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Ora lo so: il Simenon di Maigret è proprio il “Glauser belga”

Recensione de La collera di Maigret e di Maigret e la chiusa n. 1, di Georges Simenon

Mondadori, Oscar, 1976 e 1974

Giunto ormai il tempo di affrontare il commissario Maigret, di cui non avevo ancora letto nulla, qualche settimana fa ho estratto a caso dalla mia libreria due titoli tra i numerosi vecchi Oscar Mondadori acquistati su una bancarella in una lontana e fredda giornata del febbraio 2007. Così, con una buona dose di curiosità e anche una certa emozione, data la stazza del personaggio, ho iniziato a leggere Maigret se fache, tradotto da Giannetto Bongiovanni come La collera di Maigret; seguito subito dopo da L’écluse n. 1, che nella traduzione di Elena Cantini è Maigret e la chiusa n. 1. Considerata l’ovvia affinità che corre tra i due volumi, veri e propri campioni casuali di una vasta popolazione di romanzi e racconti accomunati dalla personalità del commissario, ho deciso di dedicar loro un commento comune.
In realtà nel momento in cui ho iniziato la lettura non ero del tutto a digiuno nei confronti delle indagini del commissario Maigret, perché appartengo alla generazione che ha avuto modo di vedere in diretta gli ultimi episodi della serie che la RAI realizzò tra la metà degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, con un indimenticabile Gino Cervi nei panni del protagonista e un’altrettanto meravigliosa Andreina Pagnani in quelli della Signora Maigret. Per la cronaca, ricordo che la serie vedeva la regia di Mario Landi e aveva come delegato di produzione Andrea Camilleri: consiglio a tutti di (ri)vederne almeno un episodio, anche perché ciascuno potrà così farsi un’idea di quale fosse la qualità delle produzioni RAI a quei tempi, anche nel campo delle proposte nazional-popolari, e confrontarla con la spazzatura che oggi il cosiddetto servizio pubblico ammannisce quotidianamente, dopo essere stato scientemente ridotto a strumento di rincoglionimento di massa.
Purtroppo devo dire subito che l’emozione cui accennavo, in un certo senso accresciuta dal trovarmi tra le mani un vecchio Oscar che mi ricordava, nel formato e nello stile della copertina, le mie prime letture giovanili, è rapidamente svanita a causa primariamente della traduzione di Giannetto Bongiovanni. Risalente al 1959, in linea teorica avrebbe dovuto essere una traduzione importante: Bongiovanni è stato infatti un importante giornalista e scrittore mantovano, autore tra l’altro di alcuni romanzi di ambiente padano, peraltro oggi dimenticati. Leggendo la sua biografia si nota però come egli sia stato spesso assillato da necessità economiche, e come il ricorso alla traduzione di alcuni dei romanzi di Maigret fosse un ripiego rispetto alle sue malpagate attività giornalistiche e letterarie. Probabilmente, inoltre, da parte dell’editore in quegli anni non si guardava tanto per il sottile rispetto alla qualità di un prodotto di genere destinato essenzialmente ad un pubblico popolare. Sta di fatto che ho trovato la traduzione del tutto inadeguata, ed anche sintatticamente eccentrica in alcuni passi, come quelli in cui Bongiovanni fa un improprio, a mio avviso, ricorso all’imperfetto indicativo in luogo del passato remoto per descrivere alcune azioni del commissario o di altri personaggi. Per spiegarmi meglio riporto uno di tali passi, nel quale Maigret giunge nel piccolo albergo in cui alloggerà durante la sua inchiesta: ”Cartelli con frecce indicavano dopo la stazione Albergo all’Angelo: egli seguiva le frecce, penetrava in un giardino dal pergolato in disordine e giungeva finalmente alla porta vetrata d’una veranda…”. Ora, non essendo uno specialista di grammatica potrei anche errare, ma da quanto mi ricordo l’imperfetto indicativo viene usato per segnalare un’azione o una situazione del passato di cui non si conoscono esattamente la conclusione o le conseguenze, mentre se queste sono note si dovrebbero usare il passato remoto (perfectum) o prossimo. Nella traduzione questo uso imperfetto dell’imperfetto si ripete varie volte, conferendo ai relativi passi un che di improprio anche in relazione al fatto che in ogni caso si tratta di azioni circoscritte, con un inizio ed una conclusione ben note al classico narratore onnisciente.
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Scene di caccia in Francia centrale

Recensione de Il piccolo libraio di Archangelsk, di Georges Simenon

Adelphi, Biblioteca, 2007

In attesa di incontrare il commissario Maigret, Il piccolo libraio di Archangelsk rappresenta la quarta tappa del mio percorso di lettura di alcune delle opere di Georges Simenon, e questo breve romanzo non fa che aggiungere un altro tassello all’idea che mi sto formando di uno scrittore fortemente discontinuo quanto a qualità delle sue opere. Se infatti Betty, il primo romanzo di questa piccola e personale serie di letture, mi era parso un romanzo molto interessante e intrigante, che esplorava tematiche scabrose addirittura in anticipo rispetto ai tempi, nelle successive due opere, Cargo e Il clan dei Mahé, avevo ravvisato parecchie lacune, sia formali sia sostanziali, che mi avevano portato ad attribuire loro un giudizio sostanzialmente negativo, come di romanzi in qualche modo datati e superficiali. Questo romanzo rappresenta invece, a mio avviso, un esempio di notevole opera letteraria, nella quale Simenon riesce innanzitutto a creare un personaggio difficile da dimenticare nella sua ingenua complessità, ed anche ad amalgamare con efficacia ingredienti tipici della sua produzione, che altrove non era riuscito a dosare con equilibrio. Probabilmente l’incapacità dell’autore di mantenere uno standard qualitativo omogeneo è il risultato dell’ipertrofia della sua scrittura, dalla necessità, non so quanto esistenziale e quanto commerciale, di scrivere a getto continuo (almeno nei brevi intervalli tra un rapporto sessuale e l’altro…), il che probabilmente non ha favorito una attenta selezione dei temi trattati nelle singole opere e del loro sviluppo letterario.
C’è un altro dato che pare emergere da queste mie letture simenoniane. I due romanzi a mio avviso più importanti, questo e Betty, furono scritti dall’autore quando aveva già oltrepassato la soglia dei cinquant’anni (rispettivamente nel 1956 e nel 1960): potrebbe quindi essere che la maturità anagrafica abbia portato con sé anche una maggiore maturità artistica ed analitica, come spesso accade. In realtà questo assunto andrebbe verificato attraverso ulteriori letture di opere dell’autore, perché il giudizio che ricavai, alcuni anni fa, dalla lettura de Le finestre di fronte fu quello di un’opera notevole, di un bel romanzo scritto quando l’autore era poco più che trentenne, e ciò sembrerebbe contraddire l’ipotesi qui avanzata.
Il piccolo libraio di Archangelsk sembra in superficie non discostarsi molto dalla tematica su cui in via principale Simenon sembra basare la sua aspirazione al roman total, sulla quale sono incentrati i due romanzi di Simenon da me letti in precedenza: la profonda crisi in cui entra un uomo a causa del suo rapporto con una donna, che condurrà ad esiti drammatici. Numerosi sono però gli elementi che in questo caso arricchiscono e rendono complesso questo leitmotiv caro all’autore, facendo come detto del romanzo un’opera di un qualche significato nel panorama letterario della seconda metà del XX secolo. Su tutti il più importante a mio avviso è dato dal fatto che mentre negli altri casi il contesto in cui il dramma esistenziale dei protagonisti si svolgeva era di fatto scollato da quest’ultimo, rappresentandone quasi solo una quinta posticcia o confusa, ne Il piccolo libraio di Archangelsk il contesto sociale nel quale si svolge la vicenda ne è in larga parte la causa, e ciò trasforma le storie eminentemente private di quei romanzi in una vicenda dai forti connotati politici.
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Se questo è un libro (scritto nel maggio del 1945)

Recensione de Il Clan dei Mahé, di Georges Simenon

Adelphi, Biblioteca, 2006

Resta per me un mistero la capacità che alcuni autori hanno di estraniarsi completamente, nelle loro opere, dalla realtà che li circonda, in particolare quando questa realtà è altamente drammatica, rifugiandosi in un proprio universo privato da cui unicamente attingono spunti per la loro scrittura, impermeabili a ciò che succede attorno a loro.
Il secolo scorso è stato percorso, tra le altre grandi tragedie che lo hanno caratterizzato, da due guerre mondiali. La prima è stata una immensa ecatombe consumatasi prevalentemente nei territori attraversati dal fronte, ma le sue conseguenze sulla vita e sulla coscienza anche di chi era nelle retrovie è testimoniata se non altro dagli epocali sconvolgimenti sociali che la seguirono. La seconda guerra mondiale è stata ancora più pervasiva, se così si può dire, avendo steso direttamente la sua cappa di morte su pressoché tutta l’Europa (oltre che su parte dell’Africa e dell’Asia), e si può dire che, almeno nel vecchio continente, furono ben pochi coloro i quali non abbiano avuto la guerra in casa.
Le opere di moltissimi scrittori attivi in quei periodi storici portano il segno, sia pure in modi affatto diversi, di queste due catastrofi scatenate dalla contrapposizione di opposti interessi imperialistici, anzi a volte nascono proprio dall’impulso insopprimibile di raccontare l’inenarrabile, ma mi è capitato spesso di riscontrare come alcune opere letterarie, anche di pregio, scritte in quei periodi, si astraggano totalmente da essi, essendo latrici di una sorta di neutra atemporalità che a mio avviso è spesso segno di superficialità e inadeguatezza. Debbo precisare, a scanso di equivoci, che è lungi da me identificare il valore di un’opera letteraria con il suo realismo o peggio cronachismo, ma siccome sono convinto che il grande artista abbia come compito primario quello di interpretare – nei modi e nelle forme che la sua poetica gli suggerisce – i tempi in cui vive, tendo di conseguenza a sminuire criticamente ogni espressione di intimismo fine a sé stessa, per quanto formalmente sublime, e quindi ritengo sostanzialmente minore lo scrittore che, trovandosi a vivere durante eventi che hanno sconvolto il mondo, vi reagisce costruendosi un piccolo mondo parallelo, a uso e consumo suo e del suo pubblico. Detto in termini più drastici, a mio avviso la letteratura d’evasione è cattiva letteratura, perseguendo finalità opposte a quelle affidate alla buona letteratura.
Resta però un problema: quando un’opera letteraria (o cinematografica, o musicale) può essere definita d’evasione e quando no? Qual è il discrimine, ammesso che un discrimine di tal fatta esista?
Dopo aver letto alcune opere di Georges Simenon ed in particolare dopo essere giunto a questo Il clan dei Mahé mi sento di dire che l’autore belga possa essere considerato uno dei casi emblematici di questa difficoltà – probabilmente del tutto personale, ma che, considerato che scrivo queste note esclusivamente a mio beneficio, assume per me la massima importanza – di separare, se così si può dire, il grano dal loglio.
Simenon, che ha passato gli anni di guerra nel suo rifugio vandeano, mantenendo un rapporto quantomeno ambiguo con l’occupante tedesco e occupandosi solo di mantenere il suo successo, termina Il clan dei Mahé nel maggio del 1945, poco prima di sfuggire alle accuse di collaborazionismo partendo per il Canada; è presumibile, visti i ritmi di scrittura di cui era capace, che non avesse iniziato il romanzo molto prima. Lo scrive pertanto nel mese in cui Hitler si uccide nel suo bunker, l’Armata Rossa entra a Berlino, cominciano a circolare le notizie sui campi di sterminio e la guerra termina, perlomeno in Europa; nel Pacifico la più grande democrazia del mondo deve infatti ancora compiere i suoi crimini più orrendi. La Francia è libera dalla tarda estate dell’anno precedente, ma la situazione è tutt’altro che tranquilla: l’8 maggio del 1945 iniziano in Algeria i moti indipendentisti conosciuti come Massacri di Sétif, Guelma e Kherrata, durante i quali un numero di algerini compreso tra 3.000 e 45.000, a seconda delle varie fonti, verrà massacrato dalla polizia e dall’esercito coloniale francese.
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Il romanzo forse troppo ambizioso del trentenne Simenon

Recensione di Cargo, di Georges Simenon

Adelphi, Biblioteca, 2006

Cargo è la seconda tappa della mia parziale immersione nell’oceano delle opere di Georges Simenon; pubblicato originariamente nel 1936, quando lo scrittore era poco più che trentnenne, gli venne ispirato, come informa il risvolto di copertina di questa edizione Adelphi, da un lungo viaggio che tra il 1934 e il 1935 lo portò nell’America centrale e meridionale, quindi in Polinesia e in Nuova Zelanda. Nel solco del migliore stile grafico dell’editore di via San Giovanni sul Muro, la copertina del volume è a mio avviso di un magnifico ed evocativo minimalismo, con uno sfondo blu francese su cui spicca il bellissimo scatto di uno dei grandi fotografi francesi contemporanei, Jean Gaumy, che da sola riassume tutta l’atmosfera del romanzo, o quantomeno delle sue prime due parti. Alla cura nella grafica si accompagna l’ottima traduzione di Marco Bevilacqua, e questo permette di non censurare nettamente l’usuale mutismo dei romanzi Adelphi, ovvero l’assoluta mancanza di un qualsiasi apparato critico, che per la verità in questo caso si avverte meno, data la linearità della narrazione.
Insolitamente lungo rispetto agli standard dell’autore, Cargo si presenta come un romanzo ambizioso, al quale probabilmente Simenon aveva affidato molte aspettative rispetto alle sue capacità di andare oltre il genere poliziesco nel quale l’ingombrante personaggio di Maigret, apparso nel 1931 e che all’epoca contava già una ventina di episodi, lo stava intrappolando. Ambizione dell’autore, perseguita per tutta la vita, era infatti – in perfetta sintonia con la grande tradizione letteraria classica francese – di scrivere un roman total, un grande mosaico della vita del XX secolo di cui i singoli romans durs costituissero le tessere: visto in questa prospettiva Cargo può essere ritenuto una delle prime di tali tessere, e certo non quella cui Simenon attribuisse la minore importanza. Il risultato è tuttavia a mio avviso ambiguo, perché se da un lato il romanzo fa affiorare come già nelle prove dell’anteguerra lo scrittore belga mostrasse indubbie capacità di tracciare intensi ritratti psicologici dei suoi personaggi, peraltro già evidenziate in alcune opere precedenti come Le finestre di fronte, dall’altro risente della sua ambientazione esotica e del prevalere di situazioni avventurose, che appaiono spesso strumentali e forzose e hanno come cifra fondamentale una prolissità a tratti gratuita: è come se il lungo viaggio fatto nel periodo precedente la scrittura di Cargo abbia preso la mano all’autore, costringendolo in qualche modo ad ambientare il romanzo lungo le sue tappe più significative e vestendolo di una trama improbabile, con il risultato di una notevole perdita di credibilità della storia e di una certa ingenua superficialità di tematiche che ammanta tutta l’opera.
Protagonista del romanzo è Joseph Mittel, giovane parigino figlio di un martire anarchico, morto per la causa quando lui aveva solo due anni. Lo incontriamo mentre, in una sera fredda e piovosa, è sul cassone di un furgone che lo sta portando da Parigi a Dieppe. Nella cabina, accanto all’autista che ha dato un passaggio alla coppia, c’è la sua fidanzata, Charlotte, anch’essa giovane anarchica, spregiudicata e di costumi sessuali assai aperti. Fuggono, perché Charlotte ha ucciso l’uomo di cui era stata la domestica e amante, dopo aver tentato di ricattarlo al fine di raccogliere denaro per la causa.
A Dieppe riescono a imbarcarsi su un cargo, il Croix-de-Vie, in partenza per il Sudamerica. Mopps, il comandante e proprietario del cargo, assegna Mittel alle caldaie, mentre Charlotte diviene in breve la sua amante. Oltre al carico ufficiale il Croix-de-Vie trasporta molte casse di mitragliatrici, destinate ad una rivoluzione che sta per scoppiare in Ecuador: è questo il vero affare del viaggio, da cui Mopps si aspetta un lauto guadagno.
In vista di Panama giunge a bordo la notizia che Charlotte e Joseph sono stati segnalati alle autorità panamensi da quelle francesi, per cui non possono sbarcare. Inoltre il tentativo rivoluzionario in Ecuador è stato liquidato, per cui le mitragliatrici non possono più essere vendute. Mopps, che a questo punto non ha neppure i soldi per rifornire il cargo di carbone e pagare il diritto di passaggio nel canale, è costretto ad indebitarsi con degli strozzini: corrompendo la polizia del canale riesce a far passare nel Pacifico i due giovani, ai quali si è affezionato (soprattutto a Charlotte…), sbarcandoli nella città colombiana di Buenaventura, procurando loro documenti falsi e a Joseph un lavoro presso un amico.
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Il piccolo romanzo in leggero anticipo sui tempi

Recensione di Betty, di Georges Simenon

Adelphi, Gli Adelphi, 1992

Georges Simenon è, insieme a Honoré de Balzac, l’autore di cui la mia biblioteca è più ricca di volumi, circa una quarantina per ciascuno. Mentre però di Balzac questi rappresentano la quasi totalità dell’opera, nel caso del padre di Maigret quaranta libri sono solo un piccolo campione della sua sterminata produzione letteraria.
Le cifre che si possono reperire in rete sono a mio avviso impressionanti, anche tenendo conto della lunga vita dell’autore belga: sino al 1929 scrisse circa 200 romanzi, utilizzando 17 diversi pseudonimi; dal 1929 al 1972 altri 192 romanzi, dei quali 103 della serie di Maigret; scrisse inoltre 155 racconti, un migliaio di reportages di viaggio e altri 2000 articoli su vari argomenti. Questa mostruosa produzione letteraria potrebbe far pensare ad un recluso della scrittura, ad una sorta di Marcel Proust a vita, isolato in una stanza sin da giovanissimo e intento solo a scrivere e scrivere… tutt’altro. C’è infatti quantomeno un altro dato, nella biografia di Simenon, che dà l’idea di una personalità ipertrofica, di una vitalità abnorme, di un metabolismo straripante: il numero di donne con le quali ha avuto relazioni sessuali. Secondo una sua celebre stima, sarebbero state circa 10.000, delle quali moltissime prostitute, perché per lui fare sesso era come respirare. Può darsi che la cifra sia sovrastimata, che Simenon abbia sbagliato il catalogo o abbia in qualche modo voluto stupire circa le sue capacità amatorie, ma probabilmente l’ordine di grandezza è quello. Prendiamo quindi per buona questa autostima e facciamo alcuni conti. Diecimila giorni corrispondono a oltre 27 anni, quindi questo è il tempo che Simenon avrebbe impiegato per andare a letto ogni santo giorno con una donna diversa, ovvero – supponendo più di un cinquantennio di vita sessualmente attiva – fare sesso con una donna diversa ogni due giorni; vero è che non è affatto detto che il sesso si debba fare solo in due o che nello stesso giorno si debba fare con una sola donna, ma si deve anche mettere in conto che non sempre avrà concluso subito, che a volte sarà andata buca anche a lui, che ci saranno pur stati periodi di inattività forzata, che perlomeno alcune relazioni avranno pur avuto una loro durata etc. Se si aggiunge il fatto che ha viaggiato molto e che avrà sicuramente dovuto ottemperare per buona parte della sua vita anche agli impegni normali di uno scrittore di grande successo, la domanda che sorge spontanea è: ma dove ha trovato il tempo materiale per scrivere tutto ciò che ha scritto e fare tutto ciò che ha fatto?
Dopo un fugace incontro con l’autore tre anni or sono, grazie a Le finestre di fronte, il mio metodo di lettura mi ha portato a leggere i libri di Simenon acquistati nel 2007; essendo questi circa una quindicina, ho deciso di non leggerli tutti, non avendo voglia di impegnarmi tanto a lungo con un singolo autore – forse non del tutto imprescindibile – e mi sono limitato a leggere sei romanzi, scegliendo, tra i molti, quattro romans durs e due episodi della serie di Maigret. Così la prima opera che mi è capitata tra le mani è questo Betty, del 1960.
Romanzo breve, Betty appartiene alle opere letterarie nelle quali un autore maschio analizza a fondo la psicologia femminile, e devo dire che – per quanto possa giudicare appartenendo anch’io alla metà non femminile dell’umanità – l’esito di questa prova è notevole, rivelando sia lo scrittore maturo, che con opere come questa si distacca nettamente dal genere poliziesco nel quale è costretto dai meccanismi editoriali, sia il profondo conoscitore (vedi sopra) della femminilità, sia infine un fustigatore della morale sessuale borghese e religiosa nonché di alcuni dei fondamenti stessi di tale morale: la famiglia, il matrimonio, la maternità.
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Una donna, non una moglie

Recensione de La donna di Gilles, di Madeleine Bourdouxhe

Adelphi, Fabula, 2005

Visto che solitamente passa qualche settimana tra il momento in cui termino di leggere un libro e quello in cui lo commento, ho preso l’abitudine di rileggerlo velocemente subito prima di scriverne, al fine di richiamare alla memoria le sensazioni che mi aveva ispirato. Questo esercizio si rivela importante perché la rilettura mi porta spesso a correggere ed affinare il giudizio che mi ero formato in prima battuta sul libro, ed a volte a rivederlo sostanzialmente. È questo il caso di La donna di Gilles di Madeleine Bourdouxhe, la cui rilettura mi ha aperto orizzonti interpretativi che non erano affatto emersi alla prima, forse affrettata, lettura di un paio di mesi fa.
Madeleine Bourdouxhe è stata una scrittrice belga che ha attraversato tutto il XX secolo – essendo nata nel 1906 e morta a novant’anni – conoscendo una fama limitata ed alterna anche a causa della esiguità della sua produzione letteraria. La donna di Gilles, pubblicato a Parigi nientemeno che da Gallimard nel 1937 ed accolto all’epoca da critiche molto favorevoli, è il suo primo romanzo. La guerra e l’occupazione nazista del Belgio interruppero i rapporti della scrittrice con la grande editoria francese: partecipò attivamente alla resistenza e pubblicò nel 1943 presso una piccola casa editrice di Bruxelles un secondo romanzo, À la recherche de Marie, recentemente edito in Italia da Adelphi, ed un altro romanzo l’anno successivo. Amica di Simone de Beauvoir, che elogiò La donna di Gilles per la sua capacità di descrivere il diverso atteggiamento maschile e femminile nei confronti del sesso, e di Jean-Paul Sartre, nel dopoguerra visse tra Parigi e Bruxelles, pubblicando solo altri due libri nel corso degli anni ‘80, pur continuando a scrivere per tutta la vita. La sua scarna opera, incentrata essenzialmente su caratteri femminili, fu sostanzialmente dimenticata per alcuni decenni, sino a venire riscoperta dalla critica letteraria di matrice femminista.
La donna di Gilles, pubblicato anni fa in Italia da Adelphi nella efficace traduzione di Graziella Cillario e da cui nel 2004 è stato tratto un film, è un breve romanzo che ad una prima lettura mi era apparso sostanzialmente banale quanto a vicenda narrata e tratteggiante un personaggio femminile, quello della protagonista Élisa, che, in quanto votato all’annullamento di sé in nome dell’amore assoluto per il marito, appariva lontano anni luce da una visione novecentesca della donna e non sembrava certo il modello di eroina femminile in grado di suscitare gli entusiasmi del movimento femminista negli anni ‘70 e ‘80.
La vicenda è infatti quella di un matrimonio felice messo in crisi dal tradimento di Gilles, il marito di Élisa, con la sorella più giovane di lei, la spregiudicata Victorine. Gilles è un giovane operaio che lavora in una grande fabbrica di una città del nord Europa, nella quale si riconosce la Liegi del carbone e dell’acciaio dove l’autrice nacque: i due vivono in un modesto appartamento di un quartiere operaio, tra i fumi delle fabbriche; hanno due gemelle ed Élisa è di nuovo incinta. L’ambientazione operaia del romanzo è importante, non tanto per le possibili implicazioni di carattere sociale, qui del tutto assenti, ma a mio avviso perché in questo modo l’autrice ha voluto discostarsi definitivamente dal cliché di dramma borghese che caratterizza i grandi romanzi ottocenteschi centrati sul tema dell’adulterio.
Élisa ama appassionatamente il marito: anche se la loro vita sessuale è divenuta ormai routinaria, Gilles è comunque un marito premuroso e un un tenero padre. In questo ménage apparentemente tranquillo si inserisce Victorine, giovanissima, bella e sessualmente vorace, che un giorno, all’inizio del romanzo, si lascia baciare da Gilles. Élisa capisce presto, dai cambiamenti nel comportamento del marito, quello che sta succedendo, ed è mossa sin da subito da un solo obiettivo: riconquistare l’amore di Gilles. Non gli fa scenate, non gli fa capire di sapere: lo scruta e lo segue per mesi cercando di definire una strategia d’azione, partorendo nel frattempo un maschietto.
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L’altra metà di Simenon

LeFinestrediFronteRecensione de Le finestre di fronte, di Georges Simenon

Bompiani, Tascabili, 1989

La sterminata produzione letteraria di Georges Simenon è ancora oggi, nel nostro immaginario collettivo, indissolubilmente legata alla figura del suo più celebre personaggio, il commissario Jules Maigret. Già a partire dagli anni ’30, però, Mondadori aveva iniziato a pubblicare un buon numero degli altri romanzi di Simenon, pubblicazione che era proseguita sino agli anni ’60. È però essenzialmente merito di Adelphi se, da circa trent’anni a questa parte, l’autore belga è uscito dalla qualifica di scrittore di genere cui lo aveva relegato l’ingombrante successo del commissario parigino, per divenire uno scrittore a tutto tondo anche a gli occhi del pubblico italiano: sono ormai una cinquantina infatti i romanzi senza Maigret ad oggi pubblicati dall’editore milanese nella prestigiosa collana Biblioteca Adelphi, e la lista continua ad allungarsi.
Uno dei primi romanzi che ha segnato la ripresa di interesse per Simenon è questo Le finestre di fronte, edito nel 1985 in una nuova traduzione rispetto all’edizione mondadoriana del lontano 1934, (il cui titolo, con una traduzione più letterale di quella originale, era Quelli di fronte); dell’edizione Adelphi ho letto la versione, sicuramente più povera quanto a veste editoriale ma identica quanto a contenuto, stampata su licenza da Bompiani qualche anno dopo.
L’edizione originale di Le Gens d’en face risale all’autunno del 1933: Simenon pochi mesi prima ha compiuto un viaggio nel sud dell’URSS, soggiornando a Odessa, circumnavigando il Mar Nero e rientrando via Istanbul. Ha trovato una situazione nella quale la carestia, causata da fattori ambientali ma soprattutto dalle tragiche scelte di Stalin, ha ridotto buona parte della popolazione alla fame. Sono infatti gli anni della collettivizzazione forzata delle campagne, dell’annientamento dei kulaki in quanto classe deciso da Stalin; milioni di capi di bestiame sono stati abbattuti per non consegnarli allo Stato, i raccolti di grano dell’Ucraina e delle altre regioni cerealicole dell’URSS sono andati in gran parte perduti per la siccità e la disarticolazione del sistema produttivo. Soffrono soprattutto le popolazioni sud-occidentali dell’Unione Sovietica, tra cui quelle affacciate sul Mar Nero. Chiaramente Simenon non ha un quadro complessivo della situazione – la portata della carestia e le sue reali conseguenze si conosceranno solo negli anni della glasnost gorbachoviana – e neppure ne conosce compiutamente le cause, ma si trova di fronte ai segni tangibili di una tragedia, che descrive e interpreta sia con il reportage Peuples qui ont faim, che uscirà nel 1934, sia con questo romanzo. Continua a leggere “L’altra metà di Simenon”

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I Vitelloni in Fiandra, durante la guerra

LaSofferenzadelBelgioRecensione de La sofferenza del Belgio, di Hugo Claus

Feltrinelli, Universale Economica, 2003

Il Belgio è un paese di cui tutto sommato sappiamo poco. Bruxelles, Bruges, le birre e il cioccolato, per quelli della mia età il fatto che arrivasse invariabilmente ultimo a Giochi senza frontiere, ogni tanto il sentore di problemi tra francofoni e fiamminghi, riportati dai quotidiani spesso in chiave quasi folcloristica.
Quanti sanno che è stato il protagonista di una delle più brutali e crudeli pagine del colonialismo europeo in Africa, quella del Congo sotto Leopoldo II? Quanti ancora ricordano che nell’immediato dopoguerra fu una delle mete principali della nostra emigrazione, che grazie a un patto scandaloso garantiva all’Italia una certa quantità di carbone per ogni uomo mandato a lavorare nelle miniere del Pays noir e che portò, tra l’altro, alla tragedia di Marcinelle?
In campo artistico, spesso tendiamo ad attribuire artisti e prodotti belgi agli ingombranti vicini. Così la grande arte fiamminga del XV e XVI secolo riteniamo sia essenzialmente olandese, mentre in genere sono per noi francesi autori come Magritte, Simenon, Yourcenar (belga per ascendenze), come pure alcuni dei più conosciuti fumetti, quali Tintin, Luky Luke, i Puffi.
Tra i grandi intellettuali belgi del secondo dopoguerra va annoverato sicuramente Hugo Claus, autore di poesie, opere teatrali e di una quindicina tra romanzi e novelle, che nel nostro paese è tuttavia conosciuto quasi esclusivamente per quella che è ritenuta la sua opera più importante, La sofferenza del Belgio.
Si tratta di un bildungsroman largamente autobiografico, che narra l’adolescenza e la prima giovinezza di Louis Seynaeve, rampollo di una famiglia della piccola borghesia fiamminga, nel periodo compreso tra la primavera del 1939 e l’immediato dopoguerra.
Incontriamo Louis, undicenne, in un collegio di suore cattoliche, dove vige una rigida e formale disciplina, e in cui nessuna suora, tranne una, sembra avere sentimenti, se non d’amore cristiano, almeno d’affetto per i ragazzi. L’educazione viene impartita a colpi di paura per le punizioni divine, odio per i comunisti atei che vogliono conquistare il mondo e patriottico amore per il cattolico Belgio e il suo re. Louis è un ragazzo tranquillo: per resistere all’asfissiante atmosfera del collegio ha fondato, con alcuni altri ragazzi tra cui l’amico del cuore Vlieghe, il gruppo degli Apostoli, sorta di setta segreta con accenni cattolico-esoterici dotata di propri rituali e codice d’onore. Il gruppo compie piccole ed innocenti trasgressioni al regolamento, tra le quali l’epica visita notturna agli inviolabili appartamenti delle suore per visitare una di esse, Sorella Sint Gerolf, isolata da anni per la sua demenza. Sin da queste prime pagine del libro emerge la fantasia di Louis, che spesso (come ogni ragazzo, del resto) immagina avventure fantastiche e sogna di essere un eroe; non di rado ricorre a bugie per schivare punizioni o millantare la sua conoscenza del mondo. Immagina in particolare il mondo dei Miezers, piccoli esseri che rappresentano il confuso desiderio di Louis di evadere da una realtà che sente come opprimente. Continua a leggere “I Vitelloni in Fiandra, durante la guerra”

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Tra simbolismo e melodramma: l’opaco specchio di un’epoca

BrugeslaMortaRecensione di Bruges la morta, di Georges Rodenbach

Mondadori, Oscar classici, 1997

Bruges la morta è l’opera più celebre di Georges Rodenbach, scrittore belga di lingua francese che visse nella seconda metà del XIX secolo, oggi praticamente ignorato dalla nostra editoria ma che ha avuto una grande influenza sulla letteratura italiana (e non solo) del primo ‘900, in particolare sui crepuscolari.
Il breve romanzo è ambientato, come dice il titolo, in una delle più belle città belghe, Bruges, della quale chiunque vi sia stato ha sicuramente subito il fascino. Oggi la città fa parte dei circuiti turistici internazionali, per cui è difficilissimo coglierne quelle atmosfere raccolte ed intime che il romanzo ci consegna; tuttavia, se si ha la fortuna di visitarla fuori stagione o se (come a Venezia) si abbandonano le strade principali occupate per metà dagli ombrelloni dei bar e dei ristoranti e per l’altra metà da torme di turisti chiassosi, intenti per lo più a farsi dei selfie, e ci si rifugia in qualche vicolo solitario magari fiancheggiato da uno dei tanti canali, è ancora possibile immergersi nel clima di dolce ed infinita decadenza che la caratterizza. Come per tutte le città morte, questo clima ha origini estremamente concrete: nasce dalla decadenza dell’importanza economica della città; nel caso di Bruges deriva dall’insabbiamento del canale che la congiungeva al mare, avvenuto alla fine del XIV secolo, che aveva spostato l’asse dei traffici commerciali dell’area verso la vicina Anversa. Come ci dice l’esempio clamoroso di Venezia, ma in generale quello di tantissime altre città italiane, è questo il modo migliore per conservare intatto o quasi l’assetto urbanistico di una città e per conferirle un’atmosfera irreale, quasi magica, che solo l’ignoranza di un nuovo sviluppo convulso e fenomeni come il turismo di massa possono distruggere. Continua a leggere “Tra simbolismo e melodramma: l’opaco specchio di un’epoca”