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Sette personaggi in cerca dell’annullamento dell’Io

Recensione de I sette in fuga, di Frederic Prokosch

Fazi, Le porte, 2002

”In una notte settembrina, fonda e senza vento, ventidue uomini e una donna bellissima attraversarono il greto di un fiume in secca sulla pista che da Kashgar conduce a oriente, verso Aksu. Uno dietro l’altro, i quindici portatori procedevano faticosamente tra i massi, guidando i muli e i cammelli carichi di bauli imbrattati e logorati dalle intemperie.
Il letto del fiume era largo più di un chilometro e arido come un deserto: nuvolette di polvere si levavano a ogni passo. Il paesaggio, tuttavia, aveva un che di illusoriamente liquido e soffice. Entrambe le rive erano disseminate di piccoli ciottoli neri, schegge di basalto e ossidiana che al chiarore delle stelle sprigionavano lampi di colori diversi: verde scuro, viola, rame, grigio perla.
La terra, arida come un deserto, si sgretolava come cenere, altrettanto calda sebbene fosse da tempo trascorsa la mezzanotte, e altrettanto impalpabile. I passi si susseguivano in un silenzio perfetto. L’unico suono era il sussurro irregolare e incalzante dei loro respiri e il fruscio dei bauli ricoperti di paglia contro il dorso dei cammelli.”

Credo di non aver mai iniziato il mio commento a un romanzo con il suo incipit; stavolta ho voluto fare un’eccezione, perché la prosa che Frederic Prokosch dispiega in questo I sette in fuga è talmente avvolgente, talmente capace di evocare atmosfere e sensazioni che mi è sembrato giusto offrirne ai pochi lettori di queste note un assaggio, tanto più che – essendo da anni il romanzo non più disponibile nelle librerie – ritengo che pochissimi avranno il piacere di gustarne le pagine.
Prokosch è infatti uno dei tanti autori ormai snobbati dalla nostra editoria; oggi si possono conoscere poche delle sue opere solo grazie ad Adelphi, che negli anni ‘80 propose due suoi romanzi: Gli asiatici, con cui nel 1935 Prokosch esordì con grande successo di critica, e Il manoscritto di Missolungi, fittizia autobiografia di Byron; nel 2017 l’editore pubblicò Voci, libro di memorie centrato sugli incontri dello scrittore con altri grandi della letteratura novecentesca.
Come spesso mi capita di constatare, ben diversa era la situazione nei primi decenni del dopoguerra, quando numerose opere di Prokosch erano pubblicate da grandi editori come Mondadori, Bompiani e Longanesi. Il progressivo abbandono editoriale di questo autore non può essere spiegato con la naturale distillazione che il tempo opera sulla produzione letteraria di un’epoca, perché – come cercherò di argomentare – Prokosch è a mio avviso autore importante e attuale, tassello se non imprescindibile almeno rilevante della letteratura occidentale della prima metà del ‘900. È quindi necessario tessere ancora una volta le lodi di Adelphi, che con tutti i suoi limiti rappresenta (o ha rappresentato per alcuni decenni?) la casa editrice di riferimento per i lettori che vanno alla ricerca di opere ed autori altrimenti negletti. Per la verità I sette in fuga, secondo romanzo di Prokosch, del 1937, è stato riproposto nel nostro paese – dopo la storica edizione Bompiani del 1949 – da Fazi nei primi anni 2000, ma si è trattato di un episodio isolato nel catalogo di questa casa editrice, ed oggi questa edizione è di difficile reperibilità anche sul mercato dell’usato.
Poco sopra mi sono riferito a Prokosch come ad un autore occidentale. È infatti difficile, a mio avviso, circoscrivere questo autore entro i confini di un’area geografica più definita.
Frederic Prokosch nacque nel 1908 nel Wisconsin da una famiglia di intellettuali austriaci immigrati: il padre insegnava germanistica a Yale e la madre era pianista. Studiò a Yale e a Cambridge, viaggiando molto attraverso l’Europa sin da giovane. Durante la guerra fu addetto all’ambasciata USA in Svezia, e nel dopoguerra si trasferì in una casa isolata presso Grasse, in Provenza, dove morì nel 1989. Tra il 1935 e il 1984 pubblicò quasi una ventina di romanzi e alcune raccolte di poesie. Fu in gioventù un ottimo giocatore di tennis e campione di squash e coltivò come Nabokov la passione per lo studio dei lepidotteri; a Grasse stampava da solo, in serie limitate, le poesie di autori che amava. Scrisse di sé: ”Ho trascorso la mia vita solo, completamente solo, e nessuna mia biografia potrebbe andare oltre lo scalfirne la superficie. […] Nonostante tutta la sua superficiale ‘rispettabilità’ diplomatica, accademica e i suoi illustri contatti sociali, la mia vita reale è stata sovversiva, anarchica, viziosa, solitaria e capricciosa.”
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Ritratto dell’artista da giovane (forse)

Recensione de La lacrima nel sigillo e altri racconti, di Henry James

Mondadori, Oscar classici, 2005

Questo volume degli Oscar classici Mondadori dalla vita editoriale piuttosto breve – edito nel 2005 ed oggi non più in catalogo – è la traduzione italiana di The Uncollected Henry James, pubblicato dallo studioso statunitense Floyd R. Horowitz dopo quasi trent’anni spesi alla ricerca delle prime opere di Henry James.
Come informa lo stesso Horowitz nella breve prefazione, il primo racconto firmato Henry James, The Story of a Year, apparve sulla rivista Atlantic Monthly nel 1865, mentre l’anno precedente era apparso sul Continental Monthly un racconto anonimo, A Tragedy of Error, sicuramente di James. La struttura di questi due racconti lasciava tuttavia intravedere, secondo Horowitz, una serie di riferimenti simbolici, allusioni e tematiche difficilmente riconducibili ad uno scrittore alle prime armi. Egli iniziò quindi a leggere i racconti pubblicati dalle numerose riviste letterarie edite attorno alla metà dell’ottocento nell’area di New York e Boston, sottoponendoli ad una analisi testuale basata sulla ricerca di particolari parole, giochi di parole, allusioni e temi rinvenibili nelle opere più tarde firmate dall’autore. In seguito il ricercatore ha sottoposto i racconti secondo lui attribuibili a James ad una analisi computerizzata. Il risultato di tutto questo lavoro sono stati l’attribuzione certa ad Henry James di settantadue racconti pubblicati tra il 1852 e il 1869. Ventiquattro di questi, quelli ritenuti più significativi, vennero pubblicati nel 2004 nel volume The Uncollected Henry James.
Il volume è quindi il risultato di un lungo lavoro di ricerca, e come tale ha avuto ed ha sicuramente una notevole importanza di carattere filologico, permettendo agli studiosi di James di approfondire l’evoluzione dello stile letterario dell’autore, le tematiche che egli tratta, le sue ascendenze ed influenze culturali sin dalle origini; più complicato è invece attribuirgli un valore per il lettore dilettante, per il semplice appassionato dell’autore statunitense, che in gran parte dei racconti fatica a ritrovare l’essenza della letteratura del James maturo, quella prosa estenuante e precisa (non sembri questa un’antitesi inconciliabile, perché in James non lo è), quell’ambiguità data dall’importanza del non detto, quella crescente importanza assunta dalla caratterizzazione psicologica e dal disagio esistenziale dei suoi personaggi che costituiscono la cifra di fondo della sua opera.
A questo proposito è utile ricordare come Quattro incontri, il primo dei racconti contenuti nel volume La bestia nella giungla e altri racconti, da me recentemente letto, e che ci consegna un James ancora per certi versi immaturo, sia del 1877, quindi otto anni (ed oltre venti racconti) dopo l’ultimo dei racconti di questa raccolta. La fatica che il lettore comune fa a riconoscere James in questi racconti è a mio avviso inoltre accentuata dalla traduzione di Monica Luciano, che definire sciatta è poco. Oltre che per un tono generale che mi è parso a tratti inutilmente enfatico e altrove all’inverso eccessivamente colloquiale, la traduzione si caratterizza per alcune divertenti sviste (scopriamo così che nel 1860 negli USA – peraltro da sempre nostro faro di civiltà e progresso – esistevano già le stazioni degli autobus) e per l’impiego di un italiano a volte approssimativo (”Aveva con sé l’oro, che gli aveva consumato la sua giovane vita…”); questa sciatteria, deprecabile in ogni traduzione, lo è ancora di più nel caso di un autore come James, sia pure un James giovanile e al di là di ogni dubbio minore, del quale è nota l’attenzione per la precisione della frase.
Il volume si apre con quello che dovrebbe essere il primo racconto pubblicato, anonimo, da Henry James: Il paio di pantofole esce nel 1852, quando James ha nove anni. Si tratta di una graziosa novella di ambientazione orientale, che senza dubbio testimonia le vaste letture del ragazzo e, al di là dell’inevitabile limitatezza dei mezzi espressivi, mette già in luce il suo talento nell’inventare storie.
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Scacco all’800 in quattro mosse

Gruppo MessaggerieRecensione de La bestia nella giungla e altri racconti, di Henry James

Garzanti, i grandi libri, 1984

Per una fortuita coincidenza, dopo La lotteria di Shirley Jackson ho letto un libro di uno dei suoi maestri ideali, Henry James, anch’esso composto da quattro racconti, dei quali uno si distacca nettamente dagli altri per qualità e complessità. Peraltro in questo caso l’editore ha saggiamente scelto di presentare i quattro racconti in ordine cronologico, facendo assumere al libro il carattere di un crescendo letterario che culmina con il racconto eponimo.
Racconto e romanzo breve sono le forme narrative nelle quali James ha dato probabilmente il meglio di sé: basti pensare a due capolavori assoluti come Il giro di vite e Le spoglie di Poynton (quest’ultimo da decenni colpevolmente non più edito in Italia). A mio avviso, peraltro, anche molti dei romanzi lunghi dell’autore sono da annoverarsi tra i capisaldi della letteratura a cavallo tra XIX e XX secolo, e James, anche per il suo essere statunitense europeo, è da considerarsi uno degli scrittori che con maggior forza chiudono definitivamente le porte della letteratura realistica ottocentesca assumendosi l’onere di aprire i primi spiragli di luce su quella del novecento, sferrando così i primi decisivi colpi di piccone alla struttura stessa del romanzo borghese, che verrà definitivamente demolito dai grandi scrittori della generazione successiva.
Grande merito di questo volume è, a mio avviso, permettere al lettore di toccare con mano il processo di sublimazione tematica e stilistica della scrittura jamesiana, attraverso quattro importanti tappe, che partono dal 1877, anno di pubblicazione di Quattro incontri, racconto che apre il volume, sino al 1903, quando l’autore è nel pieno della sua major phase.
Nel 1877 James non è proprio alle prime armi: trentratreeenne, da alcuni anni vive in Europa, prima a Parigi quindi a Londra, da oltre un decennio pubblica racconti su svariate riviste e ha al suo attivo tre romanzi; nella capitale francese è entrato in contatto tra gli altri con Zola, Maupassant e Turgenev, quest’ultimo ormai al tramonto della vita.
Quattro incontri è una prova letteraria per certi versi ancora immatura, che risente senza dubbio di questi incontri e dell’ammirazione che James nutriva per la letteratura francese dell’epoca e per l’autore russo; purtuttavia anche in questo racconto minore si possono rinvenire alcuni tratti che annunciano il James degli anni a cavallo del 1900.
La vicenda narrata potrebbe costituire il soggetto di una novella di stampo naturalistico. La protagonista, Caroline Spencer, è una modesta insegnante del New England, sulla trentina all’inizio del racconto, che ha come unico sogno quello di visitare l’Europa. Riesce a partire, impiegando nel viaggio tutti i suoi modesti risparmi, ma il giorno stesso dello sbarco a Le Havre è vittima di una truffa ad opera di un suo cugino che vive in Francia tentando di fare il pittore, ed è quindi costretta ad un precipitoso ritorno. Le amare conseguenze di quel viaggio si faranno sentire anche a distanza di alcuni anni, quando la vedova del cugino – e causa della truffa – una equivoca contessa francese, si trasferirà a vivere da lei.
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Il “metodo James” negli USA del secondo dopoguerra

Recensione de La lotteria, di Shirley Jackson

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2007

Questo piccolo volume, un’ottantina di pagine, contiene quattro racconti. Tre di essi sono buoni racconti, che si inseriscono nell’ambito della letteratura attenta a descrivere l’alienazione e la nevrosi, sociale ed individuale, che covava sotto la cenere negli Stati Uniti usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale, lanciati verso l’egemonia sul mondo occidentale e verso la costruzione della società dei consumi, di cui molti altri grandi scrittori sono stati interpreti. Il quarto, che dà il nome al libro e lo apre, è semplicemente – a mio avviso – uno dei più potenti e sconvolgenti capolavori della letteratura statunitense, e non solo, del ‘900.
L’autrice, Shirley Jackson, nata nel 1916 in California, vissuta per molti anni in un piccolo villaggio del Vermont e morta a soli quarantotto anni, fu giornalista nonché scrittrice di alcuni romanzi e molti racconti. Molto nota in ambito anglosassone, soprattutto per il romanzo The Haunting of Hill House (L’incubo di Hill House, Adelphi, 2004 e 2016) e per La lotteria, nel nostro Paese è stata fatta conoscere da Adelphi, che ne ha pubblicato alcune delle opere.
Jackson non ebbe una vita facile. Proveniente da una famiglia conservatrice e con una madre che arrivò a definirla, per il suo aspetto che non rispettava i canoni della bellezza correnti, un aborto mancato, sposò un critico letterario, che però a quanto pare si rivelò autoritario e la tradì frequentemente. Le sue prese di posizione sui diritti dei neri e delle donne non la aiutarono certo, visto il contesto: quando La lotteria fu pubblicato sulle colonne del New Yorker, nel 1948, scatenò un putiferio, non è difficile immaginare a causa di quali sentimenti nazionali si sentissero gravemente offesi. Nonostante ciò ebbe già in vita alcuni significativi riconoscimenti.
Rilevo preliminarmente che a mio modo di vedere l’editore ha commesso un grave errore assemblando questi quattro racconti: aprire il volume con La lotteria significa infatti far assaggiare subito al lettore il boccone di gran lunga più prelibato, cosicché gli altri tre racconti risultano alla prima lettura piuttosto insipidi. Tale scelta non pare avere giustificazioni plausibili, visto che non segue neppure l’ordine temporale di uscita dei racconti. In queste mie note seguirò quindi un ordine diverso, lasciando per ultimo l’indiscusso gioiello e procedendo per così dire in ordine inverso d’importanza, almeno per ciò che è stato il mio personale giudizio.
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L’hard boiled d’autore che delude

PiomboeSangueRecensione di Piombo e sangue, di Dashiell Hammet

Guanda, Le Fenici Tascabili, 2002

Mi sono accostato a questo romanzo di Dashiell Hammett con molte aspettative. Hammett è infatti considerato l’inventore dell’hard boiled, il genere letterario incentrato sulla figura dell’investigatore privato solitario e duro, il cui modello è Sam Spade, e caratterizzato dal realismo delle storie raccontate, ambientate solitamente in città degli Stati Uniti violente, notturne e corrotte, dove domina la malavita organizzata, spesso in collusione con la polizia e la politica. Il discepolo più famoso di Hammett, Raymond Chandler, padre di Philip Marlowe, nel suo saggio La semplice arte del delitto afferma che ”Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali.” Questo realismo delle storie raccontate è infatti in grado, a mio avviso, di elevare il giallo o il noir al di sopra della scrittura commerciale, conferendogli una precisa dignità letteraria. È ciò che successe anche in Europa, grossomodo nello stesso periodo in cui scrive Hammett, con due autori che idearono interessanti figure di detective: Georges Simenon e Friedrich Glauser, con Maigret e il Sergente Studer, ci hanno fornito l’esempio di come il genere giallo possa essere usato per descrivere ambienti sociali, tormenti interiori, personalità complesse, insomma per fare vera letteratura. Ovviamente il contesto culturale in cui vivevano questi autori, affatto diverso da quello delle metropoli statunitensi, hanno portato a risultati stilistici e anche contenutistici del tutto diversi dall’hard boiled, ma si può dire che c’è stato un momento, significativamente coincidente con l’inizio della grande depressione e il progressivo avvicinarsi della seconda guerra mondiale, nel quale alcuni scrittori delle due sponde dell’Atlantico hanno ridefinito i cardini del poliziesco classico, così come erano stati fissati da Edgar Allan Poe ed elaborati da molti autori successivi, introducendovi elementi che mettevano in discussione l’assunto di ritorno all’ordine sotteso alla soluzione di misteriosi delitti.
Devo anche ammettere che vi è un altro elemento che rende per me affascinate la figura di Dashiell Hammett: la sua vicenda esistenziale e politica. Sfogliando la sua biografia, infatti, si scopre come il personaggio Hammett riassuma in sé tutte le specificità, le contraddizioni ed i drammi della democrazia statunitense che si avviava a divenire la potenza egemone del mondo capitalistico occidentale. Hammett fu in gioventù agente dell’Agenzia Pinkerton, la società di investigazione privata che tanta parte ha avuto, al servizio di grandi e piccoli capitalisti, nella repressione di scioperi e rivendicazioni sindacali prima e durante la grande depressione: questa esperienza lo ispirò nella scrittura dei suoi racconti e romanzi. Anche se non combatté a causa della tubercolosi, si arruolò sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, dimostrando un indubbio spirito patriottico, il che gli ha dato il diritto di riposare nel Cimitero Nazionale di Arlington. Ma Hammett fu soprattutto un comunista. Attivo politicamente su posizioni nettamente antifasciste sin dai primi anni ‘30, dal 1935 fece parte della Lega degli Scrittori Americani, associazione egemonizzata dal Partito Comunista degli Stati Uniti, e nel 1937 si iscrisse al Partito. Nel 1946 divenne presidente del Civil Right Congress, associazione che si batteva contro i processi a sfondo politico e razziale. Le sue idee lo portarono ad essere progressivamente emarginato dall’industria culturale statunitense, in particolare durante il primo dopoguerra e il maccartismo. Nel 1951 scontò sei mesi di carcere per essersi rifiutato di fare i nomi dei contributori di un fondo, di cui era tesoriere, a sostegno delle spese legali di sospetti comunisti, e il suo nome comparve nelle famigerate liste nere del senatore McCarthy: tutti i contratti legati alle sue opere vennero sospesi, e più tardi per una vicenda di tasse tutti i suoi beni confiscati. Oppresso dall’aggravarsi della malattia visse in povertà gli ultimi anni, morendo nel 1961. Questa vita complicata ha fatto sì che tutta la sua opera letteraria risalga all’anteguerra, essendo composta di soli cinque romanzi – di cui il più noto è sicuramente Il falcone maltese, del 1930, da cui una decina d’anni dopo fu tratto un celebre film con Humphrey Bogart nella parte di Sam Spade – e da numerose storie brevi.
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Anche nell’ucronia Dick non può immaginare un mondo diverso da quello in cui vive

Recensione de La svastica sul sole, di Philip K. Dick

Fanucci, 25 anni per 25 libri, 2007

Ultimo capitolo della mia personale trilogia dickiana, La svastica sul sole è anche l’ultimo mio incontro con questo autore: infatti ho letto, in tempi diversi, tutti i sei volumi di Dick presenti nella mia biblioteca e non ho alcuna intenzione di acquistarne altri, visto che – come ho più volte affermato parlando dei suoi romanzi – lo ritengo un minore, di cui è giusto conoscere l’opera ma che non mi pare meritare ulteriori approfondimenti.
Termino comunque la mia esperienza con Dick in bellezza, perché La svastica sul sole è sicuramente, tra quelli che ho letto, uno dei suoi romanzi più coinvolgenti, ed anche uno di quelli in cui meno si sente il pesante ricorso ai tecnicismi fantascientifici che rendono a tratti insopportabile la sua scrittura. Ne La svastica sul sole non siamo infatti sul terreno della fantascienza propriamente detta, quanto in quello dell’ucronìa, ovvero della costruzione di uno sviluppo storico alternativo a quello reale: nello specifico, come noto data la popolarità del romanzo, Dick ambienta la sua storia in un mondo a lui contemporaneo, ma nel quale nazisti e giapponesi hanno vinto la seconda guerra mondiale (e che ne è stato dell’Italia fascista, terza gamba del patto tripartito? Dick accenna anche al nostro paese…) Non è quindi necessario all’autore immaginare tecnologie e scenari futuribili oppure i mostri domestici generati dall’apocalisse atomica, che tanto contribuiscono a mio avviso ad indebolire le sue storie, data la sua incapacità di uscire al riguardo da una certa qual stereotipia. Se si eccettuano i razzi che trasportano passeggeri da Berlino a San Francisco in 45 minuti e pochi altri particolari gli scenari in cui sono ambientate le vicende dei protagonisti di questo romanzo sono di fatto contemporanei, e l’immaginazione di Dick si può concentrare sulla situazione politica e sociale generata dall’esito della guerra, con esiti che ritengo di maggiore portata letteraria. Intendiamoci, la prosa di Dick evidenzia anche in questo caso tutti i limiti strutturali che ho cercato di evidenziare anche nelle mie precedenti note, ma mi sento di dire che tali limiti in questo romanzo non sono amplificati dalla necessità di far capire al lettore come è organizzato un viaggio su Marte o di fargli conoscere improbabili cani parlanti o topi che suonano il flauto.
Cercherò di entrare il meno possibile nella trama del libro, ma al fine di poterne cogliere i tratti che ritengo essenziali è necessario descrivere lo scenario in cui si svolgono le vicende dei personaggi di questo romanzo per certi versi corale. Come accade spesso nelle opere di Dick, questo scenario non è presentato in maniera didascalica all’inizio del romanzo, ma il lettore lo deve ricostruire per tasselli successivi, basandosi sui dialoghi tra i protagonisti, su loro riflessioni e pensieri, su interventi dell’io narrante impersonale. Questa modalità narrativa, che ho ritrovato nei tre i romanzi dell’autore da me letti recentemente, richiede che il romanzo inizi in media res, con una situazione apparentemente normale e in genere minimale: in questo caso l’incipit riguarda l’apertura mattutina del suo negozio da parte di Robert Childan (per inciso: l’apertura di un negozio è anche l’incipit di Cronache del dopobomba, che Dick ha scritto nello stesso periodo). Subito però il lettore si rende conto che la situazione presenta elementi di diversità: Childan infatti aspetta un plico che gli deve arrivare dagli Stati delle Montagne Rocciose, e osservando il brulicare della vita di San Francisco vede in lontananza un mezzo pubblico elettrico. Così, da queste briciole di pane sparse nel testo quasi casualmente, il lettore inizia a ricostruire il contesto in cui sono immerse le vicende narrate. Si tratta di una tecnica sicuramente non nuova ma che indubbiamente possiede un suo peculiare fascino letterario, perché permette al lettore di sentirsi partecipe della scoperta dei luoghi e delle atmosfere in cui si trova mentre legge. È però proprio l’uso a mio avviso maldestro di questa tecnica narrativa che evidenzia plasticamente alcuni dei limiti principali della scrittura di Dick. In contraddizione con i principi fondanti di questa tecnica, sembra infatti che egli abbia comunque l’ansia di spiegare al lettore il contesto generale dei suoi romanzi, infarcendo il testo di lunghi monologhi interiori o di interventi diretti del narratore terzo, volti ad illustrare la situazione e finendo così non solo per essere parimenti didascalico che se avesse spiegato tutto e subito, ma per conferire alla sua prosa quella disastrosa discontinuità che molti critici giustamente gli addebitano.
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I marziani di Dick siamo davvero noi

Recensione di Noi marziani, di Philip K. Dick

Fanucci, 25 anni per 25 libri, 2007

Pare proprio che molti dei romanzi di Philip K. Dick abbiano titoli originali difficilmente traducibili in italiano, ragion per cui i nostri editori sono costretti ad arrabattarsi per trovarne altri che risultino plausibili rispetto alle vicende narrate.
Devo dire che, almeno negli ultimi due casi in cui mi sono imbattuto sinora, questo esercizio ha dato buoni risultati, nel senso che i titoli italiani, pur perdendo inevitabilmente il potere evocativo di quelli originali, sanno richiamare altri elementi fondanti dei romanzi, non meno importanti.
Così, Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb che diviene Cronache del dopobomba fa perdere indubbiamente il riferimento ironico al capolavoro di Kubrick, ma dà conto perfettamente del carattere di cronaca della ricostruzione di una piccola comunità dopo l’olocausto nucleare che è il tratto saliente del romanzo.
Lo stesso dicasi per Noi marziani, che nell’originale suona Martian time-slip. Come vedremo, il tema dello scivolamento del tempo, della sua liquidità è uno dei fulcri del romanzo, attorno al quale è costruita la figura del protagonista, il bambino autistico Manfred Steiner; è però altrettanto importante notare sin da subito che l’ambiente e la società marziana che Dick presenta al lettore è di fatto la scoperta trasposizione della società statunitense (ed occidentale) degli anni ‘60 ed anche di oggi, della sua storia, dei suoi caratteri costitutivi, della crudeltà e delle meschinità che caratterizzano i rapporti tra le persone, ed in questo senso si può davvero dire che i marziani che si incontrano nel romanzo siamo proprio noi.
Se in Cronache del dopobomba l’attenzione dell’autore è rivolta ad indicare i tratti di una possibile rigenerazione della società dopo la catartica tragedia nucleare, Noi marziani, scritto quasi contemporaneamente in quello stesso 1962, si concentra sul prima, sia pur traslandolo su Marte e nel 1994.
Come in altre sue opere e più che in altre sue opere, in Noi Marziani l’involucro fantascientifico serve a Dick per parlare del mondo in cui vive, per raccontare la sua America, dominata da grandi potentati economici che assumono tratti criminali, sempre più disumanizzata e disumanizzante, in cui si muovono personaggi il cui orizzonte familiare piccolo-borghese è talmente disgregato da risultare sopportabile – quando lo è – solo per il tramite dell’ottundimento da tranquillanti o del tradimento.
Tutto questo Dick lo racconta non uscendo da quelli che ritengo essere i limiti strutturali della sua prosa, ma in questo caso mi sento di dire che tali limiti sono meno evidenti, e che Dick riesca meglio che in altre opere a compenetrare l’involucro e il nocciolo del romanzo, a dare una buna dose di compattezza al romanzo, almeno sino alle ultimissime pagine nelle quali si assiste ad una rovinosa caduta.
Forse questa compattezza deriva dalla storia della scrittura di questo romanzo: sembra infatti che Dick abbia scritto Noi marziani riadattando il manoscritto di uno dei romanzi non fantascientifici cui si era dedicato con scarsissimo successo negli anni precedenti. Il nucleo del romanzo sarebbe quindi, accettando questa ipotesi, di genere realistico e ad esso Dick avrebbe sovrapposto l’ambientazione marziana. Così facendo Dick avrebbe forgiato, per così dire, gli elementi fantascientifici della storia al fine di accentuare e di esasperare le contraddizioni sociali e le angosce esistenziali che fanno da sfondo alla vicenda narrata.
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L’olocausto catartico: tra postmoderno e genere, l’apocalisse secondo Dick

Recensione di Cronache del dopobomba, di Philip K. Dick

Fanucci, 25 anni per 25 libri, 2007

Dopo la non esaltante esperienza di In terra ostile, eccomi di nuovo alle prese con l’opera di Philip K. Dick, questa volta con una trilogia di suoi romanzi tra i più celebrati. Il primo capitolo di questa piccola serie è rappresentato da Cronache del dopobomba, da me letto nella collana che Fanucci pubblicò una dozzina di anni fa in occasione del venticinquesimo anniversario della morte dell’autore.
La critica considera in genere questo romanzo come uno dei più riusciti della discontinua produzione di Dick: a mio avviso si tratta di un romanzo senza dubbio complesso, ricco di spunti di riflessione, a tratti enigmatico, che però sostanzialmente conferma il giudizio, da me già espresso, che Dick sia un autore minore e non l’anticipatore del postmoderno, il continuatore con altri mezzi della letteratura della beat generation che taluni ritengono.
In Cronache del dopobomba si ritrovano infatti a mio avviso tutti i limiti intrinseci della scrittura di Dick, notati spesso dalla critica, anche da quella più favorevole all’autore. Carlo Pagetti, nella sua ottima introduzione, riporta l’opinione di Jonathan Lethem, autore contemporaneo che nei suoi primi romanzi si ispira dichiaratamente a Dick, secondo il quale lo stile di Cronache del dopobomba è ”…diseguale in modo disastroso, anche all’interno di una stessa pagina”. Personalmente ritengo che i limiti di Dick non siano ascrivibili solamente allo stile di scrittura, ma all’alternarsi nella pagina di nuclei narrativi tipicamente di genere, quando non triti e banali, con spunti che invece riescono a conferire alla narrazione un respiro ed una significatività rilevanti.
Proprio questa discontinuità, questo mischiarsi di alto e basso, di specifico e banale viene da taluni identificato come il segno della grandezza di Dick, della sua postmodernità, della sua capacità di amalgamare generi, di presentare punti di vista differenti, di destrutturare la forma stessa del romanzo utilizzando i diversi materiali che la letteratura, la società in cui viveva e la sua esperienza esistenziale gli metteva a disposizione. Mi pare una lettura un po’ azzardata, figlia forse anche della necessità di costruire – dopo il clamoroso successo di Blade runner, onestamente da attribuire in buona parte alla splendida regia di Ridley Scott – l’immagine dell’autore di culto, incompreso in vita e da rivalutare post mortem anche a fini di carattere commerciale.
La mia impressione, per quanto ho letto sinora, è che ci troviamo di fronte sicuramente ad un autore che utilizza il genere per tentare di andare oltre, ma che si trova in questo senso ingabbiato da due fattori che non può superare: da un lato la necessità di vendere nel mercato della letteratura popolare cui apparteneva la sua produzione, edita per tutti gli anni ‘60 unicamente da riviste di fantascienza, dall’altro – mi sento di poter dire – una certa difficoltà congenita di tradurre sulla pagina le sue aspirazioni ad elevarsi sopra il genere.
Questo ultimo limite risulta evidente tornando a riflettere per un momento sulla sua letteratura non-fantascientifica: quando Dick si allontana dal suo genere, ambendo a divenire uno scrittore mainstream (anche per tentare di guadagnare un po’ di più) produce praticamente solo romanzi sciatti e banali, oggi praticamente e con ogni probabilità giustamente dimenticati. Posso sbagliarmi, ma ritengo che uno scrittore veramente grande sarebbe stato capace di mettere un po’ di sé, di ciò che voleva trasmettere, in ciascuna sua opera, indipendentemente dal genere cui questa appartiene.
La fantascienza, in tutte le sue declinazioni, è quindi indubbiamente il terreno d’elezione di Dick, quello nel quale gli è più facile trasmettere al lettore le sue visioni, le sue angosce e le percezioni della realtà che lo circonda, ma anche in questo territorio egli incontra fatalmente i limiti strutturali del suo modo di essere scrittore: quanto indotti dai dettami del mercato e quanto intrinseci siano questi limiti è questione che può essere considerata aperta.
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Il professore e il ragazzo: una piccola grande storia dei roaring twenties

Recensione de La casa del professore, di Willa Cather

Giano, Biblioteca, 2003

La casa del professore esce nel 1925, un anno prima di Il mio mortale nemico, unico altro romanzo da me sinora letto dell’autrice statunitense. Entrambi appartengono quindi a quella che potrebbe definirsi la seconda fase della letteratura di Willa Cather, nella quale, abbandonati gli scenari emblematicamente piatti del midwest che fanno da contorno alle storie di pionieri e coloni dei primi romanzi, si rivolge prevalentemente a contesti di tipo storico o urbano per continuare le sue riflessioni sul senso di esilio e straniamento che deriva dal contrasto tra il sentire dei suoi personaggi e la realtà che li circonda.
In quello stesso 1925 venne pubblicato anche il romanzo che diventerà uno dei più potenti simboli letterari dei ruggenti anni venti: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Ritengo tale coincidenza un dato da tenere presente, perché un confronto a distanza tra questi due romanzi può risultare utile al fine di esplorare la capacità della grande letteratura di avvalersi di stili e tematiche del tutto diverse per descrivere e analizzare nel profondo il senso di un’epoca. Tenterò questo azzardato confronto solo al termine di questo commento, in quanto prima è necessario entrare in punta di piedi ne La casa del professore, letto nella eccellente traduzione di Monica Pareschi, ancora oggi fortunatamente disponibile in libreria in una diversa edizione.
Brevemente i complessi personaggi e la flebile trama dell’opera: Il professor Godfrey St. Peter, di chiare ascendenze franco-canadesi, è un maturo insegnante di Storia all’università di Hamilton, sul lago Michigan: ha acquisito una certa fama accademica pubblicando una monumentale storia delle esplorazioni spagnole nel Nordamerica, e ha appena comprato una nuova casa. È sposato con Lillian, donna intelligente ed energica, da cui ha avuto due figlie, entrambe sposate: la maggiore, Rosamond, con Louie Marsellus, un giovane spregiudicato ed arrivista che sta divenendo molto ricco; Kathleen con Scott McGregor, giornalista che scrive pezzi umoristici sul giornale locale per compensi abbastanza modesti. Louie e Rosamond ostentano la loro ricchezza, e questo rende complicati i rapporti tra le due sorelle. Anche a St. Peter i generi non sono simpatici, trovando in particolare volgare l’arrivismo di Louie; la moglie, al contrario, è affascinata dal vitalismo del genero, e tra i due c’è un rapporto ambiguo, carico di un sotteso erotismo. Incontriamo St. Peter mentre è nel vecchio studio dove per quindici anni si è ritirato a scrivere la sua grande opera storica: le altre stanze della casa sono state svuotate, ma egli decide che non può abbandonare quella stanza nella quale oltre alla sua scrivania campeggiano il tavolo da lavoro e i manichini di Augusta, una vecchia e saggia sarta che lavora in famiglia, con la quale ha condiviso lo spazio. Decide così, nonostante l’ironia della moglie, delle figlie e dei generi, di continuare a pagare l’affitto della vecchia casa e continuare a lavorare lì.
Presto si viene a sapere che la ricchezza di Louie e Rosamond è dovuta allo sfruttamento commerciale della scoperta di un gas impiegato nell’industria aeronautica, fatta anni prima da un giovane studente dell’Università, Tom Outland, morto in Europa nel corso della Guerra Mondiale: Tom era fidanzato di Rosamond, e prima di partire per la guerra ha lasciato a lei i suoi pochi beni, compreso il brevetto del gas che egli non intendeva comunque sfruttare commercialmente. È stato merito di Louie, giunto in città alcuni anni dopo e fidanzatosi a sua volta con Rosamond, avere capito e messo a frutto le potenzialità commerciali della scoperta di Tom.
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