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Il professore e il ragazzo: una piccola grande storia dei roaring twenties

Recensione de La casa del professore, di Willa Cather

Giano, Biblioteca, 2003

La casa del professore esce nel 1925, un anno prima di Il mio mortale nemico, unico altro romanzo da me sinora letto dell’autrice statunitense. Entrambi appartengono quindi a quella che potrebbe definirsi la seconda fase della letteratura di Willa Cather, nella quale, abbandonati gli scenari emblematicamente piatti del midwest che fanno da contorno alle storie di pionieri e coloni dei primi romanzi, si rivolge prevalentemente a contesti di tipo storico o urbano per continuare le sue riflessioni sul senso di esilio e straniamento che deriva dal contrasto tra il sentire dei suoi personaggi e la realtà che li circonda.
In quello stesso 1925 venne pubblicato anche il romanzo che diventerà uno dei più potenti simboli letterari dei ruggenti anni venti: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Ritengo tale coincidenza un dato da tenere presente, perché un confronto a distanza tra questi due romanzi può risultare utile al fine di esplorare la capacità della grande letteratura di avvalersi di stili e tematiche del tutto diverse per descrivere e analizzare nel profondo il senso di un’epoca. Tenterò questo azzardato confronto solo al termine di questo commento, in quanto prima è necessario entrare in punta di piedi ne La casa del professore, letto nella eccellente traduzione di Monica Pareschi, ancora oggi fortunatamente disponibile in libreria in una diversa edizione.
Brevemente i complessi personaggi e la flebile trama dell’opera: Il professor Godfrey St. Peter, di chiare ascendenze franco-canadesi, è un maturo insegnante di Storia all’università di Hamilton, sul lago Michigan: ha acquisito una certa fama accademica pubblicando una monumentale storia delle esplorazioni spagnole nel Nordamerica, e ha appena comprato una nuova casa. È sposato con Lillian, donna intelligente ed energica, da cui ha avuto due figlie, entrambe sposate: la maggiore, Rosamond, con Louie Marsellus, un giovane spregiudicato ed arrivista che sta divenendo molto ricco; Kathleen con Scott McGregor, giornalista che scrive pezzi umoristici sul giornale locale per compensi abbastanza modesti. Louie e Rosamond ostentano la loro ricchezza, e questo rende complicati i rapporti tra le due sorelle. Anche a St. Peter i generi non sono simpatici, trovando in particolare volgare l’arrivismo di Louie; la moglie, al contrario, è affascinata dal vitalismo del genero, e tra i due c’è un rapporto ambiguo, carico di un sotteso erotismo. Incontriamo St. Peter mentre è nel vecchio studio dove per quindici anni si è ritirato a scrivere la sua grande opera storica: le altre stanze della casa sono state svuotate, ma egli decide che non può abbandonare quella stanza nella quale oltre alla sua scrivania campeggiano il tavolo da lavoro e i manichini di Augusta, una vecchia e saggia sarta che lavora in famiglia, con la quale ha condiviso lo spazio. Decide così, nonostante l’ironia della moglie, delle figlie e dei generi, di continuare a pagare l’affitto della vecchia casa e continuare a lavorare lì.
Presto si viene a sapere che la ricchezza di Louie e Rosamond è dovuta allo sfruttamento commerciale della scoperta di un gas impiegato nell’industria aeronautica, fatta anni prima da un giovane studente dell’Università, Tom Outland, morto in Europa nel corso della Guerra Mondiale: Tom era fidanzato di Rosamond, e prima di partire per la guerra ha lasciato a lei i suoi pochi beni, compreso il brevetto del gas che egli non intendeva comunque sfruttare commercialmente. È stato merito di Louie, giunto in città alcuni anni dopo e fidanzatosi a sua volta con Rosamond, avere capito e messo a frutto le potenzialità commerciali della scoperta di Tom.
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Storia di Charity, vittima di un mondo a compartimenti stagni

EstateRecensione di Estate, di Edith Wharton

La Tartaruga edizioni, 2005

L’unico romanzo di Edith Wharton da me letto prima di questo Estate è Ethan Frome; peraltro la lettura risale a molti anni fa, e ne conservo un ricordo sbiadito, anche se sono certo che mi piacque. Non ho quindi ancora affrontato le opere tipiche di questa importante autrice statunitense, quelle ambientate nella upper class newyorkese dei primi del ‘900, su tutti L’età dell’innocenza per il quale Wharton vinse, prima donna in assoluto, il premio Pulitzer nel 1921.
Ethan Frome ed Estate sono infatti, per una singolare coincidenza, i due soli romanzi di Edith Wharton ambientati nella società rurale del New England, anche se non si distaccano sostanzialmente dalle tematiche di fondo trattate dalla produzione dell’autrice, legate primariamente alle conseguenze del conflitto tra convenzioni sociali e aspirazioni individuali.
Edith Wharton è sicuramente la scrittrice più aristocratica che gli Stati Uniti d’America abbiano mai espresso. La sua famiglia, Newbold-Jones, faceva parte dei famosi Quattrocento, la lista di persone a loro agio in una sala da ballo compilata dall’arbiter elegantiae newyorkese Samuel Ward McAllister alla fine del XIX secolo per indicare la crema della società cittadina, le sole famiglie che unissero ricchezza e raffinatezza in una città piena di nuovi ricchi grezzi ed ignoranti: di questa lista facevano parte nomi noti ancora oggi, come gli Astor e i Vanderbilt. Al di là degli aspetti prettamente mondani, è indubbio che i Newbold-Jones appartenessero alla ristretta cerchia dell’aristocrazia del denaro statunitense, che dominava la società in un’epoca di enormi concentrazioni economiche e finanziarie, la cosiddetta Gilded age.
In questo ambiente elitiario e chiuso cresce Edith, e nel 1885, ventitreenne, sposa, come da copione, il banchiere Edward Wharton, il quale ben presto inizia ad accusare seri problemi mentali. Nel 1907 Edith si trasferisce in Francia, divorziando formalmente da Wharton nel 1913. Amica di Henry James, che la incoraggiò nella scrittura, si distinse anche per le sue attività filantropiche a favore delle donne durante la prima guerra mondiale, per le quali ricevette la Legion d’onore. Morì in Francia nel 1937.
Estate, pubblicato nel 1917, dopo Ethan Frome e prima de L’età dell’innocenza, nella piena maturità artistica dell’autrice, non è certo il romanzo più noto della cospicua produzione di Edith Wharton: da me letto nella storica edizione de La tartaruga, casa editrice specializzata in letteratura femminile, è oggi disponibile in libreria per i tipi di Elliot, forse la casa editrice italiana che in questi anni si sta dedicando con maggior cura a riproporre grandi e piccoli classici della letteratura internazionale, sempre comunque nella buona traduzione di Maria Giulia Castagnone.
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Il lato ”leggero” dei gioielli letterari di Poe

RaccontidelGrottescoRecensione di Racconti del grottesco, di Edgar Allan Poe

Mondadori, Oscar classici, 2005

Qualche anno fa, commentando la lettura de Il mistero di Marie Rogêt, avevo notato come i racconti polizieschi dell’autore statunitense rappresentassero il suo lato rassicurante rispetto a quelli del terrore e dell’orrore, nei quali l’irrazionale e l’inconscio giocano un ruolo fondamentale e l’utilizzo di cornici narrative gotiche permette a Poe di spingersi lungo terreni all’epoca pochissimo esplorati, che sarebbero stati mappati letterariamente solo alcuni decenni dopo, quando il cambio di secolo avrebbe portato con sé la coscienza della crisi di un intero modello sociale.
La poliedricità di questo autore è confermata e ampliata anche dalla lettura di questo prezioso volume degli Oscar classici Mondadori, purtroppo oggi non più in catalogo, ma il cui contenuto può essere reperito nelle numerose edizioni che varie case editrici hanno dedicato ai racconti di Poe.
Esso infatti raccoglie diciotto più due (vedremo il perché di questa differenziazione) dei circa settanta racconti scritti da Poe, che si differenziano dagli altri per il loro contenuto comico, satirico o parodistico, nei quali prevale, come evidenziato nel titolo, un taglio grottesco rispetto a quello orrifico dei racconti più noti o a quello raziocinante di quelli che vedono protagonista Auguste Dupin.
La bella introduzione curata da Sergio Perosa, indubbiamente uno degli elementi che rendono prezioso questo volume, l’altro essendo il fatto che la quasi totalità dei racconti fu magistralmente tradotta da Elio Vittorini, inizia proprio mettendo in luce le sfaccettature della produzione letteraria dell’autore. Sostiene Perosa: ”Storicamente, si possono distinguere due Poe. Uno è l’Edgarpò che suscitò l’entusiasmo dei francesi, da Baudelaire a Valéry, e ha avuto ininterrotta fortuna in Europa. L’altro è Edgar Allan Poe, l’americano – poeta e narratore di cassetta, instancabile fornitore di testi per l’incipiente mercato di massa (scrive quasi esclusivamente su riviste), figura di irregolare ostilmente accolto dai letterati dell’epoca, che stenta ancora a trovare pieno riconoscimento in patria.” I racconti presentati in questo volume rappresentano, secondo questa analisi, un campione della produzione letteraria di questo secondo Poe, meno conosciuto e celebrato.
Spingendo l’analisi su questo complesso autore più in profondità credo si possa affermare che esistano non solo due Poe, ma alcuni in più: solo limitandosi all’universo dei suoi racconti, infatti, ci troviamo di fronte ad almeno tre ambiti narrativi fortemente connotati. A differenza di Perosa, sono propenso a distinguere nettamente i racconti del terrore da quelli del raziocinio, per le motivazioni che ho già esplicato commentando Il mistero di Marie Rogêt; questi Racconti del grottesco rappresentano quindi una sorta di terzo lato del gioiello letterario rappresentato dall’opera dell’autore, alle quali si aggiungono quelle del poeta e quella del giornalista, ciascuna ovviamente con le proprie peculiarità, e quella del romanziere, se è vero che la sua unica incursione in questo genere, il Gordon Pym si distacca a sua volta nettamente dal resto della sua produzione.
Quali sono le cause di questa poliedricità letteraria di Poe? Limitandosi a quanto emerge dalla lettura dei racconti, ad un primo livello esse vanno sicuramente ricercate nella sua tormentata vicenda esistenziale. Leggendo la scarna cronologia riportata nel volume emerge tutto il dramma di una vita segnata sin dall’inizio da contrasti familiari, da povertà, da effimeri successi editoriali subito annegati in mari di polemiche ed accuse, dalla passione per il gioco e dall’alcolismo, sino alla morte appena quarantenne, crudelmente resa pubblica da un necrologio ferocemente denigratorio. Emblematica della sua vita è la storia del suo matrimonio con la cugina Virginia, impalmata non ancora quattordicenne e morta solo alcuni anni dopo, di fatto per gli stenti in cui la famiglia viveva.
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La lezione di Henry James: sbarazzarsi della “mobilia”

IlMioMortaleNemicoRecensione de Il mio mortale nemico, di Willa Cather

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2006

Nel ricco e variegato panorama della letteratura statunitense del primo novecento spiccano tra le altre le figure di tre scrittrici, le cui personalità e vicende private presentano singolari analogie, che in qualche modo fanno da corollario alle indubbie diversità di carattere artistico che le caratterizzano. Si tratta di Gertrude Stein, Edith Wharton e Willa Cather.
Erano figlie di famiglie agiate, anche se quella di Willa Cather apparteneva alla media borghesia, a differenza dell’estrazione nettamente altoborghese delle altre due scrittrici, e furono tutte molto legate alla Francia, stabilendovisi per periodi non brevi (Gertrude Stein per quasi tutta la vita). Diversamente dalla riservata Cather, che pure non ha mai nascosto le sue tendenze conservatrici, Wharton e Stein sono state molto attive politicamente, la prima anch’essa su posizioni decisamente conservatrici, mentre Gertrude Stein oscillava abbastanza confusamente tra posizioni liberal e appoggio al fascismo. Nel suo salotto parigino Gertrude Stein fu di fatto la musa modernista, oltre che dei cubisti, della generazione dei giovani artisti statunitensi emigrati a Parigi, così come Edith Wharton, qualche anno prima, era l’animatrice di un cenacolo artistico frequentato, tra gli altri, da Henry James.
Proprio l’ammirazione per James, che influenzò non poco la loro concezione della letteratura, accomuna Edith Wharton e Willa Cather, che condividono anche il fatto di aver vinto il premio Pulitzer, prime donne ad esserne insignite.
Infine, Willa Cather condivide con Gertrude Stein il disinteresse per il sesso maschile: entrambe vissero a lungo con un’altra donna, anche se, a differenza di quello di Stein, il lesbismo di Cather non non fu mai conclamato né rivendicato.
Delle tre, Willa Cather è oggi forse l’autrice meno celebrata e meno nota in Italia, anche se per la verità molte delle sue opere sono disponibili nelle nostre librerie. Nata in Virginia, era però essenzialmente una figlia di quello che può forse essere considerato lo stato simbolo del midwest, il Nebraska, “…un posto dove non c’era nulla eccetto la terra: non un paese, ma i materiali di cui i paesi sono fatti”, come dice l’autrice in uno dei suoi romanzi. E di questo nulla, soprattutto nei romanzi facenti parte della cosiddetta trilogia della prateria, scritti negli anni ‘10, ella cantò l’epica e le virtù, giungendo al successo sia di critica sia di pubblico; nei romanzi successivi accentuò il carattere di analisi psicologica della sua opera, scrivendo tra l’altro alcuni romanzi storici nei quali le vicende sono funzionali alla introiezione nella personalità e nel carattere dei personaggi.
La lettura de Il mio mortale nemico, breve romanzo del 1926, potrebbe da un certo punto di vista essere considerata insufficiente ed eccentrica al fine di penetrare la poetica di questa autrice, sia perché nella sua brevità non ha il respiro delle sue opere più complesse, sia perché presenta un’ambientazione diversa da quelle per lei usuali, eccettuato forse il quasi contemporaneo La casa del professore. Nonostante rappresenti la mia prima lettura di un’opera dell’autrice statunitense, mi sento invece di affermare che questo breve romanzo contiene una serie di elementi e di spunti che ne fanno un’opera importante di per sé, che contiene e sviluppa alcune delle tematiche centrali trattate dall’autrice soprattutto negli altri romanzi scritti negli anni ‘20 e che quindi può spingere il lettore ad approfondire attraverso altre letture la conoscenza della sua opera. Del resto il breve saggio che l’editore antepone al romanzo, scritto da Antonia Byatt, importante scrittrice inglese contemporanea, termina asserendo che ”… Willa Cather ha scritto parecchi fra i migliori romanzi brevi della letteratura americana”, ricordandoci così che l’essenza poetica di questa autrice può essere ricercata anche al di fuori delle sue opere considerate più importanti, oggi forse anche le più datate.
Il romanzo è narrato in prima persona da Nellie Birdseye, ed è suddiviso in due parti nettamente distinte.
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Frizzanti e a tratti troppo leggeri: i racconti della più anglosassone scrittrice italiana del primo novecento

RaccontiAmericaniRecensione di Racconti americani, di Annie Vivanti

Sellerio, La memoria, 2005

”Ormai a ricordare Annie Vivanti siamo pochi”, dice Anna Folli all’inizio della breve Nota che chiude questo volume edito da Sellerio nel 2005, nota resa ancor più breve dal fatto che ne è stata tagliata una parte. Oggi però questa affermazione è solo parzialmente vera, in quanto da allora non poche sono state le pubblicazioni di opere della Vivanti: Sellerio stesso fece seguire a questo volume l’edizione di due romanzi dell’autrice, mentre altre case editrici hanno pubblicato nel corso degli anni altri suoi romanzi, le liriche e la corrispondenza tra Vivanti e Giosuè Carducci, suo mentore ed amante. Stranamente, però, questa riscoperta non ha sinora riguardato, con l’eccezione di questo volume, le novelle della Vivanti, che a detta sia di Anna Folli sia di Carlo Caporossi, traduttore di questi Racconti americani e curatore del volume, rappresentano il punto più alto della sua arte, quello attraverso cui si esprime con maggiore freschezza e immediatezza. Mancano in particolare nel panorama editoriale italiano i racconti e le novelle che Annie Vivanti scrisse nel primo dopoguerra, dopo essersi stabilita definitivamente in Italia ed essere divenuta una delle scrittrici più popolari d’Europa, autrice di veri e propri best sellers ma anche oggetto dell’attenzione dei più grandi critici letterari dell’epoca (Benedetto Croce le dedicò ben due saggi nella sua monumentale La letteratura della nuova Italia).
Annie Vivanti è sicuramente una figura eccentrica nel panorama letterario del nostro paese a cavallo tra ottocento e novecento. Nata in Irlanda nel 1866 da un patriota garibaldino esiliato e da una nobildonna tedesca, visse in gioventù tra Londra, l’Italia, la Svizzera e gli Stati Uniti, sposando un ricchissimo finanziere irlandese. Pubblicò le sue prime raccolte di poesie e il suo primo romanzo in Italiano, sotto l’egida di Carducci, quindi nei successivi vent’anni scrisse solo pochi racconti in inglese, pubblicati da riviste statunitensi. Nel 1910 pubblicò in inglese il romanzo I Divoratori, considerato il suo migliore, che uscì l’anno dopo in italiano, tradotto dalla stessa autrice. Dopo avere attivamente partecipato alla causa irredentista italiana e a quella dell’indipendenza irlandese, tornò in Italia subito dopo la fine della guerra, avvicinandosi al regime fascista, e qui si impose con i suoi ulteriori romanzi, che come detto ebbero un grande successo di pubblico. Sua figlia Vivien fu una eccellente violinista, vera e propria bambina prodigio: il suo suicidio nel 1941 portò rapidamente alla tomba anche la madre.
L’eccentricità della figura della Vivanti sta essenzialmente nel suo cosmopolitismo: padroneggiava perfettamente quattro lingue, e la sua personalità culturale si può forse definire un amalgama di leggerezza italiana e pragmatismo anglosassone, conditi da una punta di romanticismo tedesco. Seppe amministrare perfettamente la sua immagine di donna moderna e libera, utilizzandola per imporsi nel contesto dell’industria culturale dell’epoca.
I cinque racconti proposti da questo volume furono scritti dall’autrice in inglese tra il 1896 e il 1905, e non vennero mai pubblicati in Italia sino al 2005. Di questi, i primi tre, pubblicati tra il 1896 e il 1897, rappresentano un corpus compatto, che come vedremo trattano tematiche strettamente interconnesse ed essenzialmente incentrate su varie sfaccettature della personalità dell’autrice e dei caratteri degli ambienti altoborghesi di cui faceva parte, còlti e descritti con un tocco di garbata ironia che a tratti sconfina nella satira. Segue quello che è secondo me il racconto più significativo della raccolta, nel quale la leggerezza dei primi racconti si tramuta improvvisamente in tragedia. L’ultimo racconto, di taglio nettamente più autobiografico, narra infine della scoperta del talento musicale della figlia e delle prime problematiche familiari legate al suo essere una bambina prodigio.
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Kerouac quarant’anni dopo: giudizio oggettivo o disillusione senile?

ISotterraneiRecensione de I sotterranei, di Jack Kerouac

Feltrinelli, Universale Economica, 2005

Esagerando certo un po’, si può dire che sono cresciuto a pane e Kerouac: la mia postadolescenza è stata infatti fortemente condizionata dalla lettura di questo autore. In particolare la trilogia costituita dalla bibbia della beat generation, Sulla strada, da I vagabondi de Dharma e da Big Sur mi aprì negli anni ‘70 orizzonti culturali inediti, con risvolti anche pratici sul mio stile di vita, quali ad esempio l’illusione di una liberazione individuale ricercata attraverso lunghi viaggi europei in autostop e il (moderato) uso di droghe leggere; quanto al sesso libero, altro cardine della prassi della liberazione della beat generation, beh, lì ero (purtroppo) molto più indietro… (anche riguardo a Buddha e allo Zen, del resto).
È quindi stato con un senso quasi di valutazione critica di un passato ormai remoto ma molto importante per la mia formazione, oltre che per capire se avrei trovato lo stesso fascino letterario e esistenziale che mi aveva avvolto da giovane, che ho iniziato a leggere I sotterranei, propostomi dal mio metodo automatico di scelta delle letture dopo oltre quarant’anni di assenza di qualsiasi contatto con Kerouac.
Purtroppo (o per fortuna, chissà) il tentativo di confrontare ciò che ero con ciò che sono attraverso la lettura di questo libro e il suo recepimento da parte di un me ormai sulla soglia del sessantennio è fallito, soprattutto perché a mio modo di vedere I sotterranei non è il romanzo adatto a confrontare le sensazioni e le emozioni che regala con ciò che mi diede Kerouac in gioventù, essendo un romanzo affatto diverso da quelli che ho all’epoca amato tanto.
La sua diversità si sostanzia essenzialmente nel suo contenuto. Se infatti i romanzi della trilogia narrano davvero la storia di una generazione, le contraddizioni della società statunitense del primo dopoguerra, lanciata verso l’affluenza e il consumismo e nello stesso tempo intrisa di un conformismo politico e morale in stridente contrasto con i bisogni da lei stessa generati, narrano davvero del disagio giovanile rispetto a tali contraddizioni e del tentativo di superarle e negarle attraverso una liberazione individuale fatta di viaggio, droga, alcool e sesso, e delle disillusioni rispetto a tale tentativo, I sotterranei narra invece una vicenda strettamente privata, che sia pure immersa nell’atmosfera di quella generazione, di quella cultura alternativa non riesce, a parer mio, a divenire un tassello del grande affresco kerouachiano.
I sotterranei fu scritto da Kerouac nel 1953, sembra di getto, subito dopo la fine della sua breve ma intensa storia d’amore con Alene Lee, una ragazza di colore che frequentava il giro degli intellettuali beat nel Greenwich Village di New York. Kerouac, che all’epoca aveva pubblicato il suo primo romanzo, La città e la metropoli, ottenendo una certa notorietà, ci racconta le varie fasi di questa storia d’amore, nascondendo come suo solito i personaggi reali dietro nomi fittizi: l’autore diviene Leo Percepied, io narrante, mentre Alene è nel romanzo Mardou Fox. Dietro pseudonimi possono riconoscersi anche alcuni dei protagonisti di quella stagione culturale, come Allen Ginsberg, Gregory Corso ed altri. Anche il Village viene sostituito dall’ambientazione della vicenda a San Francisco.
Leo conosce Mardou durante una delle tante serate passate insieme ai suoi amici scrittori nei locali di San Francisco, fatte di discussioni sulla letteratura, concerti jazz (era l’epoca d’oro del bebop), sbronze colossali e uso di droghe di vario tipo. Leo è colpito dalla bellezza della ragazza, ma lei inizialmente non lo bada molto: i due vanno comunque presto a letto insieme e si innamorano. Leo sembra avere trovato nella dolce Mardou, con la quale ha anche un’ottima intesa sessuale, la compagna ideale, e progetta di portarla in Messico non appena grazie ai romanzi che sta scrivendo avrà soldi a sufficienza. Ben presto però si evidenzia tutta la sua inadeguatezza a gestire un rapporto maturo: non aiuta Mardou assillata da difficoltà economiche, la lascia sola per dedicarsi a scrivere, si rifugia spesso dalla protettiva mamma, preferisce la compagnia degli amici alla sua ed ha anche qualche remora di carattere razziale nei suoi confronti. Giunge così a sperare di poterla lasciare, ma nello stesso tempo è geloso dei legami che Mardou, ormai sempre più disillusa, sta intrecciando con altri esponenti del gruppo. Così, l’inevitabile accade: Mardou va a letto con un giovane poeta e chiede a Leo di lasciarle la sua indipendenza. Leo, disperato per l’amore perso, inizia a scrivere il libro che abbiamo appena letto. Continua a leggere “Kerouac quarant’anni dopo: giudizio oggettivo o disillusione senile?”

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I due volti di un romanzo asimmetrico

Ciao,aDomaniRecensione di Ciao, a domani, di William Maxwell

Marsilio, Farfalle, 1998

Eccomi di nuovo a parlare di un autore semisconosciuto e di un libro al momento introvabile. Questa volta non si tratta però di un classico, ma di un autore statunitense contemporaneo, la cui produzione letteraria non ha trovato invero molta attenzione dalle nostre parti. William Maxwell, nato nell’Illinois nel 1908 e morto nel 2000, fu soprattutto editor della rivista The New Yorker, presso la quale lavorò per quasi quarant’anni, occupandosi delle opere di scrittori come Vladimir Nabokov, J.D. Salinger, Isaac B. Singer e molti altri.
Dei sette romanzi, delle raccolte di racconti e dei libri per bambini che scrisse oggi in Italia è possibile leggere solo Come un volo di rondini, romanzo del 1937 a sfondo autobiografico, mentre stranamente non è più edito da anni Ciao, a domani, del 1980, l’ultimo e anche il più acclamato dei suoi romanzi, che fu pubblicato da Marsilio alla fine degli anni ’90.
Entrambi questi romanzi, scritti a più di quarant’anni di distanza l’uno dall’altro, sono ispirati da un avvenimento che segnò profondamente la vita del futuro scrittore: nel 1918, quando Willam aveva 10 anni, la madre morì per l’epidemia di influenza spagnola, lasciandolo con un padre incapace di comprendere il dramma dei figli e che si risposerà presto. Mentre però Come un volo di rondini è, da quanto ho intuito non avendolo letto, essenzialmente la storia delle conseguenze per lui e per la sua famiglia della morte della madre, Ciao, a domani è un romanzo più sfaccettato, nel quale le vicende familiari dello scrittore sono per così dire sovrastate da quelle, ancora più drammatiche, di due famiglie di mezzadri che vivono nelle campagne circostanti la cittadina in cui abita l’io narrante. Queste due vicende si connettono attraverso la figura di Cletus Smith, figlio di uno dei mezzadri e amico del piccolo protagonista, che si identifica con l’autore da bambino. Anche in questo romanzo quindi ritroviamo forti elementi autobiografici, sottolineati dal fatto che il narratore è lo stesso scrittore, che ripensa gli avvenimenti della sua infanzia dopo cinquant’anni.
Il romanzo ha una costruzione asimmetrica e non cronologicamente lineare. Si apre con un breve capitolo nel quale veniamo a sapere che una mattina d’inverno Lloyd Wilson, un giovane mezzadro conduttore di un podere nelle campagne di Lincoln, Illinois, viene trovato ucciso con un colpo di pistola e con un orecchio mozzato nella stalla in cui si era recato per mungere le mucche. Sospettato dell’omicidio è Clarence Smith, un tempo amico di Lloyd e conduttore del podere vicino, che però è sparito. Nei due capitoli seguenti il narratore rievoca, a cinquant’anni di distanza, la morte della madre e il difficile rapporto con il padre, che dopo un periodo di afflizione si risposa e fa costruire una nuova casa alla periferia di Lincoln. Proprio nel cantiere della casa in costruzione il decenne protagonista incontra Cletus Smith, che ha più o meno la sua età. I due ragazzi per qualche tempo si trovano ogni giorno a giocare tra muri e travi in legno: parlano poco, essendo entrambi vittime di difficili situazioni familiari, e si salutano sempre dicendosi ”Ciao, a domani”. Un giorno però Cletus non viene a giocare: è il giorno in cui suo padre ha ucciso Lloyd Wilson. Continua a leggere “I due volti di un romanzo asimmetrico”

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L’ideale dell’ostrica a Brooklyn

IlCommessoRecensione de Il commesso, di Bernard Malamud

Einaudi, Tascabili, 1999

Bernard Malamud è considerato uno dei padri della letteratura ebraico-statunitense del secondo dopoguerra, accanto a nomi come Saul Bellow, Norman Mailer, J.D. Salinger e altri, cui seguirono autori ancora attivi quali Philip Roth, Chaim Potock e Paul Auster, tanto per citare i più noti.
Tra la fine degli anni ’40 e il decennio successivo gli Stati Uniti vissero, in seguito alla vittoria della guerra e a tutto ciò che questo comportò in termini economici, lo straordinario boom che avrebbe cambiato per sempre la società: furono anni in cui venne confezionato il sogno americano di una nazione in grado di offrire a tutti una possibilità. Questo sogno era però basato, esattamente come ora, sull’esaltazione della competizione, sulla colpevolizzazione e sull’abbandono di chi non ce la faceva, oltre che sull’instillazione scientifica della paura del diverso, soprattutto del comunista, al fine di esercitare un rigido controllo politico volto a estirpare qualsiasi voce che mettesse in discussione seriamente il sistema.
Anni esaltanti, per certi versi, ma anche crudeli per una parte non indifferente della popolazione. Il disagio sociale e esistenziale che quel modello di società – in tumultuosa evoluzione e basato su un darwinismo sociale appena mitigato dalle nascenti politiche di welfare – creava, colpiva maggiormente quelle componenti del melting pot provenienti da aree diverse e legate a tradizioni culturali non identificabili con quella dominante, di matrice anglosassone.
Non è un caso, quindi, che proprio in questo periodo – dopo sporadici antefatti quali Chiamalo sonno di Henry Roth (1934) o le opere di Nathanael West – si sviluppi una specifica letteratura ebraico-statunitense i cui autori, quasi sempre emigrati o figli di emigrati dall’Europa, hanno in comune il tema dell’analisi delle contraddizioni che la società nordamericana apre rispetto all’essere ebreo, tema esplorato a partire dalla diversa sensibilità e con le svariate modalità espressive di ogni autore. Ovviamente il fatto che questa generazione di autori si trovi a scrivere pochi anni dopo la shoah non è irrilevante nel determinare il tono complessivo della loro opera.
Bernard Malamud si inserisce in questa corrente narrativa con una propria, pacata specificità. La sua opera, fatta di alcuni romanzi e numerosi racconti, non presenta la profondità analitica di Saul Bellow o la visionaria violenza di Norman Mailer: si caratterizza piuttosto per un realismo desolato che rifiuta qualsiasi sperimentalismo espressivo e mette in scena attraverso una prosa piana e attenta ai dettagli storie di ordinaria solitudine e desolazione, storie di vinti dalla società ma anche storie di possibilità di una redenzione, legata per lo più al riconoscimento e all’accettazione della propria condizione. Continua a leggere “L’ideale dell’ostrica a Brooklyn”