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I nomi della cosa

LInchiestadiMesserDieuRecensione de L’inchiesta di Messer Dieu chirurgo e visionario nel Regno di Francia, di Franz-Olivier Giesbert

Frassinelli, 2000

Franz-Olivier Giesbert è innanzitutto un giornalista e un uomo di potere. Leggendo la sua biografia emerge come egli sia stato direttore di importanti mezzi d’informazione francesi, quali Le Nouvel Observateur, Le Point e Le Figaro. Negli anni ‘80 ha collaborato con importanti membri del Partito Socialista, contribuendo non poco a costruirne l’immagine mediatica. Ha scritto articoli e libri controversi sulle figure presidenziali di Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy, che più volte ne chiesero la testa, giornalisticamente parlando, ed ha condotto programmi culturali e di politica su varie emittenti televisive francesi.
Ha trovato però anche il tempo di scrivere una quindicina di romanzi, che in patria hanno ricevuto importanti premi e alcuni dei quali sono stati tradotti anche in italiano.
Tra questi vi è L’inchiesta di Messer Dieu chirurgo e visionario nel regno di Francia, lungo titolo che l’editore italiano ha voluto abbastanza inspiegabilmente dare al più sintetico Le Sieur Dieu originale. Edito nel 1998, è la quarta fatica letteraria dell’autore, e fu pubblicato in Italia da Frassinelli due anni dopo, in una edizione ancora rintracciabile, sia pure a fatica. Si tratta di un romanzo storico, che ha l’ambizione di descrivere accuratamente un preciso e cruciale periodo della storia francese, o meglio di una regione della Francia, per cui ritengo necessario iniziare la mia analisi da tale elemento.
Nell’aprile del 1545 il sud della Francia, e in particolare la zona circostante il massiccio del Luberon, è stata teatro di orrendi massacri che hanno avuto come vittime le comunità valdesi. All’epoca la Provenza era divisa in due unità politiche distinte: La Contea di Provenza, facente parte del Regno di Francia, e il Contado Venassino, area circostante Avignone delimitata verso est dalla Durance e dal Rodano, che costituiva, insieme alla città, una enclave del papato. Anche se da quasi due secoli il Papa era tornato a Roma, queste terre erano a tutti gli effetti dominio della Chiesa, e tali sarebbero rimaste sino alla Rivoluzione del 1789. Nei villaggi attorno al Luberon, sia in territorio papale sia nella contea francese, si erano insediati, a partire dall’inizio del XVI secolo, numerose comunità valdesi, chiamate dal vescovo di Marsiglia a ripopolare l’area, di fatto abbandonata dopo aspre lotte tra papalini e francesi. I Valdesi, il cui credo era nato a Lione nel XII secolo, erano uno dei tanti movimenti pauperisti medievali: predicavano il distacco dai beni materiali e non riconoscevano l’autorità del Papa, anche perché la Chiesa cattolica li aveva scomunicati sin dal 1184, soprattutto a causa della loro pretesa di predicare ed interpretare in pubblico la bibbia, da loro tradotta nelle varie lingue volgari. La Chiesa cattolica percepiva benissimo che la diffusione della bibbia a livello popolare avrebbe minato il suo monopolio sull’interpretazione dei testi sacri, per cui difese strenuamente nei secoli l’impiego del solo latino e il diritto dei soli sacerdoti di spiegarli al popolo.
Tuttavia sia da parte della Chiesa sia da parte della Francia vi furono periodi di tolleranza nei confronti dei Valdesi, tanto che come detto essi si poterono stabilire liberamente nell’area del Luberon, provenendo principalmente dalle Alpi: si calcola che oltre 1.400 famiglie valdesi vivessero in una quarantina di villaggi della zona, sostentandosi con l’agricoltura e l’allevamento. La situazione cambiò attorno al 1530, anche in seguito all’adesione dei Valdesi ai principi del calvinismo. Francesco I, che sino ad allora aveva pensato di utilizzare il protestantesimo per indebolire il suo grande nemico Carlo V, vide nel calvinismo una minaccia al suo potere assoluto, e – servendosi della chiesa cattolica e della Santa Inquisizione – iniziò una persecuzione sistematica di calvinisti e valdesi, dando di fatto inizio a quelle che sarebbero divenute, pochi anni dopo, le guerre di religione francesi.
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“Non giudicate”: La giustizia ai tempi del determinismo lombrosiano

IlCasoRedureauRecensione de Il caso Redureau, di André Gide

Editori Riuniti, Tracce, 1997

André Gide è stato certamente uno degli intellettuali più importanti del primo novecento europeo; dotato di una personalità complessa e sfaccettata, che si riflette nelle sue opere, fu il fondatore di una delle più prestigiose riviste letterarie d’oltralpe, la Nouvelle Revue Française, nelle pagine della quale trovarono ospitalità alcuni tra i maggiori scrittori francesi e non solo. Sue opere quali La porta stretta, L’immoralista e I sotterranei del Vaticano sono ancora oggi imprescindibili per chi voglia avere una visione ampia della letteratura europea del XX secolo.
Rispetto alle sue opere più importanti questo breve scritto, edito nel 1930, è da considerarsi sicuramente minore, essendo in gran parte la raccolta di materiale giudiziario relativo ad un caso di omicidio plurimo avvenuto nella regione di Nantes oltre una quindicina di anni prima. Non si tratta quindi di un’opera letteraria vera e propria, quanto di una sorta di pamphlet su un caso che aveva scosso l’opinione pubblica francese. Tuttavia si tratta di un volumetto – in tutto un’ottantina di pagine – interessante, sia perché permette al lettore di indagare uno dei tanti interessi di Gide, quello per il funzionamento, i riti e i meccanismi della giustizia francese, sia in quanto – anche grazie alla breve ma importante prefazione di Maurice Nadeau, altro grande intellettuale francese – stimola il lettore a porsi interrogativi di carattere generale sulla psiche umana e l’inadeguatezza del grado di comprensione del suo funzionamento da parte della società e delle autorità costituite.
Il caso Redureau fece molto scalpore nella Francia che si avvicinava alla prima guerra mondiale. La mattina del primo ottobre 1913 nel villaggio di Le Landreau, nei pressi di Nantes, i corpi di sei componenti di una famiglia di piccoli proprietari terrieri, i Mabit, e della loro giovanissima domestica vennero trovati massacrati nella loro abitazione in modo atroce. Vittime furono il capofamiglia, la moglie incinta di sette mesi e tre dei quattro figli, tra i quali il più piccolo di appena due anni, oltre alla nonna e alla domestica sedicenne. Tutti erano stati colpiti ripetutamente con una roncola, in un accesso di furia selvaggia. Fu subito chiaro che si trattava di omicidii commessi da un unico individuo in un breve lasso di tempo: oltre ad un figlio quattrenne dei Mabit, che era stato risparmiato, mancava all’appello solo un ragazzo del paese che da pochi mesi lavorava al servizio dei Mabit, aiutandoli nei campi: il quindicenne Marcel Redureau fu trovato quasi subito, nascosto nei pressi della sua abitazione, e confessò immediatamente di essere l’autore della strage. Processato, fu condannato a 20 anni di reclusione, il massimo della pena per un minorenne; morì di tubercolosi in carcere nel 1916, diciottenne.
Ciò che attirò subito l’attenzione della stampa a dell’opinione pubblica fu la mancanza di un movente plausibile per un delitto così efferato. Redureau, durante gli interrogatori, affermò che mentre lavorava al torchio per pressare l’uva la sera del 30 settembre il padrone l’aveva rimproverato, dicendogli che era uno scansafatiche. Irritato da un rimprovero ritenuto ingiusto, egli l’aveva colpito al capo con una mazza di legno e, quando era crollato a terra gemendo, gli aveva tagliato la gola con una roncola. Poi, per mettere a tacere eventuali testimoni del delitto, si era recato nel vicino appartamento e aveva ucciso, con la stessa roncola, la moglie di Mabit e la giovanissima domestica, quindi la nonna che era accorsa alle grida e i tre bambini che piangevano nella vicina stanza. Non aveva ucciso il quarto figlio della coppia perché dormiva in un’altra stanza.
Redureau si dichiarò pentito di quanto fatto, e affermò anche di aver tentato il suicidio, mancandogliene però il coraggio.
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La summa dell’arte di Flaubert, con un piccolo capolavoro

Recensione di Un cuore semplice e altri racconti, di Gustave Flaubert

Rizzoli, BUR, 2000

La produzione letteraria di Gustave Flaubert non è copiosa. Le sue vicende esistenziali e soprattutto la sua nota ossessione per la forma della pagina scritta lo hanno portato ad avere lunghissimi tempi di gestazione per le sue opere. A parte gli scritti giovanili, quelli raccolti dopo la sua morte e il Dizionario dei luoghi comuni, ci ha lasciato quattro romanzi, dei quali l’ultimo incompiuto, un poema in prosa, alcune opere teatrali, peraltro di scarsissimo successo lui vivente, due diari di viaggio e tre soli racconti.
Questi ultimi sono stati l’ultima opera da lui pubblicata in vita, nella primavera del 1877. È importante notare sin da subito, a fini dell’analisi di questi racconti, che Flaubert li concepì sin dall’inizio per una loro pubblicazione unitaria: infatti, anche se ciascuno di essi apparve inizialmente a puntate su riviste diverse, già poche settimane dopo furono stampati in volume.
Anche se non ritengo si possa parlare di testamento spirituale dell’autore, in quanto la morte lo avrebbe raggiunto solo tre anni dopo, mentre era ancora alle prese con Buvard e Pécuchet, è indubbio che – come vedremo – i Tre racconti (inspiegabilmente pubblicati da Rizzoli con un titolo diverso) rappresentano una sorta di summa dell’arte di Flaubert, sotto vari aspetti, pur con le (presunte) limitazioni insite nella forma racconto.
A prima vista si tratta di tre racconti affatto diversi l’uno dall’altro. Mentre il primo, Un cuore semplice, è ambientato lungo i decenni della prima metà del XIX secolo, quindi di fatto nella contemporaneità dell’autore, il secondo, La leggenda di San Giuliano ospitaliere è invece situato nell’alto medioevo, e l’ultimo, Erodiade, nell’antichità, narrando il celebre episodio della decollazione del Giovanni Battista dopo la danza di Salomè.
Ciascuno di essi, in realtà, si rifà più o meno implicitamente alle tematiche e alle modalità espressive che si ritrovano nelle opere maggiori di Flaubert, tanto che alcuni critici hanno accostato Un cuore semplice a Madame Bovary, La leggenda di San Giuliano ospitaliere a La tentazione di Sant’Antonio e Erodiade a Salammbô. Pur ritenendo che non si possano fare accostamenti così automatici, è indubbio che nel primo racconto si ritrova la minuziosa analisi della psicologia e delle relazioni umane e sociali che costituiscono uno dei fondamenti non solo del capolavoro maggiore, ma anche di Buvard e Pécuchet, che il secondo si caratterizza per la visione immaginifica e a tratti quasi fiabesca che ritroviamo nel poema in prosa a cui lavorò per quasi tutta la vita e che in Erodiade si ritrova un’altra delle peculiarità della poetica flaubertiana: il gusto per l’esotico e per la minuziosità della ricostruzione storica, che trova la sua massima espressione proprio nel grande romanzo da lui ambientato a Cartagine: il tutto condito dell’inimitabile stile di scrittura di Flaubert, che esprime la sua musicalità sia che si occupi della descrizione di una povera stanza della provincia normanna sia che porti il lettore nel palazzo di Macheronte dove Erode Antipa dà il suo banchetto.
Riservandomi di tornare sugli aspetti di unitarietà dei tre racconti, dato a mio avviso importante per una loro interpretazione complessiva, ritengo sia altrettanto importante penderli in considerazione separatamente.
Un cuore semplice, il racconto a mio avviso più significativo, che può a buon diritto considerarsi un piccolo capolavoro assoluto, narra lungo cinquant’anni la vita di Félicité, domestica della signora Aubain a Pont-l’Évêque, cittadina della Normandia, regione della quale Flaubert era originario. Il racconto è fortemente autobiografico e molti dei protagonisti e dei luoghi rimandando direttamente alla vita dell’autore.
Félicité è un grande personaggio letterario, la cui vita è scandita dalla continua sottrazione degli affetti che le danno un senso: ogni volta che l’oggetto del suo amore le viene negato ella ne trova un altro, in qualche modo sempre più distante e impersonale ma sul quale ella riversa incondizionatamente le sue energie morali ed umane.
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Abnegazione e senso del dovere nei racconti di un antesignano di Giovanni Drogo

Recensione di Servitù e grandezza della vita militare, di Alfred de Vigny

Fazi, Le porte, 1996

Poco più di un anno fa la lettura di Stello mi ha portato alla scoperta di uno dei grandi autori del romanticismo (meglio sarebbe dire dei romanticismi) francese: Alfred de Vigny. Autore essenzialmente di poemi e pezzi teatrali, l’opera in prosa cui de Vigny ha indissolubilmente legato il suo nome è Servitù e grandezza della vita militare, da me letto nell’elegante (anche se non scevro da qualche imperfezione) e oggi quasi introvabile volume edito da Fazi oltre venti anni fa, corredata da una prefazione di Eraldo Affinati; l’opera oggi è comunque reperibile in libreria in un’altra edizione e traduzione.
De Vigny la pubblicò nel 1835, tre anni dopo Stello, nel suo periodo di massima attività creativa, riunendovi tre racconti già pubblicati poco tempo prima sulla Revue des Deux Mondes, ed accompagnando ciascuno con una sorta di prefazione. Nelle intenzioni avrebbe dovuto essere una sorta di vademecum filosofico per il soldato, un libro per mezzo del quale avrebbe potuto riflettere sul suo status, sul suo rapporto con la società, sui principi, grandi e al tempo stesso contraddittori, che regolano la vita e l’organizzazione di quel corpo separato che è l’esercito.
Alla fonte della scrittura del libro troviamo l’esperienza militare di Vigny. Figlio di una famiglia dell’antica nobiltà della Turenna, egli credeva fermamente nelle passate virtù dell’aristocrazia come classe in grado di costituire la nazione, come emerge anche dalla lettura di Stello e ancora più programmaticamente nel suo romanzo storico Cinq-Mars; era però anche perfettamente conscio che il ruolo guida dell’aristocrazia si era perso per sempre, che il periodo dell’Impero prima, quindi la restaurazione con la sua mediocrità culturale e morale, e infine la monarchia di Luglio stavano lì a dimostrare l’inadeguatezza dell’aristocrazia del suo tempo, ormai ridotta a una sorta di club autoreferenziale aggrappato a privilegi che la Storia le stava inesorabilmente sottraendo.
Emblema di questa decadenza è l’esercito: alla sete per la gloria e per la battaglia ed anche alla barbarie della guerra di un tempo si è sostituita una vita militare routinaria, fatta di noia ed esercitazioni che non portano mai all’azione; ma soprattutto, per Vigny, mentre un tempo, ” fino alla fine del regno di Luigi XIV, l’Esercito rappresentava la Nazione […] dato che il soldato era l’uomo del Nobile, da lui reclutato nella sua terra e condotto al suo seguito nell’esercito, a lui solo obbediente”, oggi ”la condizione […] dell’Esercito è tutt’altra: la centralizzazione del Potere l’ha reso […] un corpo separato dal gran corpo della Nazione, simile al corpo di un bambino, tanto è carente per intelligenza e si trova nell’impossibilità di crescere.”
Nel mondo moderno, l’esercito non serve più per fare la guerra, ma a perpetuare sé stesso: con una buona dose di ottimismo di matrice positivista, che contrasta peraltro con il pessimismo di derivazione stoica che caratterizza il suo pensiero, Vigny è convinto che gli eserciti siano destinati a scomparire in breve tempo, perché i progressi della tecnologia renderanno superflue le guerre.
L’autore come detto trae le sue convinzioni sulla vita militare dalla propria esperienza diretta: arruolatosi come sottotenente nei Gendarmi del Re il 6 luglio 1814, tre mesi dopo la prima abdicazione di Napoleone, è uno degli uomini che scortano Luigi XVIII durante la sua fuga a Gand dopo il ritorno dell’Imperatore dall’Elba. Durante i Cento Giorni rimane nascosto in casa di familiari, per tornare a servire nella Guardia del Re all’inizio della seconda restaurazione. La vita militare scorre noiosa e monotona; quando, nel 1823, il reggimento del quale è capitano deve attraversare i Pirenei per partecipare alla spedizione contro i moti liberali in Spagna, sembra che finalmente i suoi sogni di gloria si avverino: una breve licenza lo tiene però lontano dal conflitto, che si conclude in pochi giorni. Così nel 1827, disilluso e ormai guarito dalla sua malattia militare, Vigny si dimette dall’Esercito per dedicarsi alla letteratura.
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Il dramma della meschinità sociale durante la restaurazione

IlParrocodiToursRecensione de Il parroco di Tours, di Honoré de Balzac

Sellerio, La memoria, 2006

Dopo due puntate verso opere situate al di fuori del recinto della Comédie Humaine eccomi tornato, con questo quarto e per il momento ultimo capitolo di letture balzachiane, nell’ambito della titanica opera principale dello scrittore di Tours.
Qualche settimana fa avevo lasciato l’immensa cattedrale letteraria dopo averne attraversato uno dei portali principali, un romanzo di grande spessore ed importanza come César Birotteau. Per un caso fortuito, il ritorno all’ovile avviene per il tramite di un lungo racconto in qualche modo strettamente legato a quel romanzo.
Il lettore di César Birotteau ricorderà che il protagonista, stimato profumiere di cui seguiamo il repentino crollo sociale, ha un fratello sacerdote a Tours, cui si rivolge per avere un prestito, peraltro negato. Il protagonista de Il parroco di Tours è proprio il fratello del buon César, François Birotteau, le cui vicende sono ambientate circa otto anni dopo quelle del fratello: siamo infatti, nella precisa cronologia che costituisce uno dei tratti caratterizzanti il realismo dell’autore, tra l’autunno del 1826 e l’estate dell’anno successivo, essendo quindi passati dai primi agli ultimi anni della Restaurazione, pur rimanendo comunque, e questo è un dato non secondario, nell’ambito di quel periodo storico.
Don Birotteau è sessantenne, e da anni svolge le funzioni di vicario a Saint-Gatien, la splendida cattedrale gotica di Tours. Dopo che Napoleone, all’inizio del XIX secolo, ha ristabilito il culto cattolico, facendo uscire il clero dallo stato di clandestinità del periodo rivoluzionario – di cui si ha uno splendido esempio nel racconto Un episodio durante il terrore posto ad introduzione delle Memorie di Sanson – don Birotteau ha coltivato due desideri, che lo hanno preso come due vere e proprie passioni: essere nominato canonico e andare a vivere nell’appartamento ampio, comodo e pieno di libri, del suo migliore amico, il canonico Chapeloud. L’appartamento è parte di un vecchio edificio, situato nei pressi della cattedrale, di proprietà di una pia zitella cinquantenne, Mademoiselle Gamard, che ospita – oltre alla padrona di casa – anche un altro prete, don Troubert. Quando il lettore fa la sua conoscenza, don Birotteau ha esaudito il suo secondo desiderio da un paio d’anni: don Chapeloud è infatti morto, lasciando in eredità i suoi mobili e i suoi libri a don Birotteau, che si è potuto così trasferire nell’appartamento, a pensione da Mademoiselle Gamard. Quanto al canonicato, non vi è ancora arrivato, ma la sera in cui si apre il romanzo, rientrando sotto la pioggia dal salotto di Madame de Listomère, l’influente aristocratica nel cui salotto si reca settimanalmente, ha avuto assicurazioni circa l’appoggio dei circoli aristocratici di Tours alla sua nomina. Egli è quindi, nonostante i primi acciacchi dell’età, un uomo sulla soglia della completa felicità.
Come spesso accade ai personaggi balzachiani, e come accaduto otto anni prima a suo fratello (in realtà César Birotteau sarà scritto da Balzac qualche anno dopo) l’apice della gratificazione sociale ed umana di don Birotteau, che coincide con il momento in cui si apre il racconto delle sue vicende, coincide anche con l’inizio del repentino crollo. Rincasando sotto la pioggia, infatti, don Birotteau si trova di fronte agli inequivocabili indizi di un ingiustificato astio da parte della padrona di casa: deve scampanellare tre volte per farsi aprire dalla giovane domestica, trova la sua candela e le pantofole fuori posto e il fuoco nella sua camera spento. Don Birotteau ha da qualche mese la sensazione che la padrona di casa non lo tratti bene come prima ma, ingenuo sino all’ottusità, non sa spiegarsi le ragioni di questo comportamento ostile, che ci vengono illustrate dal narratore, il quale interviene spesso nel racconto sia per esporre antefatti sia per esprimere giudizi sugli avvenimenti. Il povero prete ha infatti ferito inconsapevolmente la padrona di casa nella sua maggiore ambizione: quella di farsi un salotto e quindi di avere un posto nella società di Tours.
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L’anello di congiunzione tra i due Balzac

Memorie di SansonRecensione di Memorie di Sanson, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2004

In una delle scene chiave dell’ultima parte di Splendori e miserie delle cortigiane, ambientata alla Conciergerie, compare la figura di Henri Sanson, boia di Parigi, e Balzac, dopo averci informato che egli era figlio del boia che aveva ghigliottinato Luigi XVI, dedica una pagina alla ricostruzione della storia della sua famiglia, titolare di tale incarico da lunghissimo tempo.
Come spessissimo accade in Balzac, le vicende narrate in Splendori e miserie delle cortigiane si intrecciano con vicende storiche e di attualità: Henri Sanson era davvero, all’epoca dei fatti narrati, il boia di Parigi, e suo padre, Charles-Henri, era stato l’esecutore delle condanne a morte dal 1778 al 1794, esercitando quindi durante gli ultimi anni dell’Ancien Régime e quelli della Rivoluzione, in particolare durante il Terrore. È stato calcolato che nei soli anni della Rivoluzione Charles-Henri sia stato l’esecutore di 2.918 condanne. I Sanson, di origine italiana, si sono tramandati l’incarico di padre in figlio per oltre un secolo e mezzo, dal 1687 al 1847, costituendo una vera e propria dinastia di esecutori delle alte opere.
L’entrata in scena di Sanson non è episodica nella letteratura balzachiana, perché l’autore oltre una decina di anni prima ha dedicato alla figura del boia della Rivoluzione un intero romanzo, uscito anonimo nel 1830, intitolato Mémoires pour servir à l’histoire de la Révolution Française, par Sanson, exécuteur des arrêts criminels pendant la Révolution, proposto da Mondadori negli Oscar Classici nel 2004 con il titolo opportunamente condensato in Memorie di Sanson e ad oggi inopinatamente scomparso dalle librerie e difficilmente reperibile anche sul mercato dell’usato. Questo romanzo, pur con tutti i suoi limiti, dovrebbe a mio modo di vedere far parte delle biblioteche di chi ama il narratore di Tours, perché da un lato rappresenta, per la sua struttura e i suoi contenuti, l’anello di congiunzione tra due diversi Balzac, il giovane e l’autore dei grandi capitoli della Comédie humaine, dall’altro permette di scoprire un aspetto della personalità politica dell’autore non del tutto scontato.
Quando nel 1829 il trentenne Balzac inizia a scrivere le Memorie di Sanson ha alle spalle una pletora di romanzi commerciali, feuilletons scritti essenzialmente per l’assillo del guadagno, pubblicati in forma anonima o avvalendosi di pseudonimi, spesso in collaborazione con scrittori mediocri, dei quali L’anonimo, da me recentemente letto, costituisce un ottimo esempio. Egli non ha ancora concepito il grande disegno della Comédie, ma ha già iniziato a scrivere alcuni dei racconti che più tardi troveranno posto nel suo grande puzzle letterario, e comincia a godere di una certa notorietà per le sue collaborazioni giornalistiche.
Paola Dècina Lombardi, nella prefazione al volume e nel saggio Edizioni e storia dell’opera posto a margine del romanzo, ci aiuta a capire la genesi delle Memorie, che essenzialmente si possono far risalire a due elementi che in quel periodo caratterizzavano il pubblico e la società francese. Da un lato vi sono le riflessioni e il dibattito pubblico attorno al periodo della Rivoluzione e alla pena di morte, quest’ultimo reso incandescente dalla pubblicazione, in quello stesso 1829, di L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo; dall’altro, a seguito dello sviluppo dell’editoria popolare vi è il fiorire di filoni letterari che declinano il gusto romantico dominante proponendo storie forti, spesso centrate sulle figure di criminali. Balzac, che come noto ha avuto per tutta la vita bisogno di soldi, propose ad un editore la pubblicazione delle autentiche memorie del boia della Rivoluzione, sembra anche con l’intento di garantirsi in seguito quella delle Scene della vita privata, cui teneva molto di più.
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Balzac, pas naturellement

LAnonimoRecensione di L’anonimo, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2004

Il mio metodo di lettura mi ha riservato, per questa primavera, ben quattro romanzi di Honoré de Balzac. Erano parecchi anni che non mi avvicinavo allo scrittore di Tours, e non nascondo che quando il computer, ad inizio anno, mi ha restituito la lista dei romanzi da leggere, scoprire che di lì a poco mi sarei reimmerso nelle grandi storie di quello che considero uno dei più grandi narratori di ogni tempo mi ha fatto molto piacere.
Il mio amore per Balzac, l’autore che di fatto, accanto al quasi contemporaneo Stendhal, ha permesso di scoprire, ormai sono quasi vent’anni, ad un adepto pressoché assoluto del primo ‘900 quale ero allora, la letteratura del XIX secolo, ha raggiunto con il tempo vette che non esito a definire maniacali, estrinsecatesi concretamente nell’obiettivo di avere in biblioteca l’intera Commedia umana. Così, nel corso degli anni, sui miei scaffali si sono progressivamente allungate le file dei Grandi libri Garzanti e degli Oscar classici Mondadori, con i loro dorsi caratteristicamente bordeaux i primi e nero lucido i secondi, dedicati ai romanzi e ai racconti di Balzac; a questi si sono ovviamente affiancati volumi di altre case editrici, sino a superare i cinquanta libri, tra i quali non mancano alcuni doppioni, dovuti a titoli tradotti diversamente o all’acquisto di alcuni racconti già posseduti perché nascosti entro raccolte.
Purtroppo la mia ambizione di vedere un giorno allineati tutti i volumi che compongono l’immenso edificio balzachiano quasi sicuramente non potrà essere soddisfatta, per il semplice motivo che un certo numero di romanzi e racconti che ne fanno parte non sono mai stati tradotti in italiano oppure sono stati pubblicati moltissimi anni fa. È pur vero che negli ultimi anni, grazie sopratutto al lavoro di Pier Luigi Pellini e di alcune benemerite case editrici, prima fra tutte Sellerio, alcuni titoli sono stati editi, ma molte sono ancora le lacune.
Ad oggi, a mero titolo statistico, questa è la situazione della mia biblioteca in termini numerici: dei 94 titoli che compongono la Comédie (dato questo non certissimo, come i balzachisti sanno bene) nei miei scaffali ne annovero 68, mancandomene quindi ancora ben 26. Accanto a questi 68 titoli vi sono altri quattro volumi, contenenti tre romanzi e un racconto che non fanno parte della Commedia umana.
Dopo questa digressione privata, che sono certo non mancherà di suscitare grande interesse tra le schiere dei miei lettori, torniamo all’oggetto di questa nota.
L’anonimo è proprio uno dei romanzi che non fanno parte della Comédie, trattandosi di un’opera giovanile di Balzac, edita nel 1823, quando lo scrittore aveva 24 anni, sei anni prima che uscisse il primo romanzo facente parte della Comédie, vale a dire Gli Sciuani. In realtà il romanzo è solamente attribuito a Balzac, perché nell’edizione originale è firmato con il nom de plume di A. de Viellerglé-Saint-Alme. L’attribuzione de L’anomimo a Balzac con l’apporto, per alcuni capitoli, di un giornalista e scrittore di romanzi popolari con cui Balzac collaborava in gioventù, Auguste Le Poitevin, è di fatto basata essenzialmente sulle analisi testuali. Nella sua Nota al testo la curatrice del volume, Paola Dècina Lombardi, ricostruisce le contorte vicende critiche che hanno portato a tale attribuzione, oggi generalmente accettata ma non unanimemente condivisa nel corso del ‘900, anche perché Viellerglé è in realtà l’anagramma di L’Égreville, pseudonimo con il quale Le Poitevin firmò altri romanzi.
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Un’intera epoca, giunta sino a noi, in un piccolo personaggio

CesarBirotteauRecensione di César Birotteau, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2006

“[Balzac] ci offre nella Comédie humaine una prodigiosa storia realistica della “società” francese, descrivendo in guisa di cronaca, quasi anno per anno, dal 1816 al 1848, la progressiva irruzione della nascente borghesia nella società nobiliare che, dopo il 1815, si era ricostituita […]. E intorno a questo quadro centrale raggruppa una storia completa della società francese, dalla quale, persino nei dettagli economici (per esempio il riordinamento dei beni mobili e immobili dopo la rivoluzione), ho imparato di più che da tutti gli storici dichiarati, gli economisti e gli studiosi di statistica di quel periodo messi insieme”.
Questo celebre passo, tratto da una lettera di Friedrich Engles a Margaret Harkness, sintetizza in modo esplicito la straordinaria importanza che i romanzi, le novelle e i saggi di Honoré de Balzac in cui si articola lo stupefacente edificio della Comédie assumono nella storia della letteratura europea e mondiale.
Questo edificio, simile ad un palazzo della grande nobiltà, è composto da decine di stanze, alcune ampie ed ariose, destinate ad essere la sede privilegiata della vita dei protagonisti, altre strette ed anguste, cui si accede di rado perché luoghi in cui si trovano oggetti nascosti o semplicemente non quotidianamente necessari, altre ancora che fungono da collegamento tra le prime e le seconde; vi sono poi le stanze di servizio, che a prima vista non sembrano così preziose come quelle di rappresentanza ma senza le quali l’intero edificio non potrebbe funzionare. César Birotteau rappresenta a mio avviso una di queste stanze, non essendo magari una delle più luminose, ma senza la quale tutta la vita del palazzo sarebbe in qualche modo diversa. Fuor di metafora, César Birotteau, pur non essendo sicuramente uno dei più noti e celebrati romanzi dell’autore francese, è in qualche maniera un pilastro portante dell’intera opera balzachiana: non a caso lo stesso Balzac lo riteneva uno dei suoi capolavori, e la sua redazione, se infine fu portata a termine in poche settimane, come spesso accadde alle sue opere, anche a causa di pressanti impegni contrattuali, fu da Balzac rimuginata per lunghi anni.
Due sono gli aspetti che a mio avviso rendono capitale questo romanzo. Da un lato l’oggetto stesso del racconto, che narra l’ascesa e caduta di un self-made-man nella Parigi degli anni immediatamente successivi alla caduta di Napoleone, periodo centrale nella storia francese, quello della Restaurazione durante la quale, nonostante l’aristocrazia e i Borboni abbiano riacquistato il potere, la borghesia continua la sua inarrestabile crescita, che la porterà alla rivoluzione del 1830. L’altro aspetto è la sua precisione e puntigliosità nel descrivere i meccanismi economici e finanziari attraverso cui si esercita il potere borghese, la loro spietatezza e il loro assurgere a regole assolute delle relazioni sociali. Anche in altri romanzi della Comédie humaine si trovano lunghe e precise descrizioni dei meccanismi attraverso cui il denaro ed il profitto esercitano il loro potere, ma è indubbio che in César Birotteau esse assumono un ruolo talmente centrale da poter essere considerato inedito. Se ad alcuni critici le lunghe pagine che Balzac dedica a queste descrizioni sono sembrate un punto di debolezza del romanzo, a mio avviso ne costituiscono invece uno dei grandi elementi di forza, perché senza queste pagine non sarebbe possibile attribuire un valore universale alla vicenda del povero Birotteau, e il realismo di Balzac perderebbe uno dei pilastri sul quale è basato. E che Balzac intendesse rendere, attraverso il suo protagonista, lo spirito vorace di un’epoca, lo dice apertamente egli stesso, alla fine dei due capitoli introduttivi del romanzo, con frasi che assumono quasi il tono di invocazione: ”Possa questa storia essere il poema delle vicissitudini borghesi, alle quali nessuna voce ha mai pensato, tanto sembrano prive di grandezza. Esse sono invece altrettanto immense: non si tratta qui di un sol uomo, ma di una moltitudine di dolori”.
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I racconti di uno dei maggiori “minori” dell’800 francese

Un dramma pariginoRecensione di Un dramma davvero parigino e altri racconti, di Alphonse Allais

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1999

I decenni a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo sono ancora oggi chiamati, in particolare riferendosi alla Francia, la Belle Époque: finita la guerra Franco-Prussiana del 1870 in Europa inizia un lungo periodo di pace, durante il quale il capitalismo trionfante consolida il suo predominio economico e sociale. Le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche diffondono, perlomeno nella narrazione ufficiale, un ottimismo sociale basato sulla assoluta fiducia nel progresso della scienza e sulla sua capacità di risolvere tutti i problemi della società. Il benessere non è più solo alla portata delle classi sociali dominanti, ma ricade in parte, per quel fenomeno che oggi, di nuovo esaltato dagli epigoni neoliberisti di quel periodo, viene chiamato sgocciolamento o dripping, sulle classi subalterne, in particolare sulla piccola borghesia, ed inizia a formarsi l’embrione di quella che sarà la società dei consumi. Il positivismo di Compte diviene quasi la religione ufficiale d’Europa, in particolare della Francia della III Repubblica, sfociando nel Bergsonismo. In campo artistico, sono gli anni dell’Impressionismo, in tutte le sue diverse accezioni ed evoluzioni, e del Naturalismo. Nella provinciale Italia, lo spirito dell’epoca trova la sua espressione nazional-popolare nel Gran Ballo Excelsior.
Sappiamo quali erano le contraddizioni che quell’epoca nutriva e sappiamo come finì. Fu un evento la cui carica simbolica non avrebbe potuto essere probabilmente più elevata a segnare la fine della Belle Époque: la tragedia del Titanic, e fu lo scoppio della prima guerra mondiale, poco più di due anni dopo, a mostrare di quanta consapevole menzogna era intrisa la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, propalata a piene mani dalle classi dominanti e dagli intellettuali a queste organici.
In realtà quella fu un’epoca di fortissimi contrasti. Il movimento operaio e contadino, rafforzato nelle sue basi teoriche dal marxismo, rivendicava maggiore giustizia sociale ed aspirava alla rivoluzione, e per reprimerlo fu usato ogni mezzo, come testimoniano, nel nostro Paese, i cannoni di Bava Beccaris e molti altri episodi minori. Il dogma della libera circolazione dei capitali, non a caso asse portante anche delle politiche neoliberiste nelle quali siamo immersi in questi ultimi decenni, generava lo scontro imperialista che avrebbe inevitabilmente portato al massacro del 1914-’18.
Anche nelle arti vi è chi avverte con inquietudine ciò che cova sotto la superficie dorata dell’epoca, e pone le basi di quelle che saranno le successive correnti della crisi.
La cultura francese in quell’epoca riveste un ruolo di assoluta avanguardia a livello europeo, come è naturale che fosse per uno dei paesi più avanzati sia economicamente sia socialmente, patria della rivoluzione borghese e teatro lungo il secolo di straordinarie e drammatiche convulsioni. Per rimanere nel solo ambito della letteratura, è in quell’epoca che scrivono Daudet, Maupassant, Zola, Loti, Huysmans, solo per citarne alcuni.
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