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L’instant book del giovane Vonnegut, in cerca di fama e denaro

Recensione di Madre Notte, di Kurt Vonnegut

Feltrinelli, Universale Economica, 2007

Il 1961 è stato un anno nel quale l’opinione pubblica occidentale concentrò la sua attenzione in particolare su due avvenimenti, entrambi direttamente connessi alla seconda guerra mondiale e alle sue conseguenze.
Il primo, e sicuramente più importante, fu la costruzione del muro di Berlino, iniziata nell’agosto di quell’anno da parte delle autorità della DDR. Il secondo fu il processo ad Adolf Eichmann, il burocrate dello sterminio che, in qualità di responsabile di una sezione dell’RSHA, l’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, organizzò la logistica dell’internamento. Fu catturato in Argentina dal Mossad nel 1960 dopo numerose segnalazioni fatte da cittadini alla Germania Ovest negli anni precedenti, che rimasero ostinatamente senza risposta (eh, signora mia, i tedeschi sì che hanno fatto i conti con il nazismo…). Il processo si svolse a Gerusalemme dall’aprile al dicembre 1961, ed ebbe una grande risonanza internazionale: come noto, si concluse con la condanna a morte dell’imputato, condanna eseguita nel maggio del 1962.
In quello stesso 1961 Kurt Vonnegut è uno scrittore in cerca di fama e soprattutto di quattrini. Dopo essere stato prigioniero di guerra ed avere assistito al bombardamento di Dresda, nell’immediato dopoguerra ha sposato la sua fidanzata del liceo, Jane Cox, riprendendo gli studi universitari. In seguito ha lavorato per alcuni anni alla General Electric a Schenectady, nello stato di New York, e durante questo periodo ha pubblicato alcuni racconti di fantascienza.
Alla fine del 1950 lascia l’azienda e si trasferisce con la famiglia – alla quale si sono aggiunti due figli – a Cape Cod, per fare lo scrittore a tempo pieno. Nel 1952 pubblica il suo primo romanzo, Player piano, una storia distopica che ha scarso successo. Seguono anni difficili, durante i quali scrive racconti di fantascienza per riviste di genere, che gli vengono pagati poco. Nel 1955 nasce Nanette, terza figlia della coppia; nel 1957 apre con un amico una concessionaria SAAB che fallisce in pochi mesi; nel 1958 i Vonnegut accolgono in famiglia tre dei giovanissimi figli della sorella di lui, morta di cancro due giorni dopo essere rimasta vedova; nel 1959 esce il suo secondo romanzo, The Sirens of Titan, nel quale una classica invasione marziana della terra fa da sfondo ad una intricata vicenda che chiama in causa il libero arbitrio. Anche questo romanzo riceverà scarsa attenzione dal pubblico e dalla critica, e Vonnegut dovrà aspettare ancora alcuni anni prima di acquisire una vasta notorietà e divenire una delle figure di spicco della controcultura letteraria statunitense.
È a mio parere quindi sufficientemente evidente la motivazione commerciale che sta alla base della genesi di Madre notte: Vonnegut probabilmente pensa di scrivere una sorta di fiction instant book in grado di attirare l’attenzione del pubblico. La vicenda narrata è infatti quella di Howard W. Campbell, jr., statunitense trasferitosi in Germania negli anni ’20 al seguito dei genitori, dove è divenuto prima un conosciuto scrittore e commediografo, quindi il più popolare propagandista radiofonico del Reich in lingua inglese. È lo stesso Campbell che racconta la sua storia mentre si trova in un carcere israeliano in attesa di essere processato come criminale di guerra, e dove incontra brevemente anche Eichmann.
Una delle prime cose che svela al lettore è che in realtà egli era una spia statunitense, in grado di far pervenire attraverso quanto diceva in trasmissione importanti notizie agli alleati. Purtroppo la sua missione era talmente segreta che non esistono prove della sua effettività. L’unica persona dei Servizi statunitensi con cui ha avuto contatti mentre era in Germania, e che lo ha reclutato al Tiergarten nella primavera del 1938, è il maggiore Frank Wirtanen, che però Campbell non è in grado di rintracciare.
Il protagonista racconta del suo grande amore per la moglie Helga, un’attrice tedesca scomparsa in Crimea durante un bombardamento russo, e di come – catturato da un tenente statunitense alla fine delle ostilità – sia stato fatto rientrare negli Stati Uniti dai Servizi, andando a vivere per quindici anni in un appartamento di New York mentre i Servizi segreti israeliani lo cercavano in tutto il mondo. Lo trovano, infine, a seguito di un’intricata vicenda in cui entrano gruppi neonazisti, spie russe e donne che attraversano il muro di Berlino (il che – per inciso – lascia trasparire che questa parte della storia sia stata scritta verso la fine dell’anno). Lascio al lettore il piacere di scoprire la trama del romanzo, nella quale non mancano ovviamente i colpi di scena e che si chiude con una sorta di non scontato doppio finale.
Madre notte, nonostante la genesi che ho ipotizzato, è un libro interessante sotto vari aspetti, che rivelano la sicura mano di un autore maturo. Prendiamo le mosse dalla sua struttura. Nell’edizione da me letta, le confessioni di Campbell occupano 190 pagine, suddivise in 45 capitoli, il che porta ad una media di circa 4 pagine a capitolo. È una suddivisione fatta sicuramente per agevolare una lettura rapida del romanzo, nella quale un capitolo tira l’altro, perfettamente in sintonia con lo stile semplice e conciso della prosa di Vonnegut, il cui modello letterario era, per dichiarazione dello stesso autore, Mark Twain. L’effetto ciliegia è ulteriormente accentuato dal fatto che ciascun capitolo, in luogo di essere numerato, ha un titolo evocativo del proprio contenuto, sempre seguito dai puntini sospensivi, il che indubbiamente costituisce per il lettore un richiamo ad andare avanti.
Altro elemento che conferisce spessore al romanzo è rappresentato dall’Avvertenza del curatore, firmata in prima persona, che Vonnegut antepone alle confessioni vere e proprie. Richiamando in chiave moderna un τόπος classico della letteratura sette-ottocentesca, Vonnegut si dichiara solo il curatore dell’edizione americana delle confessioni di Campbell, redigendo la dovuta avvertenza per informare il lettore del metodo seguito nella curatela. Così scrive di aver tagliato le parti più esplicite di un capitolo ritenuto decisamente pornografico ed alcuni dialoghi, nonché di aver affidato ad una certa signora Bowley, di Cotuit, Massachusetts, il restauro in tedesco di tre poesie mal scritte nell’originale da Campbell. Non manca, in questa ironica nota, l’imprescindibile rivendicazione sulla paternità dei corsivi.
Al di là del tono sarcastico rispetto ai luoghi comuni editoriali, questa Avvertenza svolge però una importante metafunzione, che molto dice rispetto alla poetica di Vonnegut, al suo approccio alla letteratura ed al mestiere dello scrittore.
Nelle prime righe, infatti, il Vonnegut-curatore ricorda che Campbell era uno scrittore e commediografo, e che ciò “… equivale a sostenere che le esigenze della sua arte sarebbero bastate, da sole, a fare di lui un bugiardo, cioè a farlo mentire senza vedere, in questa pratica, alcunché di male. […] Detto questo sul mentire, affermerò che le bugie raccontate per ottenere effetti artistici – a teatro, per esempio, o nelle confessioni di Campbell, forse – possono essere, a un livello più alto, la più seducente forma di verità”.
Con questa considerazione Vonnegut ottiene due effetti. Da un lato toglie veridicità alle confessioni di Campbell, richiamando il lettore al fatto che esse rappresentano la verità di Campbell, che in quanto parte in causa avrebbe anche potuto avere un certo interesse a mentire; inoltre, Campbell era anche scrittore, quindi mentitore per professione, visto che letteratura e teatro si basano sulla menzogna (considerando la finzione una forma di non-verità). La menzogna letteraria è però per Vonnegut una forma più seducente di verità, il che equivale a dire – visto che lo stesso Campbell non è che una sua invenzione – che attraverso i suoi libri egli vuole raccontarci la verità. Si tenga presente, per comprendere l’importanza da attribuire a questa affermazione – dal tono quasi ufficiale anche nella formula (”affermerò che…”) – che Vonnegut aveva alle spalle praticamente solo letteratura di genere fantascientifico, nella quale la menzogna è esplicitamente il fondamento stesso della scrittura. Egli quindi stabilisce implicitamente una netta distanza tra le sue opere e la letteratura d’evasione.
L’Avvertenza fornisce altre informazioni interessanti. Le prima riguarda il titolo del romanzo, tratto da un passo del Faust di Goethe nel quale Mefistofele dice di essere parte delle tenebre originarie che generarono la luce, che Vonnegut riporta integralmente: leggendolo emerge, a mio avviso, il profondo umanesimo dell’autore, che sarà uno dei tratti distintivi della sua ulteriore produzione letteraria. Inoltre, il curatore riporta un passaggio di Campbell, scritto “in un capitolo che in seguito eliminò”, in cui il fittizio autore ridedica le sue confessioni, ricusando l’originaria dedica a Mata Hari, a sé stesso, “un uomo che servì troppo scopertamente il male, e troppo segretamente il bene, il crimine del suo tempo”. Vonnegut qui trae una prima morale dal suo romanzo, morale che espliciterà qualche anno dopo con la citatissima sentenza contenuta nella introduzione all’edizione del 1966: ”noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere”.
Uno dei registri sapientemente usati da Vinnegut nelle sue opere è quello ironico. In Madre notte tale registro è applicato spesso, ma in particolare alla caratterizzazione degli improbabili nazisti statunitensi che vogliono fare di Campbell un loro eroe. Tralasciando la loro caratterizzazione fisica, l’elemento ironico più forte sta nel fatto che tra i loro capi vi sia un nero, il Führer di Harlem, che sogna il predominio della gente di colore sui bianchi e si dice convinto che i giapponesi stiano preparando la bomba all’idrogeno per sganciarla sui cinesi, quindi su altra gente di colore. Colmi di ironia sono anche alcuni dei nomi: un altro dei capi del gruppo nazista, che schiatta presto per un infarto, si chiama Krapptauer, che suona come crap tower, torre di merda; la loro organizzazione è denominata Le Guardie di ferro dei figli bianchi della costituzione americana, ed i giovani che ne fanno parte si fanno fare dalla mamma il particolare occhiello sulla giacca che costituisce il loro segno di riconoscimento. Fa da contraltare a questa ironia la drammaticità di alcune altre situazioni, su tutte forse l’episodio della visita di Campbell alla casa del suocero, fanatico nazista, in una Berlino ormai prossima ad essere liberata dall’Armata Rossa.
Un libro coivolgente e nel complesso ben scritto, insomma, nel quale Vonnegut dosa sapientemente registri diversi, che si chiude con un bel finale, ma che non può nascondere alcune profonde inadeguatezze, che ne minano sostanzialmente gli aspetti positivi.
Un primo elemento a mio avviso critico riguarda il filone spionistico della vicenda, vale a dire il coinvolgimento nella trama di una spia russa che vorrebbe portare Campbell a Mosca. È un elemento narrativo a mio avviso del tutto superfluo: Vonnegut avrebbe benissimo potuto risolvere la vicenda come la lotta per appropriarsi dell’immagine e del corpo del nazista Campbell da parte di due opposti estremismi: da un lato i neonazisti americani che ne vogliono fare un eroe, dall’altro i veterani e gli statunitensi normali che lo vogliono far fuori. La spia sovietica che si sovrappone a questo schema, con il suo doppiogiochismo da artista, sembra essere funzionale a due soli fini: avere la possibilità di introdurre colpi di scena e far leva sul diffuso e cieco anticomunismo del pubblico statunitense del 1962 (di cui oggi si è fortunatamente persa traccia, vero?) per vendere il romanzo in libreria. In sostanza pare che tutta l’inessenziale e contorta vicenda spionistica che coinvolge Campbell a New York rimandi alla essenziale, per Vonnegut, funzione commerciale del romanzo. Analogamente, mi è parsa inessenziale e forzata anche la parallela vicenda del ritorno di Helga, che, sempre in un’ottica commerciale, ha la funzione di introdurre nel romanzo amore e sesso, il che non guasta mai.
In generale, poi, Madre notte non riesce a dissipare le perplessità sul profilo politico dell’autore che avevo già espresso commentando la mia lettura di Mattatoio n. 5, anzi in qualche modo le rende più pregnanti. Si consideri innanzitutto il modo in cui l’autore presenta la società statunitense. Apparentemente il romanzo non lesina critiche, evidenziando in particolare la presenza al suo interno del germe neonazista. Proprio però l’ironia e il sarcasmo caricaturale con cui tratta questo fenomeno, facendolo apparire composto da irredimibili idioti, ne fa qualcosa di estraneo alla società e alle istituzioni, che verso la fine infatti intervengono con l’immancabile arrivo dei G-men. Stessa sorte, per mano di Campbell, viene riservata all’altro estremismo, quello del veterano O’Hare, alle radici della cui mania vendicativa vengono posti una serie di fallimenti economici, che divengono, molto americanamente, esistenziali. Insomma, sembra dire Vonnegut, è vero che negli USA degli anni ‘60 ci sono i nazisti e gli O’Hare, ma essi sono solo degli esaltati ed emarginati in un corpo sano, che li può facilmente schiacciare.
A fronte di tanta indulgenza per una società di cui dice ”odiarla sarebbe stupido almeno quanto amarla”, nel romanzo si sprecano le condanne, basate in larga parte su luoghi comuni, alla società sovietica, nella quale chi sbaglia viene fucilato, priva di tutto ”tranne che di uomini e donne”, dove i prigionieri di guerra vengono trattati come ”maligni, grumosi, luridi stracci senza speranza”.
A parte ciò, ho ritrovato in questo libro l’incapacità di Vonnegut di spiegare le origini del male, sia esso il nazismo o la guerra. Tutto ciò che dice in proposito è che male “è quella parte di ogni uomo che vuole odiare a tutti i costi, che vuole odiare e avere anche Dio dalla sua. È quella parte di ogni uomo che trova tanto attraente ogni genere di brutalità. È la parte di ogni imbecille che vuole punire, avvilire e gode a fare la guerra”. Insomma siamo a ”il male è dentro di noi”, posizione tanto poco originale quanto del tutto inadeguata.
Termino con una ultima notazione, che in parte riabilita ai miei occhi le capacità analitiche dell’autore. Nella Introduzione del 1966 Vonnegut parla della sua esperienza diretta del bombardamento di Dresda del febbraio 1945 – tema che svilupperà in Mattatoio n. 5 – evidenziando l’inutilità militare del massacro e la sua dinamica volta a fare più morti possibile tra i civili, quantificandoli in 135.000. Ho scoperto così che sul numero dei morti a Dresda è ancora aperta una querelle storiografica, con evidenti risvolti politici, e che Vonnegut ricevette numerose critiche per aver ipotizzato quella cifra, ritenuta dai difensori dell’operazione eccessiva. Dresda comunque, al di là dell’effettivo accertamento del numero delle persone che vi morirono, non sarà mai considerato crimine di guerra, perché la storia la scrivono i vincitori. Così va la vita.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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