Pubblicato in: Bretagna, Classici, Erotismo, Letteratura, Letteratura francese, Letteratura inglese, Libri, Medioevo, Narrativa, Poesia, Recensioni

L’amore all’alba della modernità

TristanoeIsottaRecensione di Tristano e Isotta, di Thomas

Garzanti, i grandi libri, 2005

La lettura di Tristano e Isotta di Thomas d’Inghilterra può risultare sicuramente un’esperienza incompleta, se non è accompagnata da uno sforzo di documentazione sul mito dei due amanti e sul suo sviluppo nella storia della letteratura ed in generale della cultura europea. Questo ulteriore sforzo chiesto al lettore è necessario almeno per due motivi: il primo è che il testo di Thomas è lacunoso, ed i circa tremila versi che ci rimangono, rappresentando come sembra circa un sesto dell’opera originaria, non riescono da soli, nonostante si siano salvate parti molto significative, a rendere appieno conto della complessità della vicenda; il secondo motivo è che la vicenda di Tristano e Isotta ha origini molto più antiche del poema di Thomas, ed ha accompagnato costantemente la cultura europea sino ai giorni nostri, venendo ripresa e declinata in infinite varianti, tanto da costituire uno dei suoi miti fondanti, al pari di quello di Faust o di numerosi miti di origine greca. Il poema di Thomas è quindi solo un tassello, anche se uno dei più importanti, di una vicenda letteraria e culturale che ha assunto nel corso dei secoli sfaccettature molto diversificate, cui bisogna necessariamente far riferimento non solo per contestualizzarla, ma anche per comprenderla. Mai come in questo caso, quindi, è necessario quantomeno accompagnare la lettura del testo con quella attenta della bella ma non facile prefazione di Fabio Troncarelli, traduttore del poema e curatore del volume, che ci introduce sapientemente nel mondo che ha generato il mito dei due infelici amanti e ci guida nei suoi sviluppi lungo i secoli.
Di Thomas sappiamo pochissimo: era un chierico, che visse alla corte londinese di Enrico II Plantageneto e di sua moglie Eleonora d’Aquitania. Enrico, il re che avrebbe fatto assassinare Thomas Becket, fu un grande riformatore, e tenne in grande considerazione la cultura e le arti. Probabilmente Thomas scrisse Tristano e Isotta per la regina Eleonora attorno agli anni ‘60 del XII secolo. L’origine di corte, quindi cortese, del poema di Thomas lo differenzia dal precedente da noi conosciuto, quello di Béroul, definito primitivo o volgare, in quanto Thomas accentua, anche attraverso interventi diretti nelle vicende, le riflessioni sull’amore come sentimento irrazionale e sublima gli aspetti più carnali del rapporto tra i due amanti.
I frammenti del poema di Thomas che ci restano sono suddivisi in cinque episodi molto diversi quanto a lunghezza, che riguardano la parte finale delle vicende dei due amanti. Essi vanno incastonati, per essere compresi appieno, nell’insieme della storia, come può essere riassunta facendo ricorso alle varie opere, più o meno antiche, che la narrano.
Continua a leggere “L’amore all’alba della modernità”

Annunci
Pubblicato in: Ebraismo, Letteratura, Letteratura inglese, Letteratura tedesca, Libri, Narrativa, Nazismo, Novecento, Recensioni

Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore”

LAmicoRitrovato Recensione de L’amico ritrovato, di Fred Uhlman

Feltrinelli, Universale economica, 2003

L’amico ritrovato è senza dubbio l’opera più celebre di Fred Uhlman, autore tedesco naturalizzato britannico, sorta di scrittore dilettante (la sua professione principale essendo quella di avvocato) attivo nella seconda metà del secolo scorso.
Nato nel 1901 a Stoccarda in una agiata famiglia della borghesia ebraica, Uhlman lasciò la Germania pochi mesi dopo l’avvento al potere del nazismo, approdando dopo varie peripezie a Londra nel 1938, dove tra l’altro fondò una associazione culturale tedesca di cui fecero parte tra gli altri anche Oskar Kokoschka e Stefan Zweig, associazione da cui si discostò quando assunse connotati comunisti. Fu anche un apprezzato pittore e grande collezionista di arte africana. L’amico ritrovato uscì nel 1971, divenendo negli anni un piccolo classico della narrativa inerente il nazismo: è un breve romanzo, o meglio una lunga novella, primo capitolo della Trilogia del ritorno, comprendente anche Un’anima non vile e Niente resurrezioni, per favore.
Va subito detto che il mio giudizio critico sull’opera è forse monco, perché essa andrebbe probabilmente letta e valutata insieme al secondo capitolo della trilogia, che narra le stesse vicende viste con gli occhi del secondo protagonista, Konradin von Hohenfels.
La novella narra dell’amicizia tra due ragazzi sedicenni nella Stoccarda del 1932: Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo, e appunto Konradin von Hohenfels, giovane rampollo di una delle più nobili ed antiche famiglie tedesche. Hans, dietro il quale è facile scoprire l’autore, narra in prima persona della sua amicizia giovanile con Konradin, quando negli anni ‘60 ormai da decenni vive a New York essendo diventato un affermato avvocato.
Nel febbraio del 1932 Konradin entra nella classe del liceo frequentato da Hans. Entrambi i ragazzi sono timidi e non legano con gli altri compagni di classe, troppo rozzi o troppo affettati per suscitare il loro interesse. Hans è affascinato da ciò che Konradin rappresenta, dalla storia quasi millenaria della sua famiglia, e cerca di attirare in vari modi la sua attenzione: finalmente un giorno fanno insieme la strada verso casa e diventano amici, scoprendo di condividere la passione per il collezionismo di monete e reperti antichi. Per alcuni mesi i due ragazzi si limitano a vedersi a scuola, poi un giorno Hans invita Konradin a casa sua: mentre la madre di Hans accoglie l’amico del figlio con una spontanea tenerezza materna, il padre, veterano e decorato della prima guerra mondiale, si rende ridicolo trattando Konradin con un inopportuno cameratismo militaresco da cui traspare un evidente senso di inferiorità sociale e gerarchica nei confronti del rampollo della famiglia illustre. Continua a leggere “Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore””

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Londra, Narrativa, Recensioni, Umorismo

Vivace e piacevole, ma che distanza da Dickens

LeTorridiBarchesterRecensione de Le torri di Barchester, di Anthony Trollope

Sellerio, La memoria, 2004

Il metodo di lettura che ho adottato, secondo il quale leggo i libri della mia biblioteca in ordine cronologico di acquisto, mi ha portato ad affrontare i romanzi di Anthony Trollope a partire dal secondo titolo delle Cronache del Barsetshire, il ciclo di sei romanzi che fecero la fortuna di questo prolifico autore vittoriano. L’editoria italiana, che nel secolo scorso aveva dedicato una attenzione tutto sommato marginale a Trollope, lo ha riscoperto soprattutto grazie a Sellerio, che a partire dal decennio scorso ha proposto nella sua collana di punta, La memoria, l’intero ciclo delle Cronache del Barsetshire, oltre ad alcuni altri suoi romanzi; a seguire, anche altre case editrici hanno pubblicato racconti e romanzi di Trollope, così che oggi è possibile reperire in libreria un campionario sufficientemente rappresentativo della sua opera. Va detto subito che nel ciclo ciascun romanzo è compiuto in sé, cosicché non è imprescindibile per il lettore seguire l’ordine originale di pubblicazione dei sei romanzi che lo compongono. È pur vero che ne Le torri di Barchester si incontrano molti personaggi che già apparivano nel precedente L’amministratore, ma poche note a piè di pagina sono sufficienti ad illustrare i labili rimandi e richiami al primo romanzo. Ciò, unito al fatto che a detta di molti Le torri di Barchester è il romanzo migliore delle Cronache, giustifica una sua lettura anche solitaria.
Prima di analizzare il romanzo è però comunque necessario accennare alla cornice in cui è immerso, vale a dire l’immaginaria contea del Barsetshire nella quale Trollope ambienta l’intero ciclo, perché questa ambientazione è a mio avviso essenziale per penetrare la poetica dell’autore.
Il Barsetshire è una contea rurale del sud dell’Inghilterra, il cui capoluogo, Barchester, è il centro delle vicende che si svolgono nei sei romanzi di Trollope. Trollope ne immagina la geografia fisica e sociale con estrema minuzia, così che il lettore familiarizza con i punti focali della vita di Barchester, – su tutti i luoghi del potere ecclesiastico come la cattedrale e il decanato – e con le parrocchie dei dintorni, e familiarizza anche con la struttura sociale della contea, i proprietari terrieri, gli imprenditori e soprattutto gli esponenti della chiesa anglicana, principali protagonisti delle vicende narrate nei sei romanzi. Questa ambientazione rurale permette di stabilire ed analizzare alcuni intriganti parallelismi. Il primo è con l’autore che, ritengo, a ogni lettore ronzi per così dire nell’orecchio leggendo Trollope, vale a dire Charles Dickens. Molte sono infatti le analogie tra questi due scrittori: quasi contemporanei – Dickens inizia a pubblicare una decina di anni prima di Trollope, ma alcuni dei suoi più significativi romanzi escono negli stessi anni delle Cronache del Barsetshire – entrambi gli autori si occupano nelle loro opere della struttura sociale dei tempi in cui vivevano, sottoponendola a critica attraverso l’arma dell’ironia e della satira. Entrambi, poi, sono tipici rappresentanti dell’industria culturale nascente in quei decenni in Gran Bretagna, e la loro opera molto deve alla necessità di soddisfare le esigenze del pubblico a cui si rivolgevano. Continua a leggere “Vivace e piacevole, ma che distanza da Dickens”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni, Umorismo

Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario

LoroeIoRecensione di Loro e io, di Jerome Klapka Jerome

Rizzoli, SuperBUR classici, 2002

Vi sono scrittori che si identificano in un solo libro. È forse il caso di Jerome Klapka Jerome, che fu giornalista e autore di numerosi romanzi, per lo più umoristici, ma che vede la sua fama indissolubilmente legata al più famoso tra questi, Tre uomini in barca (per non parlar del cane), che ancora oggi è considerato un classico dell’umorismo di tutti i tempi.
Per la verità anche altre opere dell’autore inglese sono edite ai nostri giorni, ma è indubbio che l’ingombrante capolavoro costituisca di gran lunga il medium attraverso il quale il grande pubblico si accosta a Jerome, anche perché il resto della sua produzione letteraria non raggiunge, a detta della critica, le vette umoristiche toccate nel suo piccolo capolavoro.
Tra le opere minori di Jerome una certa attenzione editoriale, anche nel nostro Paese, è stata dedicata a Loro e io, romanzo del 1909, scritto quindi vent’anni dopo Tre uomini in barca, quando l’autore, cinquantenne, si era ormai affermato proprio a causa del clamoroso successo anche internazionale di tale romanzo, cui per la verità non ne era seguìto di analogo per le sue opere successive.
Come spesso accade nelle opere di Jerome, Loro e io è scritto in prima persona. Il narratore è scopertamente l’autore stesso: si tratta infatti di uno scrittore umoristico cinquantenne, sposato con Ethelbertha e padre di tre rampolli, che acquista una casa in campagna. Il rapporto tra il padre e i figli, i cambiamenti nella vita della famiglia che questo trasloco comporta, il nuovo ambiente e le nuove conoscenze, i piccoli inconvenienti derivanti dal doversi adattare alla nuova realtà sono altrettanti spunti umoristici che Jerome sviluppa con il consueto garbo e con una prosa che, anziché indurre al riso a volte sfrenato come accade in Tre uomini in barca, qui porta il lettore tuttalpiù verso il sorriso.
Il padre narratore e i tre figli sono i protagonisti assoluti attorno a cui ruota tutto il romanzo, come si può dedurre anche dal suo titolo. Il maggiore è Dick, ventunenne che studia svogliatamente a Cambridge. Di poco più giovane di lui è Robina, avviata ad un futuro di moglie messo però in dubbio dalla sua personalità in qualche modo irrequieta e ribelle. Infine c’è Veronica, di nove anni, che vive come un sopruso il suo stato infantile e la cui logica ingenua ma ferrea è in grado di mandare in crisi le convenzioni cui è sottoposta per il suo essere la più piccola della famiglia. Continua a leggere “Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario”

Pubblicato in: Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

Il gelido neonaturalismo di una scrittrice vittima delle mode culturali

UnghiaRecensione di Unghia, di Laura Hird

Einaudi, I coralli, 1999

Ho il sospetto che questo volume con il quale Einaudi ha pubblicato nel 1999 il primo lavoro di Laura Hird, apparso in Gran Bretagna due anni prima, sia innanzitutto il frutto di una operazione commerciale. Vediamo perché. Nel 1996 esce Trainspotting, film tratto dal primo romanzo di un autore scozzese sino ad allora poco conosciuto in Italia, Irvine Welsh. Il film narra l’epico degrado esistenziale di un gruppo di giovani nella Edimburgo degli anni ’80, quelli del tatcherismo imperante, e ha un successo mondiale. Contemporaneamente all’uscita del film, TEA pubblica l’omonimo romanzo: in quello scorcio di anni ’90 i giovani delle periferie scozzesi diventano l’emblema – per la verità spesso ben confezionato ad uso della cultura popolare – del disagio e della mancanza di valori verso cui la società liberista sta spingendo le giovani generazioni. Insomma, la Scozia tira. Welsh non è un narratore isolato: accanto a lui si segnalano altri giovani narratori, più o meno talentuosi. Perché non cavalcare l’onda, si devono essere chiesti in Einaudi? Purtroppo il nome più celebrato è già impegnato con un’altra casa editrice, ma si può sempre lanciare qualche epigono, e Laura Hird – di cui l’anno prima lo stesso Einaudi ha pubblicato un racconto nell’ambito di una antologia di nuovi autori scozzesi – è perfetta, tanto più che la sua pubblicazione in Italia viene sovvenzionata da The Scottish Art Council. L’opera prima di Hird esce quindi nientemeno che nella collana I Coralli, che anche se da anni non è più quella segnata da Pavese, rappresenta comunque la vetrina più prestigiosa della casa editrice per gli scrittori contemporanei. Ma le parole d’ordine dell’industria culturale cambiano in fretta, e così poco dopo le storie dei giovani scozzesi pieni di alcool e droga cessano di essere oggetto dell’attenzione generale: Einaudi quindi non pubblicherà più nulla di Laura Hird, che per la verità a sua volta non si segnala per prolificità di scrittura. L’unica altra fugace apparizione di questa autrice in Italia, oltre un contributo in un altro volume antologico, è dovuto a Newton & Compton, che nel 2008 pubblica la traduzione della sua seconda opera, Born free (1999), con l’orrendo titolo Sesso, Prozac e Playstation.
Leggere oggi questi racconti rischia quindi di farci cadere in un pregiudizio, quello di trovarci di fronte ad una letteratura figlia di una moda culturale passeggera, ormai sepolta sotto il tanto altro nulla venuto dopo. Se in parte è così, se nelle storie della Hird possiamo trovare atmosfere fortemente legate al periodo storico che ha segnato il volgere del millennio, ed anche tipicamente connesse alla geografia urbana e culturale delle periferie scozzesi, va detto subito che – stante il fatto che i fondamentali della società occidentale non sono nel frattempo cambiati, anzi si sono drammaticamente consolidati portando con sé la più grave crisi economica dal dopoguerra – questi racconti conservano una loro scottante attualità, sia pure con i limiti strutturali che personalmente vi ravviso. Continua a leggere “Il gelido neonaturalismo di una scrittrice vittima delle mode culturali”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Novecento, Recensioni, Umorismo, URSS

Scoprire il più russo degli scrittori inglesi

FutilitaRecensione di Futilità, di William Gerhardie

Adelphi, Biblioteca, 2003

William Gerhardie è stato un autore molto noto in Gran Bretagna nel periodo tra le due guerre. Il suo primo romanzo, Futilità, è del 1922, e venne salutato come una delle opere letterarie più importanti di quell’epoca (è da notare, al proposito, che nello stesso anno furono pubblicati l’Ulisse di Joyce e Terra desolata di T.S. Eliot): dopo una produzione letteraria piuttosto intensa, nel 1939 si isolò dal mondo, affetto da depressione, per la scrittura di un nuovo romanzo, che però non vide mai la luce. Morì ottantaduenne, dimenticato da tutti, nel 1977. Scarsa è ovviamente la sua fortuna editoriale in Italia: l’unica opera pubblicata mi risulta sia proprio Futilità, edita prima da Einaudi sul finire degli anni ’60 e quindi – nella stessa traduzione di Gianni Celati – da Adelphi nel 2003. La casa editrice di Milano peraltro annunciava in quella occasione la prossima pubblicazione di due sue altre opere, tra cui The polyglots, del 1925, considerato dai più il suo capolavoro, ma ciò non è purtroppo avvenuto.
Prima di addentrarci nell’analisi della sua opera d’esordio, è opportuno dire qualcosa in più della biografia dell’autore, perché questa può aiutare a comprendere meglio la genesi e i contenuti di Futilità.
Gerhardie infatti nacque nel 1895 a San Pietroburgo, rampollo di una famiglia di industriali di origine belga, e lì visse sino al 1913. Tornò nella sua città natale durante la prima guerra mondiale, come addetto all’ambasciata britannica, e assistette alle rivoluzioni del 1917. Negli anni successivi fu inviato in Siberia al seguito della spedizione militare con la quale le potenze occidentali tentarono di rovesciare il nascente stato sovietico.
Gerhardie aveva quindi una profonda e diretta conoscenza della Russia, della sua cultura e della sua società, anche se di quest’ultima probabilmente limitata alle classi sociali che frequentava.
Non sorprende quindi che sostanzialmente russo sia il suo romanzo d’esordio, scritto a Oxford poco dopo il suo rientro definitivo in Gran Bretagna. Futilità non è solamente un romanzo ambientato in Russia, ma è – come vedremo – impregnato di cultura e di letteratura russa, tanto che il suo autore viene spesso definito anglo-russo.
Futilità narra le tragicomiche vicende della famiglia di un patriarca della piccola aristocrazia russa, Nikolaj Vasil’evič Bursanov, negli anni che vanno dall’anteguerra al periodo della guerra civile. L’io narrante è un giovane di cui non sappiamo molto, se non che si chiama Andrej Andreevič, che è in qualche modo inglese ma si trova a San Pietroburgo qualche anno prima della rivoluzione, che vi ritorna – dopo essere andato a Oxford – nel 1917 come militare addetto all’ambasciata britannica, e che ancora dopo viene inviato a Vladivostok nelle retrovie della guerra civile. Nonostante gli evidenti riferimenti autobiografici, Gerhardie ci informa subito, in una nota che precede il testo, che l’io di questo libro non è l’autore. Continua a leggere “Scoprire il più russo degli scrittori inglesi”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni

Il piccolo viaggio nel pensiero di uno dei padri del romanzo

ViaggiodaQuestoallaltroMondoRecensione di Viaggio da questo all’altro mondo, di Henry Fielding

Editori Riuniti, Gli introvabili, 1998

Quando nel 1998 gli Editori Riuniti pubblicano questo volumetto di Henry Fielding, lo collocano profeticamente in una collana chiamata Gli Introvabili. Infatti dopo questa edizione nessuno si è più preoccupato di stampare Viaggio da questo all’altro mondo, cosicché oggi esso risulta davvero introvabile, e fa capolino solo sul mercato dell’usato.
È vero che si tratta di un testo minore, ma c’è da dire che – a causa del progressivo processo di decomposizione per agglutinamento dell’editoria italiana (particolarmente di quella storica) – dei cinque romanzi composti da questo autore – fondamentale per comprendere non solo il settecento inglese ma la stessa storia del romanzo – oggi sua maestà il mercato ce ne offre solo due (il Tom Jones e Joseph Andrews), mentre quasi nulla ci è dato sapere delle sue opere teatrali.
Come detto, Viaggio da questo all’altro mondo non è certo paragonabile ai grandi romanzi dell’autore: fu pubblicato nel 1743 all’interno delle Miscellanies – un’opera in tre volumi edita dall’economicamente precario Fielding grazie alle sottoscrizioni dei lettori – contenente scritti in prosa e poemi, di cui rappresenta una piccola parte e neppure tra le più significative, visto che il pezzo forte della raccolta è costituito dal romanzo Jonathan Wild, il grande.
Fatte queste premesse, è necessario dire che il Viaggio da questo all’altro mondo è comunque un testo interessante e a tratti godibile, nel quale si ritrova, sia pure in forma diversa, la carica critica verso la società inglese del tempo, esercitata attraverso la satira, che caratterizza l’intera opera di Fielding.
Il racconto è la trascrizione, nella finzione che Fielding ci narra nel breve capitolo introduttivo, di un manoscritto che egli ha recuperato per caso: recatosi in un negozio di penne per comprarne alcune, gli vengono consegnate avvolte ”in un gran foglio di carta fitto di pessima scrittura”. Incuriosito, prova a leggerne il testo senza capirci un granché, se non che si tratta di una parte di uno scritto più ampio. Torna quindi nel negozio di penne, e il titolare gli consegna un centinaio di fogli che usa come carta da imballo, dicendogli che in origine si trattava di un cospicuo manoscritto in-folio datogli da un suo inquilino poi partito per le Indie. Invano aveva cercato di farlo stampare da qualche editore: tutti si erano rifiutati, perché non comprendevano la scrittura o perché lo ritenevano un libro contro la religione oppure un libello contro il governo; aveva quindi deciso di usarlo per incartare le penne vendute, tagliandolo in fogli. Continua a leggere “Il piccolo viaggio nel pensiero di uno dei padri del romanzo”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Narrativa, Recensioni

Un apologo sociale di rara lucidità

JacobesuoFratelloRecensione di Jacob e suo fratello, di George Eliot

Marsilio, Letteratura Universale, 1999

Inizio la conoscenza di George Eliot, grande autrice dell’800 inglese, non dalla lettura di uno dei suoi celebrati romanzi, ma da un’opera minore, una novella pubblicata poco meno di vent’anni fa da Marsilio con la consueta cura, ancora fortunatamente disponibile.
Jacob e suo fratello fu scritto dalla quarantenne Mary Ann Evans nel 1860, a cavallo di due delle sue opere più importanti, Il mulino sulla Floss e Silas Marner, e riprende, sotto forma quasi di apologo satirico, le tematiche di critica sociale che caratterizzano la sua letteratura.
Il protagonista della vicenda è David Faux, un giovane che vive nella campagna inglese nei primi decenni dell’800. È pasticcere, ma progetta di andare nelle Americhe convinto di potere fare fortuna, influenzato com’è dalla descrizione delle Indie Occidentali come paese del bengodi che trova nelle sue scarse letture. Approfittando dell’assenza da casa di genitori e fratelli, ruba alla madre 20 ghinee che questa teneva nascoste nell’angolo di un cassetto della biancheria, andandole a nasconderle nel bosco, da cui intende recuperarle il giorno dopo, partendo senza attirare sospetti. Purtroppo, mentre sta nascondendo le monete nella cavità di un albero giunge Jacob, uno dei suoi fratelli, che è idiota ma vede le monete di cui potrebbe sicuramente riferire ai genitori. David mantiene il suo sangue freddo e convince il fratello che lasciando le ghinee nascoste queste si trasformeranno in caramelle (Jacob è particolarmente ghiotto di dolci), ottenendo il suo silenzio.
La mattina dopo David lascia la casa prima dell’alba, ma nel bosco trova Jacob che sta controllando se la trasformazione in caramelle sia già avvenuta. Dicendogli che è troppo presto e che bisogna trovare un altro posto David riesce infine a far ubriacare Jacob e, lasciatolo addormentato in una locanda, parte per Liverpool.
Circa sei anni dopo questi fatti giunge nella piccola e arretrata cittadina di Grimworth uno sconosciuto, Edward Freely, il quale affitta una casa sulla piazza del mercato e apre un esercizio che, visto il gusto inglese dell’epoca, oggi definiremmo una rosticceria con pasticceria. La nuova attività è accolta inizialmente con diffidenza dalle famiglie bene di Grimworth, le cui signore sono abituate a preparare in casa i piatti per la cena; inoltre Freely, di cui si comincia a sapere che ha viaggiato molto per mare, non è visto di buon occhio dai notabili della comunità, sia per la sua professione piccolo-borghese sia per il suo oscuro passato.
Dopo poco, però, qualche signora rompe gli indugi e inizia ad acquistare i piatti e i dolci preparati da Freely, che alla prova dei fatti piacciono molto. In breve Freely inizia a fare buoni affari e il velo di diffidenza nei suoi confronti si dissolve, anche perché si rivela abile nell’adulazione, nel vantare conoscenza del mondo e nell’attribuirsi le migliori virtù morali e religiose. Continua a leggere “Un apologo sociale di rara lucidità”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni, Romanticismo

Esegesi minima e inadeguata di un monumento

CimeTempestoseRecensione di Cime tempestose, di Emily Brontë

Garzanti, i grandi libri, 1988

Ho esitato a lungo prima di decidermi a scrivere qualcosa su Cime tempestose, sia perché la lettura di questo romanzo ha scatenato in me una vera e propria orgia di sentimenti e di emozioni nei quali ho faticato a fare ordine, sia perché su questo straordinario romanzo credo sia stato davvero detto e scritto tutto, e quindi, ancora più che in altri casi, sento tutta la mia dilettantistica inadeguatezza nell’accostarmi, per tentare di analizzarlo, ad un simile monumento. Una cosa è certa: di fronte a quest’opera non mi ritraggo dall’utilizzare termini iperbolici, perché davvero la ritengo uno dei capolavori assoluti della letteratura di ogni tempo (perlomeno della letteratura di cui ho una qualche cognizione).
In Cime tempestose c’è tutto: l’epica, la tragedia, la spietata analisi dell’animo umano – condotta con un approccio che oserei definire psicanalitico oltre un cinquantennio prima che la psicanalisi fosse inventata, la sottile ma implacabile critica alla costruzione sociale, l’ironia e molto altro ancora.
È dalla forma di questo romanzo che vorrei prendere le mosse, perché a mio avviso da un lato essa ci svela molte cose del contenuto, e dall’altro costituisce il primo indizio della grandezza di questa scrittrice, il segno della sua consapevolezza, la prova che nulla nella scrittura di Emily Brontë è lasciato al caso.
Cime tempestose è composto da 34 capitoli: le vicende della prima generazione, nelle quali prevale il tema dell’amore, si concludono esattamente a metà, dopo 17 capitoli, mentre i rimanenti, in cui prevale la vendetta, sono dedicati alla seconda generazione. Ancora: i primi tre capitoli sono una sorta di prologo, durante i quali il primo narratore, Lockwood, prende contatto con i luoghi e i personaggi dell’azione; è dal quarto capitolo che Nelly Dean (la seconda narratrice) inizia a raccontare le vicende degli Earnshaw e dei Linton, di Heathcliff e di Catherine. Specularmente, gli ultimi tre capitoli costituiscono l’epilogo della vicenda, narrato ancora da Nelly Dean a Lockwood dopo alcuni mesi di assenza. La corrispondenza tra i primi tre e gli ultimi tre capitoli è sottolineata dal fatto che i due blocchi iniziano entrambi con la notazione dell’anno cui si riferiscono le vicende che narrano. Una perfetta simmetria narrativa, quindi, che lascia intendere la costruzione di un progetto perfettamente formato nella mente dell’autrice, ma che soprattutto – a mio avviso – costituisce uno dei grandiosi codici cifrati di cui il romanzo è intriso. Prima però di tentare di esporre come questa simmetria delle pagine si colleghi al contenuto (ai contenuti) del romanzo, vorrei porre l’attenzione su un altro aspetto non solo formale di Cime tempestose: la sua struttura narrativa a matrioska. Continua a leggere “Esegesi minima e inadeguata di un monumento”