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Due novelle simili, due risultati letterari diversi

BrigittaRecensione di Brigitta, di Adalbert Stifter

Marsilio, Letteratura universale, 1991

Il mio ultimo incontro con Stifter non è stato felice. Due sorelle, la lunga novella (o romanzo breve) letta meno di un anno fa, mi era parsa quasi una prova caricaturale della poetica dell’autore austriaco, tanto apparivano costruiti i buoni sentimenti, l’esaltazione dell’armonia della vita rurale e dell’intraprendenza operosa che ne costituivano l’ossatura. Mi era parsa, e mi pare ancora, una novella a tesi, dall’intento smaccatamente pedagogico, che a tale intento sacrifica tutto, a partire dalla credibilità dei personaggi e dei loro comportamenti per finire con le descrizioni dell’ambiente e della natura. Persino la trama era un po’ sconnessa, in contrasto con l’abituale precisione, quasi pedantesca, che contraddistingue le opere di Stifter.
Memore di quanto letto in passato, avevo ritenuto Due sorelle un episodio a mio avviso negativo nell’ambito della importante produzione letteraria di un autore imprescindibile se si è interessati a conoscere il clima culturale che caratterizzò l’Austria (e non solo) nel periodo della restaurazione post-napoleonica, quel periodo quasi sospeso nel quale l’aristocrazia pretese di riportare indietro le lancette della storia riaffermando il proprio dominio assolutistico, periodo che terminerà con le rivoluzioni liberali del 1848. Stifter come noto è uno dei principali cantori di questo periodo, a cui pure sopravviverà per un ventennio: incarna, sia nelle opere letterarie sia in quelle pittoriche, l’essenza del Biedermeier viennese, più che uno stile un vero e proprio clima culturale che pervade l’insieme delle manifestazioni artistiche dell’epoca. Egli in particolare traduce la restaurazione politica e sociale nella ricerca di una armonia tra gli uomini e tra questi e la natura, armonia basata sulla semplicità e sull’autenticità delle relazioni, che si possono esprimere e realizzare solo lontano dalla città, luogo per eccellenza delle contraddizioni e delle lotte portate dai tempi nuovi, nelle piccole comunità di campagna, laddove gli uomini possono mettere a frutto il loro spirito di intraprendenza in un rapporto funzionale con la natura, fonte di benessere, prosperità e saggezza. Continua a leggere “Due novelle simili, due risultati letterari diversi”

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Ambiguità ed equivoci che svelano la stupidità

AvventurediunGiovaneUfficialeinPoloniaRecensione di Avventure di un giovane ufficiale in Polonia, di Alexander Lernet-Holenia

Adelphi, Biblioteca, 2004

Avventure di un giovane ufficiale in Polonia, pubblicato nel 1932 quando Lernet-Holenia era trentacinquenne, è il secondo romanzo dello scrittore austriaco.
È un romanzo dal cui tono apparentemente leggero e scanzonato si potrebbe dedurre una distanza sostanziale rispetto alle prove più celebrate, quali ad esempio Lo stendardo, che pure è di pochi anni successivo e Marte in Ariete, del 1941, considerato il suo capolavoro. Per questi motivi è ritenuto un testo minore, in qualche modo immaturo, dell’autore. Eppure ad una attenta lettura questa quasi-commedia, ambientata durante la prima guerra mondiale, da un lato rivela tutta la maestria letteraria di Lernet-Holenia, dall’altro si presenta di una estrema complessità interpretativa e preannuncia alcune delle tematiche fondamentali che costituiranno l’ossatura delle sue opere posteriori.
La prima cosa da dire è che Avventure di un giovane ufficiale in Polonia è un breve romanzo estremamente gradevole da leggere e particolarmente divertente. Narra le avventure di un giovanissimo ussaro tedesco, il sottotenente Keller, che durante una carica di cavalleria del suo squadrone contro i russi sul fronte polacco viene disarcionato e sviene. Pochi giorni dopo, braccato dai cosacchi, si rifugia in una misera casa di un villaggio polacco, dove vivono un certo Hartlieb e l’ex ufficiale russo Lavrent’ev, ormai inabile alle armi avendo perso un braccio, i quali sotto la minaccia della pistola di Keller lo nascondono. Scampato il pericolo dei cosacchi, che perquisiscono inutilmente la casa, tra Keller e i due che lo ospitano nasce una sorta di complicità, e Lavrent’ev narra all’ussaro la sua triste storia di ufficiale degradato per colpe altrui e della conseguente perdita della moglie e delle due figlie. Keller chiede ad Hartlieb dei vestiti civili per poter fuggire: quelli che lo mimetizzano meglio sono di una contadina rutena, in quanto grazie alla giovane età e alle fattezza delicate Keller, con un fazzoletto in testa, può sembrare una donna, tanto più che sin da piccolo gli è sempre piaciuto indossare abiti femminili. Continua a leggere “Ambiguità ed equivoci che svelano la stupidità”

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Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose

LaTerzaNottediValpurgaRecensione de La terza notte di Valpurga, di Karl Kraus

Editori Riuniti, Nuova biblioteca di cultura, 1996

Su Hitler non mi viene in mente nulla. Quasi tutte le recensioni che ho letto de La terza notte di Valpurga prendono le mosse o comunque citano il celebre incipit di questo straordinario pamphlet di Karl Kraus. Giustamente celebre, direi, perché riassume in poche parole tutto il disprezzo che Kraus nutriva nei confronti del nazionalsocialismo e del suo capo. Un disprezzo, prima ancora e più ancora che politico, culturale e quasi viscerale da parte di un intellettuale che aveva speso tutta la sua vita nella difesa della parola, della lingua come espressione della bellezza e della verità, nella affermazione della assoluta necessità della corrispondenza tra linguaggio e pensiero, e che vedeva ora l’oltraggio della parola, l’uso della lingua come sistematica menzogna, la volgarità di non-concetti espressi in un tedesco deturpato anche sintatticamente, affascinare milioni di persone e farsi Stato. Dichiarare che non gli venisse in mente nulla è quindi per Kraus il modo più netto per non attribuire al capo del nazismo la dignità di essere suo interlocutore, per relegarlo – quasi per una sorta di beffardo contrappasso – al livello di untermensch.
Naturalmente a Kraus, nei mesi compresi tra l’aprile e il settembre 1933, poco dopo quindi la presa del potere da parte di Hitler, quando elabora questo testo, di cose sul nazismo e il suo capo ne vengono in mente moltissime, abbastanza per scrivere un saggio di alcune centinaia di pagine che rappresenta, anche per la sua precocità, un documento che testimonia l’eccezionale lucidità di analisi, sconfinante a tratti nella capacità profetica, dell’autore de Gli ultimi giorni dell’Umanità. Kraus concepì questo scritto come un supplemento alla sua rivista Die Fackel, ma non lo pubblicò mai integralmente. Morì di lì a tre anni, e La terza notte di Valpurga fu edito solamente nel primo dopoguerra. Continua a leggere “Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose”

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Un altro capolavoro introvabile del “Naturalista della crisi”

OccasionediUccidereRecensione de L’occasione di uccidere, di Heimito von Doderer

Garzanti, Narratori moderni, 1983

Eccomi di nuovo reduce dalla lettura di un romanzo di Heimito von Doderer, e di nuovo costretto a lamentarmi del modo scandaloso in cui si comporta l’editoria italiana, che da molti anni ci impedisce di fatto di conoscere l’opera di questo autore.
Sino a un paio di decenni fa Doderer era edito nel nostro Paese dalle più prestigiose case editrici: i suoi capolavori – I demoni, La scalinata e Le finestre illuminate – facevano parte delle collane Einaudi, e questo meno noto L’occasione di uccidere (sbilenca versione del titolo originale Ein Mord, den jeder begeht, tradotto nientedimeno che da un giovane Aldo Busi) era stato stampato da Garzanti nel 1983. Dopo, il nulla: neppure Adelphi, che nel frattempo si era presa l’onere di riscoprire pressoché tutta la letteratura mitteleuropea, dedica un solo titolo a questo autore viennese.
Eppure anche la lettura di questo romanzo non fa che confermare, a mio avviso, l‘assoluta grandezza di Doderer nel panorama non certo asfittico della letteratura austriaca a cavallo tra gli anni ’30 del XX secolo e i primi decenni del dopoguerra. Un consiglio che mi sento di dare è quindi quello di far entrare L’occasione di uccidere nella propria libreria acquistandolo nei circuiti dell’usato, dove è ancora disponibile a prezzi più che accessibili.
Questo romanzo risale agli anni tedeschi di Doderer, ed apparve nel 1938. Il dato temporale è oltremodo importante, perché l’autore si trasferì in Germania nel 1936, aderendo al partito nazista tedesco dopo essere stato membro di quello austriaco; dal nazismo si distaccò solo nel 1940, con la conversione al cattolicesimo. L’occasione di uccidere è quindi il romanzo scritto da un Doderer pienamente nazista, o che quantomeno ha appena iniziato a prendere le distanze da quella ideologia. Si deve dire subito, però, che nel romanzo, che pure è ambientato in Germania tra la prima guerra mondiale e il periodo immediatamente precedente l’ascesa al potere di Hitler, non c’è traccia dell’adesione dell’autore al nazismo: vi si ritrova invece, come vedremo, quel distacco dalla storia che caratterizzerà tutta l’opera di Doderer, e che contribuisce a renderla così affascinante da un lato e così controversa dall’altro. Continua a leggere “Un altro capolavoro introvabile del “Naturalista della crisi””

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Se Stifter dà il peggio di sé

DueSorelleRecensione di Due sorelle, di Adalbert Stifter

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2002

Vagando in rete ho trovato un giudizio tranchant formulato su Stifter, oltre un secolo dopo la morte, da uno dei più grandi scrittori austriaci del secondo novecento: Thomas Bernhard. Eccolo: ”Stifter è insopportabilmente loquace, ha uno stile scadente e, ciò che è più riprovevole, uno stile trascurato; è, inoltre, l’autore più noioso e ipocrita della letteratura tedesca. La prosa di Stifter, ritenuta precisa e concisa, in realtà è vaga, impotente e irresponsabile, di un tale sentimentalismo e di una tale pesantezza piccolo-borghesi che (…) viene il voltastomaco.”
Devo dire che le precedenti letture di questo autore non mi avevano portato ad un giudizio così negativo sulla sua opera, anzi in alcuni casi, in particolare nel racconto L’antico sigillo, avevo ravvisato i canoni del piccolo capolavoro. Più indietro nel tempo mi ero cimentato nella lettura di alcuni dei suoi racconti più noti, facenti parte della raccolta Pietre colorate, dei quali avevo comunque apprezzato lo stile minimalista, pur rilevando evidente l’intento pedagogico di esaltazione dei valori semplici della ruralità, intesa come contesto ambientale nel quale si esprimono i buoni sentimenti di una società piccola, in armonia con la natura, rinchiusa su se stessa in una sorta di autosufficienza morale.
L’ultima lettura dell’autore boemo, le Storie della Vecchia Vienna, aveva confermato questo mio sentimento ambivalente: da un lato l’indubbia capacità di scrittura, dall’altro la bonomia, il paternalismo con il quale egli descrive il mondo in cui vive, quello della restaurazione post-napoleonica, del tentativo dell’aristocrazia di andare contro il corso della storia riconquistando quel potere assoluto che le armate francesi avevano messo in discussione. Espressione di questo contraddittorio periodo, destinato a terminare con le rivoluzioni del 1848, è lo stile Biedermeier, di cui Stifter fu uno degli esponenti letterari più organici. Rimando a quella recensione per un breve approfondimento rispetto agli stilemi del Biedermeier nei vari campi delle arti, anche applicate.
Insomma, avevo in mente uno Stifter da prendere con le pinze, sicuramente portatore di una visione reazionaria della società, ai cui sussulti reagisce rifugiandosi negli idilli campestri, ma tutto sommato dotato di una capacità di scrivere e di innervare le sue storie anche di tratti di problematicità ed enigmaticità, quei tratti che lo hanno fatto apprezzare da intellettuali al di sopra di ogni sospetto, quali Nietzsche, Mann ed un lontanissimo – letterariamente parlando – Franz Kafka. Continua a leggere “Se Stifter dà il peggio di sé”

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Il capitolo lieve della trilogia su un mondo disfatto

LeFinestreIlluminateRecensione di Le finestre illuminate, di Heimito von Doderer

Einaudi, Nuovi Coralli, 1978

Mi capita spesso di lamentarmi dello stato dell’editoria italiana, ormai secondo me completamente asservita a logiche esclusivamente di mercato, che per loro natura fanno a pugni con quella che dovrebbe essere la missione primaria di chi pubblica libri: diffondere cultura. A volte mi chiedo se questa mia opinione non sia pregiudiziale, viziata dall’avversione di fondo che nutro per il capitalismo e per il dogma della riduzione di qualsiasi valore ed attività a ricerca del profitto. Poi però mi trovo di fronte ad un ennesimo caso clamoroso, come quello dato dal fatto che oggi, in Italia, è impossibile acquistare in libreria qualsiasi opera di un autore importante come Heimito von Doderer, e ciò mi porta a concludere che sul fronte editoriale, soprattutto per quanto riguarda le grandi case, siamo davvero messi male.
Tra gli anni ‘60 e ‘80 del secolo scorso importanti case editrici come Einaudi e Garzanti hanno pubblicato, anche nelle collane economiche, i più importanti romanzi e racconti di questo autore austriaco: memorabile in particolare l’edizione Einaudi in tre volumi del capolavoro di Doderer, I demoni, uno dei romanzi fondamentali della letteratura contemporanea in lingua tedesca. Ancora nel 1999 la casa editrice SE pubblicava un piccolo volume di racconti, Divertimenti e variazioni. Bene, tutti questi libri sono, nei maggiori siti di vendita di libri, esauriti, non ordinabili on-line oppure momentaneamente non disponibili, secondo l’ipocrita indicazione che va per la maggiore. Cosa è successo perché in questo nostro paese che secondo la vulgata mainstream appartiene ad un mondo globalizzato ci sia di fatto impedito di leggere delle opere che nell’Italia provinciale di cinquant’anni fa erano rese largamente disponibili al pubblico, spesso con traduzione e cura dei maggiori intellettuali del tempo? Riflettiamoci, e probabilmente anche per questa via troveremo le radici vere dell’angosciante, ancorché fortemente voluto, impoverimento culturale della nostra società.

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I mondi di un intellettuale inadeguato a comprenderli

ilmondodiieriRecensione de Il Mondo di ieri, di Stefan Zweig

Mondadori, Oscar, 1979

Recensendo la Novella degli scacchi consigliavo di leggere in sequenza anche Il mondo di ieri, l’autobiografia scritta da Zweig nell’ultimo anno della sua vita e che pare completò proprio il giorno prima di suicidarsi insieme alla giovane moglie nel rifugio brasiliano. Confermo ora questo mio consiglio, anzi lo amplio, nel senso che la lettura de Il mondo di ieri risulta a mio avviso essenziale per comprendere le fondamenta culturali sulle quali si innalza l’edificio dell’opera letteraria di Zweig.
Il sottotitolo di questo libro è Ricordi di un europeo e, se il suo felicissimo titolo è divenuto nel tempo quasi sinonimo dell’Austria asburgica, credo che il sottotitolo rispecchi meglio il senso complessivo del libro, o perlomeno ciò che oggettivamente quest’opera complessa e sfaccettata ci offre. In primo luogo occorre infatti specificare che il libro non si limita alla descrizione, filtrata attraverso le vicende dell’esperienza umana e culturale di Zweig, della società austriaca nel periodo antecedente la prima guerra mondiale. Solo cinque dei diciassette capitoli del libro si occupano in senso stretto della Vienna asburgica, ed un ampio spazio viene riservato da Zweig alla sua vita e agli avvenimenti storici seguenti il 1918, giungendo il racconto sino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Sono quindi tre i mondi che l’intellettuale Zweig si è trovato a affrontare, e di questi almeno uno era drammaticamente il mondo di oggi nel momento in cui veniva fissato sulla carta. Vi è poi il fatto che Zweig si confronta con le vicende che hanno segnato la sua vita da una prospettiva non Viennocentrica. Pur sentendosi profondamente austriaco, come dimostrano i primi capitoli del libro, Zweig si è sempre sentito parte di una comunità intellettuale internazionale, si è sempre aggrappato tenacemente all’idea che la cultura potesse superare ed anche annullare i nazionalismi, venendo peraltro clamorosamente sconfitto dalla Storia. Continua a leggere “I mondi di un intellettuale inadeguato a comprenderli”

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Lo specialista idiota, paradigma del mondo di oggi

novelladegliscacchiRecensione di Novella degli scacchi, di Stefan Zweig

Garzanti, Gli elefanti, 1991

La Novella degli scacchi è probabilmente, insieme a Il mondo di ieri, l’opera più nota di Stefan Zweig, e questi due testi, che a mio avviso dovrebbero essere letti in sequenza perché insieme permettono di comprendere compiutamente la personalità artistica e culturale dell’autore, furono anche gli ultimi da lui scritti prima del suicidio suo e della moglie nell’esilio brasiliano, avvenuto nel febbraio del 1942.
Della figura di Zweig, che nel periodo tra le due guerre mondiali è stato uno degli scrittori più noti e tradotti al mondo, credo sia interessante mettere in rilievo la biografia e in particolare i caratteri del suo impegno civile, perché da questo è possibile contestualizzare, e quindi comprendere meglio, le sue opere letterarie, ed analizzare quindi anche il contenuto della Novella degli scacchi.
Zweig nasce nell’ambiente dell’alta borghesia ebraica viennese: il padre era un importante industriale e la madre figlia di banchieri. Sin da giovanissimo si imbeve di un intenso cosmopolitismo, sia perché la Vienna di allora è il crogiolo delle diverse culture che formano l’impero, sia in quanto il suo status economico e sociale gli permettono di compiere numerosi viaggi in Europa e non solo. L’incontro e l’amicizia con Hofmannsthal sono decisivi nella sua formazione poetica, al pari di quello con Rainer Maria Rilke. Continua a leggere “Lo specialista idiota, paradigma del mondo di oggi”

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Tra nostalgia e lucida critica: la kakania di Franz Werfel

nellacasadellagioiaRecensione di Nella casa della gioia, di Franz Werfel

Guanda, Prosa contemporanea, 1993

L’edizione italiana di questo racconto lungo di Franz Werfel, edita da Guanda, racchiude un piccolo mistero. Il racconto in tedesco si intitola infatti Das Trauerhaus, che può essere tradotto approssimativamente come La casa del dolore o La casa del lutto: perché questo titolo sia divenuto, nella traduzione di Cristina Baseggio, Nella casa della gioia, sovvertendo di fatto il titolo originale, non sono proprio riuscito a spiegarmelo. Né è possibile dedurlo dalla lettura del libro, visto che non è dotato di alcuna pre- o postfazione né di commenti e note. Dato quanto il racconto ci dice, credo che il titolo originale sia molto più pertinente di tale, a mio avviso arbitraria, traduzione.
A parte questo, ed a parte alcune imprecisioni nella traduzione – la più vistosa delle quali è quella di aver tradotto la battaglia di Bílá Hora come battaglia sul Monte Bianco, con il risultato di far presumere al lettore sprovveduto che si sia trattato di uno scontro alpino – bisogna veramente essere grati all’editore e alla traduttrice per avere permesso ai lettori italiani di conoscere questa opera di Werfel, poco frequentata – a giudicare dal numero di edizioni – anche nei paesi di cultura tedesca.
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