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Lo sberleffo alla morte nell’epoca della sua esaltazione

LaMorteaRevalRecensione de La morte a Reval, di Werner Bergengruen

Bollati Boringhieri, Varianti, 1989

Werner Bergengruen non è certo un autore molto noto nel nostro paese. Oggi in libreria è ancora stranamente possibile reperire questa raccolta di suoi racconti, pubblicata da Bollati Boringhieri nel lontano 1989, mentre solo sul mercato dell’usato è possibile acquistare quello che è considerato il suo più importante romanzo, Il grande tiranno, edito da Jaca Book nel 1985, insieme ad altri pochi titoli della produzione di questo prolifico scrittore tedesco, che ha attraversato con la sua opera la parte centrale del secolo scorso. Le informazioni reperibili in rete che lo riguardano ci consegnano il ritratto di un intellettuale conservatore, profondamente religioso, che seppe se non opporsi almeno tenersi lontano dal nazismo sin dalla sua prima ascesa.
Bergengruen nacque a Riga nel 1892 da una famiglia dell’alta borghesia protestante lettone-tedesca, allora classe dominante in quelle che oggi sono le Repubbliche Baltiche e che al tempo facevano parte dell’Impero Russo. Studiò a Lubecca, nello stesso collegio che aveva visto la formazione di Thomas Mann, quindi teologia e storia dell’arte a Marburg e a Monaco di Baviera, senza però conseguire la laurea. Si arruolò volontario durante la prima guerra mondiale e nel 1919 combatté i bolscevichi nelle sue terre d’origine. Durante la repubblica di Weimar lavorò come giornalista e scrittore prima a Berlino quindi a Monaco, pubblicando alcuni romanzi di buon successo.
Ebbe con il nazismo, come detto, un rapporto conflittuale anche a causa del fatto che sua moglie era di ascendenze ebraiche, tanto che viene oggi indicato come uno degli esponenti della cosiddetta emigrazione interna. Nel 1935 uscì Il grande tiranno, romanzo ambientato nel rinascimento, che vendette oltre un milione di copie, ed i nazisti non seppero come giudicarlo: se il Völkische Beobachter, quotidiano ufficiale del partito, lo esaltò come romanzo su un grande condottiero, molti esponenti del partito vi rintracciarono una implicita critica al regime, il che nel 1937 gli costò l’espulsione dalla Camera degli scrittori del Reich in quanto ”non adatto con le sue opere letterarie a contribuire alla costruzione della cultura tedesca”. Lo scrittore, che nel frattempo si era convertito al cattolicesimo, fu comunque in qualche modo tollerato dal regime, soprattutto a causa della sua notorietà, pur subendo ostracismi e censure. Dopo la guerra visse tra la Svizzera e l’Italia prima di tornare in Germania nel 1958 stabilendosi a Baden-Baden, dove morì nel 1964.
Il giudizio sulla sua opera, composta da numerosi romanzi e novelle, pone generalmente l’accento sul suo conservatorismo e sulla sua religiosità, che si esprimono letterariamente nella immanenza di un destino superiore che sfugge alla volontà del singolo e nella nostalgia di piccoli mondi antichi, spesso rappresentati dalla perduta patria baltica, e tendono quindi a relegarlo, pur con il rispetto dovuto ad un autore che seppe mantenere le distanze dal potere, tra i minori del ‘900 tedesco.
Se probabilmente questo giudizio si riferisce all’insieme della sua opera, cosa che non posso contestare essendo La morte a Reval l’unico suo libro da me letto, a mio avviso poco si attaglia proprio a questa raccolta di novelle, che invece è caratterizzato da buone dosi di sarcasmo ed ironia che sfociano nel grottesco, associati ad un pacato realismo che la rendono complessivamente affascinante ed a tratti notevole.
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Il dramma della meschinità sociale durante la restaurazione

IlParrocodiToursRecensione de Il parroco di Tours, di Honoré de Balzac

Sellerio, La memoria, 2006

Dopo due puntate verso opere situate al di fuori del recinto della Comédie Humaine eccomi tornato, con questo quarto e per il momento ultimo capitolo di letture balzachiane, nell’ambito della titanica opera principale dello scrittore di Tours.
Qualche settimana fa avevo lasciato l’immensa cattedrale letteraria dopo averne attraversato uno dei portali principali, un romanzo di grande spessore ed importanza come César Birotteau. Per un caso fortuito, il ritorno all’ovile avviene per il tramite di un lungo racconto in qualche modo strettamente legato a quel romanzo.
Il lettore di César Birotteau ricorderà che il protagonista, stimato profumiere di cui seguiamo il repentino crollo sociale, ha un fratello sacerdote a Tours, cui si rivolge per avere un prestito, peraltro negato. Il protagonista de Il parroco di Tours è proprio il fratello del buon César, François Birotteau, le cui vicende sono ambientate circa otto anni dopo quelle del fratello: siamo infatti, nella precisa cronologia che costituisce uno dei tratti caratterizzanti il realismo dell’autore, tra l’autunno del 1826 e l’estate dell’anno successivo, essendo quindi passati dai primi agli ultimi anni della Restaurazione, pur rimanendo comunque, e questo è un dato non secondario, nell’ambito di quel periodo storico.
Don Birotteau è sessantenne, e da anni svolge le funzioni di vicario a Saint-Gatien, la splendida cattedrale gotica di Tours. Dopo che Napoleone, all’inizio del XIX secolo, ha ristabilito il culto cattolico, facendo uscire il clero dallo stato di clandestinità del periodo rivoluzionario – di cui si ha uno splendido esempio nel racconto Un episodio durante il terrore posto ad introduzione delle Memorie di Sanson – don Birotteau ha coltivato due desideri, che lo hanno preso come due vere e proprie passioni: essere nominato canonico e andare a vivere nell’appartamento ampio, comodo e pieno di libri, del suo migliore amico, il canonico Chapeloud. L’appartamento è parte di un vecchio edificio, situato nei pressi della cattedrale, di proprietà di una pia zitella cinquantenne, Mademoiselle Gamard, che ospita – oltre alla padrona di casa – anche un altro prete, don Troubert. Quando il lettore fa la sua conoscenza, don Birotteau ha esaudito il suo secondo desiderio da un paio d’anni: don Chapeloud è infatti morto, lasciando in eredità i suoi mobili e i suoi libri a don Birotteau, che si è potuto così trasferire nell’appartamento, a pensione da Mademoiselle Gamard. Quanto al canonicato, non vi è ancora arrivato, ma la sera in cui si apre il romanzo, rientrando sotto la pioggia dal salotto di Madame de Listomère, l’influente aristocratica nel cui salotto si reca settimanalmente, ha avuto assicurazioni circa l’appoggio dei circoli aristocratici di Tours alla sua nomina. Egli è quindi, nonostante i primi acciacchi dell’età, un uomo sulla soglia della completa felicità.
Come spesso accade ai personaggi balzachiani, e come accaduto otto anni prima a suo fratello (in realtà César Birotteau sarà scritto da Balzac qualche anno dopo) l’apice della gratificazione sociale ed umana di don Birotteau, che coincide con il momento in cui si apre il racconto delle sue vicende, coincide anche con l’inizio del repentino crollo. Rincasando sotto la pioggia, infatti, don Birotteau si trova di fronte agli inequivocabili indizi di un ingiustificato astio da parte della padrona di casa: deve scampanellare tre volte per farsi aprire dalla giovane domestica, trova la sua candela e le pantofole fuori posto e il fuoco nella sua camera spento. Don Birotteau ha da qualche mese la sensazione che la padrona di casa non lo tratti bene come prima ma, ingenuo sino all’ottusità, non sa spiegarsi le ragioni di questo comportamento ostile, che ci vengono illustrate dal narratore, il quale interviene spesso nel racconto sia per esporre antefatti sia per esprimere giudizi sugli avvenimenti. Il povero prete ha infatti ferito inconsapevolmente la padrona di casa nella sua maggiore ambizione: quella di farsi un salotto e quindi di avere un posto nella società di Tours.
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L’anello di congiunzione tra i due Balzac

Memorie di SansonRecensione di Memorie di Sanson, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2004

In una delle scene chiave dell’ultima parte di Splendori e miserie delle cortigiane, ambientata alla Conciergerie, compare la figura di Henri Sanson, boia di Parigi, e Balzac, dopo averci informato che egli era figlio del boia che aveva ghigliottinato Luigi XVI, dedica una pagina alla ricostruzione della storia della sua famiglia, titolare di tale incarico da lunghissimo tempo.
Come spessissimo accade in Balzac, le vicende narrate in Splendori e miserie delle cortigiane si intrecciano con vicende storiche e di attualità: Henri Sanson era davvero, all’epoca dei fatti narrati, il boia di Parigi, e suo padre, Charles-Henri, era stato l’esecutore delle condanne a morte dal 1778 al 1794, esercitando quindi durante gli ultimi anni dell’Ancien Régime e quelli della Rivoluzione, in particolare durante il Terrore. È stato calcolato che nei soli anni della Rivoluzione Charles-Henri sia stato l’esecutore di 2.918 condanne. I Sanson, di origine italiana, si sono tramandati l’incarico di padre in figlio per oltre un secolo e mezzo, dal 1687 al 1847, costituendo una vera e propria dinastia di esecutori delle alte opere.
L’entrata in scena di Sanson non è episodica nella letteratura balzachiana, perché l’autore oltre una decina di anni prima ha dedicato alla figura del boia della Rivoluzione un intero romanzo, uscito anonimo nel 1830, intitolato Mémoires pour servir à l’histoire de la Révolution Française, par Sanson, exécuteur des arrêts criminels pendant la Révolution, proposto da Mondadori negli Oscar Classici nel 2004 con il titolo opportunamente condensato in Memorie di Sanson e ad oggi inopinatamente scomparso dalle librerie e difficilmente reperibile anche sul mercato dell’usato. Questo romanzo, pur con tutti i suoi limiti, dovrebbe a mio modo di vedere far parte delle biblioteche di chi ama il narratore di Tours, perché da un lato rappresenta, per la sua struttura e i suoi contenuti, l’anello di congiunzione tra due diversi Balzac, il giovane e l’autore dei grandi capitoli della Comédie humaine, dall’altro permette di scoprire un aspetto della personalità politica dell’autore non del tutto scontato.
Quando nel 1829 il trentenne Balzac inizia a scrivere le Memorie di Sanson ha alle spalle una pletora di romanzi commerciali, feuilletons scritti essenzialmente per l’assillo del guadagno, pubblicati in forma anonima o avvalendosi di pseudonimi, spesso in collaborazione con scrittori mediocri, dei quali L’anonimo, da me recentemente letto, costituisce un ottimo esempio. Egli non ha ancora concepito il grande disegno della Comédie, ma ha già iniziato a scrivere alcuni dei racconti che più tardi troveranno posto nel suo grande puzzle letterario, e comincia a godere di una certa notorietà per le sue collaborazioni giornalistiche.
Paola Dècina Lombardi, nella prefazione al volume e nel saggio Edizioni e storia dell’opera posto a margine del romanzo, ci aiuta a capire la genesi delle Memorie, che essenzialmente si possono far risalire a due elementi che in quel periodo caratterizzavano il pubblico e la società francese. Da un lato vi sono le riflessioni e il dibattito pubblico attorno al periodo della Rivoluzione e alla pena di morte, quest’ultimo reso incandescente dalla pubblicazione, in quello stesso 1829, di L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo; dall’altro, a seguito dello sviluppo dell’editoria popolare vi è il fiorire di filoni letterari che declinano il gusto romantico dominante proponendo storie forti, spesso centrate sulle figure di criminali. Balzac, che come noto ha avuto per tutta la vita bisogno di soldi, propose ad un editore la pubblicazione delle autentiche memorie del boia della Rivoluzione, sembra anche con l’intento di garantirsi in seguito quella delle Scene della vita privata, cui teneva molto di più.
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Balzac, pas naturellement

LAnonimoRecensione di L’anonimo, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2004

Il mio metodo di lettura mi ha riservato, per questa primavera, ben quattro romanzi di Honoré de Balzac. Erano parecchi anni che non mi avvicinavo allo scrittore di Tours, e non nascondo che quando il computer, ad inizio anno, mi ha restituito la lista dei romanzi da leggere, scoprire che di lì a poco mi sarei reimmerso nelle grandi storie di quello che considero uno dei più grandi narratori di ogni tempo mi ha fatto molto piacere.
Il mio amore per Balzac, l’autore che di fatto, accanto al quasi contemporaneo Stendhal, ha permesso di scoprire, ormai sono quasi vent’anni, ad un adepto pressoché assoluto del primo ‘900 quale ero allora, la letteratura del XIX secolo, ha raggiunto con il tempo vette che non esito a definire maniacali, estrinsecatesi concretamente nell’obiettivo di avere in biblioteca l’intera Commedia umana. Così, nel corso degli anni, sui miei scaffali si sono progressivamente allungate le file dei Grandi libri Garzanti e degli Oscar classici Mondadori, con i loro dorsi caratteristicamente bordeaux i primi e nero lucido i secondi, dedicati ai romanzi e ai racconti di Balzac; a questi si sono ovviamente affiancati volumi di altre case editrici, sino superare i cinquanta libri, tra i quali non mancano alcuni doppioni, dovuti a titoli tradotti diversamente o all’acquisto di alcuni racconti già posseduti perché nascosti entro raccolte.
Purtroppo la mia ambizione di vedere un giorno allineati tutti i volumi che compongono l’immenso edificio balzachiano quasi sicuramente non potrà essere soddisfatta, per il semplice motivo che un certo numero di romanzi e racconti che ne fanno parte non sono mai stati tradotti in italiano oppure sono stati pubblicati moltissimi anni fa. È pur vero che negli ultimi anni, grazie sopratutto al lavoro di Pier Luigi Pellini e di alcune benemerite case editrici, prima fra tutte Sellerio, alcuni titoli sono stati editi, ma molte sono ancora le lacune.
Ad oggi, a mero titolo statistico, questa è la situazione della mia biblioteca in termini numerici: dei 94 titoli che compongono la Comédie (dato questo non certissimo, come i balzachisti sanno bene) nei miei scaffali ne annovero 68, mancandomene quindi ancora ben 26. Accanto a questi 68 titoli vi sono altri quattro volumi, contenenti tre romanzi e un racconto che non fanno parte della Commedia umana.
Dopo questa digressione privata, che sono certo non mancherà di suscitare grande interesse tra le schiere dei miei lettori, torniamo all’oggetto di questa nota.
L’anonimo è proprio uno dei romanzi che non fanno parte della Comédie, trattandosi di un’opera giovanile di Balzac, edita nel 1823, quando lo scrittore aveva 24 anni, sei anni prima che uscisse il primo romanzo facente parte della Comédie, vale a dire Gli Sciuani. In realtà il romanzo è solamente attribuito a Balzac, perché nell’edizione originale è firmato con il nom de plume di A. de Viellerglé-Saint-Alme. L’attribuzione de L’anomimo a Balzac con l’apporto, per alcuni capitoli, di un giornalista e scrittore di romanzi popolari con cui Balzac collaborava in gioventù, Auguste Le Poitevin, è di fatto basata essenzialmente sulle analisi testuali. Nella sua Nota al testo la curatrice del volume, Paola Décina Lombardi, ricostruisce le contorte vicende critiche che hanno portato a tale attribuzione, oggi generalmente accettata ma non unanimemente condivisa nel corso del ‘900, anche perché Viellerglé è in realtà l’anagramma di L’Égreville, pseudonimo con il quale Le Poitevin firmò altri romanzi.
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Un’intera epoca, giunta sino a noi, in un piccolo personaggio

CesarBirotteauRecensione di César Birotteau, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2006

“[Balzac] ci offre nella Comédie humaine una prodigiosa storia realistica della “società” francese, descrivendo in guisa di cronaca, quasi anno per anno, dal 1816 al 1848, la progressiva irruzione della nascente borghesia nella società nobiliare che, dopo il 1815, si era ricostituita […]. E intorno a questo quadro centrale raggruppa una storia completa della società francese, dalla quale, persino nei dettagli economici (per esempio il riordinamento dei beni mobili e immobili dopo la rivoluzione), ho imparato di più che da tutti gli storici dichiarati, gli economisti e gli studiosi di statistica di quel periodo messi insieme”.
Questo celebre passo, tratto da una lettera di Friedrich Engles a Margaret Harkness, sintetizza in modo esplicito la straordinaria importanza che i romanzi, le novelle e i saggi di Honoré de Balzac in cui si articola lo stupefacente edificio della Comédie assumono nella storia della letteratura europea e mondiale.
Questo edificio, simile ad un palazzo della grande nobiltà, è composto da decine di stanze, alcune ampie ed ariose, destinate ad essere la sede privilegiata della vita dei protagonisti, altre strette ed anguste, cui si accede di rado perché luoghi in cui si trovano oggetti nascosti o semplicemente non quotidianamente necessari, altre ancora che fungono da collegamento tra le prime e le seconde; vi sono poi le stanze di servizio, che a prima vista non sembrano così preziose come quelle di rappresentanza ma senza le quali l’intero edificio non potrebbe funzionare. César Birotteau rappresenta a mio avviso una di queste stanze, non essendo magari una delle più luminose, ma senza la quale tutta la vita del palazzo sarebbe in qualche modo diversa. Fuor di metafora, César Birotteau, pur non essendo sicuramente uno dei più noti e celebrati romanzi dell’autore francese, è in qualche maniera un pilastro portante dell’intera opera balzachiana: non a caso lo stesso Balzac lo riteneva uno dei suoi capolavori, e la sua redazione, se infine fu portata a termine in poche settimane, come spesso accadde alle sue opere, anche a causa di pressanti impegni contrattuali, fu da Balzac rimuginata per lunghi anni.
Due sono gli aspetti che a mio avviso rendono capitale questo romanzo. Da un lato l’oggetto stesso del racconto, che narra l’ascesa e caduta di un self-made-man nella Parigi degli anni immediatamente successivi alla caduta di Napoleone, periodo centrale nella storia francese, quello della Restaurazione durante la quale, nonostante l’aristocrazia e i Borboni abbiano riacquistato il potere, la borghesia continua la sua inarrestabile crescita, che la porterà alla rivoluzione del 1830. L’altro aspetto è la sua precisione e puntigliosità nel descrivere i meccanismi economici e finanziari attraverso cui si esercita il potere borghese, la loro spietatezza e il loro assurgere a regole assolute delle relazioni sociali. Anche in altri romanzi della Comédie humaine si trovano lunghe e precise descrizioni dei meccanismi attraverso cui il denaro ed il profitto esercitano il loro potere, ma è indubbio che in César Birotteau esse assumono un ruolo talmente centrale da poter essere considerato inedito. Se ad alcuni critici le lunghe pagine che Balzac dedica a queste descrizioni sono sembrate un punto di debolezza del romanzo, a mio avviso ne costituiscono invece uno dei grandi elementi di forza, perché senza queste pagine non sarebbe possibile attribuire un valore universale alla vicenda del povero Birotteau, e il realismo di Balzac perderebbe uno dei pilastri sul quale è basato. E che Balzac intendesse rendere, attraverso il suo protagonista, lo spirito vorace di un’epoca, lo dice apertamente egli stesso, alla fine dei due capitoli introduttivi del romanzo, con frasi che assumono quasi il tono di invocazione: ”Possa questa storia essere il poema delle vicissitudini borghesi, alle quali nessuna voce ha mai pensato, tanto sembrano prive di grandezza. Esse sono invece altrettanto immense: non si tratta qui di un sol uomo, ma di una moltitudine di dolori”.
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I racconti di uno dei maggiori “minori” dell’800 francese

Un dramma pariginoRecensione di Un dramma davvero parigino e altri racconti, di Alphonse Allais

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1999

I decenni a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo sono ancora oggi chiamati, in particolare riferendosi alla Francia, la Belle Époque: finita la guerra Franco-Prussiana del 1870 in Europa inizia un lungo periodo di pace, durante il quale il capitalismo trionfante consolida il suo predominio economico e sociale. Le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche diffondono, perlomeno nella narrazione ufficiale, un ottimismo sociale basato sulla assoluta fiducia nel progresso della scienza e sulla sua capacità di risolvere tutti i problemi della società. Il benessere non è più solo alla portata delle classi sociali dominanti, ma ricade in parte, per quel fenomeno che oggi, di nuovo esaltato dagli epigoni neoliberisti di quel periodo, viene chiamato sgocciolamento o dripping, sulle classi subalterne, in particolare sulla piccola borghesia, ed inizia a formarsi l’embrione di quella che sarà la società dei consumi. Il positivismo di Compte diviene quasi la religione ufficiale d’Europa, in particolare della Francia della III Repubblica, sfociando nel Bergsonismo. In campo artistico, sono gli anni dell’Impressionismo, in tutte le sue diverse accezioni ed evoluzioni, e del Naturalismo. Nella provinciale Italia, lo spirito dell’epoca trova la sua espressione nazional-popolare nel Gran Ballo Excelsior.
Sappiamo quali erano le contraddizioni che quell’epoca nutriva e sappiamo come finì. Fu un evento la cui carica simbolica non avrebbe potuto essere probabilmente più elevata a segnare la fine della Belle Époque: la tragedia del Titanic, e fu lo scoppio della prima guerra mondiale, poco più di due anni dopo, a mostrare di quanta consapevole menzogna era intrisa la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, propalata a piene mani dalle classi dominanti e dagli intellettuali a queste organici.
In realtà quella fu un’epoca di fortissimi contrasti. Il movimento operaio e contadino, rafforzato nelle sue basi teoriche dal marxismo, rivendicava maggiore giustizia sociale ed aspirava alla rivoluzione, e per reprimerlo fu usato ogni mezzo, come testimoniano, nel nostro Paese, i cannoni di Bava Beccaris e molti altri episodi minori. Il dogma della libera circolazione dei capitali, non a caso asse portante anche delle politiche neoliberiste nelle quali siamo immersi in questi ultimi decenni, generava lo scontro imperialista che avrebbe inevitabilmente portato al massacro del 1914-’18.
Anche nelle arti vi è chi avverte con inquietudine ciò che cova sotto la superficie dorata dell’epoca, e pone le basi di quelle che saranno le successive correnti della crisi.
La cultura francese in quell’epoca riveste un ruolo di assoluta avanguardia a livello europeo, come è naturale che fosse per uno dei paesi più avanzati sia economicamente sia socialmente, patria della rivoluzione borghese e teatro lungo il secolo di straordinarie e drammatiche convulsioni. Per rimanere nel solo ambito della letteratura, è in quell’epoca che scrivono Daudet, Maupassant, Zola, Loti, Huysmans, solo per citarne alcuni.
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Storia di Charity, vittima di un mondo a compartimenti stagni

EstateRecensione di Estate, di Edith Wharton

La Tartaruga edizioni, 2005

L’unico romanzo di Edith Wharton da me letto prima di questo Estate è Ethan Frome; peraltro la lettura risale a molti anni fa, e ne conservo un ricordo sbiadito, anche se sono certo che mi piacque. Non ho quindi ancora affrontato le opere tipiche di questa importante autrice statunitense, quelle ambientate nella upper class newyorkese dei primi del ‘900, su tutti L’età dell’innocenza per il quale Wharton vinse, prima donna in assoluto, il premio Pulitzer nel 1921.
Ethan Frome ed Estate sono infatti, per una singolare coincidenza, i due soli romanzi di Edith Wharton ambientati nella società rurale del New England, anche se non si distaccano sostanzialmente dalle tematiche di fondo trattate dalla produzione dell’autrice, legate primariamente alle conseguenze del conflitto tra convenzioni sociali e aspirazioni individuali.
Edith Wharton è sicuramente la scrittrice più aristocratica che gli Stati Uniti d’America abbiano mai espresso. La sua famiglia, Newbold-Jones, faceva parte dei famosi Quattrocento, la lista di persone a loro agio in una sala da ballo compilata dall’arbiter elegantiae newyorkese Samuel Ward McAllister alla fine del XIX secolo per indicare la crema della società cittadina, le sole famiglie che unissero ricchezza e raffinatezza in una città piena di nuovi ricchi grezzi ed ignoranti: di questa lista facevano parte nomi noti ancora oggi, come gli Astor e i Vanderbilt. Al di là degli aspetti prettamente mondani, è indubbio che i Newbold-Jones appartenessero alla ristretta cerchia dell’aristocrazia del denaro statunitense, che dominava la società in un’epoca di enormi concentrazioni economiche e finanziarie, la cosiddetta Gilded age.
In questo ambiente elitiario e chiuso cresce Edith, e nel 1885, ventitreenne, sposa, come da copione, il banchiere Edward Wharton, il quale ben presto inizia ad accusare seri problemi mentali. Nel 1907 Edith si trasferisce in Francia, divorziando formalmente da Wharton nel 1913. Amica di Henry James, che la incoraggiò nella scrittura, si distinse anche per le sue attività filantropiche a favore delle donne durante la prima guerra mondiale, per le quali ricevette la Legion d’onore. Morì in Francia nel 1937.
Estate, pubblicato nel 1917, dopo Ethan Frome e prima de L’età dell’innocenza, nella piena maturità artistica dell’autrice, non è certo il romanzo più noto della cospicua produzione di Edith Wharton: da me letto nella storica edizione de La tartaruga, casa editrice specializzata in letteratura femminile, è oggi disponibile in libreria per i tipi di Elliot, forse la casa editrice italiana che in questi anni si sta dedicando con maggior cura a riproporre grandi e piccoli classici della letteratura internazionale, sempre comunque nella buona traduzione di Maria Giulia Castagnone.
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Il capolavoro destinato a generare un capolavoro del tutto diverso

BarryLyndonRecensione di Le memorie di Barry Lyndon, di William Makepeace Thackeray

Fazi, Tascabili, 2003

Considero Barry Lyndon di Stanley Kubrick uno dei capolavori assoluti della cinematografia. Da quando uscì, nel lontano 1975, l’ho visto, o meglio l’ho assorbito numerose volte, sia nelle sale cinematografiche sia in casa, avvalendomi in questi ultimi casi di mezzi, videocassetta VHS prima e DVD poi, che pur mortificandone, complice il piccolo schermo, la magnificenza estetica non riuscivano a scalfire la bellezza complessiva del film, fatta non solo della leggendaria fotografia, ma anche di una sceneggiatura perfetta e di una colonna sonora indimenticabile. L’ultima volta che mi sono immerso nei suoi colori e nelle sue musiche è stato qualche anno fa, in occasione dell’uscita della versione restaurata: era, se non ricordo male, pieno dicembre, e la sala non era riscaldata. Non appena le luci si spensero e la Sarabanda di Haendel annunciò i titoli di testa il freddo pungente da cui cercavo di difendermi indossando piumino, sciarpa e cappello scomparve, ed ancora una volta fui rapito da un piacere ineffabile, reso ancora più sottile dall’attesa di scene ed episodi che credevo di conoscere alla perfezione ma che, come ogni altra volta, mi regalavano nuovi particolari, nuovi punti di vista, nuove prove dell’indiscusso genio del regista.
Pochi altri film esercitano su di me un fascino così forte: Morte a Venezia e Ludwig di Visconti, Querelle de Brest di Fassbinder, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e La classe operaia va in paradiso di Petri. Amo moltissime altre opere cinematografiche, ma questi sono i miei film, quelli che hanno segnato la mia vita.
Ecco che quindi aprire finalmente il volume di Fazi con in copertina The blue boy di Thomas Gainsborough (per la verità una riproduzione troppo contrastata del dipinto) e iniziare a leggere il romanzo di William M. Thackeray dal quale il film di Kubrick è tratto ha rappresentato per me un momento importante. Forse per la prima volta nel caso di romanzi dai quali sono stati ricavati film consideravo l’opera letteraria, l’originale, quasi come un supporto di quella derivata, una sorta di appendice pregressa del film oggetto della mia venerazione.
Ho iniziato quindi il romanzo con l’intento più o meno conscio di leggerlo in funzione del film: la mia curiosità era soprattutto incentrata sulla possibilità di capire quali elementi del romanzo avessero più di altri ispirato Kubrick, e perché tra tanti capolavori del romanzo sette-ottocentesco britannico in grado di restituirci l’atmosfera di un’epoca avesse scelto proprio questo, non certo il più noto (almeno sino ad allora) tra quelli di un autore conosciuto soprattutto per Vanity Fair.
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