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All’ombra di Gabo

Recensione de La strana prole del cardinale Guzman, di Louis de Bernières

Guanda, Narratori della Fenice, 2006

Cosa ci fa uno scrittore inglese nel mondo di Gabriel García Márquez? È la domanda che mi sono posto mentre leggevo La strana prole del cardinale Guzman di Louis de Bernières, ed al termine della lettura non ho potuto che darmi questa risposta: sfrutta un filone letterario redditizio per costruire una propria personalità artistica che in qualche modo possa attirare l’attenzione del pubblico.
Louis de Bernières, il cui nome rivela chiare ascendenze francesi, è nondimeno, come detto, uno scrittore inglese, nato nel 1954, il cui romanzo più noto è probabilmente Il mandolino del capitano Corelli, del 1994, dal quale nel 2001 fu tratto un non memorabile film con protagonista Nicholas Cage.
Può essere preliminarmente interessante ripercorrere le fortune editoriali di questo autore in Italia, in quanto a mio avviso riflettono bene i meccanismi commerciali dell’industria culturale contemporanea.
I primi tre romanzi di de Bernières, pubblicati nei primi anni ‘90 e formanti la cosiddetta Trilogia latino-americana, furono all’inizio sostanzialmente ignorati dall’editoria nostrana. Nel 1994 uscì Captain Corelli’s Mandolin, che ebbe un buon successo, ed un paio di anni dopo Longanesi lo pubblicò nel nostro paese con il titolo Una vita in debito. Null’altro accadde fino al 1999, quando Fazi pubblicò il secondo volume della trilogia. Quindi nel 2001 uscì il film, molto pubblicizzato in Italia sia per il suo ottimo cast sia perché narrava di un soldato italiano in Grecia durante la seconda guerra mondiale, ed entrò in scena la casa editrice Guanda, che pubblicò nello stesso anno il romanzo, dandogli ovviamente (e correttamente) il titolo del film, e nel giro di un lustro anche due romanzi della Trilogia latino-americana e altre due opere dell’autore, non mancando di riportare in copertina Autore di “Il mandolino del capitano Corelli”; quest’ultimo viene pubblicato nel 2003 anche dalla casa editrice TEA.
Insomma, un fortissimo interesse culturale per le opere di questo autore che appartiene a quella schiera di grandi romanzieri che comprende Charles Dickens ed Evelyn Waugh, come ci informa Antonia Susan Byatt in quarta di copertina de La strana prole del cardinale Guzman. Senonché questo interesse editoriale sembra essere scemato altrettanto celermente quanto era cresciuto all’uscita del film, se è vero che oggi di de Bernières in libreria si trovano malinconicamente solo 2-3 titoli sugli scaffali dei remainder, editi anni fa, e del celebrato Mandolino non vi è più traccia. Insomma, siamo di fronte all’ascesa e alla caduta di un autore dettate unicamente dall’uscita di un film tratto da un suo romanzo.
Purtroppo devo ammettere che questi meccanismi editoriali evidentemente funzionano, se una dozzina di anni fa ho acquistato, forse ammaliato anche dalla copertina indubbiamente attraente, questo volume che ora mi sono trovato a leggere.
La strana prole del cardinale Guzman è l’ultimo romanzo della Trilogia latino-americana, essendo preceduto da e concatenato a Don Emmanuel e la guerra delle bacche e a Señor Vivo & il Coca Lord. Prima di diventare scrittore, de Bernières ha tra l’altro vissuto in Colombia facendo l’insegnante di inglese, ed è da questo periodo della sua vita, dalla vicinanza anche fisica con Gabriel García Márquez che ha indubbiamente tratto l’ispirazione per scrivere la trilogia. I luoghi del romanzo, infatti, ed anche alcuni personaggi, pur essendo in gran parte frutto della fantasia dell’autore richiamano spesso esplicitamente contesti colombiani.
Le vicende narrate nel romanzo sono complicate e contengono numerosi rimandi ai capitoli precedenti della trilogia, cosicché a volte non è facile per il lettore districarsi tra le cose che lo scrittore dà per scontate essendo riferite ad avvenimenti già narrati.
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Il capolavoro destinato a generare un capolavoro del tutto diverso

BarryLyndonRecensione di Le memorie di Barry Lyndon, di William Makepeace Thackeray

Fazi, Tascabili, 2003

Considero Barry Lyndon di Stanley Kubrick uno dei capolavori assoluti della cinematografia. Da quando uscì, nel lontano 1975, l’ho visto, o meglio l’ho assorbito numerose volte, sia nelle sale cinematografiche sia in casa, avvalendomi in questi ultimi casi di mezzi, videocassetta VHS prima e DVD poi, che pur mortificandone, complice il piccolo schermo, la magnificenza estetica non riuscivano a scalfire la bellezza complessiva del film, fatta non solo della leggendaria fotografia, ma anche di una sceneggiatura perfetta e di una colonna sonora indimenticabile. L’ultima volta che mi sono immerso nei suoi colori e nelle sue musiche è stato qualche anno fa, in occasione dell’uscita della versione restaurata: era, se non ricordo male, pieno dicembre, e la sala non era riscaldata. Non appena le luci si spensero e la Sarabanda di Haendel annunciò i titoli di testa il freddo pungente da cui cercavo di difendermi indossando piumino, sciarpa e cappello scomparve, ed ancora una volta fui rapito da un piacere ineffabile, reso ancora più sottile dall’attesa di scene ed episodi che credevo di conoscere alla perfezione ma che, come ogni altra volta, mi regalavano nuovi particolari, nuovi punti di vista, nuove prove dell’indiscusso genio del regista.
Pochi altri film esercitano su di me un fascino così forte: Morte a Venezia e Ludwig di Visconti, Querelle de Brest di Fassbinder, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e La classe operaia va in paradiso di Petri. Amo moltissime altre opere cinematografiche, ma questi sono i miei film, quelli che hanno segnato la mia vita.
Ecco che quindi aprire finalmente il volume di Fazi con in copertina The blue boy di Thomas Gainsborough (per la verità una riproduzione troppo contrastata del dipinto) e iniziare a leggere il romanzo di William M. Thackeray dal quale il film di Kubrick è tratto ha rappresentato per me un momento importante. Forse per la prima volta nel caso di romanzi dai quali sono stati ricavati film consideravo l’opera letteraria, l’originale, quasi come un supporto di quella derivata, una sorta di appendice pregressa del film oggetto della mia venerazione.
Ho iniziato quindi il romanzo con l’intento più o meno conscio di leggerlo in funzione del film: la mia curiosità era soprattutto incentrata sulla possibilità di capire quali elementi del romanzo avessero più di altri ispirato Kubrick, e perché tra tanti capolavori del romanzo sette-ottocentesco britannico in grado di restituirci l’atmosfera di un’epoca avesse scelto proprio questo, non certo il più noto (almeno sino ad allora) tra quelli di un autore conosciuto soprattutto per Vanity Fair.
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Un collage unico, postmoderno, o semplicemente “Gormenghastly”

gormenghastRecensione di Gormenghast, di Mervin Peake

Adelphi, Biblioteca, 2005

Questo libro è innanzitutto una confessione della mia ignoranza letteraria. Quando nel lontano 2006 entrò nella mia biblioteca casalinga, lo scelsi, presumo, essenzialmente per due ragioni: la prima era che si trattava di un titolo della Biblioteca Adelphi, che allora consideravo, con una certa dose di acriticità, la migliore collana per scoprire autori sino ad allora a me sconosciuti del primo novecento. La seconda ragione fu la lettura frettolosa della breve nota biografica sull’autore nel risguardo di copertina: Mervyn Peake, autore di cui ignoravo totalmente l’esistenza, era nato nel 1911 e aveva pubblicato la sua prima opera nel 1941: anche se non soddisfaceva appieno i criteri di selezione che mi ero dato rispetto alle mie letture, si trattava di un autore con solide radici nell’anteguerra. Poteva quindi valere la pena di acquistare quel grosso tomo rosso con un titolo incomprensibile.
Nella fretta, non mi ero spinto a leggere entrambi i risguardi, dai quali avrei potuto trarre due elementi che forse avrebbero orientato diversamente la mia scelta: Gormenghast era un romanzo di ambientazione fantasy, quindi teoricamente lontano dai miei interessi letterari, e si trattava del secondo capitolo di una trilogia che ovviamente sarebbe stato meglio leggere dall’inizio.
La mia completa ignoranza sull’autore e sulla sua opera sono rimaste tali sino a quando, poche settimane fa, ho preso in mano il volume e come prima cosa ho letto con maggiore attenzione le brevi note in copertina, con il risultato di sfogliare le prime pagine armato di non poco scetticismo, che tuttavia si è in breve sciolto come neve al sole davanti ai molti pregi del romanzo.
Riguardo alla sua ambientazione, non posso che confermare quanto affermato da numerose recensioni e critiche che ho reperito in rete: anche se formalmente ci sono molti elementi per poter definire il romanzo (e la trilogia) come appartenenti al genere fantasy – i luoghi immaginari, l’epoca indefinita – ne mancano altrettanti, forse più importanti, per poterlo costringere entro i canoni del genere: in Gormenghast non ci sono maghi, gnomi, eroi invincibili, eventi inspiegabili: nell’immenso labirinto muscoso e cadente del castello e nei suoi dintorni si muovono solo donne e uomini in carne ed ossa, la cui personalità e le cui sfaccettature psicologiche sono spesso messe in risalto e alla berlina dall’autore facendo ricorso al grottesco e alla caricatura (a partire dai nomi, elemento narrativo sul quale è d’obbligo tornare) secondo una tradizione narrativa che in Gran Bretagna ha solide basi.
Il fatto poi che Gormenghast sia il secondo capitolo della trilogia che si apre con Tito di Gormenghast indubbiamente può costituire un limite per la comprensione di alcune vicende, ma il lettore incauto è aiutato sia dal riassunto della puntata precedente che Peake fa nel primo capitolo, sia dalla possibilità di trovare in rete trame più o meno esaustive di Tito di Gormenghast. Quindi, posso dire a ragion veduta che, anche se sarebbe ovviamente meglio seguire l’ordine logico della trilogia, dopo pochi capitoli ci si può orientare abbastanza agevolmente nella accidentata geografia dei numerosi personaggi di questo romanzo.
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L’amore all’alba della modernità

TristanoeIsottaRecensione di Tristano e Isotta, di Thomas

Garzanti, i grandi libri, 2005

La lettura di Tristano e Isotta di Thomas d’Inghilterra può risultare sicuramente un’esperienza incompleta, se non è accompagnata da uno sforzo di documentazione sul mito dei due amanti e sul suo sviluppo nella storia della letteratura ed in generale della cultura europea. Questo ulteriore sforzo chiesto al lettore è necessario almeno per due motivi: il primo è che il testo di Thomas è lacunoso, ed i circa tremila versi che ci rimangono, rappresentando come sembra circa un sesto dell’opera originaria, non riescono da soli, nonostante si siano salvate parti molto significative, a rendere appieno conto della complessità della vicenda; il secondo motivo è che la vicenda di Tristano e Isotta ha origini molto più antiche del poema di Thomas, ed ha accompagnato costantemente la cultura europea sino ai giorni nostri, venendo ripresa e declinata in infinite varianti, tanto da costituire uno dei suoi miti fondanti, al pari di quello di Faust o di numerosi miti di origine greca. Il poema di Thomas è quindi solo un tassello, anche se uno dei più importanti, di una vicenda letteraria e culturale che ha assunto nel corso dei secoli sfaccettature molto diversificate, cui bisogna necessariamente far riferimento non solo per contestualizzarla, ma anche per comprenderla. Mai come in questo caso, quindi, è necessario quantomeno accompagnare la lettura del testo con quella attenta della bella ma non facile prefazione di Fabio Troncarelli, traduttore del poema e curatore del volume, che ci introduce sapientemente nel mondo che ha generato il mito dei due infelici amanti e ci guida nei suoi sviluppi lungo i secoli.
Di Thomas sappiamo pochissimo: era un chierico, che visse alla corte londinese di Enrico II Plantageneto e di sua moglie Eleonora d’Aquitania. Enrico, il re che avrebbe fatto assassinare Thomas Becket, fu un grande riformatore, e tenne in grande considerazione la cultura e le arti. Probabilmente Thomas scrisse Tristano e Isotta per la regina Eleonora attorno agli anni ‘60 del XII secolo. L’origine di corte, quindi cortese, del poema di Thomas lo differenzia dal precedente da noi conosciuto, quello di Béroul, definito primitivo o volgare, in quanto Thomas accentua, anche attraverso interventi diretti nelle vicende, le riflessioni sull’amore come sentimento irrazionale e sublima gli aspetti più carnali del rapporto tra i due amanti.
I frammenti del poema di Thomas che ci restano sono suddivisi in cinque episodi molto diversi quanto a lunghezza, che riguardano la parte finale delle vicende dei due amanti. Essi vanno incastonati, per essere compresi appieno, nell’insieme della storia, come può essere riassunta facendo ricorso alle varie opere, più o meno antiche, che la narrano.
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Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore”

LAmicoRitrovato Recensione de L’amico ritrovato, di Fred Uhlman

Feltrinelli, Universale economica, 2003

L’amico ritrovato è senza dubbio l’opera più celebre di Fred Uhlman, autore tedesco naturalizzato britannico, sorta di scrittore dilettante (la sua professione principale essendo quella di avvocato) attivo nella seconda metà del secolo scorso.
Nato nel 1901 a Stoccarda in una agiata famiglia della borghesia ebraica, Uhlman lasciò la Germania pochi mesi dopo l’avvento al potere del nazismo, approdando dopo varie peripezie a Londra nel 1938, dove tra l’altro fondò una associazione culturale tedesca di cui fecero parte tra gli altri anche Oskar Kokoschka e Stefan Zweig, associazione da cui si discostò quando assunse connotati comunisti. Fu anche un apprezzato pittore e grande collezionista di arte africana. L’amico ritrovato uscì nel 1971, divenendo negli anni un piccolo classico della narrativa inerente il nazismo: è un breve romanzo, o meglio una lunga novella, primo capitolo della Trilogia del ritorno, comprendente anche Un’anima non vile e Niente resurrezioni, per favore.
Va subito detto che il mio giudizio critico sull’opera è forse monco, perché essa andrebbe probabilmente letta e valutata insieme al secondo capitolo della trilogia, che narra le stesse vicende viste con gli occhi del secondo protagonista, Konradin von Hohenfels.
La novella narra dell’amicizia tra due ragazzi sedicenni nella Stoccarda del 1932: Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo, e appunto Konradin von Hohenfels, giovane rampollo di una delle più nobili ed antiche famiglie tedesche. Hans, dietro il quale è facile scoprire l’autore, narra in prima persona della sua amicizia giovanile con Konradin, quando negli anni ‘60 ormai da decenni vive a New York essendo diventato un affermato avvocato.
Nel febbraio del 1932 Konradin entra nella classe del liceo frequentato da Hans. Entrambi i ragazzi sono timidi e non legano con gli altri compagni di classe, troppo rozzi o troppo affettati per suscitare il loro interesse. Hans è affascinato da ciò che Konradin rappresenta, dalla storia quasi millenaria della sua famiglia, e cerca di attirare in vari modi la sua attenzione: finalmente un giorno fanno insieme la strada verso casa e diventano amici, scoprendo di condividere la passione per il collezionismo di monete e reperti antichi. Per alcuni mesi i due ragazzi si limitano a vedersi a scuola, poi un giorno Hans invita Konradin a casa sua: mentre la madre di Hans accoglie l’amico del figlio con una spontanea tenerezza materna, il padre, veterano e decorato della prima guerra mondiale, si rende ridicolo trattando Konradin con un inopportuno cameratismo militaresco da cui traspare un evidente senso di inferiorità sociale e gerarchica nei confronti del rampollo della famiglia illustre. Continua a leggere “Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore””

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Vivace e piacevole, ma che distanza da Dickens

LeTorridiBarchesterRecensione de Le torri di Barchester, di Anthony Trollope

Sellerio, La memoria, 2004

Il metodo di lettura che ho adottato, secondo il quale leggo i libri della mia biblioteca in ordine cronologico di acquisto, mi ha portato ad affrontare i romanzi di Anthony Trollope a partire dal secondo titolo delle Cronache del Barsetshire, il ciclo di sei romanzi che fecero la fortuna di questo prolifico autore vittoriano. L’editoria italiana, che nel secolo scorso aveva dedicato una attenzione tutto sommato marginale a Trollope, lo ha riscoperto soprattutto grazie a Sellerio, che a partire dal decennio scorso ha proposto nella sua collana di punta, La memoria, l’intero ciclo delle Cronache del Barsetshire, oltre ad alcuni altri suoi romanzi; a seguire, anche altre case editrici hanno pubblicato racconti e romanzi di Trollope, così che oggi è possibile reperire in libreria un campionario sufficientemente rappresentativo della sua opera. Va detto subito che nel ciclo ciascun romanzo è compiuto in sé, cosicché non è imprescindibile per il lettore seguire l’ordine originale di pubblicazione dei sei romanzi che lo compongono. È pur vero che ne Le torri di Barchester si incontrano molti personaggi che già apparivano nel precedente L’amministratore, ma poche note a piè di pagina sono sufficienti ad illustrare i labili rimandi e richiami al primo romanzo. Ciò, unito al fatto che a detta di molti Le torri di Barchester è il romanzo migliore delle Cronache, giustifica una sua lettura anche solitaria.
Prima di analizzare il romanzo è però comunque necessario accennare alla cornice in cui è immerso, vale a dire l’immaginaria contea del Barsetshire nella quale Trollope ambienta l’intero ciclo, perché questa ambientazione è a mio avviso essenziale per penetrare la poetica dell’autore.
Il Barsetshire è una contea rurale del sud dell’Inghilterra, il cui capoluogo, Barchester, è il centro delle vicende che si svolgono nei sei romanzi di Trollope. Trollope ne immagina la geografia fisica e sociale con estrema minuzia, così che il lettore familiarizza con i punti focali della vita di Barchester, – su tutti i luoghi del potere ecclesiastico come la cattedrale e il decanato – e con le parrocchie dei dintorni, e familiarizza anche con la struttura sociale della contea, i proprietari terrieri, gli imprenditori e soprattutto gli esponenti della chiesa anglicana, principali protagonisti delle vicende narrate nei sei romanzi. Questa ambientazione rurale permette di stabilire ed analizzare alcuni intriganti parallelismi. Il primo è con l’autore che, ritengo, a ogni lettore ronzi per così dire nell’orecchio leggendo Trollope, vale a dire Charles Dickens. Molte sono infatti le analogie tra questi due scrittori: quasi contemporanei – Dickens inizia a pubblicare una decina di anni prima di Trollope, ma alcuni dei suoi più significativi romanzi escono negli stessi anni delle Cronache del Barsetshire – entrambi gli autori si occupano nelle loro opere della struttura sociale dei tempi in cui vivevano, sottoponendola a critica attraverso l’arma dell’ironia e della satira. Entrambi, poi, sono tipici rappresentanti dell’industria culturale nascente in quei decenni in Gran Bretagna, e la loro opera molto deve alla necessità di soddisfare le esigenze del pubblico a cui si rivolgevano. Continua a leggere “Vivace e piacevole, ma che distanza da Dickens”

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Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario

LoroeIoRecensione di Loro e io, di Jerome Klapka Jerome

Rizzoli, SuperBUR classici, 2002

Vi sono scrittori che si identificano in un solo libro. È forse il caso di Jerome Klapka Jerome, che fu giornalista e autore di numerosi romanzi, per lo più umoristici, ma che vede la sua fama indissolubilmente legata al più famoso tra questi, Tre uomini in barca (per non parlar del cane), che ancora oggi è considerato un classico dell’umorismo di tutti i tempi.
Per la verità anche altre opere dell’autore inglese sono edite ai nostri giorni, ma è indubbio che l’ingombrante capolavoro costituisca di gran lunga il medium attraverso il quale il grande pubblico si accosta a Jerome, anche perché il resto della sua produzione letteraria non raggiunge, a detta della critica, le vette umoristiche toccate nel suo piccolo capolavoro.
Tra le opere minori di Jerome una certa attenzione editoriale, anche nel nostro Paese, è stata dedicata a Loro e io, romanzo del 1909, scritto quindi vent’anni dopo Tre uomini in barca, quando l’autore, cinquantenne, si era ormai affermato proprio a causa del clamoroso successo anche internazionale di tale romanzo, cui per la verità non ne era seguìto di analogo per le sue opere successive.
Come spesso accade nelle opere di Jerome, Loro e io è scritto in prima persona. Il narratore è scopertamente l’autore stesso: si tratta infatti di uno scrittore umoristico cinquantenne, sposato con Ethelbertha e padre di tre rampolli, che acquista una casa in campagna. Il rapporto tra il padre e i figli, i cambiamenti nella vita della famiglia che questo trasloco comporta, il nuovo ambiente e le nuove conoscenze, i piccoli inconvenienti derivanti dal doversi adattare alla nuova realtà sono altrettanti spunti umoristici che Jerome sviluppa con il consueto garbo e con una prosa che, anziché indurre al riso a volte sfrenato come accade in Tre uomini in barca, qui porta il lettore tuttalpiù verso il sorriso.
Il padre narratore e i tre figli sono i protagonisti assoluti attorno a cui ruota tutto il romanzo, come si può dedurre anche dal suo titolo. Il maggiore è Dick, ventunenne che studia svogliatamente a Cambridge. Di poco più giovane di lui è Robina, avviata ad un futuro di moglie messo però in dubbio dalla sua personalità in qualche modo irrequieta e ribelle. Infine c’è Veronica, di nove anni, che vive come un sopruso il suo stato infantile e la cui logica ingenua ma ferrea è in grado di mandare in crisi le convenzioni cui è sottoposta per il suo essere la più piccola della famiglia. Continua a leggere “Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario”

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Il gelido neonaturalismo di una scrittrice vittima delle mode culturali

UnghiaRecensione di Unghia, di Laura Hird

Einaudi, I coralli, 1999

Ho il sospetto che questo volume con il quale Einaudi ha pubblicato nel 1999 il primo lavoro di Laura Hird, apparso in Gran Bretagna due anni prima, sia innanzitutto il frutto di una operazione commerciale. Vediamo perché. Nel 1996 esce Trainspotting, film tratto dal primo romanzo di un autore scozzese sino ad allora poco conosciuto in Italia, Irvine Welsh. Il film narra l’epico degrado esistenziale di un gruppo di giovani nella Edimburgo degli anni ’80, quelli del tatcherismo imperante, e ha un successo mondiale. Contemporaneamente all’uscita del film, TEA pubblica l’omonimo romanzo: in quello scorcio di anni ’90 i giovani delle periferie scozzesi diventano l’emblema – per la verità spesso ben confezionato ad uso della cultura popolare – del disagio e della mancanza di valori verso cui la società liberista sta spingendo le giovani generazioni. Insomma, la Scozia tira. Welsh non è un narratore isolato: accanto a lui si segnalano altri giovani narratori, più o meno talentuosi. Perché non cavalcare l’onda, si devono essere chiesti in Einaudi? Purtroppo il nome più celebrato è già impegnato con un’altra casa editrice, ma si può sempre lanciare qualche epigono, e Laura Hird – di cui l’anno prima lo stesso Einaudi ha pubblicato un racconto nell’ambito di una antologia di nuovi autori scozzesi – è perfetta, tanto più che la sua pubblicazione in Italia viene sovvenzionata da The Scottish Art Council. L’opera prima di Hird esce quindi nientemeno che nella collana I Coralli, che anche se da anni non è più quella segnata da Pavese, rappresenta comunque la vetrina più prestigiosa della casa editrice per gli scrittori contemporanei. Ma le parole d’ordine dell’industria culturale cambiano in fretta, e così poco dopo le storie dei giovani scozzesi pieni di alcool e droga cessano di essere oggetto dell’attenzione generale: Einaudi quindi non pubblicherà più nulla di Laura Hird, che per la verità a sua volta non si segnala per prolificità di scrittura. L’unica altra fugace apparizione di questa autrice in Italia, oltre un contributo in un altro volume antologico, è dovuto a Newton & Compton, che nel 2008 pubblica la traduzione della sua seconda opera, Born free (1999), con l’orrendo titolo Sesso, Prozac e Playstation.
Leggere oggi questi racconti rischia quindi di farci cadere in un pregiudizio, quello di trovarci di fronte ad una letteratura figlia di una moda culturale passeggera, ormai sepolta sotto il tanto altro nulla venuto dopo. Se in parte è così, se nelle storie della Hird possiamo trovare atmosfere fortemente legate al periodo storico che ha segnato il volgere del millennio, ed anche tipicamente connesse alla geografia urbana e culturale delle periferie scozzesi, va detto subito che – stante il fatto che i fondamentali della società occidentale non sono nel frattempo cambiati, anzi si sono drammaticamente consolidati portando con sé la più grave crisi economica dal dopoguerra – questi racconti conservano una loro scottante attualità, sia pure con i limiti strutturali che personalmente vi ravviso. Continua a leggere “Il gelido neonaturalismo di una scrittrice vittima delle mode culturali”