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“Avant la guerre”: Parigi prima della grande cesura

Recensione de Il flâneur di Parigi, di Guillaume Apollinaire

Le nubi edizioni, Elettra, 2008

Credo che pochi intellettuali abbiano esplorato le diverse sfaccettature dell’arte della scrittura come Guillaume Apollinaire, soprattutto se la sua produzione letteraria è rapportata alla brevità della sua vita.
Nato nel 1880 a Roma da una giovanissima donna appartenente alla piccola nobiltà polacca, Guillaume Albert Vladimir Alexandre Apollinaire de Kostrowitzky era forse figlio naturale di un ufficiale italiano, Francesco Flugi d’Aspermont, che comunque non lo riconobbe mai. Dopo un’infanzia passata nel sud della Francia, dove la madre viveva facendo l’entraineuse nei casino della Riviera, parcheggiandolo spesso insieme al il fratellastro in vari alberghi e collegi, nel 1900 si trasferisce a Parigi, entrando presto in contatto con l’effervescente clima delle emergenti avanguardie artistiche. Sarà amico, tra gli altri, di Alfred Jarry, Pablo Picasso, André Derain, Blaise Cendrars. Nel 1915 si arruola volontario e l’anno seguente ottiene di essere naturalizzato francese. Colpito alla testa da una scheggia di granata, nell’estate del 1916 subisce una delicata operazione, dopo la quale è destinato ai servizi ausiliari dell’esercito e rientra a Parigi. Indebolito dalla gravità della ferita, muore il 9 novembre 1918 a causa dell’influenza spagnola, mentre – come ha narrato il suo amico Ungaretti che fu il primo a vederlo morto – la folla parigina per le strade grida «À mort Guillaume!», riferendosi alla fine delle ostilità e alla fuga del Kaiser tedesco.
Nel corso della sua breve vita scrisse poesie, romanzi, racconti, cronache, opere teatrali, la sceneggiatura di un film e molti saggi, in particolare sui movimenti artistici della sua epoca. Nel 1917 forgiò il termine surrealismo, movimento di cui è stato il riconosciuto precursore. La precarietà economica che di fatto non l’abbandonò mai, oltre all’esuberanza erotica della sua personalità, lo spinsero anche a pubblicare, sotto anonimato, due romanzi pornografici, di cui in particolare uno, Le undicimila verghe, è considerato un vero classico del genere e gode ancora oggi di una vasta fortuna editoriale. Le sue opere più significative sono comunque sicuramente due raccolte poetiche. La prima è Alcools, pubblicata nel 1913 raccogliendo 52 poesie scritte a partire al 1898, nella quale si trovano capolavori assoluti come Zone, vero manifesto del rinnovamento poetico francese rispetto al canone Ronsardiano, e La Chanson du mal-aimé, dedicata al suo amore impossibile per la coetanea Annie Playden, governante inglese della ricca famiglia presso la quale Apollinaire lavorò per un anno come insegnante di francese di una ragazza. La raccolta è caratterizzata – oltre che dalla varietà dei temi e dei richiami a differenti universi poetici, che evidenziano in particolare il retroterra simbolista dell’autore – dallo sperimentalismo formale, che si esprime soprattutto nell’esplorazione delle forme classiche della versificazione per giungere all’uso del verso libero e alla soppressione della punteggiatura.
Per molti versi ancora più sperimentale ed innovativa è Calligrammes – Poèmes de la paix et de la guerre 1913-1916, pubblicata nel 1918, in cui, nell’intento di superare la linearità del verso e di permettere quindi alla poesia di essere percepita immediatamente per intero, molti dei testi prendono la forma del soggetto trattato. Tra i temi che si ritrovano nella raccolta emerge quello della guerra, elaborato in presa diretta, cui Apollinaire si approccia con un animo che, se da un lato non esita ad abbracciare la mistica dello scontro tra la civiltà francese e la Kultur dei boche, dall’altro evoca a tinte forti la miseria e la sporca quotidianità della vita militare. Da notare, a questo proposito, come la raccolta contenga anche un poema intitolato al nostro Paese, significativamente dedicato ad Ardengo Soffici, nel quale Apollinaire incita l’Italia ad unirsi alla Francia, in nome di una comunanza valoriale e caratteriale, nella lotta contro la Germania.
Rispetto a tanto sperimentalismo, Il flâneur di Parigi è senza dubbio un testo minore, scritto in una prosa piana, in cui tuttavia si ritrova a tratti la verve ironica e dissacrante dell’autore, pochi mesi prima della morte. Apollinaire è a Parigi, e vive con la nuova compagna, Amélia Kolb, detta Jacqueline, che sposa il due maggio 1918, in un piccolo attico al numero 202 di boulevard Saint-Germain. La guerra dura ormai da quattro anni, ed ormai è chiaro che segna una cesura netta rispetto al mondo in cui era vissuto. Molti amici sono morti al fronte e probabilmente, anche a causa della grave ferita e delle sue conseguenze, sono svaniti gli ardori interventisti che si ritrovano nei poemi di Calligrammes;.
Ecco quindi che Apollinaire si dedica alla struggente ma divertita rievocazione della Parigi che ha conosciuto, dei suoi angoli nascosti, delle sue atmosfere, di piccoli/grandi personaggi che ne segnavano la specifica identità culturale e sociale.
Per farlo ricorre ad una figura emblematica del decadentismo e del modernismo: il flâneur, l’osservatore appassionato teorizzato da Baudelaire e ripreso tra gli altri da Walter Benjamin, colui per il quale ”è un immenso piacere prendere dimora nel numero, nella fluttuazione, nel movimento, nello sfuggente e nell’infinito. Essere lontano da casa, eppure sentirsi a casa ovunque; guardare il mondo, essere al centro del mondo e restare nascosto al mondo”. Per Baudelaire il flâneur è l’artista moderno, il prodotto della società industriale che deve immergersi nella metropoli per osservarla e coglierne i ritmi, i rumori, gli odori, osservandola imparzialmente; è il ”pittore della circostanza e di tutto ciò che questa suggerisce d’eterno”. Benjamin declina in chiave marxista la figura, partendo dall’osservazione della centralità della città per le masse nella società industriale: ”Le strade sono le abitazioni del collettivo. Il collettivo è un essere sempre inquieto, sempre in movimento, che tra i muri dei palazzi vive, sperimenta, conosce e inventa tanto quanto gli individui al riparo delle quattro mura di casa loro. Per tale collettivo le scintillanti insegne smaltate delle ditte sono un ornamento pari e anche superiore al dipinto a olio in un salotto borghese e i muri con «défense d’afficher» sono il suo scrittoio, le edicole la biblioteca, le cassette delle lettere i bronzi, le panchine i mobili della camera da letto e le terrazze dei caffè il bow-window, da cui osserva la propria casa.” (W. Benjamin, in Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato, Neri Pozza, 2012).
Per Benjamin il flâneur è il borghese agiato, che può disporre del suo tempo per osservare, che non è coinvolto direttamente nell’uso che della città moderna fanno le masse ma che è in grado di analizzarne le dinamiche e comprenderne la portata, culturale e sociale. È a mio avviso affascinante osservare come la figura del flâneur si sia materializzata, nel corso del XX secolo, in tipologie artistiche che hanno osservato la città utilizzando i nuovi strumenti che la modernità metteva a loro disposizione: la macchina fotografica e la cinepresa. In fondo i grandi fotografi e documentaristi dello spazio urbano possono essere considerati gli eredi diretti del flâneur classico.
Benjamin osserva anche che il flâneur è personaggio tipicamente parigino, perché la stratificazione storica di una città come Roma è tale che solo il turista che la osserva superficialmente le può sopravvivere, mentre Berlino guarda strutturalmente con sospetto ad ogni tipo di sognatore.
Se quindi il flâneur è parigino, il titolo dato in italiano al volumetto oggetto di queste note appare come una tautologia. In effetti il titolo originale, Le flâneur des deux rives a fatica poteva essere tradotto letteralmente, non essendo chiaro in italiano cosa siano le due sponde che i francesi conoscono per antonomasia: forse però si poteva osare qualcosa di diverso. A parte questa osservazione e qualche errore di stampa qua e là, devo dire che il piccolo editore Le nubi, peraltro scomparso dall’orizzonte editoriale da parecchi anni, ha a suo tempo curato molto bene il volume: la traduzione di Gianluca Reddavide appare impeccabile, la sua breve postfazione appropriata ed anche l’aspetto grafico del volume è molto gradevole. Il volume è di difficile reperibilità, ma fortunatamente in libreria si può ancora reperire l’edizione pubblicata nel 2018 da Empirìa, con il titolo originale de Il flâneur delle due rive.
Il libro è composto da nove brevi episodi, ciascuno riferito ad un luogo parigino con un particolare significato per Apollinaire, per la sua vita e le sue frequentazioni di prima della guerra. Quasi tutte le strade, i boulevards e le piazze che l’autore cita sono rintracciabili ancora oggi su una mappa della capitale francese: è così possibile seguire gli itinerari di Apollinaire, anche se probabilmente le atmosfere e lo stesso aspetto dei luoghi è profondamente cambiato.
Il primo episodio è dedicato ad Auteil, quartiere allora periferico di Parigi tra la Senna e il Bois de Boulogne dove Apollinaire abitò dal 1909 al 1912. L’autore ricorda come all’epoca Rue Raynouard, dove esiste ancor oggi la casa-museo di Balzac, fosse quasi uguale ai tempi in cui vi passeggiava l’autore della Comédie humaine, e come in pochi anni si sia imbruttita. Accompagna quindi il lettore tra Auteuil e Passy, alla ricerca delle atmosfere perdute, delle viuzze e delle piazze in cui passeggiava con i sui amici artisti, tra i quali tre ”morti al Campo d’onore”. Si sente qui il tentativo di fermare la memoria di un assetto urbano in rapida trasformazione, solo temporaneamente sospesa dalla guerra, ma soprattutto di rievocare alcuni personaggi che caratterizzavano la vita di ciò che era più un sobborgo che una parte della grande città. Tra questi lo sconosciuto e poverissimo poeta popolare e ambulante Alexandre Treutens, cui Apollinaire dedica un commosso paragrafo, e Ricciotto Canudo, artista e critico di origini pugliesi, grande sostenitore delle avanguardie e del neonato cinema, che Apollinaire definì colui che vede prima degli altri.
La libreria del Signor Lehec, il più letterario degli episodi del libro, porta il lettore in Rue Saint-André-des-Arts, in una libreria frequentata da Anatole France e Victorien Sardou. È un luogo che rievoca ad Apollinaire l’amore per i libri del vecchio proprietario e le conversazioni su temi letterari che un tempo aveva con lui. Apollinaire divaga, narrando di vecchi tipografi che anteponevano la qualità del loro lavoro agli affari, comparando l’opera di due poeti dal nome quasi simile, l’Abbé Delille e Leconte de Lisle, parlando del Virgilius Nauticus di Auguste Jal, testo settecentesco che avrebbe ispirato ad Anatole France l’inutile lavoro letterario del suo Bergeret. In apertura dedica alcuni paragrafi al cardinale Dupanloup, esimio prelato del secondo impero protagonista suo malgrado di priapesche imprese in una canzone oscena dalle infinite varianti, comparabile alle nostre Osterie. Chi fosse interessato a questo sprazzo di poesia popolare lo può consultare qui.
Nel successivo Rue Bourbon-le-Château, n. 1 Apollinaire prende lo spunto da una casa in una stretta via della rive gauche, famosa perché teatro di un omicidio, per raccontare piccoli aneddoti su suoi amici artisti, molti dei quali rivisti sui teatri di guerra. Molto divertente è quello che coinvolge Fernand Fleuret e ”una certa guaina che prende il nome dalla pacifica città di Condom.
L’episodio seguente è dedicato alla figura di Ernest La Jeunesse, letterato, critico letterario e caricaturista, amico di Oscar Wilde, autore nel 1896 di un libro nel quale ironizzava sulle personalità del tempo, intitolato Les Nuits, les ennuis et les âmes de nos plus notoires contemporains e già morto quando Apollinaire ne scrive. Egli narra del loro incontro, causato un foglietto raccolto per strada, nel quale il nome di La Jeunesse appariva sotto forma di rebus. Vuole sottrarre l’amico – che apprezzava molto – all’oblio, e lo descrive come l’ultimo boulevardier. Sicuramente farebbe piacere ad Apollinaire sapere che dell’amico oggi si trova più di una traccia in Internet.
I quai e le biblioteche è composto di due brevi parti. La prima narra di un singolare appassionato di biblioteche che Apollinaire ha incontrato alla biblioteca nazionale, mentre la seconda è la riproduzione di uno spassoso catalogo bibliotecario immaginario compilato da un certo signor Cuénod.
Molto divertente è anche l’aneddoto narrato nel successivo episodio, Il convento di Rue de Douai, dedicato a Paul Birault, che pubblicò il primo romanzo scritto da Apollinare, L’Enchanteur pourrissant. Birault organizzò un comitato per l’erezione di un monumento all’immaginario precursore della democraziaHégésippe Simon, invitando a contribuirvi numerosi parlamentari, moltissimi dei quali aderirono entusiasticamente all’iniziativa.
Altri personaggi e luoghi singolari e commoventi rivivono grazie alla penna di Apollinaire negli ultimi episodi del libro, tra i quali il ristoratore-poeta Michel Pons e il suo amico calzolaio-filosofo André Gayet, oppure il ragazzino che a dieci anni pubblicava, l’1 e il 15 di ogni mese, il Journal du Musée, organo del piccolo museo napoleonico situato al n. 14 di Rue de Possy, oppure ancora la cave al numero 8 di Rue Lafitte, ”vera Cafarnao dove erano stipati i quadri dei pittori contemporanei e dove la polvere regnava ovunque”, luogo di ritrovo di numerosi artisti che Apollinaire elenca puntigliosamente, tra i quali compaiono anche Alfred Jarry e Léon Diex, un poeta parnassiano già anziano all’inizio del XX secolo. A lui l’autore affida il compito di unire idealmente il mondo artistico del XIX secolo e quello dell’inizio del XX, in gran parte nato proprio dal ripudio del passato.
Ma anche quel mondo, che era stato di Apollinaire, in quell’estate del 1918 è ormai morto: come dice Gianluca Reddavide, la guerra non ha raso al suolo la città, ma si è portata via le persone. La centralità di quest’evento nel testo è evidente da un semplice dato: in una settantina di pagine la parola guerre vi appare 25 volte, e la locuzione avant la guerre dieci, quindi più di una volta ad episodio.
Credo che Apollinaire non abbia mai conosciuto Marcel Proust e non so se avesse letto qualcosa di lui: quando morì due volumi della Recherche erano già stati pubblicati. Indubbiamente si può dire che nella prosa semplice, a tratti cronachistica de Il flâneur di Parigi si fatica a rinvenire lo sforzo proustiano di recupero della memoria: c’è però la stessa urgenza interiore – anche in Apollinaire dettata forse dalla percezione di avere poco tempo a disposizione – di rievocare un mondo ormai perduto. E l’immagine che rimane al lettore de Il flâneur di Parigi è quella di quell’uomo dalla faccia paciosa, di quell’uomo magnifico, come lo chiama Ungaretti, capace di rivoluzionare per sempre la poesia, che guarda, dall’alto di un piccolo e squallido attico del centro di Parigi, le ferite e le macerie morali che la guerra, cui anche lui aveva aderito con tanto entusiasmo, ha prodotto sulla cultura europea.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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