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O questo romanzo è vuoto, o la mia capacità interpretativa si è fermata

LIndagineRecensione de L’indagine, di Juan José Saer

Einaudi, L’arcipelago, 2006

In quarta di copertina di questo volume, edito da Einaudi nella collana L’arcipelago nei primi mesi del 2006, dopo una breve introduzione alla trama del romanzo si trova scritto: ”Juan José Saer (1937 – 2005), recentemente scomparso, è considerato il miglior scrittore argentino di questi ultimi anni”.
Data le mia completa ignoranza riguardo l’autore e la sua opera, ho deciso di informarmi sommariamente, ed in effetti da ciò che ho letto emerge il ritratto di uno scrittore importante, o perlomeno celebrato, autore di una dozzina di romanzi, di racconti e saggi: un autore che ha raccontato con una prosa personale e intrigante i drammi politici e sociali dell’Argentina dalla caduta di Peron alla dittatura militare alla travagliata e contraddittoria riconquista della democrazia, facendo proprie le lezioni di Borges e dei modernisti del primo novecento. Ebbene, la lettura de L’indagine, romanzo edito nel 1994, non mi ha restituito alcunché di tutto questo, provocandomi una forte delusione: essendo la prima (e probabilmente l’ultima) opera di Saer da me letta, non posso che coltivare il dubbio rispetto alle cause di tale delusione.
La prima ipotesi, forse la più probabile, è che L’indagine sia un’opera minore e non riuscita di Saer, pubblicata da Einaudi subito dopo la sua morte per evidenti finalità di mercato (si sa che la dipartita e il Premio Nobel sono fra le principali motivazioni della riproposizione di un autore contemporaneo). Avvalorano questa ipotesi due indizi: il fatto che oggi di Saer non vi sia più traccia nell’intero catalogo Einaudi e l’autore sia stato lasciato nelle mani di un piccolo editore specializzato nella letteratura di lingua spagnola, e la sciatteria della traduzione di Paola Tomasinelli, sulla quale tornerò, segno forse della necessità di andare in stampa frettolosamente, prima che svanisse l’effetto decesso. Non a caso l’edizione oggi in commercio è frutto di un’altra traduzione.
L’ipotesi alternativa, che pure ha una sua plausibilità, è che io non sia stato in grado di capire il romanzo, di coglierne ed apprezzarne i sottili fili conduttori, i richiami ed i colti rimandi, la ricchezza della scrittura. In effetti può essere, considerando i miei indubbi limiti critici e culturali e i pregiudizi che nutro sulla letteratura contemporanea: quanto ai primi non vi è rimedio, ma quanto ai secondi giuro che ho iniziato a leggere L’indagine a mente aperta: dopo la prima lettura ho anche riletto il breve romanzo, cercando di scandagliarne più in profondità il contenuto, ma senza risultati apprezzabili.
La struttura compositiva e narrativa de L’indagine è complessa, e il lettore la scopre a poco a poco. Il primo dei pochi, lunghi capitoli in cui il romanzo è suddiviso ci immerge in una vicenda poliziesca e venata di accenti grandguignoleschi. Siamo a Parigi, nell’undicesimo arrondissement, alla vigilia di natale. In boulevard Voltaire (per inciso lo stesso nel quale si trova il Bataclan, oggi tragicamente noto) è stato istituito un distaccamento speciale della sezione omicidi della polizia, perché in pochi mesi un serial killer ha ucciso ventisette anziane signore che vivevano sole. Gli omicidi, tutti compiuti nei dintorni, sono caratterizzati da una inaudita efferatezza che l’autore descrive crudamente: il killer cena con le vittime (che quindi hanno fiducia in lui), a volte i due hanno un rapporto sessuale, quindi, denudatosi, le uccide con un coltello da cucina, squartandole e mutilandole in modo orrendo e violentando il cadavere: dopo aver fatto una doccia per pulirsi ed essersi rivestito il killer mette a soqquadro l’appartamento della vittima e se ne va portando via le chiavi.
A capo del distaccamento che ha il compito di individuare l’assassino seriale è il commissario Morvan, un quarantenne dalle complesse vicende personali, abile investigatore amato dai suoi uomini. Egli sente la responsabilità di non essere ancora giunto ad alcun risultato, anche perché l’opinione pubblica e i superiori sono allarmati: ha delineato il profilo sociale e psicologico dell’assassino, ma non riesce ad incastrarlo.
Nel secondo capitolo la scena si sposta in Argentina, a Santa Fe. Tre amici, Pichón Garay, Tomatis e Marcelo Soldi, Pinocchio per gli amici, sorseggiano birra e mangiano stuzzichini in un bar all’aperto. È una serata di fine marzo e l’estate sta finendo, anche se fa ancora molto caldo. Pichón e Tomatis, vicini alla cinquantina (entrambi alter-ego dell’autore), sono amici da decenni, mentre Soldi è un giovane ricco da poco conosciuto da Tomatis. Pichón vive da vent’anni a Parigi, ed è tornato in Argentina per una questione legata alla vendita della casa di famiglia: i due amici si sono quindi rivisti da poco, dopo moltissimi anni, e la ricostruzione del loro rapporto viene osservata dal giovane Soldi con curiosità.
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Le inquietudini pronte ad esplodere nell’Italia del Boom

VenerePrivataRecensione di Venere privata, di Giorgio Scerbanenco

Garzanti, Elefanti, 2002

Il luogo dove si svolgono le drammatiche scene finali di Venere privata è il condominio Ulisse, ”oltre via Egidio Folli e oltre il dazio”. Siamo a Milano, a metà degli anni ‘60, e quella via, quel condominio, situati all’estrema periferia orientale della città, sono emblematici a mio avviso del clima che pervade il romanzo e del fascino che la sua ambientazione esercita sul lettore di oggi, almeno su quello della mia generazione.
Quando Livia Ussaro, una delle protagoniste del romanzo, vi giunge in taxi, tra lei e l’autista si svolge il seguente dialogo:
”«Qui è finita via Folli, siamo in campagna, […] Dov’è che devo andare?» […] «Più avanti, c’è un grande palazzo, sulla sinistra.» Lo stradone correva tra campi coltivati e per un lungo tratto non c’erano case, di nessun genere, l’illusione di essere in aperta campagna era quasi perfetta.”
Via Egidio Folli esiste davvero. Oggi termina a ridosso dello svincolo di Lambrate della Tangenziale est e un cancello metallico segna bruscamente la fine dell’asfalto. Nessuna illusione di essere in aperta campagna: i pochissimi campi e boschetti rimasti al di qua e al di là della immane cesura della tangenziale sono inglobati tra un groviglio di strade e svincoli, cui la recente rotondizzazione selvaggia ha conferito un aspetto da ottovolante, e una urbanizzazione pervasiva e disordinata, fatta di grandi palazzoni, capannoni artigianali, grandi parcheggi per lo più inutilizzati e qualche cascina che ancora si ostina a testimoniare incongruamente il passato agricolo dell’area. Poco oltre la tangenziale due luoghi simbolo delle vicende italiane di questi ultimi decenni: a nord quello che è stato il primo nucleo dell’impero berlusconiano, Milano due, con i suoi viali alberati e i suoi laghetti artificiali, la grande speculazione da cui tutto ebbe inizio; a sud le macerie della Innocenti, la grande fabbrica dove nacque uno dei miti del boom economico italiano: la Lambretta.
Se la trama di Venere privata ci restituisce l’idea di un romanzo di genere, se come vedremo le vicende che narra e le caratterizzazioni di alcuni dei personaggi non sono scevre da una certa ingenuità, è soprattutto nella sua ambientazione, temporale e spaziale, oltre che in una certa eterodossia degli argomenti trattati, degli stessi personaggi e delle situazioni narrate che vanno ricercati – a mio modo di vedere ma, credo di poter dire, anche secondo la grande maggioranza dei critici – gli elementi che forse oggi più che al tempo della sua uscita elevano questo romanzo oltre gli stretti confini del poliziesco, e che fanno di Scerbanenco un autore in qualche modo di culto.
La trama, infatti, della quale non dirò molto, visto che il suo dipanarsi deve in questi casi essere lasciato al piacere della lettura, è piuttosto banale. C’è un apparente suicidio che si rivela essere un omicidio, una sorta di investigatore privato che con metodi non convenzionali scopre dietro questo fatto una importante organizzazione criminale e riesce a sgominarla. Tutto nella norma, quindi, se non ci fossero dei però e degli elementi di contorno inquietanti che prendono nettamente il sopravvento rispetto alla vicenda nuda e cruda. Il primo è la constatazione che l’investigatore, colui che risolverà il caso è tutt’altro che un eroe positivo: Duca Lamberti, che sarà protagonista di una tetralogia di cui Venere privata è il primo episodio, è un giovane medico che incontriamo all’inizio del romanzo appena uscito di prigione dopo una condanna a tre anni per aver praticato l’eutanasia ad una signora malata terminale, condanna per la quale è stato anche radiato dall’albo.
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Buoni spunti mal sviluppati, ovvero come fu che l’antiHolmes restò inespresso

IlVecchionellAngoloRecensione de Il vecchio nell’angolo, di Emma Orczy

Sellerio, La memoria, 1996

La fama della Baronessa Emma Orczy, il cui nome completo era Emma Magdolna Rozália Mária Jozefa Borbála Emmuska Orczy de Orci, è legata a quella del suo personaggio letterario più famoso: la Primula Rossa, uno degli eroi per antonomasia della letteratura d’appendice di inizio ‘900. Tra il 1905 e il 1940 furono pubblicati con grande successo una dozzina di romanzi centrati su questo personaggio, un insospettabile damerino inglese che si trasforma nell’implacabile giustiziere che salva i nobili francesi dalla ghigliottina durante il periodo del cosiddetto Terrore rivoluzionario.
La Primula Rossa, personaggio tanto famoso da essere divenuto nella nostra lingua sinonimo di misterioso latitante in grado di beffare le forze dell’ordine, è oggi in realtà piuttosto dimenticato dalla nostra editoria, tanto che negli ultimi decenni si registra solo la pubblicazione di un volume per ragazzi: eppure credo che la riedizione dei più significativi romanzi aventi come protagonista l’inafferrabile nobiluomo sarebbe utile per comprendere il clima culturale inglese dei primi decenni del XX secolo, nel quale si colloca l’opera di Emma Orczy. Tra l’altro la Primula Rossa è sicuramente il prototipo di molti personaggi successivi, che hanno fortemente segnato la cultura popolare del XX secolo, da Zorro – tanto per citare un eroe televisivo caro alla mia generazione – a Superman a molti altri, tutti basati sulla idea di Emma Orczy di un personaggio apparentemente inetto ed impacciato capace di trasformarsi in impavido eroe a soccorso degli oppressi (?).
Il personaggio principale creato da questa scrittrice ci dice molto sulla sua personalità e sulle sue idee. Emma Orczy era una rappresentante dell’alta nobiltà agraria ungherese: nata nella seconda metà del XIX secolo, si trasferì adolescente in Inghilterra con la famiglia a causa delle rivolte dei contadini nelle tenute del padre. Divenne a tutti gli effetti britannica e nel 1894 sposò un pittore inglese, che la incoraggiò a pubblicare le sue opere. Fervente credente, fortemente reazionaria ed anticomunista, sosteneva convintamente la innata superiorità dell’aristocrazia così come l’imperialismo e il militarismo britannico; durante la prima guerra mondiale animò un’associazione di donne a sostegno dello sforzo bellico. Nella Primula Rossa, eroe reazionario, troviamo, traslati nella finzione del romanzo storico, tutti gli ideali dell’autrice, a partire dalla difesa dell’ancien régime nei confronti dell’usurpazione e del disordine rivoluzionario. Da questo punto di vista la Primula Rossa rappresenta forse l’operazione letteraria ideologicamente più scoperta volta a esorcizzare presso il pubblico piccolo-borghese e popolare cui si rivolgeva le inquietudini sociali che attraversavano all’epoca la società britannica ed europea in genere, proponendo la figura di un eroe positivo schierato in difesa di uno status quo inteso come intrinsecamente giusto e naturale. Continua a leggere “Buoni spunti mal sviluppati, ovvero come fu che l’antiHolmes restò inespresso”

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Il rifugio nei miti e nel genere come fuga da una atroce realtà

laleggendadipendragonRecensione de La leggenda di Pendragon, di Antal Szerb

Edizioni e/o, Tascabili, 1994

– Lei parla come uno che non ha ideali.
– E’ vero. Io sono un neofrivolo.
– In cosa si differenzia dall’antica frivolezza?
– Soprattutto per il fatto che davanti c’è il prefisso «
neo». Così è più eccitante.
Questo dialogo tra la bella e oca Cynthia e János Bátky, il protagonista del romanzo La leggenda di Pendragon dello scrittore ungherese Antal Szerb, riassume secondo me splendidamente lo spirito del libro.
Vediamo innanzitutto chi è stato Antal Szerb, scrittore poco tradotto in italiano e le cui opere sono al momento praticamente irreperibili. Vissuto dal 1901 al 1945, quando morì in un campo di concentramento nazista, Szerb è stato un intellettuale a tutto tondo: giovanissimo docente di letteratura all’Università di Szeged, scrisse una monumentale Storia della letteratura mondiale ed una Storia della letteratura ungherese che ancora oggi sono considerate opere di grande importanza: Continua a leggere “Il rifugio nei miti e nel genere come fuga da una atroce realtà”

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Argomenti scomodi affrontati con armi inadeguate

MementoMoriRecensione di Memento mori, di Muriel Spark

Adelphi, Fabula, 1993

Memento mori, del 1959, è il terzo romanzo pubblicato da questa prolifica autrice, della quale Adelphi ha curato la pubblicazione in Italia di buona parte dell’opera. La Spark, di origine scozzese, convertitasi al cattolicesimo prima di iniziare a scrivere romanzi, visse a lungo in Italia, per la precisione in Toscana, dagli anni ‘60 alla morte, avvenuta nel 2006.
Il titolo rivela che Memento mori è un libro che parla di morte, o meglio di vecchiaia e di morte. Lo fa con un tono e uno stile di scrittura tipicamente anglosassoni, che a mio avviso risente sin troppo di un certo dickensismo di ritorno, francamente anacronistico in un’opera scritta nella seconda metà del XX secolo. E con questo dico subito che questo libro non mi è piaciuto. Continua a leggere “Argomenti scomodi affrontati con armi inadeguate”

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Il lato rassicurante del grande maestro del terrore

IlMisterodiMarieRogetRecensione de Il mistero di Marie Rogêt, di Edgar Allan Poe

Demetra, Acquerelli, 1993

Il mistero di Marie Rogêt è il secondo racconto scritto da Poe che vede come protagonista Auguste Dupin, l’investigatore che è considerato il padre spirituale di Sherlock Holmes (come il personaggio di Conan Doyle è accompagnato da un aiutante spalla che ne narra le gesta) e degli altri personaggi che via via arricchiranno il genere poliziesco.
Poe come noto fu personaggio poliedrico: oltre che autore di racconti e romanzi (lo splendido Le avventure di Gordon Pym) fu giornalista e poeta; spirito tormentato, rappresenta uno degli archetipi – anche se eccentrico in quanto americano – dell’artista maledetto, che sarà il marchio di fabbrica del primo decadentismo europeo.
La figura di Auguste Dupin, e i racconti ad essa legati, sono estremamente interessanti, oltre che essere naturalmente avvincenti, perché rappresentano a mio modo di vedere l’altra faccia della poetica di Poe, quella che cerca di recuperare la razionalità ed il suo ruolo rassicurante rispetto al debordare dell’inconscio e dell’irrazionale che caratterizza i suoi racconti del terrore. E’ come se Poe cercasse, attraverso questi racconti e attraverso la cristallina razionalità di Dupin e del suo metodo deduttivo, di fornirci una possibilità per districarci dalle paure e dalle ossessioni generate dall’irrompere dell’inconscio nella vita quotidiana.
Prendiamo quello che è forse il più noto racconto dell’orrore di Poe: Il pozzo e il pendolo. Il salvataggio finale del protagonista da parte dei francesi, pochi secondi prima della caduta nel pozzo, è chiaramente una postilla, tra l’altro risolta in poche righe, rispetto alla essenza del racconto, data dall’ineluttabilità e dalla assurdità del destino che lo attende. Tutto il racconto sta nella descrizione ossessiva della discesa del pendolo, nel suo sinistro fendere l’aria, nell’impossibilità di spiegare quello che sta accadendo. Continua a leggere “Il lato rassicurante del grande maestro del terrore”

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Il primo caso di Nestor Burma, che per me rimarrà l’ultimo

120RueDeLaGareRecensione di 120, rue de la Gare, di Léo Malet

Editori Riuniti, Biblioteca tascabile, 1996

Léo Malet è considerato da alcuni uno dei maestri del romanzo poliziesco francese, ed associato sovente a Georges Simenon (che però – al pari di Hercule Poirot, era belga). In particolare uno dei suoi personaggi più noti, l’investigatore privato Nestor Burma, ha alcuni tratti – su tutti essere parigino e fumare la pipa – che inevitabilmente rimandano al commissario Jules Maigret.
Dopo avere letto questo 120, Rue de la Gare, scritto nel 1943, primo romanzo in cui compare Nestor Burma, e quindi romanzo che contribuisce non poco a fissarne i caratteri essenziali, mi sento di poter dire che le assonanze tra i due autori e i due personaggi sono molto labili.
Commentando alcuni dei romanzi di un altro scrittore di polizieschi, lo svizzero Friedrich Glauser, ho avuto modo di sottolineare come il fascino di Maigret e di Studer (il poliziotto protagonista dei romanzi di Glauser), stia nell’essere persone normali, con una psicologia complessa, che giungono alla soluzione dei casi in cui sono coinvolti soprattutto perché cercano di capire perché un delitto sia stato commesso, e non solo chi sia il colpevole.
Questo approccio comporta che le storie siano costruite dando ampio spazio al contesto in cui un delitto avviene e – contrariamente ai canoni del poliziesco investigativo – che vi sia una intensa partecipazione emotiva del detective rispetto alle situazioni ed ai personaggi con cui viene in contatto.
Il racconto poliziesco diviene quindi – come accade nei migliori hard-boiled statunitensi, il mezzo, lo strumento narrativo per raccontarci drammi, umani e sociali, spesso causati non dalla perversa volontà del singolo ma dalle condizioni oggettive in cui si è trovato ad agire e dalle difficoltà contro cui ha cercato di lottare. Continua a leggere “Il primo caso di Nestor Burma, che per me rimarrà l’ultimo”

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Un romanzo pretenzioso

UnaDonnaDecapitataRecensione di Una donna decapitata, di Julia Kristeva

Sellerio, la memoria, 1997

Non mi capita molto spesso di leggere libri scritti dopo la seconda guerra mondiale. E’ una mia mania, convinto come sono che la letteratura abbia in gran parte perso il suo ruolo sociale con l’esaurirsi delle avanguardie del primo novecento, con l’avvento al potere del nazismo da una parte e con la trasformazione del potere sovietico nella dittatura staliniana dall’altro.
Nella mia libreria ci sono però anche libri scritti nel secondo dopoguerra, e persino alcuni scritti verso la fine del secolo scorso, ed alle volte mi capita di leggerne.
Devo dire che spesso in questi casi mi convinco ancora di più della bontà della mia scelta, e che, anche dal punto di vista del piacere della lettura, un classico vale quasi sempre senza dubbio molto di più della stragrande maggioranza dei testi contemporanei.
Certo ci sono numerose eccezioni, in un senso o nell’altro (brutti classici o meravigliosi contemporanei) , ma questo Una donna decapitata, pubblicato da Julia Kristeva in francese nel 1996 ed edito in Italia da Sellerio l’anno successivo Continua a leggere “Un romanzo pretenzioso”