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Vita di Seymour Glass, artista-veggente

AlzatelArchitraveCarpentieriRecensione di Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione, di J. D. Salinger

Einaudi, L’Arcipelago, 2003

Il nome di J. D. Salinger è indissolubilmente legato a quello del suo personaggio più famoso, Holden Caulfield, protagonista di The catcher in the Rye e di alcuni altri racconti scritti dall’elusivo autore di New York, che è divenuto uno dei personaggi chiave della letteratura degli ultimi decenni del XX secolo.
Alcuni significativi racconti della relativamente scarna produzione letteraria di Salinger riguardano però un’altra, non meno importante, serie di personaggi: la famiglia Glass, nell’ambito della quale spicca la tragica figura di Seymour, protagonista dei due racconti riuniti in questo volume.
Il fatto che Seymour Glass non abbia la notorietà cui è giunto Holden Caulfield è forse dovuto alla circostanza che Salinger non abbia scritto un romanzo a lui dedicato, ma che la sua vicenda vada ricercata e ricostruita leggendo diversi racconti dell’autore. Ciò non toglie che Seymour sia indubbiamente uno dei grandi personaggi della letteratura statunitense, e non solo, del secondo dopoguerra, e che quindi meriti una speciale attenzione da parte di noi lettori.
E’ forse utile, al fine di contestualizzare letterariamente l’analisi dei due racconti ed anche come guida alla lettura complessiva dei testi di Salinger riguardanti la famiglia Glass, accennare brevemente alla storia dei suoi componenti, come la si può desumere dagli indizi disseminati nei vari racconti, la maggior parte dei quali provengono proprio da Alzate l’architrave, carpentieri e da Seymour. Introduzione.
Less e Bessie Glass sono artisti di varietà in pensione, ed hanno avuto ben sette figli.
Seymour, nato nel 1917, è l’intellettuale del gruppo: a 20 anni è professore di letteratura alla Columbia University. Nel 1942 sposa Muriel Fedder, nonostante l’ostilità dei parenti di lei che lo considerano un pazzo. Partecipa alla seconda guerra mondiale sul fronte europeo, e questa esperienza lo segnerà indelebilmente. La straordinario racconto Un giorno ideale per i pescibanana narra del suo suicidio in Florida, nel 1948.
Buddy è di due anni più giovane di Seymour: è in pratica l’alter-ego di Salinger (anche se molto dell’autore si trova anche in Seymour) e scriverà i racconti che narrano la vicenda del fratello, cui era molto legato.
Boo Boo è la sorella saggia; si sposerà ed avrà tre figli: con uno di questi è protagonista di Giù al dinghy, uno dei Nove racconti.
Walt e Waker sono due gemelli: il primo morirà nel 1945, nel Giappone occupato, in un assurdo incidente raccontato dalla sua ex fidanzata Eloise in Lo zio Wiggily nel Connecticut, un altro dei Nove racconti; di Waker sappiamo solo che si è fatto monaco.
Zooey e Franny, i due fratelli più giovani, sono attori, protagonisti ciascuno di un racconto di Salinger.
Tutti i fratelli sono stati molto precoci, ed hanno partecipato durante l’infanzia, a partire dal 1927, ad una trasmissione radiofonica a quiz intitolata Ecco un bambino eccezionale con i cui proventi si sono pagati il college. Continua a leggere “Vita di Seymour Glass, artista-veggente”

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Un mondo comico irriducibile alla gabbia letteraria

OQuestUomoeMortoRecensione di O quest’uomo è morto, o il mio orologio si è fermato, di Groucho Marx

Einaudi, Stile libero, 2001

Je suis Marxiste, tendance Groucho è il graffito più irriverente e famoso del maggio francese. Mi piace immaginare che lo abbia scritto lo stesso Groucho, perché l’irriverenza verso i luoghi comuni e le frasi fatte, la capacità di stravolgere l’apparenza logica delle cose attraverso calembours e giochi di parole, mettendo a nudo l’assurdità di ciò che consideriamo scontato, la satira nei confronti delle convenzioni e della costruzione sociale sono i tratti che contraddistinguono la comicità di Groucho Marx, o per meglio dire quella dei Fratelli Marx.
Questo volume Einaudi ha sicuramente il pregio di riproporci un ampio ventaglio della produzione letteraria di Groucho, che comprende alcune delle più famose scene tratte dalle commedie di Broadway e dai film del periodo d’oro dei Fratelli ma anche materiale meno scontato, quali le lettere scritte da Groucho a T.S. Eliot, di cui era amico, oppure gli articoli che nel corso degli anni scrisse per prestigiose riviste e quotidiani, oppure infine una scelta di dialoghi tratti dalla conduzione di You bet your life, la trasmissione prima radiofonica e poi televisiva che gli diede una nuova popolarità nel secondo dopoguerra.
Il libro si scontra però, soprattutto nella prima parte – che propone parti delle sceneggiature di commedie e film – con alcuni ostacoli insormontabili, connessi alla natura stessa della comicità di Groucho e fratelli, che risulta irriducibile ad una decrittazione puramente letteraria. Continua a leggere “Un mondo comico irriducibile alla gabbia letteraria”

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Così va la vita: ineluttabilità del fato e pacifismo velleitario

mattatoion5Recensione di Mattatoio n. 5, di Kurt Vonnegut

Feltrinelli, Universale economica, 2005

Ritengo che un primo elemento fondamentale per comprendere appieno la struttura di un romanzo complesso come Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut sia l’inusitata scelta fatta dall’autore per il ruolo di protagonista. Vonnegut infatti era prigioniero di guerra a Dresda, quando gli alleati la rasero al suolo, e ce lo dice nel primo capitolo del libro, sorta di introduzione alla narrazione. L’autore però non narra la storia in prima persona, come sarebbe stato logico, ma ci racconta le vicende di un altro soldato americano, Billy Pilgrim: l’io narrante/Vonnegut, che si inabissa dopo il primo capitolo, riemerge solo in un paio di occasioni durante tutta la narrazione delle avventure di Billy, a ricordarci che anche lui era lì, oltre che nell’ultimo capitolo, dove trae la (non) morale del romanzo.
Perché inventare un personaggio fittizio, un alter ego, da parte di chi avrebbe potuto dare più credibilità alla narrazione conducendola in prima persona? Continua a leggere “Così va la vita: ineluttabilità del fato e pacifismo velleitario”

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Un autore statunitense, non “americano”

labanconotadaunmilionedidollariRecensione de La banconota da un milione di sterline e altri racconti, di Mark Twain

Newton, Tascabili economici, 1993

Oggi la fama di Mark Twain, almeno nel nostro paese, è generalmente associata a quella dei suoi due più famosi romanzi: Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, e per questo l’autore è dai più considerato uno scrittore umoristico per ragazzi.
La personalità letteraria di Twain è invece estremamente complessa, e la sua parabola artistica ed umana ne fanno il più americano degli scrittori d’America, come dicono giustamente Gianni Pilo e Sebastiano Fusco nella breve prefazione posta all’inizio di questa piccola raccolta di suoi racconti. Non condivido invece quello che hanno asserito Hemingway e Faulkner (Twain come ”Il primo vero scrittore americano”: e Melville, Hawthorne, Poe? Quanto americani erano? E’ aperto il dibattito…) Continua a leggere “Un autore statunitense, non “americano””

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L’apprendistato di un grande narratore del caos

EntropiaRecensione di Entropia e altri racconti, di Thomas Pynchon

e/o, Tascabili, 1992

Dopo la lettura di un’opera come V., la cui complessità e vastità sorprende e per certi versi sconcerta, leggere i cinque racconti contenuti in questo ottimo volume delle edizioni e/o porta a conoscere un Pynchon sostanzialmente diverso, più convenzionale (se mi si passa il termine, da intendersi comunque compreso entro più serie di virgolette). I motivi di questa convenzionalità sono a mio avviso essenzialmente due. Il primo è che si tratta di racconti giovanili: le stesse edizioni e/o, qualche anno prima hanno pubblicato un volume, identico nel contenuto ma diverso nella forma, chiamandolo Un lento apprendistato, titolo che a mio avviso meglio riflette il carattere preparatorio di questi racconti rispetto alle successive opere lunghe dello scrittore statunitense. Il secondo motivo della diversa densità letteraria tra questi racconti e i romanzi è di carattere per così dire strutturale: la forma-racconto, con il suo esaurirsi in poche decine di pagine, non consente a Pynchon di allestire quel caleidoscopio continuamente mutevole di storie, toni e cromatismi che caratterizza ad esempio un’opera come il citato V. e che costituisce per certi versi il nucleo fondante del postmodernismo pynchoniano.
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L’opera smisurata che restituisce il senso del nostro nonsenso

VRecensione di V., di Thomas Pynchon

Rizzoli, La Scala, 1992

Come ho più volte detto, i miei interessi letterari si fermano quasi esclusivamente al periodo anteriore alla seconda guerra mondiale. Raramente quindi mi capita di leggere opere del periodo posteriore, che considero una sorta di piano inclinato lungo il quale la letteratura ha via via perso la sua capacità di essere una forma di espressione artistica in grado di interpretare con originalità la realtà, quando non di prevederne i cambiamenti.
Sono tuttavia consapevole che questa mia lettura è inficiata da una certa dose di grossolanità, per cui ogni tanto e per alcuni autori faccio delle eccezioni, e mi avventuro nei territori per me abbastanza inesplorati degli ultimi decenni del ‘900 alla ricerca di una specie allora rara ed oggi pressoché estinta, la buona letteratura (buona per la mia sensibilità, ovviamente).
Tra gli autori del secondo novecento che mi affascinano c’è Thomas Pynchon, perché nelle sue opere trovo tratti, sia per quanto riguarda il contenuto, sia per la caratterizzazione stilistica che ad esse attribuisce, che le avvicinano – anche se a mio avviso solo relativamente alla maggior parte dei suoi contemporanei, e non in senso assoluto – ai grandi capolavori dell’800 e del primo ‘900 letterario. Continua a leggere “L’opera smisurata che restituisce il senso del nostro nonsenso”

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Il lato rassicurante del grande maestro del terrore

IlMisterodiMarieRogetRecensione de Il mistero di Marie Rogêt, di Edgar Allan Poe

Demetra, Acquerelli, 1993

Il mistero di Marie Rogêt è il secondo racconto scritto da Poe che vede come protagonista Auguste Dupin, l’investigatore che è considerato il padre spirituale di Sherlock Holmes (come il personaggio di Conan Doyle è accompagnato da un aiutante spalla che ne narra le gesta) e degli altri personaggi che via via arricchiranno il genere poliziesco.
Poe come noto fu personaggio poliedrico: oltre che autore di racconti e romanzi (lo splendido Le avventure di Gordon Pym) fu giornalista e poeta; spirito tormentato, rappresenta uno degli archetipi – anche se eccentrico in quanto americano – dell’artista maledetto, che sarà il marchio di fabbrica del primo decadentismo europeo.
La figura di Auguste Dupin, e i racconti ad essa legati, sono estremamente interessanti, oltre che essere naturalmente avvincenti, perché rappresentano a mio modo di vedere l’altra faccia della poetica di Poe, quella che cerca di recuperare la razionalità ed il suo ruolo rassicurante rispetto al debordare dell’inconscio e dell’irrazionale che caratterizza i suoi racconti del terrore. E’ come se Poe cercasse, attraverso questi racconti e attraverso la cristallina razionalità di Dupin e del suo metodo deduttivo, di fornirci una possibilità per districarci dalle paure e dalle ossessioni generate dall’irrompere dell’inconscio nella vita quotidiana.
Prendiamo quello che è forse il più noto racconto dell’orrore di Poe: Il pozzo e il pendolo. Il salvataggio finale del protagonista da parte dei francesi, pochi secondi prima della caduta nel pozzo, è chiaramente una postilla, tra l’altro risolta in poche righe, rispetto alla essenza del racconto, data dall’ineluttabilità e dalla assurdità del destino che lo attende. Tutto il racconto sta nella descrizione ossessiva della discesa del pendolo, nel suo sinistro fendere l’aria, nell’impossibilità di spiegare quello che sta accadendo. Continua a leggere “Il lato rassicurante del grande maestro del terrore”

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Il grande traghettatore, approdato alle rive del ‘900

LealidellaColombaRecensione de Le ali della colomba, di Henry James

Rizzoli, I classici della BUR, 1995

Le ali della colomba è uno degli ultimi romanzi di James, scritto nel 1902, durante quella che che viene definita la major phase artistica dello scrittore statunitense (anche se in effetti molto europeo quanto all’essenza della sua letteratura). In questa fase lo stile di scrittura di James diviene ancora più complesso che nei romanzi precedenti, e la sua tendenza ad alternare lunghe digressioni sulla psicologia e sui sentimenti dei personaggi a brevi spezzoni di dialogo, a dilatare il tempo dell’azione si accentua sino a divenire la cifra dominante del romanzo. Sembra quasi di poter dire che tra l’altro grande romanzo da me recentemente letto, Principessa Casamassima (1886) e questo, James sia pienamente entrato nel ‘900 letterario, abbia completato la transizione tra due modelli di letteratura, abbia toccato la riva opposta, assolvendo la funzione, che si è trovato addosso, di grande traghettatore. Il tragitto non deve comunque essere stato indolore, se è vero che per ben sei lunghi anni (1890 – 1896) questo autore così prolifico non scrisse romanzi.
C’è un altro elemento tipico della prosa di James che ho trovato in questo romanzo enormemente dilatato: la forza e l’importanza del non detto. Già riflettendo su Il giro di vite, da poco letto, avevo notato come ciò che nella storia non viene detto ha più importanza Continua a leggere “Il grande traghettatore, approdato alle rive del ‘900”

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L’inaudita ambiguità di un racconto meraviglioso

IlGirodiViteRecensione de Il giro di vite, di Henry James

Garzanti, I grandi libri, 1992

Il giro di vite è senza dubbio il racconto più noto di James, anche perché ne sono state tratte numerose versioni per il cinema e per la televisione. E’ anche una delle opere di questo autore in cui la sua peculiare capacità di affidare a ciò che non scrive, a ciò che non dice, l’essenza delle sue storie, raggiunge una delle massime vette.
James è il maestro del non detto, dell’ambiguità della scrittura, anche nei grandi romanzi della maturità in cui pure si dilunga in pagine di descrizioni su ciò che provano e pensano i suoi personaggi: questo celebre racconto lungo (o romanzo breve) gli permette – anche grazie all’ambientazione gotica – di sperimentare sino alle estreme conseguenze una modalità di comunicazione con il lettore che lascia aperte tutte le porte e tutti i livelli dell’interpretazione, compresi quelli attinenti la storia in sé. Cerco di spiegarmi. Solitamente, leggendo un’opera letteraria, si “accetta” la storia, la trama, come un dato di fatto, e si cerca di comprendere se essa sottenda simboli, metafore, rimandi ad elementi di carattere autobiografico, sociale, politico, psicologico o altro: se l’autore, attraverso quella storia, abbia voluto dirci qualcosa su di sé, sulle sue emozioni, sul mondo in cui vive.
L’elemento spiazzante de Il giro di vite risiede secondo me nel fatto Continua a leggere “L’inaudita ambiguità di un racconto meraviglioso”