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Prima della Factory: l’alba della mercificazione del sesso

Recensione de Gli inquilini di Dirt Street, di Derek Raymond

Meridiano zero, Meridianonero, 2005

Con Gli inquilini di Dirt street ho fatto un salto indietro di oltre una dozzina d’anni nella produzione letteraria di Derek Raymond rispetto ad Aprile è il più crudele dei mesi – la sua opera da me precedentemente letta – approdando nel 1971, quando in realtà Derek Raymond non era ancora nato e l’autore si firmava con il suo vero nome di Robin Cook.
La distanza tra i due romanzi, che come vedremo è profonda, non si risolve tuttavia nel mero dato temporale o in quello per certi versi simbolico che siano firmati con nomi diversi, ma è pienamente comprensibile solo se si riflette sui profondi cambiamenti cui era andata incontro la società inglese – ed in generale quella occidentale – in quel cruciale lasso di tempo, che vide una autentica cesura culturale e politica separare gli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso dal decennio successivo.
Gli inquilini di Dirt street rappresenta l’ultima opera letteraria del primo Derek Raymond, quello che appunto non utilizzava ancora lo pseudonimo che lo avrebbe reso celebre. Negli anni che vanno dal 1962 al 1971 scrisse sei romanzi, dei quali il primo, The Crust on Its Uppers – che narra della discesa di un aristocratico negli inferi degli ambienti criminali della Londra del tempo – caratterizzato da una prosa che fa uso di uno slang duro e diretto, gli conferì successo di critica ma non di pubblico. Nelle opere successive si cimentò con tematiche distopiche e satiriche, e gli ultimi due romanzi di questo periodo hanno come sfondo la nascente industria del sesso, che aveva nel quartiere londinese di Soho il suo quartier generale. Sono tutti romanzi che, se non si possono definire propriamente autobiografici, traggono ispirazione dalle esperienze di vita dell’autore, che ricordiamo proveniva dalla classe agiata, da cui si distaccò presto per condurre una vita irregolare nella quale viaggiò molto ed esercitò mille mestieri, lambendo anche il mondo della malavita.
Protagonista de Gli inquilini di Dirt street è Johnny Eylau, rampollo quarantenne di una famiglia di antica nobiltà di origine mitteleuropea, ormai decaduta. Un padre suicida quando era ragazzo ed una madre che non gli ha mai dato un penny, Johnny è ormai sull’orlo dell’alcolismo e vive di lavori precari, ai margini della swinging London. Quando un giorno – a seguito della fine di una importante relazione – crolla, ubriaco fradicio, nella chiesa della parrocchia dell’antica proprietà di famiglia, da tempo venduta, viene soccorso dal vicario, Dick Aynsham, che lo invita a pranzo. Aynsham è sposato da diciotto anni con una donna cieca, Helen, ed ha due figli adolescenti che si stanno rapidamente incamminando sulla strada della droga e del teppismo urbano.
Tra Johnny ed Helen scocca immediatamente la scintilla, tanto che già nel pomeriggio, mentre il buon Dick riposa, i due fanno l’amore, o meglio scopano. Helen, sessualmente vorace, chiede a Johnny di portarla via da un marito pressoché impotente, che non la tocca da anni: vuole però anche fare una bella vita, e pretende che Johnny abbia almeno mille sterline prima di scappare con lui.
Entrano quindi in scena due personaggi che erano già comparsi nel precedente romanzo dell’autore, Atti privati in luoghi pubblici: Lord Michael Mendip e Viper (sic!) sono anch’essi rampolli della upper class: compagni di college di Eylau ad Eton, fanno affari d’oro nella nascente industria del sesso. Se in Atti privati in luoghi pubblici gestivano alcuni sexy shop, ora troviamo Viper, la mente imprenditoriale dei due, a capo della Amalgamated vices ltd. e di altre società che gestiscono numerosi bordelli tematici in tutta la Gran Bretagna, nei quali i servizi offerti sono ambientati in contesti storici od evocativi. Ora Viper intende aprirne un’altro Le petit Trianon, ambientato ai tempi di Luigi XVI e della rivoluzione francese, ed è alla ricerca del direttore, che dovrebbe interpretare il re e condurre la messinscena in costume in cui verranno coinvolti i clienti.
Viper offre il posto di lavoro a Johnny Eylau, che ha appena contattato il suo socio per chiedergli il prestito necessario a far sua Helen. Lo stipendio sarebbe molto buono, e Johnny supera le sue remore morali quando Helen si dichiara entusiasta della possibilità di lavorare nello stesso bordello interpretando Maria Antonietta; abbandona marito e figli per stare con Johnny ed i due vengono adeguatamente formati dalla Amalgamated vices ltd., entrando presto in servizio.
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Il manifesto del luogocomunismo noir

Recensione di Aprile è il più crudele dei mesi, di Derek Raymond

Meridiano zero, Sottozero, 2006

Quanto sono importanti i titoli per determinare la scelta di acquistare un libro? A giudicare dalla mia esperienza riguardo questo romanzo, molto. Parecchi anni fa, all’epoca in cui acquistavo prevalentemente su internet – pratica di fatto abbandonata per tentare di dare il mio contributo alla sopravvivenza delle piccole librerie indipendenti – mi imbattei in un volume pubblicato dalla piccola casa editrice Meridiano zero, intitolato Aprile è il più crudele dei mesi, che come noto è il famoso incipit di The Waste Land di T. S. Eliot. Incuriosito, lessi le note relative al volume, che parlavano di Derek Raymond, l’autore, come di uno scrittore di culto nell’ambito del noir. Decisi quindi di fare uno strappo alla regola autoimpostami di acquistare solo classici e la mia libreria si arricchì di alcuni volumi dell’autore britannico. Poco dopo lessi Il mio nome era Dora Suarez, considerato uno dei capolavori di Raymond, e devo dire che il ricordo che ne conservo è quello di un romanzo intenso e sicuramente coinvolgente, soprattutto per come l’autore mi fosse parso in grado di immergere il lettore nel clima di violenza estrema ma al contempo ordinaria della nostra società.
Quando Aprile è il più crudele dei mesi si è presentato sul mio tavolo per essere letto, ho quindi provato un brivido di gioia sottilmente perversa al pensiero di potermi di nuovo immergere nelle atmosfere cupe, disperate e violente di Derek Raymond: la delusione che ho provato è stata purtroppo molto forte, ed ora non so se in questa dozzina di anni è cambiata la mia percezione rispetto a ciò che leggo oppure se davvero Il mio nome era Dora Suarez si collochi su un altro livello letterario rispetto a questo romanzo. Mi sento comunque di affermare che, almeno dal mio punto di vista, Aprile è il più crudele dei mesi è poco più di un manifesto del luogocomunismo noir, nel quale l’autore rivela tutte le sue lacune quanto a capacità di rendere letterariamente gli assunti che stanno alla base della sua necessità di scrivere. Vediamo però innanzitutto chi era Derek Raymond, perché la sua biografia è quantomeno interessante.
Robert William Arthur Cook nacque nel 1931 a Londra in una famiglia facoltosa ed aristocratica; insofferente dell’atmosfera familiare, che possiamo facilmente immaginare formale e opprimente, scappa spesso di casa; a sedici anni abbandona il collegio di Eton, cui il padre lo aveva iscritto tre anni prima, e che più tardi definirà un incubatore di sodomia; non appena maggiorenne lascia definitivamente la famiglia, e per buona parte degli anni ‘50 vive a Londra, frequentando gli ambienti artistici off della capitale. Dopo brevi periodi a Parigi, in Marocco e in Spagna, dove viene arrestato per aver insultato Franco in un bar, torna a Londra nel 1960, dedicandosi a mille mestieri, tra i quali il tassista, il prestanome per una gang criminale, il commerciante di materiale pornografico. Sono di questo periodo i suoi primi romanzi, pubblicati come Robin Cook. Passa quindi alcuni anni in Toscana, in una comune autoproclamatasi stato anarchico indipendente, di cui assume il duplice incarico di ministro degli esteri e delle finanze. Durante gli anni ‘70 è nel sud della Francia, dove fa il bracciante agricolo, il muratore e il macellaio. Tornato a Londra, dopo alcuni altri impieghi precari pubblica nel 1984, con lo pseudonimo di Derek Raymond, il suo primo romanzo noir, E morì ad occhi aperti, nel quale fa il suo debutto l’anonimo sergente della Factory, l’ufficio dei delitti irrisolti. Il successo ottenuto lo porta a dedicarsi professionalmente alla letteratura: scriverà altri quattro romanzi della serie della Factory, dei quali Aprile è il più crudele dei mesi rappresenta il secondo episodio, e alcune altre opere. Muore nel 1994.
Devo innanzitutto precisare che il titolo italiano, come si è visto per me decisivo nella scelta di acquistare il romanzo, è solo una (geniale) trovata dell’editore, essendo quello originale il ben più banale The Devil’s Home on Leave. Probabilmente il cambio è stato ispirato, oltre che dal fatto che effettivamente la vicenda si svolge in aprile, dalla anonima frase in francese (una libera traduzione del verso di Eliot?) che si trova in esergo al romanzo; Les mois d’avril sont meurtriers.
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La prova generale di un autore marginalizzato ma non marginale

LaGambaSinistraRecensione de La gamba sinistra, di Theodore Francis Powys

Il melangolo, Nugae, 1995

Theodore Francis Powys non è scrittore molto frequentato dall’editoria italiana: dopo alcuni volumi usciti nel dopoguerra, oggi reperibili sul mercato dell’usato, negli ultimi decenni praticamente solo l’immancabile Adelphi ha dedicato qualche volume alle sue opere, che pure furono numerose, pubblicando nella prestigiosa collana Biblioteca due dei suoi romanzi più significativi: nel 1977 usciva Gli dei di Mr. Tasker e, ben quaranta anni dopo, Il buon vino del signor Weston, da molti considerato il suo capolavoro.
In questo lungo arco di anni, solo un’altra casa editrice ha fatto un timido tentativo di proporre questo autore al pubblico italiano: nel 1995 Il Melangolo pubblicò infatti una novella, La gamba sinistra, eponima della prima raccolta di Powys, composta da altri due racconti, Hester Dominy, e The Abraham Men, a quanto ne so mai tradotti nella nostra lingua. Da tempo fuori catalogo, oggi La gamba sinistra è riproposto dalla Piccola biblioteca Adelphi nella stessa traduzione di Adriana Motti, forse a segnalare l’intenzione dell’editore di seguire la rinnovata attenzione che anche il suo Paese sta dedicando a questo scrittore, attenzione a mio modo di vedere sicuramente meritata.
Theodore F. Powys nacque in Inghilterra nel 1875 da un reverendo di origini gallesi; ebbe dieci fratelli e sorelle, molti dei quali emersero in vari campi dell’arte: tra gli altri, John Cowper, Llevelyn e Philippa Powys furono anch’essi scrittori, mentre Gertrude Powys divenne una affermata pittrice. Visse buona parte della sua esistenza in una casa ai margini del piccolo villaggio di East Chaldon, nell’Inghilterra meridionale, in compagnia della moglie Violet Dodd, sposata nel 1905. La coppia ebbe due figli e adottò una bambina.
La prima opera che pubblicò fu, nel 1916, The Soliloquy of a Hermit, riflessioni in prima persona sulla sua condizione esistenziale, il suo cristianesimo eterodosso e la sua visione del mondo, opera sulla quale tornerò brevemente. Nel 1923 uscì la raccolta di novelle The Left Leg, cui seguì, nel dodicennio successivo, una intensa produzione, con la pubblicazione di numerose altre raccolte di racconti e di alcuni romanzi: dal 1936 non scrisse praticamente più; morì nel 1953.
Queste brevi note biografiche connotano già il carattere dell’autore: Theodore F. Powys fu uomo e scrittore solitario e marginale, che alla crisi epocale in cui è immerso dà una risposta sicuramente inattuale, basata sulla affermazione dell’immanenza spinoziana di un dio cristiano pervicacemente negata dai comportamenti umani e dalla società, il che lo porta ad un pessimismo cosmico, da lui definito ”il migliore e più duraturo vestito tra una copertina [di un libro] e l’altra”; risposta inattuale la sua, ma non consolatoria, anzi come vedremo carica di problematicità. Considerato scrittore metafisico da certa critica, soprattutto in quanto, viene detto, la categoria di cui si occupa prevalentemente la sua letteratura è ”il male”, credo di poter dire che – almeno alla luce della lettura di questa novella e, molti anni fa, de Gli dei di Mr. Tasker – il male, che assume nelle due opere, scritte a poca distanza l’una dall’altra, connotati molto simili, abbia radici oltremodo terrene, che Powys riesce ad identificare con precisione.
Per iniziare ad addentrarsi nella poetica dell’autore può essere utile riportare e commentare qualche passo di The Soliloquy of a Hermit, ritrovato in rete (scusandomi sin d’ora per la traduzione artigianale).
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Storie della Banda Orientál, ovvero Natura contro Civiltà

Recensione de La terra rossa, di W. H. Hudson

Adelphi, Gli Adelphi, 2007

William Henry Hudson non è uno scrittore molto conosciuto nel nostro Paese, anche se spulciando in rete si trovano alcune delle sue più significative opere edite nella nostra lingua e ancora disponibili. Tra queste vi è La terra rossa, cui Adelphi ha dedicato ben due edizioni.
Hudson è stato personaggio senza dubbio interessante. Nato nel 1841 in Argentina da genitori statunitensi, visse in America Latina sino al 1874, quando si stabilì in Inghilterra, dove morì nel 1922.
Intraprese la carriera letteraria in età matura, affiancandola a quella di ornitologo e botanico cui si era dedicato sin dagli anni sudamericani, con numerose pubblicazioni scientifiche su riviste inglesi. Più tardi scrisse opere di carattere divulgativo, tra le quali vanno ricordate Ornitologia dell’Argentina e Uccelli della Gran Bretagna, oltre a volumi di viaggio dedicati al countryside britannico. Il suo grande amore per il Sudamerica lo portò a scrivere alcuni romanzi dedicati alle terre della sua gioventù: tra questi i più noti sono Verdi dimore e La terra rossa. Quest’ultima è la sua prima opera letteraria, pubblicata originariamente nel 1885 e rivista, anche nel sottotitolo, nel 1904, per accentuarne il carattere romanzesco: è a questa versione che si rifà l’edizione italiana.
La terra rossa, come altre opere letterarie di Hudson, non è propriamente un romanzo. È il resoconto, in prima persona, del viaggio che un giovane inglese, Richard Lamb, compie nell’interno dell’Uruguay attorno al 1865, ed è infarcito di osservazioni sul paesaggio di queste terre allora di frontiera, la loro vegetazione e fauna, ma soprattutto sulle persone che le abitavano, il loro modo di pensare e di vivere, affatto diverso da quello europeo dell’epoca, il tutto sullo sfondo delle drammatiche vicende politiche che le segnavano in quegli anni. Ed è proprio da qui che è necessario partire per addentrarsi nei meandri di questa affascinante opera, al fine di comprendere il contesto che condiziona buona parte delle vicende che vi sono narrate.
L’Uruguay conquistò l’indipendenza nel 1828: in precedenza era stato un lembo di terra conteso tra spagnoli e portoghesi prima e tra Argentina e Brasile poi, subendo anche non poche interferenze da parte delle potenze europee, Gran Bretagna e Francia in primis.
La giovane repubblica, che recuperò il vecchio nome di Banda Orientál (ancora oggi il nome ufficiale dello Stato è República Oriental del Uruguay), si divise subito in due fazioni politiche, rappresentanti gli interessi inconciliabili delle classi sociali dominanti, e che si schieravano ora con l’uno ora con l’altro dei due potenti vicini e delle potenze europee: i blancos, conservatori, protezionisti e difensori degli intessi della proprietà terriera e dei valori della ruralità, tradizionalmente alleati degli argentini, e i colorados, espressione della borghesia mercantile delle città, quindi di tendenza liberale e liberista. Dopo aspre lotte politiche, nel 1839 scoppiò la guerra civile che ebbe il suo episodio emblematico nell’assedio di Montevideo, iniziato nel 1843: i blancos, appoggiati dall’Argentina, occuparono la quasi totalità del paese, eccetto la capitale, assediata per oltre otto anni, sino al 1851, quando il conflitto ebbe termine per l’intervento diretto nella regione di Francia e Gran Bretagna. Durante l’assedio assunse notevoli responsabilità militari Giuseppe Garibaldi, schierato con i colorados, che costruì qui il suo mito di eroe dei due mondi. L’accordo politico tra le due fazioni durò poco, e già alcuni anni dopo ripresero gli scontri e le rivolte, sempre fomentate anche da interessi esterni: nel periodo in cui è ambientata La terra rossa al governo sono i colorados, che hanno conquistato il potere con le armi nel 1863 sostenuti dal Brasile, e nelle campagne si susseguono tentativi di rivolta da parte dei blancos. Di lì a pochi anni i capi di entrambe le fazioni verranno assassinati nello stesso giorno e nel 1870 si giungerà ad un accordo di spartizione del potere.
In questo scenario, che viene sottolineato sin dalle prime pagine del libro, nelle quali è detto che a Montevideo tutti si aspettano la rivoluzione, si sviluppano le vicende di Richard Lamb, da lui stesso narrate ad anni di distanza.
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Davvero questo è Dickens? È Dickens (cit.)

Recensione di Mugby Junction, di Charles Dickens

Edizioni Studio Tesi, Collezione biblioteca, 1991

L’ultimo capitolo della mia personale trilogia di Dickens non è dedicato ad un grande romanzo, ma ad alcuni degli scritti minori che formarono il cuore dell’attività letteraria dell’autore inglese nell’ultimo decennio della sua vita.
In stretta continuità con l’esperienza di Household Words, il popolare settimanale da lui fondato nel 1850, che dovette chiudere per una disputa con la casa editrice, nel 1859 Dickens fonda All the Year Round, periodico su cui potrà esercitare un maggiore controllo e che sopravviverà per un quarto di secolo alla sua morte. Qui Dickens pubblicherà i suoi ultimi romanzi e racconti, dando anche spazio ad alcuni dei principali autori del secondo ottocento inglese, tra i quali Elizabeth Gaskell, Sheridan Le Fanu, Wilkie e Charles Collins.
Dickens in questa nuova rivista continuerà inoltre la tradizione del numero speciale di natale, nel quale ogni anno verranno presentati alcuni racconti suoi e dei suoi amici letterati, accomunati in qualche modo da un fil rouge narrativo. Il numero speciale per il natale 1866 aveva come titolo Mugby junction e conteneva otto storie di treni e fantasmi: di queste, quattro erano scritte da Dickens, mentre le altre erano a firma di Andrew Halliday, Charles Collins, Hesba Stretton e Amelia B. Edwards.
Il volumetto delle benemerite Edizioni Studio Tesi da me letto, oggi fuori catalogo e reperibile solo sul mercato dell’usato e, forse, tra i remainder, propone i quattro racconti di Dickens (che in realtà come vedremo sono tre), e permette al lettore di accostarsi ad un Dickens diverso, nel quale oggettivamente le esigenze di carattere commerciale sono ancora più impellenti che nei grandi romanzi, ma che forse proprio per questo – oltre che per il fatto di essere un autore maturo – mostra sfaccettature della propria arte e del proprio talento narrativo non del tutto scontate.
Dei quattro testi raccolti nel volume, solo l’ultimo – che come si vedrà è una storia di fantasmi – ha avuto qualche altra edizione nel nostro Paese ed oggi è reperibile all’interno di Da leggersi all’imbrunire, volume dei Tascabili Einaudi: pur essendo come vedremo a suo modo notevole, è forse anche il racconto più convenzionale e in ogni caso è strettamente legato a quelli che lo precedono. Consiglio quindi agli appassionati di Dickens di non perdere l’occasione di acquistare o reperire in biblioteca il volume di Studio Tesi, che rappresenta l’unica possibilità di leggere l’insieme dei racconti che Dickens scrisse per la sua rivista nel natale del 1866. Tra l’altro merita senz’altro di essere letta – anche se non ne condivido alcuni spunti di analisi – la bella introduzione di Rosanna Bonadei, che ha curato anche la traduzione dei testi.
Quattro racconti, quindi, che possono essere ridotti a tre. I primi due, infatti, Eredi Barbox ed Eredi Barbox e Company costituiscono di fatto un unico racconto, aventi lo stesso protagonista, il secondo racconto essendo di fatto il quarto e conclusivo capitolo delle sue vicende.
Il protagonista si chiama Jackson Barbox, ed è come si vedrà un personaggio di estremo interesse. Il lettore ne fa la conoscenza una notte di dicembre, quando scende da un treno alla stazione di Mugby Junction, importante nodo ferroviario sperso nella campagna inglese. È un uomo di mezza età, e si viene presto a sapere che non ha una meta precisa, ma sta scappando, il giorno del proprio compleanno, dalla sua vita precedente, fatta di un’infanzia solitaria e infelice, di una ditta di consulenze giuridiche fallita e soprattutto del tradimento da parte della sola donna che ha amato, scappata con il suo (di lui) migliore amico. Egli è il Viaggiatore per Nessun-Luogo, come viene chiamato più avanti nel racconto. Solo sul marciapiede della stazione, senza sapere bene cosa fare, incontra Lamps, un facchino, che – non essendoci altri treni sino al giorno dopo – lo accompagna all’unica locanda del borgo.
Il mattino dopo Barbox, dopo avere riflettuto sulla sua vita ed essendo indeciso su quale direzione dare al suo viaggio, fa una passeggiata nei dintorni, e capita nei pressi di una linda casetta da cui escono dei bambini allegri e alla cui finestra scorge una graziosa fanciulla che lo colpisce e lo attrae anche perché sembra avere qualcosa di strano: decide così che deve conoscerla. La ragazza è Luna, è la figlia di Lamps ed è paralizzata da quando era bambina. Per avere compagnia mentre il padre è al lavoro, dà lezioni di canto ai bambini del paese. Barbox rimane affascinato dalla gioia di vivere che Luna, pur costretta sempre a stare sul letto, gli trasmette, che contrasta con il suo disagio esistenziale, ed in breve se ne innamora, di un casto amore corrisposto. Dopo più di un anno parte per la grande città, dove reincontra la donna che lo ha abbandonato e sua figlia Polly, che gli dà una ulteriore grande lezione di umanità. Torna quindi a Mugby Junction per stabilirvisi definitivamente.
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Famiglia e Società, i due poli dell’orrore borghese

Recensione de La piccola Dorrit, di Charles Dickens

Einaudi, Tascabili, Classici Moderni, 2003

La piccola Dorrit è il secondo capitolo della trilogia dickensiana da me letta in questo periodo, e presenta numerose analogie con il precedente, ovvero Martin Chuzzlewit.
Anche in questo caso ci troviamo infatti di fronte ad un romanzo corposo, che supera le mille pagine; anche in questo caso, inoltre, si tratta di un romanzo che non ha avuto nel nostro paese una eccessiva fortuna editoriale. A dire il vero nel secondo dopoguerra il romanzo ha avuto molte edizioni, ma si tratta quasi esclusivamente di edizioni ridotte, per ragazzi, nelle quali presumibilmente le poche pagine estratte dal testo originale (si pensi che una edizione è ridotta a 73 pagine!) accentuano i contenuti melodrammatici e i buoni sentimenti che, pur abbondantemente presenti nel romanzo, non ne costituiscono senza dubbio il tratto essenziale, essendo anzi a mio avviso quelli che in qualche modo ne mettono in discussione la forza complessiva.
Così, l’edizione Einaudi del 2003, che riprende la storica traduzione di Vittoria Rossi Ancona accompagnandola con una illuminate prefazione di Carlo Pagetti, rappresenta ancora oggi l’unica possibilità di avere in libreria questo classico della letteratura inglese. Prima di addentrarmi nei meandri di quest’opera senza dubbio complessa e sfaccettata, mi sia permessa però una breve divagazione di ordine estetico. All’inizio di questa recensione si trova la copertina dell’edizione 2003, da me letta, mentre qui si può vedere quella della nuova edizione, datata 2019. Entrambe rappresentano una ragazza, ma che differenza tra la misurata eleganza della prima e la puerilità della seconda, che sembra pensata per ammiccare al lettore e indurlo a pensare ad un romanzo davvero scritto per ragazzi. Come ho detto altre volte, trovo questa decadenza delle copertine – che in Einaudi assume toni drammatici in quanto è stata gettata a mare una vera e propria cultura della sobrietà e dell’eleganza – uno dei segni – non certo il più importante ma forse il più emblematico – della decadenza dell’editoria un tempo di qualità.
Del resto l’ennesima piccola caduta di stile di Einaudi, sicuramente dettata dagli strateghi del marketing al fine di vendere qualche copia in più, ha un precedente importante proprio nell’autore, se è vero che – come ci dice Carlo Pagetti – il titolo del romanzo avrebbe dovuto essere, sino a poco prima della pubblicazione del primo fascicolo nel dicembre del 1855, Nobody’s Fault, allusione al fatto che le drammatiche vicende raccontate nel romanzo non erano il frutto del carattere dei singoli personaggi, ma della crudeltà del mondo in cui vivevano. La scelta del titolo definitivo, ponendo al centro dell’attenzione la protagonista, che è anche il personaggio più melodrammatico del romanzo, rispondeva anch’essa – per uno scrittore pienamente integrato nonché dipendente dai meccanismi dell’industria culturale vittoriana – al fine ultimo di far cassa, fornendo al lettore un prodotto almeno apparentemente più rassicurante.
Al pari della grande maggioranza dei romanzi di Dickens, anche La piccola Dorrit è un’opera complessa ed articolata, in cui compaiono svariati personaggi, le cui storie a volte si intrecciano a volte si dipanano in parallelo. Quasi tutti questi personaggi fanno parte di un nucleo familiare, e ciascuna delle famiglie che appaiono nel romanzo è attraversata a modo suo da conflitti, dolori ed infelicità: è necessario entrare un po’ nel dettaglio, perché ritengo che la critica dell’ordine familiare, la messa a nudo delle tensioni, delle ipocrisie e delle violenze come vero cemento dei legami familiari costituisca uno dei tratti più significativi del romanzo, tanto più se si pensa al periodo storico in cui fu scritto.
Due sono le famiglie protagoniste del romanzo: I Dorrit e i Clennam. Queste due famiglie abitano tra l’altro nei due luoghi focali delle vicende narrate, ed a questi si deve far riferimento per capire meglio le relazioni che intercorrono tra i loro componenti.
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Tra satira e melodramma: esigenze del mercato e creatività in un grande (e grosso) romanzo

Recensione di Martin Chuzzlewit, di Charles Dickens

Adelphi, gli Adelphi, 2007

Quasi sette anni sono passati dalla mia ultima lettura di un romanzo di Dickens. È stato un grande piacere quindi scoprire che il mio metodo di lettura mi stava riportando nel mondo di questo grande autore. Se forse Dickens non può essere considerato scrittore di grandezza assoluta – troppi essendo i condizionamenti derivantigli dall’essere organico alla nascente industria culturale britannica – è a mio avviso indubbio che sia uno dei più grandi narratori di ogni tempo, con una capacità creativa straordinaria, in grado di produrre un mix unico di affabulazione e umorismo che (almeno nelle sue opere maggiori) non può non affascinare il lettore contemporaneo che ami i classici.
Affrontando uno dei quindici grandi romanzi di Dickens ci si trova di fronte ad alcuni inconfondibili marchi di fabbrica. Innanzitutto la mole: quasi tutti i suoi romanzi superano, nelle usuali edizioni economiche moderne, le 500 pagine, ed alcuni si spingono oltre le 1000. Queste dimensioni di scrittura hanno una motivazione ben precisa: Dickens, autore di successo, pubblicava i suoi romanzi a puntate settimanali o mensili, e naturalmente l’editore aveva tutto l’interesse a richiedere all’autore opere lunghe, in grado di fidelizzare i lettori per molto tempo. La pubblicazione a puntate è all’origine anche di un altro dei tratti riconoscibili nelle opere di Dickens: la suddivisione in capitoli che in genere si interrompono con qualche elemento di suspense o di incertezza, in modo da chiamare la lettura della puntata seguente. Peculiare dello stile di Dickens è anche la compresenza di elementi drammatici, satirici e patetici, e di personaggi, molti indimenticabili altri francamente meno, che incarnano tali elementi. Questi tratti si traducono poi spesso in una complessità ed articolazione delle vicende narrate, che a volte risulta non del tutto agevole seguire e possono dare l’idea di una certa confusione narrativa.
Martin Chuzzlewit può essere considerato a buon diritto una sorta di summa di questi tratti salienti della scrittura dickensiana, con i suoi grandi pregi e i suoi pochi difetti congeniti.
Le 1289 pagine di questo eccellente volume Adelphi, impreziosito dalle tavole originali di Phiz, che – pur mortificate dal formato tascabile – emanano comunque la loro magia, possono incutere al lettore un certo timore reverenziale. Superatolo ed addentrandosi nella lettura, egli conoscerà alcuni personaggi memorabili ed altri quasi stucchevoli per il loro profilo melodrammatico; troverà pagine intrise di una cupa ironia e di una satira sferzante nei confronti dell’ipocrisia e dell’egoismo generati dai valori di una organizzazione sociale dominata dal denaro e dalla ricerca del suo possesso, pagine drammatiche ed altre da cui sgorga un buonismo ed un paternalismo improbabili ed insopportabili; dovrà stare attento a non perdersi seguendo i molti personaggi e le loro intricate vicende. Giunto all’ultima pagina capirà di essersi trovato di fronte al vero Dickens romanziere e deciderà se amarlo od odiarlo.
Un romanzo quindi a mio avviso importante per addentrarsi nelle tante sfaccettature della poetica dickensiana, che segna un passaggio tra le opere della prima fase narrativa dell’autore e quelle della maturità, ma che stranamente nel nostro Paese non ha avuto molta fortuna editoriale. L’edizione Adelphi è l’unica reperibile in libreria, e prima di essa ho rintracciato solamente gli storici tre volumi della BUR grigia risalenti al 1963. Si pensi, a confronto, che oggi in libreria sono disponibili una trentina di edizioni diverse do Oliver Twist, una dozzina de Il circolo Pickwick e una decina di Grandi speranze. Continua a leggere “Tra satira e melodramma: esigenze del mercato e creatività in un grande (e grosso) romanzo”

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Nascita dell’eroe borghese (in tono minore)

Recensione de Il colonnello Jack, di Daniel Defoe

Garzanti, i grandi libri, 2002

Alla faccia dell’odierna fobia per le anticipazioni della trama (lo spoiler, come oggi si chiama in ossequio ad una prona genuflessione a tutto ciò che sa di ameregano che sfiora ormai il tragicamente ridicolo e certifica – se ve ne fosse bisogno – la morte cerebrale dell’intelligenza collettiva di questo Paese) il titolo originale di questo libro è The History and Remarkable Life of the truly Honourable Col. Jacque, commonly call’d Col. Jack, who was Born a Gentleman, put ‘Prentice to a Pick−Pocket, flourish’d Six and Twenty Years as a Thief, and was then Kidnapp’d to Virginia; Came back a Merchant, was Five times married to Four Whores, went into the Wars, behav’d bravely, got Preferment, was made Colonel of a Regiment, retunrn’d again to England, follow’d the Fortunes o the Chevalier de St. George, is now Abroad compleating a Life of Wonders, and resolves to dye a General.
Lo segnalo sia per la inusitata lunghezza, del resto comune a molti volumi scritti nei primi secoli dopo l’invenzione della stampa, ma anche per ciò che ritengo un piccolo errore commesso nell’introduzione di Giorgio Spina all’edizione Grandi Libri Garzanti (2002) da me letta, la cui perpetuazione ci può far riflettere sulle modalità di trasmissione dell’informazione nell’era di Internet.
Non sono un perfetto conoscitore dell’inglese, che però mi sforzo di parlare correntemente; per quanto posso capire la frase was Five times married to Four Whores potrebbe essere tradotta con si sposò cinque volte con quattro sgualdrine ( e ciò avviene nel romanzo: il protagonista si sposa cinque volte, ma l’ultima volta risposa la prima moglie, anche se a rigori la quarta moglie non lo tradisce, morendo di vaiolo dopo pochi anni di matrimonio).
Nell’introduzione al romanzo compare la traduzione italiana del lungo titolo, senonché la frase diviene … sposò quattro mogli, e cinque di loro si rivelarono sgualdrine; una svista di Spina, che però la attribuisce a Defoe, commentando al proposito: “su quattro mogli addirittura cinque sono sgualdrine. La svista dell’autore, oltre ad essere conseguenza, insieme ad altre incongruenze del testo, dei serrati ritmi di scrittura, è anche sintomo di una chiara tendenza al sensazionalismo di stampo giornalistico, condivisa con un certo filone della letteratura del tempo.” Se in senso generale l’osservazione è corretta, visto che oggettivamente Il colonnello Jack è un romanzo in cui le incongruenze narrative abbondano, scritto essenzialmente a fini di reddito in un tempo brevissimo e che necessitava per vendere di un titolo sensazionalistico, è curioso che essa venga ricavata da un banale errore di traduzione che semmai testimonia l’approssimazione dell’autore nello scrivere l’introduzione (forse anche da lui scritta in fretta per onorare vincoli contrattuali). Ma vi è di più: il lungo titolo, esattamente come tradotto da Spina, fa bella mostra di sé anche all’inizio della pagina italiana di Wikipedia dedicata al romanzo, subito sotto quello originale. Se ne arguisce che il redattore della pagina dell’enciclopedia online ha copiato pari pari il titolo tradotto dal volume Garzanti, senza preoccuparsi di confrontarlo con quanto da lui stesso scritto poco sopra; tutto ciò a testimonianza dell’originalità delle pagine di Wikipedia e della loro attendibilità.
Dopo questo piccolo inciso iniziale veniamo al romanzo e al suo autore. Nell’immaginario collettivo di molti lettori Daniel Defoe è essenzialmente l’autore del Robinson Crusoe, la cui fama ha oscurato tutte le altre sue opere: contando i volumi disponibili in una delle più fornite librerie in rete, ho constatato che su un totale di 68 titoli in italiano, ben 44 riguardano edizioni del Robinson, mentre solo 24 sono dedicati alle altre opere dell’autore inglese. Questa fama parziale di Defoe è ulteriormente condizionata dal fatto che, sempre nell’immaginario collettivo e diffuso, Robinson Crusoe è considerato un libro per ragazzi. Molti altri grandi classici sono stati adattati per i ragazzi, ma forse nessun altro grande autore è stato e continua ad essere identificato in senso così unilaterale come Defoe. Eppure questo autore è di fatto uno dei principali fondatori del romanzo borghese moderno, e alcune delle sue altre opere meritano un’attenzione tutt’altro che marginale.
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Cent’anni prima, l’antisemitismo in Germania

IlVendicatoreRecensione de Il vendicatore, di Thomas De Quincey

Passigli, Le Occasioni, 2006

Alcuni anni fa lessi e commentai un volume che racchiude alcune delle opere più celebri di Thomas De Quincey, tra le quali spicca Confessioni di un oppiomane. Dalla lettura emerse la figura di un autore del primo ottocento in qualche modo eccentrico, amico dei padri fondatori del romanticismo inglese William Wordsworth e Samuel Coleridge, più dedito alla saggistica che alla narrativa, la cui opera spazia dall’economia politica alla satira di costume. La sua dipendenza dall’oppio, se da un lato lo accomuna a Coleridge, dall’altro viene vissuta da De Quincey in modo del tutto diverso rispetto all’amico, facendone una condizione esistenziale che nella sua opera più famosa, non a caso ammirata da molti degli esponenti del decadentismo di fine ottocento, viene analizzata mettendone in luce gli effetti sulla percezione della realtà oltre che sulla salute, aprendo la strada a tematiche che sarebbero state pienamente sviluppate nella seconda metà del XX secolo nell’ambito delle cosiddette culture alternative.
Tra le non molte opere del De Quincey narratore vi è questo racconto, Il vendicatore, pubblicato originariamente nel 1838 sul Blackwood’s Magazine e proposto alcuni anni fa da Passigli in una edizione piuttosto scarna ancorché graficamente elegante.
Qui incontriamo il De Quincey in un certo senso apparentemente più mainstream rispetto alle tematiche squisitamente romantiche, anche se come si vedrà non mancano neppure in questo testo sicuramente minore tratti peculiari che connotano l’autore come precursore di sviluppi successivi non solo della letteratura, ma anche delle sensibilità collettive di cui questa è un derivato.
Preliminarmente mi sia consentito di accennare alla forma di scrittura del racconto. De Quincey è noto per essere un autore prolisso, il cui articolato periodare, pieno di digressioni e puntualizzazioni, sfiora e talvolta raggiunge il limite della pedanteria, tanto che – come ci ricorda Alessandro Ceni, curatore del volume, nella sua brevissima postfazione – a detta del suo biografo Edward Sackville-West le Confessioni di un oppiomane sono l’unica opera del nostro che si riesca a leggere ”…senza il minimo sforzo, la minima irritazione o il minimo desiderio di saltarne delle parti”.
Anche Il vendicatore non è ovviamente scevro dai limiti della scrittura di De Quincey, potendosi ravvisare in alcuni passi una certa inutile ampollosità e anche molte ingenuità narrative, ma in questo frangente a mio avviso viene in aiuto del lettore il traduttore e curatore, non a caso – oltre che poeta – uno dei più importanti traduttori di classici della letteratura anglosassone, con una operazione semantica di notevole spessore. Alessandro Ceni infatti traduce De Quincey in un italiano ottocentesco, contestualizzando quindi in certo qual modo lo stile dell’autore e rendendolo così accettabile al lettore in quanto figlio, anche in italiano, dell’epoca che lo ha prodotto. Certo, in questo modo la lettura richiede uno sforzo supplementare di concentrazione, ma ciò che ne risulta è una piccola chicca, nella quale è il traduttore che davvero adatta il suo lavoro al testo che affronta, non sovrapponendogli il proprio ego letterario come spesso capita a testi tradotti da scrittori ma facendo in modo che esso mostri i chiaroscuri che lo compongono in una forma che il lettore percepisce come aderente all’originale. Se quindi la traduzione è a mio avviso ottima (del resto avevo ammirato Ceni anche per la sua traduzione di Lord Jim per Feltrinelli) rimarco come la paginetta scritta dallo stesso a postfazione del racconto sia davvero misera, un compitino da farsi per contratto rispetto ad un testo che, anche per lo sforzo di traduzione messo in campo, avrebbe forse meritato qualche riflessione più approfondita.
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