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Alle radici del liberismo

ComeilProsperoChinkisImmiseriRecensione di Come il prospero Chinki s’immiserì per la ricchezza della nazione, di Gabriel-François Coyer

Sellerio, La memoria, 1992

Questo piccolo volume di Sellerio, edito oltre venticinque anni fa ma ancora in catalogo, ci propone l’opera più importante di Gabriel-François Coyer, un autore francese contemporaneo di Voltaire ed a lui vicino quanto a pensiero, anche se il grande illuminista non sembra lo considerasse persona particolarmente gradevole, se è vero che, a fronte delle richieste reiterate ogni anno da Coyer di passare tre mesi presso di lui nel castello di Ferney, così rispose: ”Caro Abate, sapete la differenza che rilevo tra Don Chisciotte e voi? Che lui scambiava gli alberghi per castelli, mentre voi scambiate i castelli per alberghi.”
Coyer era un abate in quanto nel 1728 era entrato nei gesuiti, uscendo dall’ordine dopo otto anni. Nel corso della sua vita scrisse numerosi pamphlet, per lo più anonimi, di chiaro stampo liberista. Egli aderiva infatti alle dottrine economiche di Gournay, che in quel periodo criticavano radicalmente il mercantilismo di stampo colbertiano che ancora impregnava l’ordinamento economico e sociale francese, in nome della libertà di iniziativa e di commercio riassunta nel celebre slogan ”laisser faire, laisser passer”, coniato proprio da Gournay.
Nella Francia attorno alla metà del XVIII secolo le politiche mercantiliste strutturate da Colbert ai tempi del Re Sole erano ancora alla base dell’organizzazione economica. Esse si basavano sull’assunto che la ricchezza di una nazione dipendesse dalle sue risorse monetarie, e che per aumentarle fosse quindi necessario aumentare il più possibile le esportazioni e diminuire le importazioni di beni, accrescendo l’utile della bilancia commerciale. Era quindi necessario che lo Stato da un lato favorisse la creazione di manifatture e ne regolamentasse rigidamente attività e modalità di produzione per garantire la qualità dei prodotti da destinare in gran parte all’esportazione – affinché fossero competitivi sui mercati esteri – e dall’altro imponesse dazi e tariffe per le merci importate e ricercasse territori dai quali importare materie prime a basso costo.
Questa impostazione economica comportava ovviamente l’intervento diretto dello Stato nell’attività economica, in particolare attraverso una rigida regolamentazione delle arti e dei mestieri, riunite in corporazioni (jurandes) che avevano il monopolio di ciascuna produzione e alle quali era difficilissimo accedere se non per via ereditaria e a fronte di lunghi apprendistati, ed anche per mezzo della valutazione da parte dei maestri delle capacità professionali raggiunte e pagamento di elevatissime quote associative. Le corporazioni avevano assunto un tale potere da esercitare una vera e propria giurisdizione, con tanto di milizie abilitate a sanzionare e arrestare, al fine del controllo del monopolio produttivo. Le corporazioni, inoltre, garantivano ai loro associati forme di protezione e assistenza sociale ante litteram.
Se nel corso dei cento anni precedenti il sistema delle jurandes aveva permesso in Francia lo sviluppo di una borghesia produttiva, esso con il XVIII secolo entrò in contraddizione con le esigenze di espansione economica che il nascente capitalismo esigeva. Le corporazioni infatti limitavano fortemente le possibilità di libera iniziativa economica, ma soprattutto limitavano uno dei principi fondanti la produzione capitalistica: la possibilità di acquisto della forza-lavoro sul mercato: esse infatti non solo limitavano numericamente l’accesso ai mestieri, ma regolamentavano anche i livelli salariali dei lavoranti. Continua a leggere “Alle radici del liberismo”

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Il falso chierico prima del “Tradimento”

LOrdinazioneRecensione de L’ordinazione, di Julien Benda

Sellerio, La memoria, 1990

Il nome di Julien Benda non credo dica molto al lettore di oggi: del diluvio di scritti di questo autore francese di cui parla Gramsci non si trovano in libreria che alcuni saggi, tra i quali la sua opera sicuramente più importante, Il tradimento dei chierici, e questo quasi romanzo, edito moltissimi anni fa da Sellerio ma ancora facilmente reperibile.
Tra le molte ragioni che si possono addurre rispetto allo scarso interesse di cui oggi gode nel nostro paese uno degli intellettuali protagonisti del dibattito culturale francese, e non solo, tra le due guerre, vi è senza dubbio il fatto che gran parte della sua produzione, composta da articoli pubblicati sui quotidiani e sulle riviste dell’epoca, risulta strettamente legata al clima culturale dell’epoca e impregnata delle drammatiche divisioni che lo caratterizzavano: è forse quindi inevitabile che oggi ci vengano riproposte solo le sue opere più significative, che ci permettono comunque di conoscere il complesso (e per certi versi contraddittorio) pensiero di questo intellettuale e che conservano una qualche attualità.
Prima di addentrarci nelle sfaccettature di questo pensiero, esercizio necessario per comprendere un’opera scarna (aggettivo da non intendersi in senso negativo) e per certi versi enigmatica come L’ordinazione è però necessario citare qualche dato biografico dell’autore, da cui si possono trarre alcune informazioni che aiutano a comprendere meglio la personalità culturale di Benda.
Nato nel 1867 da una famiglia della borghesia ebraica, laica e repubblicana, Benda esordisce nell’ambiente culturale parigino ai tempi dell’affaire Dreyfus: prende attivamente parte al lacerante conflitto politico e sociale che oppone la società civile democratica alla reazione clerico-militarista e nazionalista, schierandosi decisamente dalla parte giusta. È da notare che è proprio in occasione di tale conflitto, che segnerà profondamente la società francese nei decenni successivi, che nasce ufficialmente il termine intellectuels, riferito agli uomini di cultura che parteciparono al dibattito prendendo le parti del capitano ingiustamente accusato di tradimento; il termine venne immediatamente utilizzato in senso denigratorio dalla parte avversa, ed assunse da allora la sua connotazione moderna.
Negli anni che precedono la prima guerra mondiale Benda si dedica prevalentemente a polemizzare con Bergson, la cui filosofia era molto di moda e avrebbe influenzato una parte importante della letteratura dell’epoca (si pensi alla Recherche proustiana), opponendo al suo intuizionismo ed antintellettualismo il mondo delle Idee e delle verità atemporali che costituiscono la base del sapere. Sulla stessa base condanna il romanticismo, non tanto come specifica corrente letteraria, ma come modo di intendere il mondo e il suo rapporto con esso. È a questo periodo che appartiene L’ordinazione (1911). Si delinea in quegli anni la concezione di Benda rispetto all’intellettuale e al suo ruolo nella società: egli è il depositario della verità, una verità che deriva dalla conoscenza, e deve sempre agire disinteressatamente al suo servizio ed a servizio della giustizia e della morale. Continua a leggere “Il falso chierico prima del “Tradimento””

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Uno dei punti più alti dell’illuminismo, ovvero quando il pensiero borghese ambiva all’universalità

Recensione di Trattato sulla tolleranza, di Voltaire

Feltrinelli, Universale economica – I classici, 2003

Il Trattato sulla tolleranza rappresenta probabilmente, insieme a Candido e al Dizionario filosofico, l’opera più celebre di Voltaire, nonché uno dei testi fondamentali del pensiero occidentale, vero e proprio snodo della sua evoluzione verso la modernità.
Su questo pamphlet sono stati scritti nel corso dei decenni innumerevoli commenti e saggi critici, ragion per cui risulta difficile addentrarsi nella sua analisi senza incorrere nel rischio di scrivere banalità, soprattutto da parte di chi, come me, non è dotato di solide conoscenze filosofiche. Purtuttavia mi soccorre anche in questo caso lo spirito generale che anima le mie recensioni, intese come del tutto strumentali, in quanto volte a costringermi a riflettere su ciò che leggo, e non certo come pretesa di esporre ad un qualsivoglia pubblico tesi ed opinioni che rimangono, a dispetto del mezzo utilizzato per fissarle, del tutto riservate.
Ho definito il Trattato un pamphlet perché del libello polemico esso assume alcuni tratti canonici: trae lo spunto iniziale da un fatto che ha colpito l’opinione pubblica, usandolo per introdurre e discutere una problematica di attualità (allora ma forse anche più oggi), prendendo nettamente posizione; il tutto accompagnato da uno stile di scrittura tagliente, coinvolgente e agile e dalla brevità dei capitoli e del testo complessivo.
Quando nel 1763 Voltaire scrive il Trattato è, ormai quasi settantenne, un maître à penser riconosciuto, nel clima cautamente riformista allignante in molte corti d’Europa, con il quale l’assolutismo monarchico tentava contraddittoriamente e paternalisticamente di aprirsi alle istanze borghesi che sempre più prepotentemente si affacciavano alla ribalta sociale e politica, istanze di cui l’illuminismo rappresentava la punta filosoficamente avanzata. Voltaire, quindi, che in gioventù era stato in carcere ed esiliato per le sue idee, è – sia pure non senza contrasti – amico di Federico II di Prussia ed ammirato dalla Pompadour, è – con Diderot e D’Alembert – uno dei protagonisti dell’avventura dell’Encyclopédie, e nel suo ritiro di Ferney sta lavorando tra l’altro al completamento del Dizionario Filosofico dopo aver pubblicato, quattro anni prima, il Candido. Continua a leggere “Uno dei punti più alti dell’illuminismo, ovvero quando il pensiero borghese ambiva all’universalità”

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La plastica dimostrazione che “Arte per l’Arte” è contraddizione in termini

RitrattiImmaginariRecensione di Ritratti immaginari, di Walter Pater

Adelphi, Piccola Biblioteca, 1994

Il nome di Walter Pater oggi probabilmente non dice molto al lettore italiano. Eppure Pater è autore importante, che si dovrebbe a ragione accostare a molti altri più celebrati scrittori quanto a capacità di essere uno dei maggiori rappresentanti della transizione della produzione letteraria da stilemi e tematiche tipicamente ottocentesche al confuso e contraddittorio magma letterario che segnerà i primi decenni del nuovo secolo. Oscar Wilde, di cui fu amico, lo chiamava grande maestro, e non senza ragione, in quanto Pater fu l’antesignano dell’estetismo in letteratura.
Una delle ragioni della scarsa notorietà di Pater sta nel fatto che buona parte della sua opera è composta di saggi critici sull’arte e sulla filosofia; anche i suoi pochi titoli ascrivibili alla narrativa sono in realtà intrisi di considerazioni di carattere filosofico e critico, e non sono sicuramente una lettura facile. Pubblicò in vita un solo romanzo, Mario l’Epicureo, mentre un secondo (Gaston de Latour) uscì dopo la sua morte, avvenuta nel 1894. Alcuni anni prima aveva pubblicato un volume nel quale erano raccolti quattro racconti, dal titolo Imaginary portraits. Questo volume oggi – come la gran parte delle opere di Pater – non disponibile in libreria, ci propone oltre ai quattro Ritratti immaginari altri due racconti di Pater, dei quali il primo, Apollo in Piccardia, del 1893, mentre l’ultimo, Il fanciullo nella casa, risalente al 1878. Questa scelta, che non rispetta l’ordine cronologico di uscita dei testi – con conseguenze a mio avviso non indifferenti sulla loro interpretabilità complessiva – e che tralascia di proporci altri due testi di Pater assimilabili ai Ritratti immaginari, la dobbiamo alla personalità del curatore, Mario Praz, uno dei più prestigiosi ma anche più controversi anglisti italiani, portatore di una visione elitaria, oserei dire iniziatica dell’opera letteraria e della sua critica. Questa visione, che ben si accompagna alle convinzioni politiche autoritarie di cui Praz era portatore, si ritrova nella decisione di non riportare nel volume, come detto, due ritratti con la seguente motivazione: “… perché non permettono di classificar[li]…, pur così ricchi di pagine sottili e affascinanti, tra le opere più armoniose del Pater.” Con rispetto mi permetto di chiedere se non sarebbe stato meglio lasciar decidere al lettore quali ritratti del Pater reputare più o meno armoniosi. Continua a leggere “La plastica dimostrazione che “Arte per l’Arte” è contraddizione in termini”

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Il paradosso come cifra della polemica culturale, ovvero Napoleone mito inverato

limperatoreinesistenteRecensione de L’imperatore inesistente, di Jean-Baptiste Pérès, Richard Whately e Aristarchus Newlight

Sellerio, il divano, 1989

Nonostante la recente svolta che ha portato la sua più conosciuta collana a proporre di fatto quasi unicamente libri gialli (sopportando a questo proposito una insanabile contraddizione, essendo tale collana caratterizzata da copertine blu), alla casa editrice Sellerio bisogna essere sommamente grati, per il fatto di pubblicare volumi originali, di autori spesso poco frequentati, sempre comunque significativi quanto a qualità intrinseca e cura editoriale.
Una vera piccola perla nella produzione editoriale di Sellerio è a mio avviso rappresentata dalla collana Il divano: volumetti dalla veste grafica minimalista, che propongono autori antichi e contemporanei spesso sconosciuti non solo al grande pubblico ma anche agli entusiasti, ed altre volte opere semisconosciute e minori di autori classici. Una collana in cui è possibile trovare autentiche chicche, fatta, come dice la sua presentazione ufficiale, di libri divaganti e originali, fatti ignoti e stravaganti, curiosità letterarie di grande ricchezza intellettuale.
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Una modesta proposta in procinto di essere riformulata

illeonenonmangialaveravergine

Recensione de Il leone non mangia la vera vergine, di Jonathan Swift

La spiga – Meravigli, Libri di una sera, 1993

Libri di una sera è il titolo della collana della scomparsa casa editrice La Spiga – Meravigli nel cui ambito, oltre vent’anni orsono, venne stampato questo volumetto, che raccoglie alcuni dei numerosi scritti satirici e polemici di Jonathan Swift. In effetti le dimensioni del volume, di sole 48 pagine, sono adatte ad una lettura rapida; il suo contenuto, tuttavia, per la carica corrosiva che caratterizza i singoli, brevi scritti, per l’eterodossia delle tesi sostenute rispetto a quelli che erano i cardini dell’ordinamento sociale del Regno Unito agli albori del XVIII secolo, è tale da meritare una lettura attenta e da indurre a profonde riflessioni, con la conseguenza di riservare a questo piccolo libro forse qualche sera in più rispetto a quanto suggerito dall’editore.
Swift è noto soprattutto per il suo capolavoro, I viaggi di Gulliver, uno dei testi fondativi del romanzo moderno ed anche una delle satire più straordinarie della società britannica dell’epoca, dei suoi meccanismi di potere e delle sue convenzioni. La vena polemica che nel romanzo maggiore troviamo trasfigurata nella descrizione dei vari paesi che Gulliver visita durante i suoi viaggi, la troviamo condensata in questo campionario di scritti minori, dove emerge il Swift protagonista o comunque attore di primo piano della vita politica e culturale della sua epoca, lucidissimo spirito critico di un periodo che prelude alla prima rivoluzione industriale che cambierà per sempre il volto della Gran Bretagna e del mondo intero. Continua a leggere “Una modesta proposta in procinto di essere riformulata”

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L’altro caposaldo dell’opera di un grande pensatore europeo

IlDialogodellaSaluteRecensione de Il dialogo della salute e altri dialoghi, di Carlo Michelstaedter

Adelphi, Piccola biblioteca, 1988

Il dialogo della salute rappresenta l’altro caposaldo dell’opera di Carlo Michelstaedter, insieme a La persuasione e la rettorica, da me recentemente recensita.
Questo volume di Adelphi, curato dall’ottimo Sergio Campailla, ce lo presenta insieme ad altri dialoghi scritti da Michelstaedter, alcuni dei quali molto frammentari, ed indubbiamente la loro lettura, accanto a quella dell’opera maggiore, contribuisce ad ampliare l’orizzonte di comprensione del pensiero di questo piccolo, grande intellettuale del novecento europeo.
La forma del dialogo, scelta da Michelstaedter per esporci in prosa il suo pensiero, rimanda direttamente a due degli autori più amati dal nostro: Platone e Giacomo Leopardi. Il dialogo permette infatti, attraverso il meccanismo di interlocuzione e di domanda e risposta tra due personaggi, di esporre ed argomentare tesi in modo diretto ed incalzante: per questo motivo, pur essendo la lettura non del tutto agevole sia per lo stile di scrittura dell’autore sia per i temi trattati, essa è sicuramente più facile rispetto a quella de La persuasione e la rettorica. Questa differenza è sicuramente anche dovuta alla diversa funzione che i dialoghi avrebbero dovuto svolgere rispetto all’opera maggiore: mentre questa era una tesi di laurea, destinata quindi ad un pubblico molto ristretto e specialistico, quelli sono stati scritti, ancorché in alcuni casi solo abbozzati, con intento divulgativo, presupponevano un pubblico generalista, e quindi il loro stile di scrittura tiene conto anche di ciò.
Come detto, Il dialogo della salute è sicuramente di gran lunga il frammento più importante presentato da questo volume. Esso fu terminato il 7 ottobre 1910, appena 10 giorni prima il suicidio di Michelstaedter, e la sua stesura si intreccia con quella della tesi di laurea. Continua a leggere “L’altro caposaldo dell’opera di un grande pensatore europeo”

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Come una tesi di laurea può divenire un testo fondamentale del pensiero novecentesco

LaPersuasioneelaRettoricaRecensione de La persuasione e la rettorica, di Carlo Michelstaedter

Adelphi, Piccola biblioteca, 1992

Carlo Michelstaedter si suicidò con un colpo di pistola nell’ottobre 1910, a ventitrè anni. Questo terribile dato anagrafico sembra quasi incompatibile con la profondità di pensiero e di visione, a tratti quasi profetica, che emerge dalla lettura della sua opera più importante, La persuasione e la rettorica, che altro non era se non la sua tesi di laurea, mai discussa. Un’opera come questa basta, a mio avviso, a fare di Michelstaedter uno dei più importanti pensatori europei di inizio novecento. Europeo lo è, Michelstaedter, anche per essere nato alla fine dell’800 a Gorizia, in quella terra dove venivano a contatto almeno tre culture profondamente diverse (ma a queste va senza dubbio aggiunto l’essere lui ebreo, per quanto di una famiglia non praticante), terra che nello stesso periodo esprime – non a caso – anche altre personalità culturali di primo piano, quali Umberto Saba e Italo Svevo.
In questo scritto, non pensato per essere pubblicato, Michelstaedter ci consegna una ampia elaborazione del suo pensiero filosofico, che si riallaccia alla filosofia greca presocratica e a Socrate, per giungere sino a Schopenhauer e a Nietzsche, in aperta polemica con l’idealismo e il razionalismo che da Aristotele portano a Hegel ed ancora di più con il positivismo ottocentesco, e in campo artistico prende a modelli Petrarca, Leopardi, Beethoven ed Ibsen. E’ lo stesso Michelstaedter che dice esplicitamente nell’introduzione del libro quali siano le sue radici e quali sia stata la capacità del pensiero occidentale di svilire ed adattare alle necessità della società gli insegnamenti che ne derivavano:
“Lo dissero ai Greci Parmenide, Eraclito, Empedocle, ma Aristotele li trattò da naturalisti inesperti: lo disse Socrate ma ci fabbricarono su quattro sistemi… lo disse Cristo e ci fabbricarono su la Chiesa… agli Italiani lo proclamò Petrarca trionfalmente, lo ripeté con dolore Leopardi – ma gli uomini furono loro grati dei bei versi, e se ne fecero generi letterari.” Continua a leggere “Come una tesi di laurea può divenire un testo fondamentale del pensiero novecentesco”

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Un altro tassello del Marx prima del Capitale

Miseria FilosofiaRecensione di Miseria della Filosofia, di Karl Marx

Editori riuniti, Universale idee, 1986

La Miseria della Filosofia occupa un posto particolare nell’evoluzione del pensiero di Karl Marx: è infatti il primo testo in cui lo studio dell’economia politica e degli economisti classici in particolare costituisce la base conoscitiva per sostanziare la radicale critica della società borghese che sino ad allora era stata condotta dal pensatore di Treviri su presupposti quasi esclusivamente “filosofici”.
Per la verità già in alcuni scritti di qualche anno prima, i famosi Manoscritti Economico-Filosofici del 1844 Marx si era occupato specificamente di questioni quali salario, profitto e rendita fondiaria, e già quegli scritti frammentari dovevano costituire la base di un’ampia opera di critica dell’economia politica; nelle opere successive, tuttavia, La sacra famiglia – Critica della critica critica e L’ideologia tedesca Marx, iniziato il sodalizio con Engels, si era concentrato sulla necessità di fare i conti con la sinistra hegeliana tedesca, con Feuerbach, Bruno Bauer e Max Stirner, in altri termini di consolidare teoreticamente il distacco dall’idealismo che con l’amico era venuto maturando sempre più dal momento dell’esilio volontario parigino.
Nei primi mesi di permanenza nella capitale francese egli conosce e frequenta tra gli altri Pierre-Joseph Proudhon, che godeva di vasta fama negli ambienti socialisti francesi per il suo saggio Q’est-ce que la propriété? nel quale esponeva la convinzione, rimasta celebre, che La proprietà è un furto. Continua a leggere “Un altro tassello del Marx prima del Capitale”