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No, non è la gelosia…

OtelloRecensione di Otello, di William Shakespeare

Feltrinelli, Universale economica – I classici, 2003

“Io non sono quel che sono”, dice Iago all’inizio della tragedia, e a parer mio questa sentenza è la chiave del dramma del Moro di Venezia. Otello è infatti la tragedia di come i fatti possano essere resi diversi da ciò che sono, grazie al potere mistificatore del linguaggio ed all’incapacità di percepire i fatti come realmente accadono quando qualcuno si assume il compito di interpretarli per noi. Otello è anche il dramma di chi, per insufficiente capacità critica, si lascia soggiogare dalle opinioni altrui, anche quando queste sono palesemente contrarie all’evidenza e portano all’autodistruzione. Otello non è quindi solo un dramma della gelosia: direi anzi che la gelosia è solo un pretesto, un argomento utilizzato da Shakespeare, in quanto sentimento facilmente comprensibile dal pubblico, per esemplificare i danni che l’uso distorto e fazioso del linguaggio può provocare all’uomo e alla società.
Shakespeare scrive Otello nei primi anni del XVII secolo, dopo avere già creato opere come Giulio Cesare e Amleto e subito prima di Re Lear e Macbeth. Siamo nel pieno della maturità artistica del Bardo, nel cuore dei drammi dialettici, caratterizzati dall’indagine dell’agire umano e di come questo sia condizionato da concreti fattori sociali, relazionali e psicologici. Siamo nel pieno di quella fase produttiva che ci consegna un autore ormai andato ben al di là della pure brillantissima interpretazione del teatro elisabettiano per approdare alle rive della modernità, nella quale i personaggi agiscono come individui, immersi in un corpo sociale e relazionale con cui si confrontano dialetticamente, piuttosto che essere soggetti passivi dell’agire del fato.
Ritengo opportuno ribadire che questa evoluzione della poetica shakespeariana non avviene – a mio avviso – per una astratta evoluzione dell’estro artistico del poeta, ma è il frutto diretto ed inevitabile dei convulsi cambiamenti della società in cui il poeta viveva, caratterizzati dalla spinta sempre più forte della borghesia per assumere il potere, spinta che di lì a pochi anni avrebbe portato alla rivoluzione cromwelliana. L’individuo, con le sue capacità di fare e di decidere il proprio destino è, come possiamo constatare ancora oggi, il caposaldo principale dell’ideologia capitalistica borghese, che all’inizio del XVII secolo in Gran Bretagna stava spazzando via i resti della decrepita organizzazione sociale e culturale feudale: la assoluta grandezza di un autore come Shakespeare sta essenzialmente nell’aver saputo interpretare questo passaggio, cogliendone anche in anteprima, se così si può dire, le contraddizioni, divenendo di fatto uno (forse il maggiore) dei padri nobili della letteratura della crisi di trecento anni posteriore. Continua a leggere “No, non è la gelosia…”

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La svolta del Bardo verso la modernità

GiulioCesareRecensione di Giulio Cesare, di William Shakespeare

Feltrinelli, Universale economica – I classici, 2000

In una mia precedente recensione ho affermato che leggere opere teatrali è esercizio in genere più complesso rispetto alla lettura di opere letterarie propriamente dette, in quanto l’opera teatrale è solo in parte un’opera scritta, e per essere gustata appieno deve passare attraverso la mediazione della rappresentazione, cui il testo scritto è funzionale.
Non so se questo sia completamente vero per le opere teatrali di William Shakespeare, in quanto queste hanno nel corso dei secoli assunto una tale importanza letteraria da acquisire una sorta di autonomia rispetto alla loro rappresentazione in teatro: siamo infatti oggi forse più abituati a leggere Shakespeare che a vederlo a teatro. Indubbiamente, però, le commedie e le tragedie shakespeariane sono nate prima di tutto sulla scena, ed è ancora oggi sulla scena che si possono offrire a noi completamente. Il loro essere tuttavia, quanto a testo scritto, quasi unicamente costituite da dialoghi tra i vari personaggi e monologhi, quindi pressoché prive di indicazioni sceniche da parte dell’autore, da un lato le rende indubbiamente più compatte e dirette nei confronti del lettore, dall’altro accentua le possibilità interpretative di registi ed attori, che sono pressoché liberi di arricchire secondo la loro sensibilità i testi shakespeariani degli elementi di contorno che, oltre al testo, rendono tale un’opera teatrale. Questa libertà interpretativa non può che accentuare il distacco tra il testo e la sua rappresentazione, rispetto a quanto accade per altre opere teatrali, soprattutto moderne, più puntigliose nel fornire elementi scenici che guidino l’interpretazione teatrale.
Per questo autore, quindi – ma credo che ciò valga in generale per gli autori teatrali antichi – ritengo si possa dire che la critica letteraria, se indubbiamente analizza solo una parte della complessità dell’opera come concepita dall’autore, può comunque in qualche modo legittimamente astrarsi dal fatto che l’oggetto cui si rivolge non sia stato destinato dall’autore ad essere letto ma ad essere rappresentato. Continua a leggere “La svolta del Bardo verso la modernità”

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La maturità, meno esplosiva, del grande drammaturgo

TeatroPinter2Recensione di Teatro – Volume secondo, di Harold Pinter

Einaudi, Tascabili, 1996

Questo secondo volume Einaudi sul teatro di Harold Pinter permette di conoscere la produzione drammaturgica più significativa della maturità dell’autore, di un lungo periodo creativo che va dal 1962 sino all’inizio degli anni ‘90.
La suddivisione in due volumi di questa proposta editoriale trova infatti riscontro nella diversità di argomenti trattati e di tono che caratterizzano le commedie qui proposte rispetto a quelle riportate nel volume precedente. Formalmente gli elementi del pinteresque ci sono tutti: l’ambientazione in spazi chiusi (nessuna delle scene dei tredici lavori di cui si compongono i due volumi si svolge all’aperto), l’alternanza di dialoghi serrati e monologhi più o meno lunghi, il ruolo determinante svolto dalle pause di silenzio. Pinter però abbandona definitivamente i toni del teatro dell’assurdo, della commedia della minaccia che avevano caratterizzato la sua produzione giovanile, e – proseguendo e diversificando un’evoluzione tematica già preannunciata nell’ultima commedia del primo volume, Il guardiano, porta il suo teatro verso una dimensione più mainstream, con testi a mio avviso meno originali e potenti, affrontando temi anche privati, a volte più afferenti alla commedia di costume ed altre volte più scopertamente politici, legati alla denuncia dei meccanismi del potere o dell’oppressione dei popoli, rasentando tuttavia in questo caso la tendenza ad essere sottilmente didascalico. Siamo comunque sempre nell’ambito del grande teatro, ma è a mio modo di vedere indubbio che la maturità di Pinter lo abbia visto – forse per il mutare della situazione culturale e sociale in cui era immerso, forse per l’esaurirsi del filone creativo giovanile, forse anche perché l’autore aveva nel frattempo acquisito quella ufficialità che lo porterà al premio Nobel – approdare verso lidi più tranquilli e forse scontati, perdere quella capacità di mostrarci il lato oscuro della società e dell’esistenza attraverso l’apparente assurdità della normalità. Continua a leggere “La maturità, meno esplosiva, del grande drammaturgo”

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Il mondo minaccioso e assurdo del primo Pinter (con banali riflessioni su leggere il teatro)

TeatroPinterRecensione di Teatro – Volume primo, di Harold Pinter

Einaudi, Tascabili, 1996

La lettura di opere teatrali è un’esperienza profondamente diversa rispetto alla lettura di un’opera letteraria vera e propria. Mentre infatti il testo letterario nasce per essere letto, il testo teatrale viene concepito per essere rappresentato, e la sua semplice lettura, disgiunta dalla regia e dalla recitazione, riesce difficilmente a svelarne tutta la potenziale ricchezza e complessità: analogamente si potrebbe dire dell’esperienza di chi legga lo spartito di un’opera musicale in luogo di ascoltarne l’esecuzione.
Per forza di cose, inoltre, il testo teatrale si presenta in genere scarno: oltre alle più o meno accurate indicazioni di scena e della descrizione dei personaggi, si compone essenzialmente di frasi dette da questi ultimi, mancando all’autore teatrale la possibilità di contestualizzare queste ultime tramite riflessioni, pensieri, descrizioni ambientali ed in genere tutto ciò che accompagna l’azione in un romanzo o in un racconto. Questi elementi devono quindi essere in qualche modo suggeriti, devono evidenziarsi implicitamente, e ciò solo in parte può avvenire per mezzo della lettura, assumendo grande importanza in questo senso gli altri elementi che compongono l’opera, in particolare come detto regia ed interpretazione. Da ciò deriva un interessante, ancorché banale, corollario: mentre l’opera letteraria procura sensazioni che in qualche modo potremmo definire univoche per ciascun lettore, determinate dal rapporto immediato tra l’autore e il lettore stesso, l’opera teatrale, essendo la sua recezione completa mediata da strati interpretativi che si sovrappongono a quelli dell’autore, può procurare allo spettatore sensazioni e riflessioni diverse a seconda di come questi strati si rapportano con il testo, di come lo esplicitano in forma teatrale.
Per leggere correttamente un testo teatrale sarebbe quindi necessario porsi nell’ottica di un regista che si pone l’obiettivo di rappresentarlo, ponendo particolare attenzione non solo al testo vero e proprio, ma anche a tutti quei segni, espliciti o impliciti, che l’autore dissemina nel testo stesso, quali le ambientazioni e il ritmo che l’autore imprime al testo, tanto per citarne alcuni. Non essendo ovviamente semplice acquisire questo occhio da regista da parte di chi non lo è, ne deriva che la lettura di un testo teatrale è esercizio complesso, richiedendo in genere uno sforzo immaginativo e di elaborazione superiore rispetto alla lettura come detto immediata di un testo letterario propriamente detto. Un utilissimo esercizio, a mio modo di vedere, è rileggere il testo dopo essere giunti alla fine, perché ancor più che in un’opera letteraria ciò può rendere possibile, una volta saputo come va a finire, rivedere con occhi nuovi lo svolgimento dell’azione scenica.
Tutto quanto detto assume contorni differenziati a seconda degli autori: mentre alcuni infatti guidano l’interpretazione con una dovizia di indicazioni accessorie che in qualche modo aiutano il lettore a costruirsi un quadro di riferimento, altri fanno della scarsità di indicazioni a supporto dei dialoghi un tratto caratterizzante il loro teatro, un elemento avente un preciso significato interpretativo. Continua a leggere “Il mondo minaccioso e assurdo del primo Pinter (con banali riflessioni su leggere il teatro)”

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La plastica dimostrazione che “Arte per l’Arte” è contraddizione in termini

RitrattiImmaginariRecensione di Ritratti immaginari, di Walter Pater

Adelphi, Piccola Biblioteca, 1994

Il nome di Walter Pater oggi probabilmente non dice molto al lettore italiano. Eppure Pater è autore importante, che si dovrebbe a ragione accostare a molti altri più celebrati scrittori quanto a capacità di essere uno dei maggiori rappresentanti della transizione della produzione letteraria da stilemi e tematiche tipicamente ottocentesche al confuso e contraddittorio magma letterario che segnerà i primi decenni del nuovo secolo. Oscar Wilde, di cui fu amico, lo chiamava grande maestro, e non senza ragione, in quanto Pater fu l’antesignano dell’estetismo in letteratura.
Una delle ragioni della scarsa notorietà di Pater sta nel fatto che buona parte della sua opera è composta di saggi critici sull’arte e sulla filosofia; anche i suoi pochi titoli ascrivibili alla narrativa sono in realtà intrisi di considerazioni di carattere filosofico e critico, e non sono sicuramente una lettura facile. Pubblicò in vita un solo romanzo, Mario l’Epicureo, mentre un secondo (Gaston de Latour) uscì dopo la sua morte, avvenuta nel 1894. Alcuni anni prima aveva pubblicato un volume nel quale erano raccolti quattro racconti, dal titolo Imaginary portraits. Questo volume oggi – come la gran parte delle opere di Pater – non disponibile in libreria, ci propone oltre ai quattro Ritratti immaginari altri due racconti di Pater, dei quali il primo, Apollo in Piccardia, del 1893, mentre l’ultimo, Il fanciullo nella casa, risalente al 1878. Questa scelta, che non rispetta l’ordine cronologico di uscita dei testi – con conseguenze a mio avviso non indifferenti sulla loro interpretabilità complessiva – e che tralascia di proporci altri due testi di Pater assimilabili ai Ritratti immaginari, la dobbiamo alla personalità del curatore, Mario Praz, uno dei più prestigiosi ma anche più controversi anglisti italiani, portatore di una visione elitaria, oserei dire iniziatica dell’opera letteraria e della sua critica. Questa visione, che ben si accompagna alle convinzioni politiche autoritarie di cui Praz era portatore, si ritrova nella decisione di non riportare nel volume, come detto, due ritratti con la seguente motivazione: “… perché non permettono di classificar[li]…, pur così ricchi di pagine sottili e affascinanti, tra le opere più armoniose del Pater.” Con rispetto mi permetto di chiedere se non sarebbe stato meglio lasciar decidere al lettore quali ritratti del Pater reputare più o meno armoniosi. Continua a leggere “La plastica dimostrazione che “Arte per l’Arte” è contraddizione in termini”

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Buoni spunti mal sviluppati, ovvero come fu che l’antiHolmes restò inespresso

IlVecchionellAngoloRecensione de Il vecchio nell’angolo, di Emma Orczy

Sellerio, La memoria, 1996

La fama della Baronessa Emma Orczy, il cui nome completo era Emma Magdolna Rozália Mária Jozefa Borbála Emmuska Orczy de Orci, è legata a quella del suo personaggio letterario più famoso: la Primula Rossa, uno degli eroi per antonomasia della letteratura d’appendice di inizio ‘900. Tra il 1905 e il 1940 furono pubblicati con grande successo una dozzina di romanzi centrati su questo personaggio, un insospettabile damerino inglese che si trasforma nell’implacabile giustiziere che salva i nobili francesi dalla ghigliottina durante il periodo del cosiddetto Terrore rivoluzionario.
La Primula Rossa, personaggio tanto famoso da essere divenuto nella nostra lingua sinonimo di misterioso latitante in grado di beffare le forze dell’ordine, è oggi in realtà piuttosto dimenticato dalla nostra editoria, tanto che negli ultimi decenni si registra solo la pubblicazione di un volume per ragazzi: eppure credo che la riedizione dei più significativi romanzi aventi come protagonista l’inafferrabile nobiluomo sarebbe utile per comprendere il clima culturale inglese dei primi decenni del XX secolo, nel quale si colloca l’opera di Emma Orczy. Tra l’altro la Primula Rossa è sicuramente il prototipo di molti personaggi successivi, che hanno fortemente segnato la cultura popolare del XX secolo, da Zorro – tanto per citare un eroe televisivo caro alla mia generazione – a Superman a molti altri, tutti basati sulla idea di Emma Orczy di un personaggio apparentemente inetto ed impacciato capace di trasformarsi in impavido eroe a soccorso degli oppressi (?).
Il personaggio principale creato da questa scrittrice ci dice molto sulla sua personalità e sulle sue idee. Emma Orczy era una rappresentante dell’alta nobiltà agraria ungherese: nata nella seconda metà del XIX secolo, si trasferì adolescente in Inghilterra con la famiglia a causa delle rivolte dei contadini nelle tenute del padre. Divenne a tutti gli effetti britannica e nel 1894 sposò un pittore inglese, che la incoraggiò a pubblicare le sue opere. Fervente credente, fortemente reazionaria ed anticomunista, sosteneva convintamente la innata superiorità dell’aristocrazia così come l’imperialismo e il militarismo britannico; durante la prima guerra mondiale animò un’associazione di donne a sostegno dello sforzo bellico. Nella Primula Rossa, eroe reazionario, troviamo, traslati nella finzione del romanzo storico, tutti gli ideali dell’autrice, a partire dalla difesa dell’ancien régime nei confronti dell’usurpazione e del disordine rivoluzionario. Da questo punto di vista la Primula Rossa rappresenta forse l’operazione letteraria ideologicamente più scoperta volta a esorcizzare presso il pubblico piccolo-borghese e popolare cui si rivolgeva le inquietudini sociali che attraversavano all’epoca la società britannica ed europea in genere, proponendo la figura di un eroe positivo schierato in difesa di uno status quo inteso come intrinsecamente giusto e naturale. Continua a leggere “Buoni spunti mal sviluppati, ovvero come fu che l’antiHolmes restò inespresso”

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Postimpressionista o premodernista? Semplicemente un capolavoro a cavallo di due epoche

lordjimRecensione di Lord Jim, di Joseph Conrad

Feltrinelli, Universale economica – I classici, 2002

Per uno strano caso mi sono ritrovato a leggere in sequenza tre libri di letteratura inglese editi in un lasso di tempo piuttosto breve, tra il 1886 e il 1912: oltre al piccolo volume contenente tre racconti di Mary Cholmondeley, infatti, prima di Lord Jim ho affrontato Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle. Tutti e tre i libri contengono storie che potrebbero apparire di genere: storie che narrano di avventure, di viaggi in paesi esotici e sconosciuti, oppure storie di terrore. Tutti, infine, sono stati originariamente pubblicati su riviste a larga tiratura, anche se il Blackwood’s Edinburgh Magazine, sul quale apparve a puntate tra 1899 e 1900 (raramente date furono più simboliche) Lord Jim, era una rivista illustre, che aveva ospitato nel tempo autori del calibro di Shelley, Coleridge e Wordsworth, e non può quindi paragonarsi alle riviste popolari su cui pubblicavano Cholmondeley e Doyle.
Le somiglianze tra questi tre libri, però, finiscono qui. Altrove ho già fatto notare la distanza sia formale sia sostanziale che intercorre tra il romanzo di Doyle e i racconti di Cholmondeley: molta di più è possibile rinvenirne tra le opere di questi due autori e il romanzo di Conrad, a testimonianza della straordinaria ricchezza e varietà della letteratura britannica al passaggio tra XIX e XX secolo, della quale peraltro questa triade di autori rappresenta solo una minima parte. Questa distanza può essere espressa con una formulazione qualitativa, che è bene a mio avviso puntualizzare subito: mentre Il mondo perduto si eleva rispetto al romanzo di genere solo formalmente, e unicamente grazie all’abilità tecnica dell’autore, mentre ancora i racconti della Cholmondeley rappresentano sicuramente opere di un livello letterario molto buono, nel caso di Lord Jim ci troviamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro, ad uno dei (secondo me fortunatamente moltissimi) capisaldi della letteratura di tutti i tempi. Continua a leggere “Postimpressionista o premodernista? Semplicemente un capolavoro a cavallo di due epoche”

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La necessaria perpetuazione di un’ideologia superata dai fatti

ilmondoperdutoRecensione de Il mondo perduto, di Arthur Conan Doyle

Bompiani, Tascabili, 2002

La fama di Arthur Conan Doyle è indissolubilmente legata a quella del suo personaggio letterario più famoso: Sherlock Holmes. È così oggi, ma è stato così anche vivente l’autore, tanto che questi una volta disse di odiare il detective di Baker street perché era più famoso di lui, facendolo morire per poi essere costretto a resuscitarlo a furor di popolo (e probabilmente di editore).
In realtà Holmes compare in una parte non preponderante della vastissima produzione letteraria di questo autore, che scrisse numerosi romanzi e racconti di genere fantastico, di avventure, del mistero e del terrore, di ambientazione storica e medica (essendo – come il suo alter-ego letterario dottor Watson – laureato in medicina) nonché saggi sullo spiritismo, disciplina di cui si interessò verso la fine della sua vita.
Una gran parte di queste opere non è mai stata tradotta in italiano, e credo che se ne siano perse le tracce anche in Gran Bretagna, ma altre opere ci permettono di conoscere la produzione relativamente meno nota di Conan Doyle, scritta come detto anche con l’intento di affrancarsi dall’ingombrante detective. Continua a leggere “La necessaria perpetuazione di un’ideologia superata dai fatti”

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Il lato oscuro della realtà nei racconti di una scrittrice misconosciuta

gradinopiubassoRecensione de Il gradino più basso, di Mary Cholmondeley

Sellerio, La memoria, 2003

Questo piccolo volume di Sellerio (meno di 100 pagine compresa la bella postfazione della curatrice Benedetta Bini) mi ha riservato una piacevolissima sorpresa: quella di conoscere, sia pure attraverso tre soli brevi racconti, una autrice di cui si può dire che si siano perse le tracce, o meglio della quale, almeno nel nostro paese, le tracce non sono mai di fatto comparse.
Mary Cholmondeley (il cognome pare si pronunci all’incirca chumdly) non è probabilmente un’autrice imprescindibile, ma sicuramente dalla lettura di questi racconti emerge come scrittrice estremamente raffinata, che potrebbe forse occupare un posto non secondario nell’ambito di quel periodo cruciale per la letteratura britannica, ed in generale per la cultura mondiale, che segna il passaggio dal XIX al XX secolo. Purtroppo questo volumetto è l’unica traduzione di sue opere in italiano, a fronte di una produzione letteraria cospicua.
La sua biografia, così tipica della donna intellettuale del periodo vittoriano, può aiutarci ad avvicinare questa misconosciuta autrice. Continua a leggere “Il lato oscuro della realtà nei racconti di una scrittrice misconosciuta”