Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura spagnola, Libri, Recensioni

Le ambiguità del romanzo, troppo forti anche per Buñuel

TristanaRecensione di Tristana, di Benito Pérez Galdós

Marsilio, Letteratura universale, 1991

Questo romanzo di Benito Pérez Galdós, scritto nel 1892, è stato poco conosciuto in Italia sino al 1970, anno in cui Luis Buñuel realizzò l’omonimo film con protagonisti Catherine Deneuve e Fernando Rey. Ancora oggi, anche grazie all’importanza del regista, credo che il film sia molto più conosciuto del romanzo, e che in un certo qual senso si possa dire che, almeno nel nostro paese, il film abbia cannibalizzato il libro. Dopo aver letto il libro ho quindi rivisto il film, per confrontare le due opere che, su piani diversi, possono essere sicuramente considerati dei capolavori.
Il libro di Pérez Galdós è infatti un romanzo notevole, che pur essendo stato scritto in un contesto culturale periferico come la Spagna di fine ottocento, anticipa tematiche che saranno assi portanti della letteratura decadente europea del primo novecento. E’ infatti un romanzo fortemente intriso di elementi psicologici, che affronta il tema dell’ambiguità e dell’inadeguatezza del comportamento umano utilizzando elementi fortemente simbolici, che possono essere letti anche in chiave psicanalitica (credo sia stato questo uno degli elementi che ha affascinato Buñuel) e ricorrendo ad un’atmosfera morbosa ma al tempo stesso rarefatta.
Tre sono i personaggi chiave del romanzo: Don Lope Garrido, anziano caballero, libertino e miscredente, disprezzatore del denaro, insofferente delle convenzioni sociali e sentimentali; Tristana Reluz, giovanissima e innocente figlia di una vecchia amante di Don Lope, che gli viene affidata dalla madre in punto di morte e che Don Lope seduce recludendola in casa; Horacio Díaz, pittore di belle speranze, di cui Tristana si innamora e che sembrerebbe poter sottrarre la protagonista alla tirannia di Don Lope.
Ciascuno dei personaggi si rivela, con modalità diverse, carico di ambiguità e inadeguato ad affrontare le situazioni e le questioni poste dalla vicenda.
Don Lope è, come detto, un libero pensatore, ma riversa su Tristana le ansie della sua decadenza fisica, ne fa la vittima sacrificale del suo denegato crepuscolo. Non accetta la voglia di libertà della giovane e giunge persino a minacciarla di ucciderla nel caso avesse un’altra storia, ma favorisce il suo riavvicinamento a Horacio. Alla fine del romanzo sposa in chiesa Tristana avviandosi alla fine della vita avendo rinnegato tutti i suoi principi.
Del tutto inadeguato e ambiguo è Horacio, che appare nella storia come l’artista bohemièn pronto a strappare Tristana dal suo destino di reclusa ma a cui basta una breve lontananza per imborghesirsi e dimenticare il suo grande amore.
Ma inadeguata è anche Tristana, che vagheggia volta a volta future glorie da pianista, da pittrice, da scrittrice, senza avere né l’applicazione né il talento per combinare qualcosa. E’ anche ambigua nel suo rapporto con Don Lope, che vede sia come suo tiranno sia come un padre affettuoso.
C’è un punto centrale attorno a cui ruota la storia: è quello della malattia di Tristana, cui viene amputata una gamba. E’ l’avvenimento simbolico dopo il quale nulla sarà più come prima e le accennate ambiguità dei personaggi emergeranno in tutta la loro contraddittoria forza.
Al romanzo sono estranee tematiche e finanche accenni di carattere esplicitamente sociali, ma la forza di questo libro (come di tutti i grandi libri) è anche quella di poter interpretare le storie individuali come storie universali. Così, ciascuno dei tre personaggi è fortemente caratterizzato per rappresentare un tipo, e la loro storia può anche essere letta come una grande parabola delle tare della società spagnola di fine ‘800.
In questa chiave Don Lope rappresenta la Spagna cavalleresca e tirannica ancorata ai valori e ai disvalori della hidalgìa, che chiaramente sta morendo e lasciando il posto ad una Spagna in cui conta solo il vile metallo. Horacio è l’artista, che dovrebbe incarnare i valori della cultura anche in chiave di rinnovamento sociale ma che si asservisce presto alla cultura dominante. Tristana è la gioventù, la nuova generazione che si affaccia alla vita e potrebbe avere la forza per ribellarsi ma non ne ha le capacità, anche perché viene presto amputata nelle sue ambizioni.
Il finale è senza speranza: di Horacio si viene a sapere che si è sposato, i due si sposano in chiesa, come detto, e Tristana si dedica all’arte… della pasticceria: Una maestra molto abile le insegnò due o tre tipi di dolci, e lei li faceva così bene, così bene, che Don Lope, dopo averli assaggiati, si leccava le dita, e non smetteva di lodare Dio. Erano felici, l’uno e l’altra…? Forse.
Rispetto alla forza del libro, il cui unico momento di relativa caduta è secondo me la sezione epistolare tra Horacio e Tristana, il film delude leggermente. La figura di Horacio (Franco Nero) non emerge nella sua contraddittorietà, anche perché nel film i due fuggono insieme, ed è Tristana di fatto a decidere di abbandonarlo. Buñuel aggiunge poi un seguito al geniale forse del libro, nel quale Tristana tiranneggia Don Lope ed alla fine lo lascia morire. Insomma, Buñuel attribuisce a Tristana una forza che nel libro non c’è, affidandole un ruolo di riscatto, sia pure in negativo, rispetto alle sue sofferenze fisiche e morali: in questo modo, a mio avviso, tradisce il libro, consegnandoci un messaggio sostanzialmente diverso e soprattutto sminuendo il senso di ambiguità e di inadeguatezza che caratterizza il romanzo.

Annunci
Pubblicato in: Letteratura, Letteratura spagnola, Libri, Novecento, Recensioni

JTC è esistito davvero, anzi è ancora vivo!

JTCRecensione di Jusep Torres Campalans di Max Aub

Sellerio, il Castello, 1992

Biografia di un mai esistito pittore catalano amico di Picasso, che con lui condivise quella grande rivoluzione della pittura che è stato il cubismo, Jusep Torres Campalans è a mio avviso un capolavoro.
Il libro è suddiviso in quattro sezioni oltre a un prologo: una descrizione degli avvenimenti storici ed artistici avvenuti tra il 1886 (anno della nascita di JTC) e il 1914 (anno della sua fuga in Messico), la biografia vera e propria dell’artista, la trascrizione dei suoi appunti parigini scritti tra il 1906 e il 1914 (il Quaderno verde) e il resoconto dell’incotro tra Aub e JTC nel Chiapas nel 1955, un anno prima della morta dell’artista. Chiude il libro la riproduzione di nove quadri di JTC. Ogni sezione è accompagnata da un ricco corredo di note. Tutto inventato, tutto frutto della grandissima fantasia di Aub ma nello stesso tempo tutto terribilmente vero, tanto che prima che l’autore rivelasse tutto in molti aveno creduto alla riscoperta di questo autore sconosciuto ma fondamentale.
La figura e la vita di JTC permettono ad Aub di farci conoscere l’atmosfera culturale della Parigi degli anni prima della prima guerra mondiale, le utopie anarchiche di cui erano portatori in particolare gli emigrati catalani, le discussioni sull’arte e sulla pittura che innervavano la metropoli, le ragioni che spinsero un gruppo di giovani artisti a sovvertire i canoni della pittura, il rapporto tra arte, società e mercato.
JTC, anarchico e religioso, pur senza apparentemente credere al ruolo politico e sociale dell’arte, tanto da non esporre né vendere mai un suo quadro, getta le basi – insieme all’amico Picasso – della grande rivoluzione, ma quando scoppia la prima guerra mondiale e si rende conto che nulla è cambiato e cambierà nei rapporti umani e sociali abbandona tutto, distrugge le sue opere e si ritira nel Chiapas, a fare figli con le donne di una tribù india e a guardare le stelle nella notte senza luci artificiali. Lì lo ritroverà Aub, a metà degli anni ’50.
La vita di JTC è quindi la metafora delle grandi speranze di cambiamento che nel primo decennio del ‘900 facevano pensare all’imminenza di un mondo migliore, di come le avanguardie artistiche dell’epoca accompagnassero queste speranza e, soprattutto, narra della grande crisi dell’arte e del suo ruolo immediatamente seguita. Aub ci fa notare come molti artisti seppero adattarsi perfettamente alla nuova realtà e continuarono a proporre il loro lavoro a fini meramente commerciali. Se la risposta di JTC, sorta di Kurz artistico, è ritirarsi nella natura, il solo Picasso cerca di reinventare ancora la pittura, dopo il grande fallimento.
Bellissimi, assolutamente da non perdere, i due colloqui finali tra JTC e Aub: sono di una attualità sconvolgente e portano alla conclusione, perfettamente condivisibile, che ormai non ha più senso fare arte.

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura spagnola, Libri, Novecento, Recensioni

L’orrore prima dell’orrore

IquattroCavalieriRecensione de I quattro cavalieri dell’apocalisse di Vicente Blasco Ibàñez

Newton, Biblioteca Economica Newton 56, 1995

La grande forza de I quattro cavalieri dell’Apocalisse sta, a mio avviso, nel fatto di essere stato scritto in media res, in pochi mesi tra il 1915 e il 1916. La lettura del libro ci restituisce il clima, l’atmosfera delle settimane che precedettero lo scoppio del conflitto tra Germania e Francia, l’euforia nazionalista della mobilitazione generale, l’orrore dell’invasione tedesca, della battaglia della Marna, della guerra di trincea e dei milioni di morti che comportò. Non è un libro propriamente pacifista, è essenzialmente antigermanico, ma finisce per restituirci l’essenza e la stupidità della guerra in tutta la sua crudezza.
Il racconto è quello della famiglia Desnoyers, il cui capostipite si è arricchito in Argentina (a proposito: molto bella anche la figura del patriarca Madariaga, quasi marqueziana) e che torna a Parigi con moglie e figli poco prima dello scoppio delle ostilità. Naturalmente la guerra sconvolgerà la vita di tutti i componenti della famiglia, in primis quella di Julio, figlio primogenito dedito ai piaceri della vita. La presenza di un ramo tedesco della famiglia è lo spunto per la descrizione e la condanna del militarismo della Germania guglielmina, che per Blasco Ibañez è la causa unica del massacro. E’ impressionante, leggendo le pagine in cui l’autore ci parla della Germania per bocca di alcuni personaggi tedeschi, trovare frasi e asserzioni che saranno largamente usate nel periodo nazista, riguardanti la superiorità della razza e della Kultur tedesca, la sua missione purificatrice e così via. Lo stile di Blasco Ibañez, pacato e quasi giornalistico, che raramente si lascia andare a lirismi o introspezioni, aiuta a dare oggettività al racconto.
Un libro che quindi vale senza dubbio la pena di leggere, che giustamente divenne un best seller nei paesi alleati e da cui è stato tratto un celebre film con Rodolfo Valentino.