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Uno dei punti più alti dell’illuminismo, ovvero quando il pensiero borghese ambiva all’universalità

Recensione di Trattato sulla tolleranza, di Voltaire

Feltrinelli, Universale economica – I classici, 2003

Il Trattato sulla tolleranza rappresenta probabilmente, insieme a Candido e al Dizionario filosofico, l’opera più celebre di Voltaire, nonché uno dei testi fondamentali del pensiero occidentale, vero e proprio snodo della sua evoluzione verso la modernità.
Su questo pamphlet sono stati scritti nel corso dei decenni innumerevoli commenti e saggi critici, ragion per cui risulta difficile addentrarsi nella sua analisi senza incorrere nel rischio di scrivere banalità, soprattutto da parte di chi, come me, non è dotato di solide conoscenze filosofiche. Purtuttavia mi soccorre anche in questo caso lo spirito generale che anima le mie recensioni, intese come del tutto strumentali, in quanto volte a costringermi a riflettere su ciò che leggo, e non certo come pretesa di esporre ad un qualsivoglia pubblico tesi ed opinioni che rimangono, a dispetto del mezzo utilizzato per fissarle, del tutto riservate.
Ho definito il Trattato un pamphlet perché del libello polemico esso assume alcuni tratti canonici: trae lo spunto iniziale da un fatto che ha colpito l’opinione pubblica, usandolo per introdurre e discutere una problematica di attualità (allora ma forse anche più oggi), prendendo nettamente posizione; il tutto accompagnato da uno stile di scrittura tagliente, coinvolgente e agile e dalla brevità dei capitoli e del testo complessivo.
Quando nel 1763 Voltaire scrive il Trattato è, ormai quasi settantenne, un maître à penser riconosciuto, nel clima cautamente riformista allignate in molte corti d’Europa, con il quale l’assolutismo monarchico tentava contraddittoriamente e paternalisticamente di aprirsi alle istanze borghesi che sempre più prepotentemente di affacciavano alla ribalta sociale e politica, istanze di cui l’illuminismo rappresentava la punta filosoficamente avanzata. Voltaire, quindi, che in gioventù era stato in carcere ed esiliato per le sue idee, è – sia pure non senza contrasti – amico di Federico II di Prussia ed ammirato dalla Pompadour, è – con Diderot e D’Alembert – uno dei protagonisti dell’avventura dell’Encyclopédie, e nel suo ritiro di Ferney sta lavorando tra l’altro al completamento del Dizionario Filosofico dopo aver pubblicato, quattro anni prima, il Candido. Continua a leggere “Uno dei punti più alti dell’illuminismo, ovvero quando il pensiero borghese ambiva all’universalità”

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Una modesta proposta in procinto di essere riformulata

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Recensione de Il leone non mangia la vera vergine, di Jonathan Swift

La spiga – Meravigli, Libri di una sera, 1993

Libri di una sera è il titolo della collana della scomparsa casa editrice La Spiga – Meravigli nel cui ambito, oltre vent’anni orsono, venne stampato questo volumetto, che raccoglie alcuni dei numerosi scritti satirici e polemici di Jonathan Swift. In effetti le dimensioni del volume, di sole 48 pagine, sono adatte ad una lettura rapida; il suo contenuto, tuttavia, per la carica corrosiva che caratterizza i singoli, brevi scritti, per l’eterodossia delle tesi sostenute rispetto a quelli che erano i cardini dell’ordinamento sociale del Regno Unito agli albori del XVIII secolo, è tale da meritare una lettura attenta e da indurre a profonde riflessioni, con la conseguenza di riservare a questo piccolo libro forse qualche sera in più rispetto a quanto suggerito dall’editore.
Swift è noto soprattutto per il suo capolavoro, I viaggi di Gulliver, uno dei testi fondativi del romanzo moderno ed anche una delle satire più straordinarie della società britannica dell’epoca, dei suoi meccanismi di potere e delle sue convenzioni. La vena polemica che nel romanzo maggiore troviamo trasfigurata nella descrizione dei vari paesi che Gulliver visita durante i suoi viaggi, la troviamo condensata in questo campionario di scritti minori, dove emerge il Swift protagonista o comunque attore di primo piano della vita politica e culturale della sua epoca, lucidissimo spirito critico di un periodo che prelude alla prima rivoluzione industriale che cambierà per sempre il volto della Gran Bretagna e del mondo intero. Continua a leggere “Una modesta proposta in procinto di essere riformulata”

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La prosa urbana di un precursore del realismo

LeNottidiParigiRecensione de Le notti di Parigi, di Restif de la Bretonne

Editori Riuniti, Universale economica Narrativa, 1996

Nella mia recensione a L’Italiano di Ann Radcliffe ho lamentato il carattere d’appendice della storia, il suo essere talmente inverosimile e manichea da non poter rappresentare sentimenti ed emozioni in grado di appassionare il lettore del XXI secolo. La storia de L’Italiano è tuttavia una storia indubbiamente ben scritta, quindi chi la guardasse da un punto di vista astrattamente estetico la apprezzerebbe sicuramente.
Nel caso de Le notti di Parigi di Restif de la Bretonne si può dire che siamo quasi su di un versante opposto: chi legge quest’opera cercando la bella letteratura non potrà che rimanere deluso dallo stile cronachistico e a volte pedante delle Notti, ma chi cerca in un testo l’interpretazione del reale, la capacità di comunicare lo spirito di un’epoca attraverso la storia collettiva di una città troverà in questo oggi misconosciuto autore della fine del ‘700 francese una buona fonte cui attingere per soddisfare la sua voglia di sapere. Continua a leggere “La prosa urbana di un precursore del realismo”

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L’illuminismo applicato al rapporto tra le religioni: una proposta sconfitta dalla storia ma di grande attualità

NathanilSaggioRecensione di Nathan il saggio, di Gotthold Ephraim Lessing

Garzanti, I grandi libri, 1992

Gotthold Ephraim Lessing è il più noto rappresentante dell’illuminismo tedesco, e Nathan il saggio è la sua opera più famosa, quella che riassume, sotto forma di una commedia teatrale, il pensiero di questo importante letterato della seconda metà del XVIII secolo.
La vita e le opere di Lessing sono bene illustrate nel bel saggio di Emilio Bonfatti che fa da introduzione a questa classica edizione Garzanti, dotata di testo originale a fronte, e ad essa rimando chi volesse approfondire la conoscenza dell’autore e del contesto culturale in cui ha operato.
Basti qui ricordare che Lessing anche in vita fu una sorta di irregolare rispetto ad una cultura dominante, quella tedesca dell’epoca, che – anche a causa della frammentazione politica da un lato e dell’incipiente ruolo egemonico della Prussia dall’altro – diffidava delle idee e delle elaborazioni provenienti da oltre il Reno, considerandole il prodotto di una società profondamente diversa. Di lì a poco lo Sturm und Drang e il Romanticismo avrebbero fatto virare il pensiero tedesco verso lidi affatto diversi, e quindi possiamo dire che l’illuminismo in Germania fu Continua a leggere “L’illuminismo applicato al rapporto tra le religioni: una proposta sconfitta dalla storia ma di grande attualità”

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Una sfilata di maschere grottesche e meschine

MargotlaRammendatriceRecensione di Margot la rammendatrice, di Louis-Charles Fougeret de Monbron

Casa Editrice Le Lettere, Biblioteca del Settecento Europeo, 1991

Margot la rammendatrice appartiene a pieno titolo al filone dei Romanzi libertini che fiorì in Francia (ma non solo) nel XVIII secolo, poco prima della rivoluzione. La storia narrata è comune a questo tipo di romanzi: Margot è una ragazza del popolo che riesce a farsi strada nella vita facendo la prostituta; apprende il mestiere in un bordello di Parigi, decidendo quindi di mettersi in proprio. Legandosi a personaggi sempre più altolocati si assicura una sicurezza sociale ed economica invidiabile.
L’autore, Louis-Charles Fougeret de Monbron, è a sua volta un tipico – anche se poco noto – rappresentante dell’intellettualità francese del secolo dei lumi: figlio della piccola aristocrazia, conduce una vita da libertino viaggiando moltissimo in Europa ed essendo più volte incarcerato a causa dei suoi scritti satirici o licenziosi. La sua opera più conosciuta è Le Cosmopolite ou le Citoyen du Monde, in cui narra, con spirito icastico e censorio, i suoi viaggi e la varia umanità che ha incontrato.
Anche se le scene di sesso di Margot la rammendatrice sono molto esplicite, ritengo – come ben evidenziato nella bella introduzione di Giovanna Angeli – che il sesso non sia il tratto essenziale del romanzo.
In altre opere dello stesso periodo o di poco posteriori (penso ad esempio a Fanny Hill di John Cleland o alle opere del Marchese De Sade) il sesso, quale pratica gioiosa o “perversa” svincolata da qualsiasi funzione che non sia la ricerca del piacere, è visto come il grimaldello per scardinare le convenzioni morali su cui si fonda la società; nel romanzo di Fougeret de Monbron, invece, il mestiere di Margot serve all’autore per inanellare una galleria di personaggi – gli amanti di Margot – uno più grottesco, laido, meschino e ipocrita dell’altro. Sfilano così preti, piccoli nobili, finanzieri, ambasciatori, tutti sottoposti all’inappellabile giudizio dell’autore che ce li descrive, sin dal loro aspetto fisico, come viziosi e spesso crudeli. Margot se ne serve, usa le sue grazie unicamente per per trarne vantaggi economici e sociali (più volte parla di “contratto” per descrivere le relazioni con i suoi amanti); verso fine del romanzo confessa che mentre si dava a questi personaggi pagava comunque dei giovani e aitanti gigolò per soddisfare i suoi desideri.
Fougeret de Monbron ci dice quindi con questo romanzo che la società del suo tempo è irrimediabilmente corrotta, che la domina una classe dirigente mediocre, inadeguata ai suoi compiti e dedita soltanto a soddisfare con l’uso del denaro le proprie perversioni, e che l’unico modo per volgere a proprio favore questo stato di cose è servirsi cinicamente – come fa Margot – delle debolezze di questi individui per spillargli denaro.
Il finale del romanzo è conseguente: Margot (ormai ricca) si ammala di disgusto per la sua vita e può andare a vivere in campagna con la vecchia madre, abbandonata all’inizio del romanzo, a godere dei frutti della sua attività.
La ricetta di Fougeret de Monbron è quindi quella di un intellettuale che, di fronte alla mancanza di valori della società in cui vive, non vede altra via d’uscita che contrapporle le sue stesse armi. In definitiva l’autore ci dice che, non potendo cambiare le cose, si può tentare di volgerle a nostro favore a patto di essere pronti ad essere cinici e spietati quanto chi ci sta di fronte. La morte lo coglierà nel 1760, impedendogli di vedere come, pochi decenni dopo, il mondo da lui così spietatamente descritto verrà spazzato via, sostituito da un nuovo mondo che si rivelerà in generale altrettanto spietato e crudele.
Il romanzo è breve e si legge d’un fiato, anche se lo stile piano e quasi cronachistico dell’autore non ne fanno un capolavoro assoluto. Bella l’edizione della Casa Editrice Le Lettere, che credo sia oggi difficilmente reperibile, corredata, come detto, da una illuminante prefazione di Giovanna Angeli.

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Un’occasione persa

GioielliIndiscretiRecensione de I gioielli indiscreti di Denis Diderot

Demetra, Acquarelli, 1994

Diderot è un mostro sacro della cultura occidentale, uno dei padri dell’illuminismo, quindi appare forse fuori luogo una critica alla sua opera. Peraltro, come detto nel titolo di questa edizione Demetra de I gioielli indiscreti, si tratta di un Diderot “minore”, di un’opera che non compare tra quelle per cui conosciamo il grande scrittore e filosofo. Mi assumo quindi la responsabilità di una recensione non proprio entusiastica, segnalando sin d’ora che alla valutazione critica contribuisce non poco l’edizione, come argomenterò poco oltre.
Lo spunto su cui si basa I gioielli indiscreti è degno di un grande genio dissacratore della morale del suo tempo: cosa accadrebbe se le vagine, i gioielli delle signore dell’alta società avessero la possibilità di parlare e quindi si mettessero improvvisamente a raccontare, senza censure, ciò che sanno?
Prendendo le mosse da questo spunto Diderot costruisce un romanzo ambientato in un fantomatico regno del Congo, nel quale l’annoiato Sultano Mangogul riceve dal genio Cucufa un anello magico che, girato in direzione di una signora, rende loquace il suo gioiello, che naturalmente racconta le vere abitudini sessuali della sua “padrona”. Mangogul scommette con la sua favorita Mirzoza sulla possibilità di trovare una dama realmente virtuosa, quindi – approfittando anche della facoltà di penetrare invisibile nelle stanze di chiunque – fa parlare i gioielli di numerose dame, sia conosciute per le loro avventure sia credute modelli di virtù.
Ne deriva ovviamente un sovvertimento delle convenzioni sociali e la dimostrazione che a fronte della morale ufficiale i comportamenti reali sono dominati dalle pulsioni erotiche e dalla ricerca del piacere. Il tono di tutto il libro è molto lieve, il difficile argomento è trattato in punta di penna, senza mai scadere nella scurrilità (tranne in un solo capitolo, peraltro attribuito ad un collaboratore di Diderot), ed a latere del filo conduttore Diderot approfitta della costruzione dell’immaginario mondo del sultanato del Congo per svolgere considerazioni sul potere e sull’organizzazione sociale in genere.
Ovviamente il Congo è la trasparente metafora della Francia dell’Ancien Régime, la capitale Banza è chiaramente Parigi e ogni personaggio messo in campo ha probabilmente il suo corrispettivo in contemporanei del nostro, come ci viene detto nella breve introduzione al testo. Purtroppo, e questo secondo me è il grande limite di questa edizione, il testo non è accompagnato da note o rimandi esplicativi che permettano di svelare a chi i personaggi si riferiscano, quali situazioni del suo tempo Diderot volesse prendere di mira, a chi e perché lanciasse i suoi strali satirici. Questo rende la lettura monca e a lungo andare fine a sé stessa, perché ovviamente senza tali supporti non è possibile apprezzare fino in fondo lo scorrere di avventure che si ripetono un po’ simili l’una all’altra.
Resta senza dubbio il tocco del grande scrittore e pensatore, del brillante polemista, resta la grande idea di far parlare le vagine (ripresa anche in tempi recenti da I monologhi della vagina), ma quando si chiude il libro si ha l’impressione di una occasione persa – a causa dell’insipienza dell’edizione – per approfondire la conoscenza di un mondo che, anche grazie al pensiero di Diderot, stava inconsciamente preparando la propria fine.

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Una monaca, una donna

La monaca

Recensione de La monaca di Denis Diderot

Armando Curcio Editore, i Classici della Letteratura, 1978

La monaca è la descrizione, fatta da lei stessa sotto forma di memoria ad un protettore, delle sofferenze di una suora di clausura costretta dai genitori a prendere i voti nonostante la sua vocazione per la vita coniugale. La storia di Suor Susanna venne ispirata da Diderot da una vicenda vera, quella di una suora che era fuggita dal convento insieme al suo amante, sacerdote anch’esso. Inoltre, l’autore aveva visto da vicino le aberrazioni della vita monastica, essendo sua sorella morta pazza in un convento.
Il libro racconta minuziosamente le angherie e i soprusi cui deve sottostare la povera Susanna, divenendo così un vero e proprio pamphlet d’accusa non solo contro le condizioni reali di vita nei conventi francesi del ‘700, ma contro le basi stesse delle istituzioni monastiche.
Diderot evidenzia innanzitutto come la protagonista sia costretta a prendere i voti per ragioni che nulla hanno a che fare con la vocazione religiosa: la sua famiglia deve sistemare le altre due figlie e lei, essendo probabilmente frutto di una relazione extraconiugale della madre, viene sacrificata anche per accrescere la dote delle sorelle.
Nei conventi in cui si troverà a vivere, Suor Susanna conosce l’ipocrisia e la crudeltà delle superiore e del clero in genere, che anche di fronte alle sue ribellioni ed alla sua volontà di non prendere i voti, cercano di blandirla oppure la fanno passare per pazza infliggendole crudeli punizioni psicologiche e corporali. Quando, grazie all’interessamento di alcuni signori cui si era rivolta nella sua indomita volontà di ribellione, lascia un convento in cui di fatto avevano deciso di lasciarla morire, si trova in un altro monastero la cui superiora la circonda di attenzioni sospette, sino a svelare le sue inclinazioni omosessuali cui Suor Susanna, per ingenuità e per diversità di sentimento, non accondiscende.
Come detto, La monaca rappresenta un preciso atto d’accusa. E’ un atto d’accusa contro le convenzioni sociali dell’epoca, che costringono le persone a destini non voluti per mantenere lo status delle famiglie; è un atto d’accusa contro l’ipocrisia del clero, che ammanta di significati religiosi e morali interessi terreni molto concreti; è un atto d’accusa contro l’astinenza sessuale prescritta dalle regole monastiche, che porta inevitabilmente a forma patologiche di sessualità e a gravi disturbi della personalità.
Diderot si lancia in previsioni ottimistiche circa la prossimità del tempo in cui queste forme di superstizione religiosa sarebbero scomparse ed i conventi sarebbero stati chiusi. Anche se molte cose sono oggettivamente cambiate, su temi quali il celibato (e le sue conseguenze patologiche) non sembra che la chiesa cattolica abbia fatto molti passi avanti.
La figura di Suor Susanna emerge dal libro come una vera e propria eroina femminista ante-litteram, sempre pronta a reagire alle costrizioni, anche con gesti clamorosi (all’inizio del libro rifiuta i voti al momento di prenderli, rispondendo di no alla domanda se avesse volontà di prenderli, suscitando naturalmente un grande scandalo), sempre pronta a subire sino in fondo le conseguenze di ciò che fa.
Insomma, con questo libro il grande illuminista, il padre dell’Encyclopédie ci consegna una critica sferzante alle istituzioni sociali e religiose del suo tempo e una limpida figura di donna a tutto tondo.