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Storie della Banda Orientál, ovvero Natura contro Civiltà

Recensione de La terra rossa, di W. H. Hudson

Adelphi, Gli Adelphi, 2007

William Henry Hudson non è uno scrittore molto conosciuto nel nostro Paese, anche se spulciando in rete si trovano alcune delle sue più significative opere edite nella nostra lingua e ancora disponibili. Tra queste vi è La terra rossa, cui Adelphi ha dedicato ben due edizioni.
Hudson è stato personaggio senza dubbio interessante. Nato nel 1841 in Argentina da genitori statunitensi, visse in America Latina sino al 1874, quando si stabilì in Inghilterra, dove morì nel 1922.
Intraprese la carriera letteraria in età matura, affiancandola a quella di ornitologo e botanico cui si era dedicato sin dagli anni sudamericani, con numerose pubblicazioni scientifiche su riviste inglesi. Più tardi scrisse opere di carattere divulgativo, tra le quali vanno ricordate Ornitologia dell’Argentina e Uccelli della Gran Bretagna, oltre a volumi di viaggio dedicati al countryside britannico. Il suo grande amore per il Sudamerica lo portò a scrivere alcuni romanzi dedicati alle terre della sua gioventù: tra questi i più noti sono Verdi dimore e La terra rossa. Quest’ultima è la sua prima opera letteraria, pubblicata originariamente nel 1885 e rivista, anche nel sottotitolo, nel 1904, per accentuarne il carattere romanzesco: è a questa versione che si rifà l’edizione italiana.
La terra rossa, come altre opere letterarie di Hudson, non è propriamente un romanzo. È il resoconto, in prima persona, del viaggio che un giovane inglese, Richard Lamb, compie nell’interno dell’Uruguay attorno al 1865, ed è infarcito di osservazioni sul paesaggio di queste terre allora di frontiera, la loro vegetazione e fauna, ma soprattutto sulle persone che le abitavano, il loro modo di pensare e di vivere, affatto diverso da quello europeo dell’epoca, il tutto sullo sfondo delle drammatiche vicende politiche che le segnavano in quegli anni. Ed è proprio da qui che è necessario partire per addentrarsi nei meandri di questa affascinante opera, al fine di comprendere il contesto che condiziona buona parte delle vicende che vi sono narrate.
L’Uruguay conquistò l’indipendenza nel 1828,: in precedenza era stato un lembo di terra conteso tra spagnoli e portoghesi prima e tra Argentina e Brasile poi, subendo anche non poche interferenze da parte delle potenze europee, Gran Bretagna e Francia in primis.
La giovane repubblica, che recuperò il vecchio nome di Banda Orientál (ancora oggi il nome ufficiale dello Stato è República Oriental del Uruguay), si divise subito in due fazioni politiche, rappresentanti gli interessi inconciliabili delle classi sociali dominanti, e che si schieravano ora con l’uno ora con l’altro dei due potenti vicini e delle potenze europee: i blancos, conservatori, protezionisti e difensori degli intessi della proprietà terriera e dei valori della ruralità, tradizionalmente alleati degli argentini, e i colorados, espressione della borghesia mercantile delle città, quindi di tendenza liberale e liberista. Dopo aspre lotte politiche, nel 1839 scoppiò la guerra civile che ebbe il suo episodio emblematico nell’assedio di Montevideo, iniziato nel 1843: i blancos, appoggiati dall’Argentina, occuparono la quasi totalità del paese, eccetto la capitale, assediata per oltre otto anni, sino al 1851, quando il conflitto ebbe termine per l’intervento diretto nella regione di Francia e Gran Bretagna. Durante l’assedio assunse notevoli responsabilità militari Giuseppe Garibaldi, schierato con i colorados, che costruì qui il suo mito di eroe dei due mondi. L’accordo politico tra le due fazioni durò poco, e già alcuni anni dopo ripresero gli scontri e le rivolte, sempre fomentate anche da interessi esterni: nel periodo in cui è ambientata La terra rossa al governo sono i colorados, che hanno conquistato il potere con le armi nel 1863 sostenuti dal Brasile, e nelle campagne si susseguono tentativi di rivolta da parte dei blancos. Di lì a pochi anni i capi di entrambe le fazioni verranno assassinati nello stesso giorno e nel 1870 si giungerà ad un accordo di spartizione del potere.
In questo scenario, che viene sottolineato sin dalle prime pagine del libro, nelle quali è detto che a Montevideo tutti si aspettano la rivoluzione, si sviluppano le vicende di Richard Lamb, da lui stesso narrate ad anni di distanza.
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L’hard boiled d’autore che delude

PiomboeSangueRecensione di Piombo e sangue, di Dashiell Hammet

Guanda, Le Fenici Tascabili, 2002

Mi sono accostato a questo romanzo di Dashiell Hammett con molte aspettative. Hammett è infatti considerato l’inventore dell’hard boiled, il genere letterario incentrato sulla figura dell’investigatore privato solitario e duro, il cui modello è Sam Spade, e caratterizzato dal realismo delle storie raccontate, ambientate solitamente in città degli Stati Uniti violente, notturne e corrotte, dove domina la malavita organizzata, spesso in collusione con la polizia e la politica. Il discepolo più famoso di Hammett, Raymond Chandler, padre di Philip Marlowe, nel suo saggio La semplice arte del delitto afferma che ”Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali.” Questo realismo delle storie raccontate è infatti in grado, a mio avviso, di elevare il giallo o il noir al di sopra della scrittura commerciale, conferendogli una precisa dignità letteraria. È ciò che successe anche in Europa, grossomodo nello stesso periodo in cui scrive Hammett, con due autori che idearono interessanti figure di detective: Georges Simenon e Friedrich Glauser, con Maigret e il Sergente Studer, ci hanno fornito l’esempio di come il genere giallo possa essere usato per descrivere ambienti sociali, tormenti interiori, personalità complesse, insomma per fare vera letteratura. Ovviamente il contesto culturale in cui vivevano questi autori, affatto diverso da quello delle metropoli statunitensi, hanno portato a risultati stilistici e anche contenutistici del tutto diversi dall’hard boiled, ma si può dire che c’è stato un momento, significativamente coincidente con l’inizio della grande depressione e il progressivo avvicinarsi della seconda guerra mondiale, nel quale alcuni scrittori delle due sponde dell’Atlantico hanno ridefinito i cardini del poliziesco classico, così come erano stati fissati da Edgar Allan Poe ed elaborati da molti autori successivi, introducendovi elementi che mettevano in discussione l’assunto di ritorno all’ordine sotteso alla soluzione di misteriosi delitti.
Devo anche ammettere che vi è un altro elemento che rende per me affascinate la figura di Dashiell Hammett: la sua vicenda esistenziale e politica. Sfogliando la sua biografia, infatti, si scopre come il personaggio Hammett riassuma in sé tutte le specificità, le contraddizioni ed i drammi della democrazia statunitense che si avviava a divenire la potenza egemone del mondo capitalistico occidentale. Hammett fu in gioventù agente dell’Agenzia Pinkerton, la società di investigazione privata che tanta parte ha avuto, al servizio di grandi e piccoli capitalisti, nella repressione di scioperi e rivendicazioni sindacali prima e durante la grande depressione: questa esperienza lo ispirò nella scrittura dei suoi racconti e romanzi. Anche se non combatté a causa della tubercolosi, si arruolò sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, dimostrando un indubbio spirito patriottico, il che gli ha dato il diritto di riposare nel Cimitero Nazionale di Arlington. Ma Hammett fu soprattutto un comunista. Attivo politicamente su posizioni nettamente antifasciste sin dai primi anni ‘30, dal 1935 fece parte della Lega degli Scrittori Americani, associazione egemonizzata dal Partito Comunista degli Stati Uniti, e nel 1937 si iscrisse al Partito. Nel 1946 divenne presidente del Civil Right Congress, associazione che si batteva contro i processi a sfondo politico e razziale. Le sue idee lo portarono ad essere progressivamente emarginato dall’industria culturale statunitense, in particolare durante il primo dopoguerra e il maccartismo. Nel 1951 scontò sei mesi di carcere per essersi rifiutato di fare i nomi dei contributori di un fondo, di cui era tesoriere, a sostegno delle spese legali di sospetti comunisti, e il suo nome comparve nelle famigerate liste nere del senatore McCarthy: tutti i contratti legati alle sue opere vennero sospesi, e più tardi per una vicenda di tasse tutti i suoi beni confiscati. Oppresso dall’aggravarsi della malattia visse in povertà gli ultimi anni, morendo nel 1961. Questa vita complicata ha fatto sì che tutta la sua opera letteraria risalga all’anteguerra, essendo composta di soli cinque romanzi – di cui il più noto è sicuramente Il falcone maltese, del 1930, da cui una decina d’anni dopo fu tratto un celebre film con Humphrey Bogart nella parte di Sam Spade – e da numerose storie brevi.
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Storia di Gingio, il principe immaturo

FerdydurkeRecensione di Ferdydurke, di Witold Gombrowicz

Feltrinelli, Universale Economica, 2005

Ferdydurke è il primo romanzo di Gombrowicz; scritto negli anni ‘30, quando lo scrittore si trovava ancora in Polonia, è in qualche modo la risposta alle polemiche che seguirono la sua prima opera, i racconti di Ricordi del periodo della maturazione, poi intitolati Bacacay.
È da molti annoverato tra i capolavori dello scrittore polacco, ed affronta uno dei temi portanti della sua poetica, che già aveva trovato spazio nei suoi primi racconti: quello dell’immaturità. Accanto a questo, l’altra tematica che viene affrontata in Ferdydurke è quella della forma, intesa sotto varie accezioni: sia come necessità di adattare il proprio essere alle formalità imposte dalle convenzioni sociali, sia – quasi all’opposto – come ricerca della propria identità interiore, sia, infine, come modo di scrittura in grado di esprimere efficacemente il contenuto dell’opera.
Ferdydurke affronta comunque molti altri temi, alcuni dei quali strettamente legati alla situazione politica, sociale e culturale della Polonia degli anni ‘30, altri di carattere più generale, legati al disagio esistenziale dell’uomo nella prima metà del XX secolo: ciò ha portato molti critici a definirlo un mix di romanzo, pamphlet polemico e saggio filosofico/sociologico. Dico subito che, pur riconoscendone il valore intrinseco e apprezzando la scrittura di Gombrowicz, frizzante nella sua capacità di organizzare il caos creativo dandole per l’appunto una forma che tenti di esprimerlo, faccio fatica ad attribuire a Ferdydurke il rango di capolavoro assoluto, come molti fanno, soprattutto considerato il periodo in cui fu scritto e il ben altro spessore di autori ed opere che in quei pochi decenni videro la luce.
Protagonista del romanzo è il trentenne Józio Kowalski, che nella traduzione italiana diviene Gingio: qui è d’obbligo aprire una parentesi relativa alla traduzione, affidata da Feltrinelli a Vera Verdiani. Indubbiamente tradurre Ferdydurke, non deve essere stata impresa da poco: il testo è infarcito di concetti espressi da termini difficilmente traducibili, di espressioni gergali, ed alcuni personaggi utilizzano parlate vernacolari. Se in generale si può affermare, almeno per quanto ho potuto capire, che Verdiani se la sia cavata bene, è tuttavia caduta in ciò che ritengo essere una delle trappole tipiche di una certa scuola di traduzione italiana: la smania di italianizzare tutto il possibile. Così Józio diventa Gingio, ma abbiamo anche una famiglia che di cognome fa Giovanotti (vedremo poi perché) ed un giovane garzone del tutto polacco che si esprime in dialetto toscano. Come già rimarcato altrove, sono convinto che il ricorso alle note a piè di pagina, quando vi sia da informare il lettore di particolarità della scrittura, sia strumento più efficace rispetto alla forzata italianizzazione del testo, che in certo qual modo contribuisce a renderlo meno credibile.
In un incipit che molti hanno definito kafkiano, Gingio si sveglia in un’alba lattiginosa riflettendo sul suo stato: ha da poco passato la trentina, ha pubblicato Ricordi del periodo della maturazione, e in sogno gli è sembrato di essere ridiventato adolescente. Oltre all’angoscia esistenziale che lo opprime sente la contraddizione tra ciò che è stato, un giovane immaturo, ciò che è, un uomo non ancora perfettamente formato, e ciò che gli altri si aspettano che divenga. Il suo libro è stato considerato dai più l’opera di un immaturo, ed ora egli si sente spinto da tutti coloro che lo circondano, lettori, amici, critici, a rispondere, perché ”non siamo autonomi, ma solo una funzione degli altri, dobbiamo essere quali gli altri ci vedono”. Gli altri lo vedono immaturo perché loro stessi sono immaturi, di una immaturità diversa dall’innocenza dell’infanzia, data dalla stupidità, dall’accettazione supina delle regole e dei condizionamenti sociali, un’immaturità che viene spacciata per il suo opposto. A seguito di riflessioni, che occupano le prime pagine, da leggersi con attenzione e possibilmente da rileggere dopo essere giunti alla fine del romanzo, perché contengono il succo di ciò che accadrà, Gingio inizia a scrivere ”le prime pagine di un’opera genuinamente mia, un’opera a mia immagine e somiglianza, identica a me, un’opera che sovranamente sostiene le mie personali ragioni contro tutto e tutti…”
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Tra Kafka e Witkiewicz, senza la loro forza evocativa

BacacayRecensione di Bacacay, di Witold Gombrowicz

Feltrinelli, Universale Economica, 2004

Ho iniziato con Bacacay la lettura di una trilogia di Witold Gombrowicz che mi ha portato ad esplorare in senso cronologico alcune delle tappe più significative della produzione letteraria di questo scrittore polacco che ha attraversato il XX secolo con una vicenda esistenziale sbilenca. Nato nel 1904, figlio della nobiltà terriera polacca, pubblicò le sue prime opere negli anni ‘30; fu sorpreso in Argentina dallo scoppio della seconda guerra mondiale, e nel paese sudamericano visse in relativa povertà e sostanzialmente sconosciuto per oltre vent’anni, prima di ritirarsi nel 1963, ormai affermato scrittore, in Provenza, dove morirà nel 1969.
Questo intervallo temporale, che scandisce la vita dell’artista, rende anche conto di come, almeno a mio avviso, Gombrowicz possa essere considerato uno degli anelli di congiunzione, forse uno dei più importanti, tra la letteratura della crisi dei primi decenni del ‘900 e i lidi postmoderni cui quella stessa letteratura approderà nel secondo dopoguerra.
Leggere quindi le opere di Gombrowicz seguendo il periodo in cui furono scritte è a mio avviso molto utile per comprendere questa evoluzione personale, che per certi versi rispecchia l’evoluzione di un intero filone letterario.
Bacacay è la prima pubblicazione dell’autore, e risale al 1933, quando fu edita a Varsavia con il titolo di Ricordi del periodo della maturazione. Il volume Feltrinelli da me letto riprende però l’edizione di Cracovia del 1957, nella quale, oltre a cambiare il titolo, lo scrittore aggiunse tre racconti pubblicati in precedenza su riviste, dei quali due negli anni ‘30 e uno nel dopoguerra, e rivide alcuni dei precedenti. Il volume, curato da Francesco M. Cataluccio, massimo esperto italiano di Gombrowicz, è completato da un apparato critico che riporta i cambiamenti apportati ai racconti originali, da una ottima introduzione dello stesso Cataluccio e da un breve chiarimento dell’autore circa il significato dei suoi racconti.
Complessivamente oggi Bacacay si compone di dieci racconti che, sia pure tutti connotati dall’inconfondibile modalità di scrittura di Gombrowicz, dal suo sbeffeggiante anarchismo, dal suo gusto per il paradosso e l’ironia, sono a mio avviso parecchio disomogenei.
Nel primo racconto, Il ballerino dell’avvocato Kraykowski, si assaporano già a ben guardare tutti gli ingredienti della letteratura di Gombrowicz, soprattutto del primo Gombrowicz: lo sberleffo nei confronti delle regole sociali, la critica verso il perbenismo delle classi dominanti, l’eros come fattore destabilizzante, il gusto per il non-senso e il paradosso. Narra in prima persona di un tizio che, volendo saltare la coda per acquistare un biglietto teatrale viene preso per il bavero e rimandato indietro da un signore molto distinto, che commenta rivolto alla moglie: ”Ordine ci vuole, siamo in Europa.” Il narratore resta fulminato dalla perfezione formale del signore e lo segue verso casa, scoprendo che si tratta dell’illustre avvocato Kraykowski. Seguire l’avvocato, cercare di entrare in contatto con lui diviene la sua ossessione: gli manda fiori, gli paga le consumazioni al bar, ma naturalmente Kraykowski allontana con fastidio l’importuno. Resosi conto che l’avvocato fa la corte ad una donna sposata, le manda lettere anonime invitandola a darsi al grand’uomo, senza apparente successo. Quando una sera vede i due appartati sulla panchina in un parco solitario e la cosa accade inizia a gridare la sua gioia: ”L’avvocato Kraykowski la sta…! L’avvocato Kraykowski la sta…! L’avvocato Kraykowski la sta…! Accorre gente e scoppia il pandemonio. Quando, pochi giorni dopo, l’avvocato Kraykowski si appresta a rifugiarsi in una località di villeggiatura per sfuggire al suo persecutore questi, che è venuto a saperlo, decide che lo seguirà.
Ho voluto sintetizzare la trama di questo primo racconto per evidenziare il modo in cui gli elementi della letteratura di Gombrowicz che ho elencato sopra si presentino nella pagina dello scrittore polacco. La vicenda, paradossale e leggera, presenta a mio avviso accenti vagamente kafkiani, sia pure giocati su un piano affatto diverso rispetto a quello esplorato dallo scrittore praghese. Qui infatti, non è un potere oscuro che risucchia inesorabilmente la vita del protagonista, ma è il protagonista stesso che si annulla dedicando la propria vita all’uomo di potere, al rappresentante della perfezione formale borghese, l’illustre avvocato, arrivando a distruggere tale perfezione e finendo per coglierlo sul fatto, e mettendone così in evidenza tutte le contraddizioni ed ipocrisie. Kraykowski è indubbiamente vittima di un molestatore, ma è lui stesso, con la sua pretesa dirittura morale, che crea il brodo di coltura del tormento che subirà. Dalla lettura del racconto emerge anche, sia pure in nuce, la tematica che Gombrowicz svilupperà di lì a poco nel suo primo romanzo, Ferdydurke: quella dell’immaturità come chiave per affrontate la vita e il mondo. Il protagonista è infatti evidentemente un immaturo, in qualche modo un bambino adulto che si annulla inseguendo un presunto modello, che gioisce infantilmente della conquista sessuale del suo idolo, ma è proprio attraverso il suo comportamento immaturo che riesce a mettere a nudo l’inconsistenza di tale modello. Tanta carne al fuoco fin dalla prima prova, verrebbe da dire, ma forse è anche il caso di evidenziare come già da questo racconto emergano tutti i limiti della letteratura di Gombrowicz, ed innanzitutto la sua incapacità di scavare a fondo rispetto alle questioni che pone, finendo spesso per essere egli stesso vittima della ricerca del paradosso fine a sé stesso, del gusto di stupire tanto per stupire, della ricerca della bella pagina piuttosto che della buona pagina.
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L’approdo della riforma

LaTrilogiadellaVilleggiaturaRecensione de La trilogia della villeggiatura, di Carlo Goldoni

Mursia, GUM, 1997

Tredici anni separano le prime commedie di carattere da La trilogia della villeggiatura. In questo periodo Carlo Goldoni scrive alcuni dei suoi capolavori assoluti, come La locandiera, Il campiello, I rusteghi. La sua produzione teatrale è quantitativamente prodigiosa, come testimonia emblematicamente l’impegno, mantenuto, a scrivere sedici commedie in un solo anno, il 1750. Sono anni nei quali egli completa la sua riforma, traendo spunto dal mondo per inventare il suo teatro. Si è ormai definitivamente staccato dai cliché della commedia dell’arte, e il suo sguardo indagatore si punta sull’aristocrazia parassita, sulla borghesia mercantile veneziana, sulle classi subalterne, sulle relazioni conflittuali che intercorrono tra le varie componenti della società in cui vive, sulle piccole meschinità e le ipocrisie dei singoli. Nelle sue commedie non vi sono più maschere, ma uomini e donne in carne ed ossa, che mostrano le loro contraddizioni, spesso determinate dai limiti loro imposti da invalicabili convenzioni sociali. È comunque sempre attento a trattare questi argomenti entro i limiti di una satira cortese, che induca il pubblico alla risata liberatoria, una satira mai espressa apertamente se non attraverso l’implicito connaturato alla scrittura teatrale, perché è cosciente che altrimenti potrebbe incorrere nel boicottaggio e nella censura, cosa che, vivendo della sua opera, non si può permettere.
Nelle sue commedie quindi, anche in quelle più sovversive, non manca mai il finale lieto, che riconduce situazioni potenzialmente irregolari entro i binari del politicamente corretto.
Nonostante queste attenzioni, il teatro di Goldoni non era mai stato alieno da critiche, anche feroci, da parte di autori più tradizionalisti, primo fra tutti l’abate Piero Chiari. All’inizio degli anni ‘60 l’opera di Goldoni è sottoposta ad un esplicito attacco da parte di un altro commediografo: il patrizio e conservatore Carlo Gozzi mette in scena, durante il carnevale del 1761, L’amore delle tre melarance, fiaba scritta sotto forma di canovaccio nella quale polemizza apertamente con il realismo della riforma goldoniana e la sua pericolosità sociale. L’opera di Gozzi ha un grande successo di pubblico, e Goldoni, che ha ormai passato la cinquantina, deluso dalla mancata assegnazione di un vitalizio da parte della Repubblica e preoccupato per il suo futuro pensa di lasciare un’altra volta Venezia: l’anno successivo si trasferisce a Parigi, dove è stato invitato per risollevare le sorti della Comédie Italienne. Quella che avrebbe dovuto essere una permanenza piuttosto breve si prolungherà sino alla morte, oltre trent’anni dopo. Prima di lasciare Venezia, Goldoni scrive alcuni dei suoi ultimi capolavori, tra i quali, oltre alla Trilogia, Le baruffe chiozzotte, Sior Todaro brontolon e quella sorta di addio che è Una delle ultime sere di carnovale.
La trilogia della villeggiatura riveste un ruolo particolare nell’ambito dell’opera goldoniana, innanzitutto per la struttura. Si tratta infatti, come dice il nome, di tre commedie, distinte ma concatenate temporalmente, aventi gli stessi protagonisti. La prima narra dei preparativi per la villeggiatura, la seconda di ciò che accade durante la villeggiatura e la terza delle conseguenze della villeggiatura. Goldoni già in passato aveva scritto alcune commedie che ne riprendevano altre, ma è la prima ed unica volta che presenta un trittico tanto organico che potrebbe quasi essere considerato un’unica commedia in nove atti, come dice lo stesso autore, il quale rimarca anche come il tutto sia stato scritto contemporaneamente. Indubbiamente questa scelta può essere stata dettata dalla intrinseca ampiezza delle situazioni trattate, ma non è escluso che ci possa anche essere stata, da parte di un professionista del teatro, anche la volontà di fidelizzare il pubblico, spingendolo a tornare a teatro per vedere come andava a finire.
Perché Goldoni punta la sua attenzione sulla villeggiatura? Per capirlo è necessario contestualizzare questa pratica.
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Alle origini della riforma

La donna di garboRecensione de La donna di garbo, La vedova scaltra, La putta onorata, di Carlo Goldoni

Mursia, GUM, 2005

Commentando la lettura delle opere di altri autori di teatro, quali Molière e Pinter, ho accennato alle difficoltà di comprensione e di interpretazione legate alla riduzione letteraria di testi nati per essere rappresentati sulla scena. In generale, infatti, la semplice lettura di un testo teatrale riduce in modo drastico i gradi di libertà che lo caratterizzano, dati dall’apporto specifico che gli forniscono la regia e l’interpretazione attoriale.
Questo limite invalicabile del teatro scritto è ancora più evidente quando si affrontino i testi di un autore come Carlo Goldoni. Se infatti è vero che egli fu l’artefice di una riforma del teatro italiano che – prendendo le distanze dalla tradizione della commedia dell’arte – esigeva che le opere teatrali fossero interamente scritte e non basate su semplici canovacci lasciati alle capacità di improvvisazione degli attori, è altresì vero che pose a fondamento di tale riforma due elementi essenziali: il mondo, ovvero l’osservazione della realtà, della natura, ed il teatro, ovvero la capacità dell’autore di trasporre tale osservazione nelle forme che il teatro esige, fatte di una serie di elementi di cui il testo scritto è solo una parte.
Ciò diviene particolarmente evidente leggendo le commedie scritte da Goldoni in dialetto veneziano, che – diversamente da quanto si crede comunemente – non sono moltissime rispetto alla sua copiosa produzione. Soprattutto per chi non è veneto, leggere questi testi non è semplice, per ovvi motivi: eppure a teatro, se la messa in scena è di qualità, essi risultano comprensibilissimi, perché un bravo regista e dei buoni attori sono in grado di spiegarli attraverso il ritmo dei dialoghi, la corporeità, l’accento onomatopeico che li accompagnano; si pensi del resto, in proposito anche alle opere di altri grandi autori dialettali italiani, a partire da Eduardo De Filippo. È comunque chiaro che anche le commedie in lingua di un autore tutto teatrale come Goldoni perdono non poco quando siano semplicemente lette.
Proprio il fatto di essere un autore teatrale, per di più di un teatro popolare fece di Goldoni un minore per la critica letteraria italiana a cavallo tra ‘800 e ‘900. Se non stupisce che l’idealismo crociano abbia visto in Goldoni un autore che ”alla poesia propriamente detta non si innalza”, più perplessi può lasciare il giudizio riduttivo che ne dà un intellettuale come De Sanctis, il quale, pur riconoscendo il valore del realismo goldoniano, lo accusa di grossolanità e volgarità e conclude negando importanza alla sua pretesa di riforma del teatro. Una significativa breccia in questo muro critico, tipico di un’epoca e di un ambiente culturale nei quali la borghesia dominante ha ormai necessità di rinnegare le basi stesse della sua primigenia costruzione sovrastrutturale, viene aperta non a caso da Antonio Gramsci, che in un frammento dei Quaderni dal carcere si chiede: ”Perché il Goldoni è popolare anche oggi? Goldoni è quasi “unico” nella tradizione letteraria italiana. I suoi atteggiamenti ideologici: democratico prima di aver letto Rousseau e della Rivoluzione francese. Contenuto popolare delle sue commedie: lingua popolare nella sua espressione, mordace critica dell’aristocrazia corrotta e imputridita.”
Oggi, con buona pace di Croce e De Sanctis, Goldoni occupa il posto che gli spetta nella storia della letteratura e del teatro italiani, soprattutto dopo le storiche regie di Giorgio Strehler nella seconda metà del secolo scorso.
Le mie recenti letture goldoniane hanno riguardato complessivamente sei commedie, raccolte in due volumi editi anni fa da Mursia. Loro caratteristica importante è che i due volumi rappresentano due epoche affatto diverse della produzione goldoniana. Mentre il primo presenta le prime commedie di carattere scritte per intero da Goldoni, che si collocano quindi agli albori della sua riforma, il secondo contiene la famosa Trilogia della villeggiatura, pietra miliare dell’ultima produzione veneziana dell’autore, nonché uno dei suoi capolavori assoluti. Mi è stato così possibile scandagliare, sia pur parzialmente, l’evoluzione del pensiero, della poetica e del modo stesso di far teatro di questo fondamentale autore.
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“Non giudicate”: La giustizia ai tempi del determinismo lombrosiano

IlCasoRedureauRecensione de Il caso Redureau, di André Gide

Editori Riuniti, Tracce, 1997

André Gide è stato certamente uno degli intellettuali più importanti del primo novecento europeo; dotato di una personalità complessa e sfaccettata, che si riflette nelle sue opere, fu il fondatore di una delle più prestigiose riviste letterarie d’oltralpe, la Nouvelle Revue Française, nelle pagine della quale trovarono ospitalità alcuni tra i maggiori scrittori francesi e non solo. Sue opere quali La porta stretta, L’immoralista e I sotterranei del Vaticano sono ancora oggi imprescindibili per chi voglia avere una visione ampia della letteratura europea del XX secolo.
Rispetto alle sue opere più importanti questo breve scritto, edito nel 1930, è da considerarsi sicuramente minore, essendo in gran parte la raccolta di materiale giudiziario relativo ad un caso di omicidio plurimo avvenuto nella regione di Nantes oltre una quindicina di anni prima. Non si tratta quindi di un’opera letteraria vera e propria, quanto di una sorta di pamphlet su un caso che aveva scosso l’opinione pubblica francese. Tuttavia si tratta di un volumetto – in tutto un’ottantina di pagine – interessante, sia perché permette al lettore di indagare uno dei tanti interessi di Gide, quello per il funzionamento, i riti e i meccanismi della giustizia francese, sia in quanto – anche grazie alla breve ma importante prefazione di Maurice Nadeau, altro grande intellettuale francese – stimola il lettore a porsi interrogativi di carattere generale sulla psiche umana e l’inadeguatezza del grado di comprensione del suo funzionamento da parte della società e delle autorità costituite.
Il caso Redureau fece molto scalpore nella Francia che si avvicinava alla prima guerra mondiale. La mattina del primo ottobre 1913 nel villaggio di Le Landreau, nei pressi di Nantes, i corpi di sei componenti di una famiglia di piccoli proprietari terrieri, i Mabit, e della loro giovanissima domestica vennero trovati massacrati nella loro abitazione in modo atroce. Vittime furono il capofamiglia, la moglie incinta di sette mesi e tre dei quattro figli, tra i quali il più piccolo di appena due anni, oltre alla nonna e alla domestica sedicenne. Tutti erano stati colpiti ripetutamente con una roncola, in un accesso di furia selvaggia. Fu subito chiaro che si trattava di omicidii commessi da un unico individuo in un breve lasso di tempo: oltre ad un figlio quattrenne dei Mabit, che era stato risparmiato, mancava all’appello solo un ragazzo del paese che da pochi mesi lavorava al servizio dei Mabit, aiutandoli nei campi: il quindicenne Marcel Redureau fu trovato quasi subito, nascosto nei pressi della sua abitazione, e confessò immediatamente di essere l’autore della strage. Processato, fu condannato a 20 anni di reclusione, il massimo della pena per un minorenne; morì di tubercolosi in carcere nel 1916, diciottenne.
Ciò che attirò subito l’attenzione della stampa a dell’opinione pubblica fu la mancanza di un movente plausibile per un delitto così efferato. Redureau, durante gli interrogatori, affermò che mentre lavorava al torchio per pressare l’uva la sera del 30 settembre il padrone l’aveva rimproverato, dicendogli che era uno scansafatiche. Irritato da un rimprovero ritenuto ingiusto, egli l’aveva colpito al capo con una mazza di legno e, quando era crollato a terra gemendo, gli aveva tagliato la gola con una roncola. Poi, per mettere a tacere eventuali testimoni del delitto, si era recato nel vicino appartamento e aveva ucciso, con la stessa roncola, la moglie di Mabit e la giovanissima domestica, quindi la nonna che era accorsa alle grida e i tre bambini che piangevano nella vicina stanza. Non aveva ucciso il quarto figlio della coppia perché dormiva in un’altra stanza.
Redureau si dichiarò pentito di quanto fatto, e affermò anche di aver tentato il suicidio, mancandogliene però il coraggio.
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Kafka inverato: l’angoscia nella Praga dell’occupazione nazista

IlSignorTheodorMundstockRecensione de Il signor Theodor Mundstock, di Ladislav Fuks

Einaudi, I coralli, 1997

Praga era una città davvero magica. Chiunque ami la letteratura del ‘900 non può prescindere dai grandi autori che in questa città sono nati e vissuti. Praga è stata in grado, con le sue atmosfere, la sua geografia urbana e sociale, di imprimere il proprio inconfondibile marchio su una serie impressionante di grandissime opere letterarie, che il lettore individua subito come praghesi: forse nessuna altra città in Europa ha saputo, per ragioni complesse che critici e storici hanno compiutamente analizzato, divenire non solo lo scenario, ma l’essenza stessa di tante opere, la conditio sine qua non della loro produzione.
Se l’age d’or della produzione letteraria praghese è stato senza dubbio il primo novecento, epoca del crollo dell’impero austroungarico, della ritrovata identità nazionale, del rapido avvicinarsi della seconda guerra mondiale, è indubbio che essa abbia avuto una coda importante anche nei decenni del secondo dopoguerra, nei quali Praga è stata sicuramente l’epicentro emblematico delle speranze, delle contraddizioni e delle tragedie che hanno segnato il socialismo realizzato. In particolare nei primi anni ‘60, periodo che precede la fine drammatica della cosiddetta primavera di Praga, si affacciano sulla scena letteraria praghese una serie di scrittori che a vario titolo subiscono l’influsso della città e della sua recente storia culturale. Alcuni di questi, soprattutto dopo la caduta del comunismo, vengono tradotti in tutto il mondo, divenendo vere e proprie star internazionali, e non è un caso, a mio avviso, che si tratti quasi sempre degli scrittori più leggeri, portatori di istanze letterarie in sintonia con il nuovo pensiero unico, nelle quali Praga, le sue atmosfere tragiche, grottesche e profondamente ironiche ad un tempo vengono usate per raccontare l’aspirazione alla libertà dell’individuo, che ovviamente deve coincidere con la piena occidentalizzazione della città e del paese. Altri grandi scrittori di quel periodo, con storie più problematiche rispetto al cliché dell’intellettuale-censurato-e-perseguitato-dal-regime, latori di una letteratura che non è facilmente classificabile entro i canoni del mainstream culturale, vengono solo sporadicamente frequentati e proposti in occidente, e spesso rapidamente marginalizzati.
E così in quest’oggi nel quale Praga è stata ormai germanizzata ad un livello che neppure i nazisti avrebbero ritenuto pensabile, i cui luoghi magici sono ridotti a postazione per selfie e di acquisti di souvenir per masse di turisti low-cost, quasi fossero luoghi di una Venezia qualsiasi, trovare in libreria un romanzo di un autore come Ladislav Fuks è impresa ardua, mentre abbondano in vari cataloghi editoriali le opere di Milan Kundera e Bohumil Hrabal, simboli a mio avviso di un certo praghismo di seconda mano. Eppure la lettura de Il signor Theodor Mundstock, romanzo d’esordio di Fuks, rivela al lettore un narratore di prima grandezza, la cui poetica e la cui prosa si ricollegano direttamente alla grande letteratura ceca dell’anteguerra e la attualizzano rispetto ai tempi in cui è vissuto.
L’opera di Fuks giunse in Italia grazie ad Angelo Maria Ripellino, grande connettore tra la nostra cultura e quella slava: così nel 1972 (altri tempi, davvero) Einaudi pubblicò Il bruciacadaveri, secondo romanzo di Fuks, edito originariamente nel 1967, e nello stesso anno uscì presso Garzanti, con l’orripilante titolo Una buffa triste vecchina, il suo quarto romanzo, il cui titolo originale è traducibile in I topi di Natalie Mooshabrová. Einaudi propose poi, ben venticinque anni dopo, a seguito della morte dell’autore, Il signor Theodor Mundstock, uscito a Praga nel 1963. Oggi, solo Il bruciacadaveri è di nuovo disponibile in libreria, in una nuova traduzione per Miraggi edizioni, (consiglio caldamente di acquistarlo prima che vada fuori catalogo, così come consiglio la recensione che ne fa Lilicka sul suo blog) mentre delle altre opere di Fuks (in tutto circa una decina di romanzi) non vi è traccia.
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Il romanzo austroungarico del più francese degli scrittori prussiani

IlContePetofyRecensione de Il conte Petöfy, di Theodor Fontane

Ponte alle Grazie, Letture, 1994

Bisogna davvero rendere grazie alla casa editrice Ponte alle Grazie per avere a suo tempo messo a disposizione del pubblico italiano questo romanzo di Theodor Fontane, autore piuttosto trascurato dall’editoria italiana, che si è concentrata soprattutto nella pubblicazione dei suoi due romanzi maggiori, Effi Briest e, in misura minore, Lo Stechlin. In realtà esistono altre due alternative per leggere questo romanzo: una edizione Fabbri del 2002, ormai reperibile solo sul mercato dell’usato (e sulla cui qualità non giurerei) e all’interno dei Meridiani Mondadori dedicati ai romanzi di Fontane, che però, oltre a soffrire della usuale intrinseca scarsa leggibilità, sono a quanto pare caratterizzati da una traduzione pessima, almeno stando all’unica recensione in merito che ho reperito in rete.
Peraltro i due romanzi di Fontane pubblicati da Ponte alle Grazie nei primi anni ‘90 – Il conte Petöfy e Cécile – non sono più in catalogo da tempo, ed è facile ritenere che saranno presto entrambi esauriti.
Ancora una volta non si può non criticare l’editoria nostrana per la scarsa attenzione nei confronti di un autore sicuramente importante, anche se credo di aver notato che stavolta siamo in buona compagnia, nel senso che le opere ritenute minori di Fontane sono scarsamente disponibili anche nel mondo francese e in quello anglosassone.
Il conte Petöfy appartiene alla prima fase del Fontane romanziere: fu pubblicato infatti nel 1884, quando l’autore sessantacinquenne aveva alle spalle, oltre all’attività giornalistica e ai diari di viaggio cui si era dedicato nei decenni precedenti, solo alcuni altri romanzi, tra i quali i più significativi sono forse L’adultera e Schach von Wuthenow, edito solo l’anno precedente. È utile ricordare, anche per la tematica trattata ne Il conte Petöfy, che Fontane iniziò a scrivere romanzi solo attorno ai sessant’anni, e che il suo capolavoro Effi Briest vide la luce con l’autore ormai settantatreenne.
Il romanzo narra del matrimonio di una persona anziana, il vecchio conte Adam Petöfy, con un’attrice molto più giovane di lui. Come sempre nelle opere di Fontane, questa vicenda privata si inserisce in un contesto sociale preciso, che dà modo all’autore di esplorare e criticare, oltre alla psicologia dei personaggi, le relazioni e le convenzioni che costituivano la sovrastruttura del variegato mondo tedesco dell’epoca.
Il romanzo si svolge nella contemporaneità di Fontane e i Petöfy ci vengono presentati come una delle famiglie di più antica nobiltà magiara. Possiedono un sontuoso palazzo a Vienna, a pochi passi dal Graben, ed un castello nella tenuta di Arpa, nei pressi di un grande lago che può essere identificato come il Balaton. Il vecchio conte Adam, che ha di fatto la stessa età dello scrittore, è uno scapolo agnostico e, pare di capire dalla misurata prosa di Fontane, in gioventù piuttosto libertino, amante del teatro, delle arti e della società. È al tempo stesso pienamente ungherese e legato all’imperial-regia autorità degli Asburgo. Nel ‘48 non ha aderito ai moti rivoluzionari scoppiati nella sua patria ma ha chiesto all’imperatore di accettare le sue dimissioni dall’esercito per non essere costretto a sparare contro i suoi patrioti.
Nel grande palazzo di Vienna vive anche la contessa Judith, vedova Gundolskirchen, devotissima cattolica molto critica nei confronti della leggerezza della vita del fratello. Anche se i due sono uniti da un formale affetto fraterno, emblematicamente occupano ali diverse del palazzo, e si incontrano solo negli spazi comuni dello stesso. Della famiglia fa parte anche il giovane conte Egon, ufficiale degli ussari, figlio di una sorella dei due vecchi conti, morta da anni.
Ad una delle sue esclusive soirées invernali il conte invita Franziska Franz, una ventiquattrenne attrice di teatro molto quotata, che si sta esibendo a Vienna. Franziska è prussiana, originaria di una piccola città sul Baltico, e figlia di un pastore luterano. Ciononostante la sua personalità, brillante ed arguta, la sua cultura e la sua bellezza conquistano subito la cattolicissima contessa Judith, anche perché il suo consigliere spirituale, il liguoriano Padre Fessler, ne resta letteralmente affascinato, forse non solo spiritualmente.
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