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Piccoli tesori nascosti sotto la superficie

LArchiviodiDalkeyRecensione de L’archivio di Dalkey, di Flann O’Brien

Adelphi, Biblioteca Adelphi, 1995

Flann O’Brien è un autore irlandese di culto, che ha scritto pochi romanzi, essendo innanzitutto giornalista, ma che ha lasciato un segno indelebile nella letteratura del ‘900 con opere come At Swim-Two-Birds (titolo intraducibile, ma che probabilmente poteva essere interpretato meglio dell’orribile Un pinta di inchiostro irlandese con cui Adelphi ce lo propone) e Il terzo poliziotto.
Questi due romanzi furono scritti da O’Brien prima della seconda guerra mondiale (anche se il secondo fu pubblicato postumo), mentre L’archivio di Dalkey è uno dei due romanzi della sua ripresa letteraria dopo una ventennale stasi, e venne pubblicato nel 1964, due anni prima della morte dell’autore.
Mentre i primi due romanzi possono essere considerati dei piccoli capolavori, per il loro inconfondibile humor, per la brillantezza della scrittura – che soprattutto nel primo romanzo (1939) raggiunge apici di sperimentalismo quasi Joyceiano – e per l’impiego, sempre in At Swim-Two-Birds, della metanarrazione nella quale i personaggi interagiscono con il loro autore (analogamente a quanto avviene in un altro grande romanzo del primo ‘900, Nebbia di Miguel de Unamuno), L’archivio di Dalkey, pur riprendendo i temi cari al primo O’Brien, o forse proprio per questo, è sicuramente il prodotto di un periodo di stanchezza creativa dell’autore. Egli aveva infatti smesso di scrivere romanzi dopo la mancata pubblicazione nel 1940 de Il terzo poliziotto (che vedrà la luce solo due anni dopo la sua morte) e i due ultimi romanzi scritti negli anni ’60 sono sicuramente caratterizzati da una maggiore convenzionalità espressiva rispetto alle ardite opere d’anteguerra. Continua a leggere “Piccoli tesori nascosti sotto la superficie”

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Un poema irlandese in prosa

RafteryRecensione de Raftery il cieco e la sua sposa Hilaria di Brian Oswald Donn Byrne

Sellerio, Il castello, 1989

Ciò che colpisce di primo acchito leggendo questo romanzo è lo stile della scrittura. L’autore ha infatti scelto, se la traduzione è fedele all’originale, di scrivere un poema in prosa, con uno stile epico, aulico e classico che – sapendo che il romanzo è stato scritto negli anni ’20 del novecento, ed è quindi contemporaneo del surrealismo, dell’espressionismo e delle avanguardie – inizialmente può sconcertare il lettore.
Certo, anche un altro grande irlandese – Joyce – usa uno stile analogo in alcuni capitoli del suo capolavoro, ma lì l’intenzione manifesta dell’autore è quella di richiamare, parodiandoli, i diversi modi di scrivere in prosa, per destrutturare lo stesso concetto di romanzo.
Donn Byrne non ha queste ambizioni: il suo orizzonte è molto più limitato. E’ un orizzonte esclusivamente irlandese: laddove Joyce è partito da Dublino per rivoluzionare la letteratura, Byrne delimita il proprio spazio letterario tra Galway, i monti del Connemara e la contea di Mayo, il cuore stesso dell’Irlanda rurale come è nel nostro immaginario di non-irlandesi.
Ed allora, perché Donn Byrne usa questo stile desueto, perché questo tono epico nella storia del poeta di strada cieco Raftery che sposa la bella spagnola Hilaria dal passato difficile e consolida con lei, vagando di villaggio in villaggio, uno splendido rapporto d’amore che non si incrina neppure quando viene a sapere che il matrimonio era stato combinato dal perfido Dafydd Evans, il gallese di Claregalway, per distruggere la reputazione del poeta e vendicarsi del ridicolo di cui Raftery l’ha coperto?
La risposta sta forse proprio nell’essere questo un piccolo romanzo interamente irlandese, scritto negli anni in cui l’Irlanda recuperava la sua indipendenza, negli anni in cui, quindi, era necessario contribuire a costruire una letteratura nazionale.
Ecco allora la necessità di costruire un’epica irlandese, che in Byrne si esprime con il richiamo ad un personaggio della tradizione (il poeta cieco Raftery) che diviene la metafora stessa dell’Irlanda. E’ un poeta improvvisatore, suona l’arpa celtica nei villaggi componendo versi che si riferiscono agli avvenimenti di attualità, e per questo è riconosciuto da tutti come un’autorità indiscussa, un leader che indica la via. La sua sposa è spagnola, quasi a sottolineare come il carattere irlandese possa incontrarsi solo con le culture mediterranee che – al pari dei figli di Erin – fondano buona parte della loro identità sull’arte e sulla musica. Il suo nemico è naturalmente un britannico (anche se gallese), il cui unico obiettivo di vita è far soldi con spregiudicate operazioni finanziarie (toh, guarda!).
Ci sono poi la natura ed i paesaggi irlandesi, grandi coprotagonisti del libro ed essi stessi parte della costruzione dell’epica nazionale, per lo più “visti” attraverso le sensazioni del cieco Raftery: sono questi secondo me i passi più belli del romanzo, i momenti in cui sembra davvero di sentire il soffio del vento, il canto degli uccelli della brughiera o il mugghiare dell’oceano ai piedi di una alta falesia.
Un libro quindi da leggere d’un fiato, lasciandosi ammaliare dal suo tono aulico ma mai enfatico, lasciandoci conquistare dalla storia – solo apparentemente piccola – narrata, lasciandoci trasportare in una terra che ha saputo esprimere alcuni dei più grandi geni letterari della storia.
Nella sua prefazione (scritta nel 1929) il traduttore Gian Dauli afferma di non esitare, dopo avere letto Blind Raftery and His wife Hilaria, a porre Donn Byrne … più in alto di tutti gli altri scrittori irlandesi anche se si chiamano col nome di uno Swift, di un Wilde, di uno Shaw, di un Yeats, di un Synge, d’uno Stephens, di un Joyce…: ecco, forse non è del tutto vero, proprio per il carattere squisitamente irlandese di questo libro, a fronte dell’universalità delle cose scritte dai grandi sopra elencati. E’ vero però che con questo romanzo Donn Byrne ha scritto un piccolo capolavoro, che sicuramente rifulge di luce propria anche al cospetto dei colossi.