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La nascita del supereroe: giovane, bello, coraggioso e… inglese, of course!

Recensione de La dama del sudario, di Bram Stoker

Editori Riuniti, Narrativa, 1996

Prima di iniziare a commentare La Dama del Sudario mi corre l’obbligo di avvisare il lettore di queste note che l’edizione da me letta, pubblicata nel 1996 dagli Editori Riuniti e oggi reperibile sul mercato dell’usato, non è una versione integrale dell’originale. Scorrendo quest’ultima, infatti, mi sono reso conto di come, particolarmente nel primo libro, che narra gli antefatti alla vicenda, ma anche nei seguenti, interi documenti di cui – come si vedrà – è composto il testo siano stati eliminati e alcuni periodi soppressi. La cosa grave a mio avviso sta soprattutto nel fatto che l’editore non abbia ritenuto necessario avvisare l’incauto acquirente della arbitraria riduzione del romanzo. A mio avviso ciò da un lato costituisce una imperdonabile scorrettezza editoriale, dall’altro testimonia come il romanzo sia stato trattato, da un editore non di secondo piano e un tempo portatore di una gloriosa tradizione, alla stregua di un prodotto di consumo da dare in pasto ad un pubblico considerato minore, in cerca solo dell’azione. Consiglio quindi caldamente chi volesse arricchire con questo titolo la sua libreria di acquistare una delle edizioni integrali del romanzo, fortunatamente ancora reperibili.
Detto questo, la lettura de La Dama del Sudario arricchisce il mio personale percorso di avvicinamento a Dracula, il cui approdo si preannuncia peraltro lontano nel tempo, di una nuova tappa, che, ancorché monca, mi ha confermato una volta di più come Bram Stoker possa essere sostanzialmente considerato autore di un solo romanzo, il cui successo è andato forse per vari motivi al di là degli specifici meriti letterari.
Del resto ciò emerge chiaramente anche ricercando i libri dell’autore irlandese in un qualsiasi negozio on-line: degli oltre sessanta volumi che si possono trovare in vendita, più di cinquanta sono le edizioni di Dracula, che compare nel catalogo di tutte le principali case editrici italiane. Ciò che resta è dedicato a pochi degli altri romanzi di Stoker, e si nota come tra questi La Dama del Sudario abbia avuto una sua relativa fortuna, con almeno tre diverse edizioni nel corso degli ultimi decenni. Forse il motivo dell’interesse editoriale per questo romanzo sta nel fatto che, come si vedrà, richiama, o meglio vorrebbe richiamare – sia nella struttura sia nelle atmosfere – il fratello maggiore.
Una delle caratteristiche peculiari di Stoker è che lo si può considerare una sorta di dilettante della scrittura: a partire dal 1876 e per quasi trent’anni, infatti, sua occupazione principale fu essere segretario ed agente teatrale del grande attore Henry Irving; si dedicò a tempo pieno alla letteratura solo negli ultimi anni di vita, dopo la morte di Irving avvenuta nel 1905.
La Dama del Sudario appartiene a quest’ultima fase della vita di Stoker, essendo stata pubblicata nel 1909, dodici anni dopo Dracula; avendo letto due dei tre romanzi da lui editi in questo periodo, credo di poter dire che si tratti di una fase di stanca ripetizione di alcuni dei clichés narrativi che tanto successo gli avevano procurato, con un rifugio nel genere – origine tra l’altro di palesi ingenuità narrative – che toglie certamente respiro a queste sue opere, le quali pure non mancano di interesse soprattutto in quanto permettono di delineare chiaramente l’ideologia che le sottende.
Pur trattandosi di un’opera volta a creare suspense nel lettore, ritengo di non infrangere alcun tabù accennando brevemente ad alcuni elementi della trama de La Dama del Sudario, in quanto nessun lettore penso possa dubitare, sin dalle prime pagine, dell’inevitabile lieto fine della storia narrata.
Come detto Stoker mutua da Dracula la struttura del romanzo, composto da vari documenti: articoli, resoconti, diari e lettere redatti da svariati personaggi. L’intento è manifestamente quello di richiamare l’oggettività dei fatti andando alle loro fonti, in una sorta di estremismo naturalistico nel quale l’autore non interviene, limitando apparentemente il suo ruolo all’assemblaggio di documenti che rendono il racconto polifonico, e pertanto più credibile, soprattutto in relazione all’esotismo e all’alone di mistero che circonda le storie narrate. Purtuttavia qui tale effetto è notevolmente attenuato, in quanto la parte nettamente preponderante delle vicende è narrata avvalendosi del diario del protagonista, Rupert St. Leger, che diviene quindi per gran parte del romanzo l’unico occhio che vede ed interpreta la realtà. Le altre voci intervengono quasi unicamente all’inizio ed alla fine del romanzo, al fine di inquadrare la vicenda con i suoi protagonisti e di concluderla.
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La “mite legge” in città

Recensione di Tormalina, di Adalbert Stifter

Marsilio, Letteratura universale, 1990

E così eccomi ad occuparmi ancora, ad oltre tre anni di distanza, del buon vecchio Adalbert Stifter.
Stavolta oggetto di lettura è stata una delle sei novelle che compongono la sua raccolta più famosa, Pietre colorate, peraltro oggi disponibile, nelle due edizioni Mursia (1991, a cura di Matteo Galli) e Marsilio (2005, traduzione di Paola Capriolo) solo sul mercato dell’usato, come pure questa antecedente edizione di Tormalina, edita sempre da Marsilio ma con la traduzione di Emilia Fiandra e una articolata introduzione di Marino Freschi, sulla quale tornerò.
Avere a disposizione la raccolta è a mio avviso importante, oltre che per il fatto di rispettare il progetto narrativo dell’autore, che la pubblicò nel 1853 rielaborando alcune novelle già edite – con titoli diversi – in anni precedenti, anche e soprattutto perché queste sono precedute da una prefazione (Vorrede) che costituisce l’unico manifesto lasciatoci dall’autore circa la sua poetica.
Stifter scrive la Vorrede in risposta a un perfido epigramma di Friedrich Hebbel, nel quale il poeta del pantragismo si chiede tra l’altro, riferendosi a vecchi e nuovi cantori della natura tra i quali annovera esplicitamente il nostro: ”Sai perché hai tanta fortuna con le blatte e i ranuncoli? / Perché non conosci le persone, perché non vedi le stelle!”
A questa accusa di occuparsi di piccole cose per incapacità di vedere quelle grandi Stifter risponde teorizzando quella che definisce la mite legge che deve guidare le cose umane. Sentiamo come Stifter esprime questo concetto (scusandomi da subito per la traduzione approssimativa).
”Visto che stiamo parlando di cose grandi e cose piccole, intendo esprimere le mie opinioni, che potrebbero differire da quelle di molti altri. Considero grandi il soffio del vento, il gocciolio dell’acqua, la crescita del grano, le onde del mare, il verde della terra, lo splendore del cielo, il luccichio delle stelle, mentre non ritengo tali il gran vento dei temporali, il fulmine che manda in rovina le case, la tempesta che innalza le onde, il vulcano, il terremoto che distrugge le città: li considero anzi più piccoli, in quanto sono solo gli effetti di leggi molto più elevate, si verificano in singoli luoghi e sono il risultato di cause limitate. L’energia che fa traboccare il latte nel pentolino della massaia è la medesima che fa ribollire la lava nel vulcano e la riversa sui pendii. […] Come nella natura esteriore, così è nella natura interiore, in quella del genere umano. Ritengo grande una vita piena di giustizia, di semplicità, di dominio del proprio ego, di razionalità, di autorevolezza nelle relazioni, di ammirazione per la bellezza, unita ad una serena, composta morte; al contrario considero piuttosto più piccoli i repentini cambiamenti dell’indole, l’esplosione di una terribile rabbia, il desiderio di vendetta, la mente infiammata che tende ad un’attività che delinea, cambia e spesso nell’eccitazione distrugge la propria vita, visto che queste cose sono solo il prodotto di forze individuali e limitate, come le tempeste, i vulcani, i terremoti. Dobbiamo contemplare la mite legge da cui è guidata l’umanità.”
A parte la tragica ironia dell’esaltazione di una serena, composta morte da parte di chi circa un decennio dopo si sarebbe suicidato tagliandosi la gola con un rasoio, credo che queste righe chiariscano sufficientemente l’essenza della poetica di Stifter, che peraltro emerge appieno anche dal corpus delle sue opere: è nelle piccole cose quotidiane e immutabili nel tempo che si ritrova la grandezza: ciascuno di noi, singola fibra di milioni di radici che nutrono l’albero, può contribuire all’armonia generale. Quanto ai grandi e improvvisi sommovimenti, siano essi naturali, esistenziali o sociali (la Vorrende è pubblicata nel 1852, non molto tempo dopo le grandi rivoluzioni liberali) essi sono perturbazioni momentanee, governate da cause limitate nel tempo e nello spazio, destinate a rifluire nell’alveo placido della sanftes gesetz.
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Il “Romance” che giunge all’essenza del colonialismo

Recensione de Il riflusso della marea, di Robert Louis Stevenson

Marlin, I lapilli, 2006

Commentando poco tempo fa Rapito, avevo notato come tale grande romanzo per ragazzi fosse stato edito da Robert Louis Stevenson nello stesso anno (1886) della pubblicazione in volume de Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde,  rimarcando la sostanziale diversità delle due opere, non solo in relazione al diverso pubblico cui si rivolgono.
Nella bella introduzione a questa edizione de Il riflusso della marea, il curatore Fabrizio Bagatti fa un’analoga osservazione. Sentiamolo:
”In apparenza niente lasciava intuire, all’altezza de Il fanciullo rapito (1886), che Stevenson potesse pubblicare contemporaneamente un libro come Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde. Passa, tra i due romanzi, la differenza che può intercorrere fra un testo ancora pienamente inserito nei gusti e nei modi del romanzo ottocentesco e uno che, invece, si trova già con più di un piede nel nuovo secolo.”
Questa affermazione lapidaria mi ha incuriosito, innanzitutto perché – avendo appena letto Rapito – non mi ritrovo appieno nella sua catalogazione come romanzo pienamente ottocentesco: se infatti la cornice di bildungroman avventuroso può richiamare i grandi modelli romantici europei e su tutti, nell’ambientazione scozzese, la lezione di Sir Walter Scott, la sua vena picaresca e il richiamo esplicito al Robinson Crusoe, che rimandano alla letteratura di epoche precedenti, sono altrettanto evidenti; ma soprattutto il tema tipicamente stevensoniano dell’indagine dell’ambiguità del carattere umano – in cui coesistono male e bene – condizionato dalle circostanze in cui si trova ad agire, è già tema che preannuncia il novecento.
Stabilito quindi che Stevenson è sé stesso (al netto della fisiologica evoluzione di ogni autore che si rispetti) sia quando scrive Rapito o – anni dopo – il suo seguito Catriona, sia quando scrive Dr. Jekyll e di Mr. Hyde, Il riflusso della marea o il farsesco La cassa sbagliata, restava per me la necessità di indagare, di conoscere meglio la poetica di un autore capace di raggiungere vette narrative altissime cimentandosi in generi così diversi.
Mi ha aiutato il fatto che Stevenson ha dato alle stampe anche parecchi saggi inerenti la sua poetica e la sua visione della letteratura: tra questi ne ho selezionato tre che reputo particolarmente significativi, risalenti agli anni in cui lo scrittore scozzese stava facendo irruzione sulla scena letteraria britannica: si tratta di A Gossip on Romance (1882), di A Note on Realism del 1883 e di A Humble Remonstrance, del 1884.
Negli anni in cui Stevenson scrive questi tre saggi la letteratura europea e anche quella britannica sono fortemente influenzate dal naturalismo di stampo francese, il cui assunto fondamentale è dato dalla neutralità del narratore, che deve limitarsi a descrivere esattamente e dettagliatamente la realtà che lo circonda. Stevenson polemizza con questa visione della letteratura, contrapponendo al novel di stampo realistico il romance, il romanzo storico avventuroso.
In A Humble Remonstrance, polemizzando con inarrivabile ironia con Henry James, di cui in seguito diverrà amico e al quale a mio avviso lo legano non poche affinità di fondo, afferma: ”Nessuna arte, per usare l’audace frase di Mr. James, può con successo “competere con la vita” […] La vita ci precede, con la sua infinita complessità, frequentata dalle più varie e sorprendenti meteore, facendo appello allo stesso tempo all’occhio, all’orecchio, alla mente – sede della meraviglia – al tatto – così delicato da essere commovente – e allo stomaco, tanto imperioso quando è affamato”. E poco più avanti: ”Competere con la vita, il cui sole non riusciamo a guardare, le cui passioni e malattie ci devastano e ci uccidono, competere con il sapore del vino, la bellezza dell’alba, il bruciore del fuoco, l’amarezza della separazione e della morte: questo è davvero il progetto per una scalata al cielo, queste sono le fatiche per un Ercole in frac, armato di penna e dizionario per raffigurare le passioni, oppure armato di un tubetto di biacca superiore per ritrarre l’insopportabile sole”.
Più avanti, a proposito di cosa dovrebbe fare un giovane scrittore, dice: ”Non si preoccupi se si è disinteressato di migliaia di attributi al fine di perseguire instancabilmente quello che ha scelto. Non se ne abbia se ha tralasciato il tono della conversazione, il pungente dettaglio materiale sugli usi del tempo, la riproduzione dell’atmosfera e dell’ambiente. Tali elementi non sono essenziali […] E come essenza della questione, ricordi che il suo romanzo non è una trascrizione della vita, da giudicare in base alla sua esattezza, quanto una semplificazione di qualche lato o punto della vita, che sta in piedi o cade a seconda della sua significativa semplicità. Spesso ciò che osserviamo e ammiriamo nei grandi artisti che hanno lavorato a grandi tematiche è la loro complessità, tuttavia una verità rimane immutabile al di là delle apparenze: che la semplificazione fu il loro metodo, e la semplicità la loro eccellenza.”
Il saggio quindi termina con la celebre sentenza ”il pericolo è che, cercando di raffigurare la normalità lo scrittore raffiguri il nulla, e scriva il romanzo (novel) della società in luogo del romanzo (romance) dell’uomo”.
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Tusitala: il narratore di storie è grandissimo anche quando si rivolge ai ragazzi

Recensione di Rapito, di Robert Louis Stevenson

Rizzoli, SUPERBUR Classici, 2001

Sino ad alcuni anni fa, prima che la tecnologia mi permettesse di controllare sul cellulare l’elenco dei miei libri, capitava talvolta che acquistassi un volume in realtà già presente sugli scaffali della libreria di casa. In alcuni casi si trattava di due copie della stessa edizione, mentre in altri, complici a volte i differenti titoli attribuiti dalle case editrici ad una stessa opera, la libreria si arricchiva comunque di volumi diversi.
Così mi ritrovo ad avere due edizioni di Kidnapped, di Robert Louis Stevenson, entrambe dotate di traduzioni storiche: quella per Rizzoli di Piero Gadda Conti, risalente al 1953, e quella di Alberto Mario Ciriello per Garzanti (in questo caso il titolo del romanzo è Il ragazzo rapito), datata 1945. Per inciso, a dimostrazione dell’inerzia e dello scarso interesse attuale per i classici da parte di molte case editrici, entrambe le traduzioni, ormai inevitabilmente datate, sono ancora in catalogo: a chi volesse acquistare questo importante romanzo consiglio quindi di valutare l’unica traduzione recente disponibile in libreria, quella di Alessandro Ceni per Bompiani, del 1996.
Avendo due diverse edizioni del romanzo a disposizione mi sono divertito a leggerlo saltando da una all’altra, per poterne in qualche modo comparare la qualità. Detto che entrambe mostrano i segni del tempo, evidenti nell’italianizzazione dei nomi propri (anche se misteriosamente non di tutti) nonché in termini e passaggi sintattici a tratti desueti, mi è parso nettamente migliore, quanto a stile e linearità nella resa del testo originale, il lavoro di Piero Gadda Conti: oltretutto l’edizione Rizzoli è molto più leggibile grazie a caratteri di un corpo leggermente più grande, ed arricchita da pregevoli illustrazioni al tratto di Victor G. Ambrus e di mappe delle peregrinazioni del protagonista, che le conferiscono una patina insolita rispetto all’usuale austerità delle edizioni economiche. Peraltro entrambe le edizioni vantano ottime introduzioni di prestigiosi critici: breve ma densa quella di Giovanni Giudici per Rizzoli, più articolata, secondo lo stile dei grandi libri Garzanti, quella di Francesco Binni.
Stevenson pubblicò Kidnapped nel 1886, lo stesso anno della pubblicazione in volume di The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde: ritengo questo dato temporale estremamente significativo per comprendere la personalità artistica di questo autore, complessa al punto da venir considerato a lungo un minore, relegato al rango di scrittore per ragazzi o di genere ed oggi da molti considerato uno dei maggiori narratori moderni e un antesignano della letteratura del ‘900.
Nel 1886 Stevenson è ormai trentaseienne ed ha alle spalle – oltre ai viaggi e al matrimonio con Fanny Osborne, parecchi racconti, saggi e resoconti di viaggio, ma soprattutto il grande successo editoriale de L’isola del tesoro”, edita inizialmente a puntate sulla rivista Young Folks e quindi, nel 1883, in volume. A quest’opera sono seguiti due altri romanzi: La freccia nera, romanzo storico anch’esso pubblicato a puntate su Young Folks, e Il principe Otto, romanzo d’avventure e intrighi ambientato in un immaginario staterello tedesco dal sapore vagamente sociale.
Il grande successo di questi romanzi fu favorito anche dall’ampliamento della platea dei lettori seguito all’emanazione nel 1870 del Forster’s Education Act, legge che favoriva l’alfabetizzazione di massa in Inghilterra e Galles. Come fa notare Giovanni Giudici nella sua introduzione a Rapito, Stevenson fu senza dubbio uno dei primi scrittori a beneficiare degli effetti di quel provvedimento, peraltro in un contesto che già da alcuni decenni aveva visto una impetuosa crescita dell’industria culturale.
Stevenson in quegli anni usa sapientemente l’editoria alternando di fatto romanzi per ragazzi a opere destinate ad un pubblico adulto, rivelandosi maestro nel fornire ai suoi diversi pubblici ciò che si aspettano (avventure, esotismo) ma elevandosi sempre, quanto a complessità delle tematiche affrontate, sfaccettatura dei personaggi e pura capacità narrativa, nettamente al di sopra del genere. Così, la quasi contemporaneità dell’uscita di Rapito e de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, di due opere apparentemente così lontane – anche se entrambe incardinate su uno dei temi centrali della poetica stevensoniana, quella dell’ambiguità intrinseca dell’animo umano, così che non esistono i buoni e i cattivi in assoluto – è emblematica a mio avviso della grandezza dello scrittore, oltre che segnalare l’abilità con cui si è inserito nei meccanismi commerciali dell’epoca.
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Un romanzo solo apparentemente “semplice” afflitto da una traduzione ormai del tutto inadeguata

Recensione de La battaglia, di John Steinbeck

Bompiani, Tascabili, 2006

Forse è il destino ad essermi avverso, ma più probabilmente è l’ennesimo segno della sciatteria dell’editoria italiana: sta di fatto che, dopo La dodicesima notte e La collera di Maigret, per la terza volta in poco tempo mi trovo obbligato, a rischio di annoiare schiere di miei lettori, a scagliarmi contro la traduzione di un’opera letteraria.
Stavolta il bersaglio è grosso, trattandosi nientedimeno di Eugenio Montale, traduttore nel 1940 di In dubious battle, romanzo scritto da John Steinbeck quattro anni prima, ancora oggi proposto in libreria nella stessa edizione, e del quale non esistono traduzioni più recenti.
Di una nuova traduzione quest’opera avrebbe davvero bisogno, e in merito ritengo che piuttosto che continuare a riproporre quella del peraltro grande poeta sarebbe meglio lasciare a chi può la lettura del testo originale, reperibile ad esempio qui, visto che viene a mio avviso letteralmente tradito da Montale.
Il tradimento comincia sin dalla versione del titolo: In dubious battle è citazione da un verso del primo libro del Paradiso perduto di Milton; del resto molti dei romanzi di Steinbeck hanno come titolo citazioni bibliche o tratte da classici. L’importanza del titolo originale è data dal fatto che esso è parte di un passo estremamente significativo, che è opportuno riportare per intero (traduzione mia, quindi alquanto grezza):
”… quindi fui spinto
a scontrarmi col più forte, trascinando nel conflitto
la grande forza di innumerevoli spiriti armati
che disprezzando il suo regno e preferendo me
opposero al suo grande potere un potere avverso
in un’incerta battaglia nelle pianure del Paradiso,
e scossero il suo trono. Cosa importa se fummo sconfitti?
Non tutto è perso. L’indomita volontà,
lo spirito di vendetta, l’odio immortale
mai conosceranno sottomissione o cedimento;
e cosa mai altro è, se non questo, il non essere vinti?”

Tradurre In dubious battle con La battaglia significa tagliare di netto il cordone ombelicale esistente tra il titolo originale e il passo di Milton, ed in questo modo amputare una parte importante del significato che Steinbeck attribuisce a questo romanzo: il racconto di un episodio tragico e fallimentare nell’ambito di una dura lotta, quella tra le classi, destinata comunque a continuare. Appare tra l’altro quantomeno strano che nella pur ottima introduzione, anonima e datata 1976, all’edizione da me letta, nella quale il romanzo viene contestualizzato rispetto ai tempi in cui fu scritto, non vi sia alcun accenno all’origine letteraria del titolo originale e alla sua oggettiva importanza.
Se comunque l’alterazione del titolo può essere forse considerato un peccato veniale, è la traduzione del testo che risulta oggi del tutto inadeguata per capire veramente questo romanzo.
Steinbeck è infatti scrittore realista, oserei dire naturalista, in particolare nelle opere della Dustbowl trilogy; uno degli elementi che caratterizzano il suo realismo è il linguaggio colloquiale, infarcito di slang, a volte duro e volgare, che mette in bocca ai suoi contadini e operai. L’impiego di tale linguaggio gli procurò non pochi strali da parte della critica conservatrice, particolarmente violente quando uscì Furore. A proposito del linguaggio di In dubious battle l’autore ebbe a dichiarare: ”I dialoghi [del romanzo] sono ciò che comunemente viene definito volgare. Ho lavorato fianco a fianco ai braccianti, e raramente ho sentito una frase in cui non vi fosse qualche scurrilità. Sono stufo del fatto che nei libri il nobile lavoratore si esprima come se fosse un professore universitario.” Per inciso, verrebbe fatto di notare come una polemica di questo genere negli anni ‘30 del XX secolo per noi europei appaia un poco di retroguardia e forse in ritardo di qualche decina d’anni; anche relativamente a ciò, tuttavia, emerge chiaramente a mio avviso l’importanza della contestualizzazione dell’opera d’arte rispetto alla situazione sociale concreta che l’ha generata.
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Il Giappone fra tradizione e modernità nelle pagine di un grande narratore

Recensione de Il cuore delle cose, di Natsume Sōseki

Neri Pozza, Biblioteca, 2006

Sempre, a mio avviso, per comprendere a fondo un’opera letteraria è necessario fare riferimento al periodo e al contesto storico in cui fu scritta.
Questo è particolarmente vero per l’opera di Natsume Sōseki, sicuramente uno dei più grandi scrittori giapponesi della prima metà del XX secolo, e per il romanzo Il cuore delle cose, considerato uno dei suoi capolavori, il cui titolo originale, Kokoro, è stato tradotto anche – forse più letteralmente – come Anima e nel napoletaneggiante Anima e cuore. Attualmente, caso strano per un’opera sicuramente non mainstream, sono disponibili in libreria ben quattro edizioni diverse di questo romanzo, tra le quali anche un graphic novel.
Tre sono essenzialmente i motivi per cui è necessario leggere il romanzo avendo presente l’epoca della sua scrittura. Il primo è che si tratta di un’opera letteraria che ci proviene da una cultura lontana, che al tempo era sicuramente più di oggi dotata di specificità culturali, derivanti dalla sua organizzazione sociale, senza conoscere le quali – almeno sommariamente – è oggettivamente difficile apprezzare appieno le atmosfere del romanzo.
Il secondo è dato dal fatto che nel romanzo stesso alcuni avvenimenti storici – la morte dell’imperatore Mutsuhito (Meiji), avvenuta il 30 luglio del 1912, e, pochi giorni dopo le solenni esequie del Tennō, il suicidio rituale tramite seppuku del generale Nogi Maresuke, accompagnato dalla moglie (che commise jigai) – assumono un ruolo e un significato centrale.
Il terzo e sicuramente più importante è il fatto che il regno dell’imperatore Mutsuhito, che va dal 1867 al 1912 ed è conosciuto come rinnovamento Meiji, è stato decisivo nella storia del Giappone, segnando l’ingresso dell’impero del sol levante nella modernità. Vediamo quindi molto sommariamente cosa accadde in Giappone in quei decisivi decenni.
L’episodio che apre simbolicamente quest’epoca si verifica l’8 luglio 1853, quando quattro navi da guerra statunitensi (le celebri navi nere), si presentano all’imboccatura della baia di Edo (l’odierna Tokyo) minacciando di bombardare la città se lo Shōgun non avesse accolto una proposta di trattato commerciale redatta dal presidente Millard Fillmore. Si noti come all’epoca non fosse necessario ammantare le politiche imperialiste con ipocrite motivazioni legate alla democrazia o ai diritti umani: il trattato, siglato l’anno successivo, imponeva di fatto al Giappone l’apertura alle merci statunitensi.
A quel tempo il Giappone aveva un’organizzazione sociale ed economica di tipo feudale, della quale era capo con poteri dittatoriali lo Shōgun: I vari clan aristocratici dei Daimyō, pur soggetti allo Shōgun, vivevano delle rendite e delle imposte nei propri feudi (Han), dominando sulle altre classi: i militari (samurai), i contadini, gli artigiani e i commercianti (oltre ai non umani Hanin). L’imperatore da secoli era di fatto esautorato di ogni potere politico.
Questo assetto sociale rigidamente gerarchico era stato perfezionato dagli Shōgun del clan Tokugawa, egemone sin dall’inizio del XVII secolo, e presupponeva la chiusura pressoché totale del Giappone al commercio estero: ancora alla metà del XIX secolo gli unici commerci ammessi erano quelli con gli olandesi, nel solo porto di Nagasaki. La nascente borghesia nazionale, quindi, era totalmente soggetta all’aristocrazia, alla quale peraltro prestava buona parte delle ingenti risorse necessarie per far parte a pieno titolo dell’élite del bakufu, il sistema di governo dello Shōgun.
Con la firma del trattato commerciale con gli USA, cui ne seguirono in breve tempo altri con le principali potenze (i cosiddetti trattati ineguali) l’incipiente crisi del modello feudale precipitò, e dopo un decennio di scontri tra lo shōgunato, l’imperatore e i Daimyō più potenti – con pesanti interferenze occidentali che di fatto portarono allo smembramento del paese – si giunse alla guerra civile. Il giovane imperatore Mutsuhito si fece promotore del ristabilimento di una autorità centrale e si trasferì da Kyoto, l’antica capitale imperiale, a Edo; nel 1868 l’ultimo Shōgun si dimise e il nuovo governo imperiale accelerò sulla via della modernizzazione della economia e della società giapponese. Fu una sorta di rivoluzione dall’alto, volta a permettere lo sviluppo di una borghesia industriale e commerciale, che comunque faceva affidamento sui rappresentanti dell’oligarchia aristocratica per quanto riguardava le funzioni chiave del potere civile e militare. Un compromesso molto simile a quelli che avevano dato origine alle monarchie costituzionali in Europa dopo le rivoluzioni del 1848, sia pure con tratti autoritari sconosciuti in occidente e derivanti dalla tradizione gerarchica nipponica, che comportò il mantenimento delle classi popolari in uno stato di assoluta subordinazione, con la trasformazione in pochi decenni di grandi masse rurali in proletariato urbano. Dalle potenze occidentali il Giappone mutuò presto anche le politiche imperialistiche, rivolte verso la Cina e la Corea, politiche supportate ideologicamente da un nazionalismo militarista che ancora una volta faceva leva sulla tradizionale gerarchizzazione sociale. La potenza industriale e militare raggiunta dal Giappone diverrà chiara al mondo soprattutto a seguito della schiacciante vittoria nella guerra con la Russia del 1905.
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Baldini, ovvero dell’insopprimibile voglia di certa critica di farci odiare i classici

Recensione de La dodicesima notte, ovvero Quel che volete, di William Shakespeare

Rizzoli, Superbur classici, 2001

Esistono libri che sembrano fatti apposta per non permettere al lettore di scavare in profondità un testo, di addentrarsi nei suoi elementi strutturali, di comprendere cosa lo scrittore intendeva trasmettere quando scriveva.
Un esempio lampante di ciò è questo volume pubblicato da Rizzoli non moltissimi anni fa, nel quale ho avuto la sfortuna di leggere La dodicesima notte di William Shakespeare, dove tutto è fatto non solo per rendere arduo al lettore medio formarsi una qualsivoglia idea critica del testo che legge, ma anche per togliergli buona parte del gusto della lettura.
Grande imputata è ovviamente la traduzione, pure a suo tempo affidata dall’editore ad un riconosciuto specialista come Gabriele Baldini, che ha curato anche la breve nota introduttiva. Potrà sembrare inopportuno criticare uno studioso di tale importanza, tra l’altro scomparso da moltissimo tempo, ma visto che sono stato vittima delle sue scelte e che ancora oggi in libreria si trova questa versione della commedia scespiriana, mi par giusto avvisare il potenziale lettore di quelli che ritengo difetti esiziali del volume.
Innanzitutto Baldini compie l’infelice scelta radicale di nascondere la fondamentale differenza strutturale esistente tra le scene delle quali sono protagonisti i nobili e quelle in cui agiscono i personaggi popolareschi, nei quali come si vedrà sono compresi di buon diritto, oltre alla servitù, anche alcuni titolati. Shakespeare, infatti, usa due lingue diverse per differenziarle: i nobili si esprimono in versi – l’autore non a caso sceglie il più classico dei versi inglesi del tempo, il pentametro giambico – mentre gli altri si esprimono in una prosa sincopata, piena di espressioni gergali e doppi sensi. Tutto ciò nella traduzione di Baldini si perde sotto un velo di uniformità linguistica da cui la vivacità, le colorite espressioni e le battute spesso salaci dei personaggi emergono a stento. Impiegando praticamente sempre lo stesso linguaggio, che suona enfatico in quanto raffinatamente antichizzato, il traduttore appiattisce verso l’alto la commedia, falsandone il senso complessivo. L’originale dicotomia espressiva dell’opera, infatti, lungi dall’essere uno sfizio artistico, risponde a precise necessità comunicative dell’autore, e dice molto sul contesto sociale e politico nella quale l’opera fu scritta.
All’inizio del XVII secolo (la commedia è del 1600-1601) la nascente borghesia inglese aveva trovato nel puritanesimo – ed in particolare nel suo accento sulla predestinazione, l’individualità e l’umile intraprendenza – la base ideologico-religiosa per la sua affermazione, come avrebbe dimostrato di lì a pochi decenni la rivoluzione cromwelliana. Un corollario del puritanesimo era l’avversione alle feste e agli spettacoli teatrali: negli ultimi anni del regno elisabettiano vi furono infatti frequenti divieti di fare teatro nella città di Londra.
Data la diffusa ostilità borghese per il teatro, Shakespeare poteva quindi in quegli anni contare solo sulle altre due classi per poter rappresentare le sue opere: il popolo, che affollava i teatri del circondario della metropoli, e la nobiltà, che aveva il potere di autorizzare le rappresentazioni e poteva riservarle a visioni private.
Ecco perciò il bardo concepire un’opera bifronte, con parti in grado di incontrare il gusto raffinato della nobiltà e parti decisamente più adatte ad un pubblico popolare, ed anche probabilmente in grado di far percepire a ciascuno dei due diversi pubblici le parti nelle quali non si riconoscevano come satira di un mondo distante da loro.
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Maschere, patologia e tanto altro nei racconti del “giovane” Schnitzler

Recensione de La piccola commedia, di Arthur Schnitzler

Adelphi, Biblioteca, 1996

La raccolta di novelle e racconti che Adelphi propone in questo volume riprende l’edizione data alle stampe nel 1932 a Berlino. Schnitzler, autore di notevole successo, era morto l’anno prima, e – secondo una delle fondamentali leggi dell’editoria – era probabilmente necessario proporre qualche suo scritto inedito, battendo il ferro finché era ancora caldo.
Così, come spesso capita, si ricercarono scritti giovanili, opere minori, inediti veri e propri. E, come spesso capita, accanto a piccole perle furono inseriti nella raccolta frammenti, semplici schizzi e testi poco significativi, probabilmente negletti dallo stesso autore nel corso della sua evoluzione artistica.
Il volume è composto da ventitré racconti, scritti da Schnitzler in un arco di tempo che va dal 1885 al 1907, ossia da quando l’autore aveva 23 anni all’inizio della sua piena maturità artistica (avendo nel 1907 già pubblicato opere quali Girotondo, Il sottotenente Gustl e La signora Berta Garlan).
Per scelta editoriale Adelphi ha rispettato l’ordine dell’edizione originale, e i singoli racconti non vengono proposti in ordine cronologico, ma si potrebbe quasi dire in ordine di complessità, lasciando i tre più articolati alla fine.
Se da un lato questa scelta ha un suo senso preciso, perché ricalca la struttura dell’edizione berlinese, dall’altro rende più arduo per il lettore seguire il filo dell’evoluzione stilistica e tematica dell’autore, ciò che dovrebbe essere una delle funzioni precipue di un volume come questo. La cripticità rispetto a tale funzione didattica del volume è accentuata dalla usuale laconicità dell’editore, che si limita a proporre i testi e a farli seguire da un breve elenco delle loro date di scrittura e di prima edizione.
Visto da questa prospettiva si può affermare che il volume rappresenta un’occasione persa. Se infatti, come ritengo, il suo valore fondamentale è dato dalla possibilità di conoscere i termini del passaggio dell’autore da una sorta di naturalismo viennese delle sue prime prove letterarie allo Schnitzler maturo, quello dell’introiezione letteraria della nascente psicanalisi e delle tematiche della patologia e della maschera, allora questo valore è fortemente sminuito dalla duplice scelta di non proporre i racconti in ordine cronologico e soprattutto di non corredare il volume di un apparato critico in grado di guidare il lettore amatoriale lungo le varie tappe del passaggio, lasciandolo solo con le sue inadeguatezze interpretative. Ancora una volta si deve constatare che allo scintillante minimalismo formale dei volumi di Adelphi non corrisponde altrettanto spessore sostanziale. Ma tant’è.
Coerentemente quindi, in queste note riordinerò i racconti secondo il loro ordine cronologico di composizione, al fine di tentare di cogliere meglio i termini e le modalità del pieno ingresso di Schnitzler nel primo novecento letterario, di cui rappresenta senza dubbio uno degli scrittori più importanti.
Inizio perciò con Che melodia!, novelletta di poche pagine risalente al 1885, quindi una delle primissime prove letterarie di Schnitzler, peraltro pubblicata solo postuma. Con una prosa che riflette, nei suoi toni a tratti melodrammatici, l’atmosfera ancora ottocentesca in cui è immersa e dà la sensazione di uno scrittore ancora alla ricerca di un proprio stile, il testo affronta tuttavia con una certa dose di originalità un grande topos della letteratura di ogni tempo: quello del rapporto tra l’artista e l’opera d’arte.
La stessa tematica, con un tono più scanzonato e satirico, è trattata in Aspetta il dio vacante, breve racconto nel quale il giovane Schnitzler si diverte a prendere in giro gli artisti irresoluti sempre in procinto di partorire la grande opera ma cui manca sempre l’ispirazione finale, non combinando nulla nella vita ma senza mancare di sentirsi degli eletti rispetto alla massa.
L’America, breve schizzo che apre il volume, è forse anche il testo più debole della raccolta: poche pagine di un intimismo fine a sé stesso, che risente di un tardo romanticismo di maniera.
Il racconto cronologicamente successivo, L’eredità, del 1887, affronta uno dei temi che saranno più cari allo Schnitzler maturo, quello dell’infedeltà coniugale; in un’atmosfera narrativa ancora schiettamente naturalistica il personaggio di Emil, il primo di quelli che nel risvolto di copertina l’editore definisce terribilmente schnitzleriani senza ancora sapere di esserlo, assume un suo preciso rilievo grazie alla descrizione delle sensazioni che prova dopo essere stato sfidato a duello dal marito tradito. Sono poche righe, ma a mio avviso di notevole importanza, perché da un lato evidenziano l’urgenza dell’autore di andare al di là della semplice registrazione dei fatti, dall’altro denotano tutta l’insufficienza degli strumenti allora a disposizione di Schnitzler – la psicanalisi freudiana non era ancora ufficialmente nata – per concretizzare efficacemente tale urgenza.
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Gli indifferenti: cronaca di una generazione perduta

Recensione di Zipper e suo padre, di Joseph Roth

Adelphi, Biblioteca, 2004

Alcuni anni fa, commentando la mia lettura della bellissima raccolta di racconti di Joseph Roth Il mercante di coralli avevo sottolineato come fosse riduttivo definire tout court l’autore austriaco il cantore del finis Austriae, il nostalgico della monarchia austro-ungarica consegnatoci da romanzi quali La marcia di Radetzky e La cripta dei Cappuccini o da racconti come Il busto dell’imperatore.
Prima di approdare al legittimismo asburgico, che in lui fu essenzialmente una reazione, sicuramente politicamente inadeguata ma umanamente comprensibile all’avanzare della barbarie nazista, Roth in non poche opere tratteggia quadri individuali e sociali nei quali al senso di disfacimento di certezze a valori tipico dei convulsi anni del dopoguerra non viene contrapposta una presunta imperial-regia età dell’oro, anzi: lucidamente Roth individua e denuncia proprio nel prima le radici e le cause profonde di un dopo tanto difficile e straniante, nel quale non si riconosce.
Zipper e suo padre, breve e poco conosciuto romanzo edito nel 1928 – un anno dopo lo splendido Fuga senza fine, con il quale presenta non poche affinità di fondo – è opera emblematica di questo Roth, il Roth degli anni ‘20, che a mio modo di vedere è forse quello delle prove letterarie più incisive e importanti.
Il romanzo, sapientemente costruito come usualmente accade in Roth, ha come narratore lo scrittore stesso. Il protagonista è però un suo amico e coetaneo, Arnold Zipper, di cui racconta le vicende umane dai tempi dell’infanzia passata insieme prima della guerra ai primi anni ‘20.
Nella prima parte del romanzo oggetto dell’attenzione dello scrittore è la famiglia di Zipper, ed in particolare suo padre. Gli Zipper abitano a Vienna, ”nel quartiere dei piccoli borghesi, dove gli appartamenti sono composti da stanze troppo anguste, hanno pareti sottili e contengono ninnoli inutili”. Tipicamente e disperatamente piccolo-borghese è Zipper padre, rappresentante di carte e stampati sempre sull’orlo del fallimento e della miseria, uomo che ”la massima parte delle energie che Dio gli aveva dato aveva dovuto spenderle per diventare, da proletario che era, un borghese”, che ha avuto ”molti dispiaceri nella sua vita, ma probabilmente nessun dolore”. La prosa cronachistica ed apparentemente dimessa di Roth, aliena da qualsiasi tentazione sperimentalistica, che si concentra su una serie di minuti particolari apparentemente secondari nella loro esteriorità ma ciascuno dei quali è la tessera di un puzzle che composto ci restituisce un grande personaggio, è perfetta per come riesce a delineare il carattere di questo buon padre di famiglia, le cui uniche preoccupazioni sono l’apparenza sociale, che riversa sui figli le sue frustrazioni esistenziali di artista e borghese mancato, che dietro una tranquilla bonomia nasconde le grinfie di un despota familiare. È la famiglia infatti il microcosmo nel quale Zipper padre si rifà dei suoi fallimenti esistenziali e professionali esercitandovi un dominio assoluto, fatto anche di piccole crudeltà quotidiane. Umilia continuamente la moglie, creatura scialba e dimessa che lo ha sposato credendolo sulla via di un avvenire agiato, e della quale Roth ci dice: ”Mai sorrideva in presenza del marito. […] Alle sue domande rispondeva con un sì o con un no. Come doveva odiarlo. Forse disprezzarlo!” Se vede in Arnold il figlio capace di essere ciò che lui non è stato, il genio in grado di riuscire nella vita, disprezza invece Cäsar, il primogenito, ragazzo chiuso e scontroso che cerca confusamente di ribellarsi all’ordine costituito familiare.
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