Pubblicato in: Altri articoli

Convivere con il lupo

LupoappArticolo pubblicato sul quotidiano l’Adige il 23 febbraio 2012

Prendo spunto dai due articoli apparsi su questo giornale a proposito del ritorno del lupo in Trentino, a firma di Annibale Salsa e di Marzia Verona, come pure dall’articolo scritto pochi giorni fa da Dacia Maraini sul Corriere della Sera, per esprimere la mia opinione riguardo alla compatibilità della presenza del predatore in un contesto territoriale, come quello alpino, caratterizzato dalla presenza di attività umane diffuse.
Dico subito che è mia opinione che la convivenza tra uomo e lupo sia possibile, pur non nascondendo che possa essere causa di conflitti, soprattutto con le categorie – quali gli allevatori – che più si sentono legate al territorio e che più direttamente sono a contatto con l’ambiente naturale. Cercherò in queste righe di argomentare la mia tesi.
Tralascio la storia della ricomparsa del lupo sulle Alpi, già magistralmente tracciata dal prof. Salsa, per sottolineare tuttavia come da questa storia si possa trarre una conclusione univoca: la ricomparsa del lupo sulle Alpi è dovuta alla “naturale” evoluzione dei nostri territori. Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla rarefazione della presenza dell’uomo in quota, per la diminuzione delle attività tradizionali legate alla pastorizia ed all’agricoltura di montagna, con la conseguente estesa rinaturalizzazione di ampie superfici montane; questo ha generato un generale aumento delle popolazioni di fauna selvatica, in primis di caprioli, cervi e cinghiali, prede primarie del lupo. Non va dimenticato che, soprattutto nel caso del cinghiale, l’aumento delle popolazioni è stato causato direttamente dall’intervento umano, che in molti ambiti ha introdotto la specie (anche illegalmente) per fini venatori. Paradossalmente si può dire che il ritorno del lupo sia il risultato (uno dei risultati) dello sviluppo economico del nostro paese, tutto basato sulla concentrazione delle attività negli spazi urbani e di pianura.
Se queste sono le cause profonde della ricomparsa del predatore, ritengo sia impossibile pensare di bloccarlo lungo qualsiasi confine: le dinamiche dell’evoluzione naturale sono tali che solo un impossibile ritorno ad una ruralità di montagna diffusa, ad una economia di sussistenza potrebbero ricacciare il lupo nei remoti angoli della penisola da cui è partito per ricolonizzarla.
Con il lupo, quindi, credo che dovremo imparare a convivere, e ritengo che prima ci attrezzeremo, anche culturalmente, alla sua presenza sulle nostre montagne, prima impareremo a gestire i conflitti che la sua presenza genera. Il bellissimo articolo di Marzia Verona chiarisce molto bene quali siano i termini di questi conflitti: il lupo, in quanto predatore, può provocare danni molto ingenti soprattutto all’allevamento ovino. Questi danni però, sono tanto maggiori quanto minore preparazione c’è nelle istituzioni e negli allevatori rispetto alla sua presenza. E’ possibile infatti ridurre di molto i danni adottando tecniche e sistemi di allevamento più attenti, come la stessa Marzia Verona evidenzia nel suo intervento. Certo, questo costa impegno e fatica, ma credo che – soprattutto nella realtà trentina – questo impegno e questa fatica possano essere adeguatamente supportati dalle istituzioni e dalle associazioni di categoria.
Nella mia esperienza professionale ho avuto la ventura di gestire due grandi parchi nazionali in cui la presenza del lupo è consolidata. In entrambi i casi la limitazione dei danni è resa possibile dalla atavica coscienza da parte dei pastori locali che il lupo è un “fattore territoriale” cui si può rispondere con metodi collaudati ed in parte antichi: cani da pastore di razza ed attitudine appropriata, attenta custodia delle greggi e delle mandrie, sistemi dissuasivi quali recinzioni elettrificate.
E’ importantissimo, a questo proposito, che i pastori non vengano lasciati soli: le istituzioni, le associazioni e più in generale la collettività devono sostenerli, facendosi carico non solo dei doverosi indennizzi quando il danno è avvenuto, ma anche delle misure per prevenirlo. Tra questi sostegni devono, a mio avviso, trovare il giusto spazio gli interventi volti a garantire migliori condizioni di vita e lavoro dei pastori. Dall’articolo di Marzia Verona traspare il sentimento che il lupo sia solo l’ultima disgrazia di un lavoro dove è difficile persino allestire un ricovero adeguato: credo che il suo articolo ponga l’accento sull’atavica marginalità in cui vengono colpevolmente lasciate queste attività in gran parte del nostro paese. Se vi fosse meno isolamento, meno incertezza, meno precarietà credo che anche il lupo potrebbe essere considerato un problema minore, alla stregua di un temporale o di un fattore patogeno per i quali qualche volta si perde qualche capo.
L’esperienza delle aree in cui il lupo è sempre stato presente dimostra anche che le sue prede preferite sono selvatiche: una indagine sulla dieta del lupo condotta nel Parco delle Foreste Casentinesi ha dimostrato che solo il 5% delle prede è domestico: se il lupo può stare lontano dall’uomo lo fa, perché sa che è il suo peggior nemico.
Vivo da meno di un anno in Trentino, ma ho già imparato ad apprezzare le capacità che questa terra sa esprimere: credo che tra le nuove sfide che si stanno ponendo vi sia anche quella della convivenza della comunità con specie, come il lupo e l’orso, che hanno molto a che fare con la qualità di questi territori, e che possono grandemente contribuire a definirne l’identità profonda. Non dubito che il Trentino saprà vincerla.

Annunci