colpa e di rimettere le cose a posto a discapito di qualsiasi momentaneo trasporto emotivo.
Nel giovane Simenon de La pazza di Itterville si ritrovano quindi, pur nel formato ridotto dato dalla brevità del testo e dalla sua specificità editoriale, gli elementi caratterizzanti il genere che l’autore andava affinando man mano che, al ritmo forsennato che gli era proprio, sfornava i romanzi di Maigret.
Forse si può affermare che un editore come Adelphi avrebbe potuto riproporre il racconto in una sorta di copia anastatica dell’edizione originale, perché è indubbio che senza poter vedere le fotografie di Germaine Krull che ne facevano parte integrante risulta difficile al lettore gustare appieno il senso del testo ed immergersi nel contesto culturale ed editoriale che lo ha originato. Anche se sicuramente la scrittura del racconto ha preceduto la realizzazione delle immagini, scattate in studio con modelli per illustrare le parti salienti del testo, è infatti indubbio che Simenon lo scrisse per un volume illustrato, conferendogli un palese ritmo cinematografico.
Non so se quella dell’editore di Via S. Giovanni sul Muro sia stata una scelta dettata da problemi ad acquisire i diritti per l’eventuale riproduzione dell’originale: resta il fatto che questa opera possiamo conoscerla solo a metà, a meno di non essere disposti a spendere più di mille euro per un vecchio, prezioso volumetto edito nel 1931.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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