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La tragedia di un uomo, di un popolo e di una terra che fecero la rivoluzione ma non riuscirono a conservarla

LaBreveEstatedellAnarchiaRecensione de La breve estate dell’anarchia, di Hans Magnus Enzensberger

Feltrinelli, Universale Economica, 2002

La lettura rispetto alla quale svolgo queste considerazioni si distacca notevolmente dai filoni letterari che sono solito seguire, costituiti quasi esclusivamente da romanzi e racconti cosiddetti classici, per lo più scritti tra il XVIII e la prima metà del XIX secolo.
La breve estate dell’anarchia, sottotitolo Vita e morte di Buenaventura Durruti è infatti un saggio storico, scritto da un poliedrico intellettuale bavarese, Hans Magnus Enzensberger nel 1972, ed edito nel nostro paese da Feltrinelli l’anno successivo.
Il mio interesse per questo libro è tuttavia strettamente legato a quello per la storia e per la letteratura del primo novecento, in quanto la sua lettura mi ha permesso di esplorare una fase drammatica della storia europea, quella della Repubblica spagnola e della successiva guerra civile, cruciale per gli sviluppi che di lì a pochi anni portarono allo scoppio della seconda guerra mondiale e quindi cruciale anche nella determinazione della direzione che la cultura, non solo letteraria, avrebbe preso in seguito.
Hans Magnus Enzensberger è autore sia di saggi sia di opere di poesia e in prosa: tra queste ultime particolarmente note sono Il mago dei numeri, un libro per bambini, e Storie raccapriccianti di bambini prodigio, scritto utilizzando lo pseudonimo di Linda Quilt, che qualche anno fa fu un vero e proprio caso letterario anche per l’incertezza sulla vera identità dell’autore. Ha fatto parte del Gruppe 47, il cenacolo di intellettuali che subito dopo la seconda guerra mondiale tentò di rifondare la cultura tedesca da sinistra, tra la diffidenza degli alleati.
Il protagonista assoluto di questo libro, come dice il sottotitolo, è il leggendario anarchico spagnolo Buenaventura Durruti, uno dei leader della rivoluzione che portò alla costituzione di potere anarco-sindacalista a Barcellona e in Catalogna dal luglio 1936 al maggio successivo, quando durante la settimana di sangue il governo centrale di Madrid schiacciò l’esperienza anarchica con la forza delle armi, lasciando sul campo oltre cinquecento morti. A quel tempo Durruti era già morto da sei mesi.
Anche se il libro di Enzensberger è completamente centrato sulla figura di Durruti, non si tratta di una biografia, cosa di cui l’autore ci avverte nelle prime pagine: ”Il romanzo di Durruti va inteso così: non come biografia che raccolga i fatti, e tanto meno come elaborato scientifico. Il suo ambito narrativo va al di là del volto di un singolo personaggio. Raccoglie in sé l’ambiente, quell’interscambio con le situazioni concrete senza di cui tale personaggio resta inimmaginabile.” Per far ciò, per legare la figura di Durruti agli avvenimenti di cui fu protagonista, Enzensberger si affida ai testimoni. Struttura il racconto in capitoli formati per lo più da brevi testi tratti da opuscoli e giornali dell’epoca, da libri scritti sulle vicende spagnole o da interviste rilasciate direttamente all’autore (all’inizio degli anni ‘70 molti dei protagonisti della guerra civile erano ancora vivi, come lo era del resto lo stesso Franco). L’intervento diretto dell’autore è limitato alle glosse, poche pagine di introduzione e contestualizzazione poste all’inizio della maggior parte dei capitoli. Con la forza data dalle fonti originali, che rispecchiano diversi punti di vista, spesso in contraddizione tra loro, Enzensberger ricostruisce, attraverso la figura di Durruti, i tragici avvenimenti politici che hanno segnato la Spagna nelle prime quattro decadi del XX secolo, e che si concluderanno con la vittoria della reazione e l’instaurazione del regime franchista nel 1939. Continua a leggere “La tragedia di un uomo, di un popolo e di una terra che fecero la rivoluzione ma non riuscirono a conservarla”

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Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore”

LAmicoRitrovato Recensione de L’amico ritrovato, di Fred Uhlman

Feltrinelli, Universale economica, 2003

L’amico ritrovato è senza dubbio l’opera più celebre di Fred Uhlman, autore tedesco naturalizzato britannico, sorta di scrittore dilettante (la sua professione principale essendo quella di avvocato) attivo nella seconda metà del secolo scorso.
Nato nel 1901 a Stoccarda in una agiata famiglia della borghesia ebraica, Uhlman lasciò la Germania pochi mesi dopo l’avvento al potere del nazismo, approdando dopo varie peripezie a Londra nel 1938, dove tra l’altro fondò una associazione culturale tedesca di cui fecero parte tra gli altri anche Oskar Kokoschka e Stefan Zweig, associazione da cui si discostò quando assunse connotati comunisti. Fu anche un apprezzato pittore e grande collezionista di arte africana. L’amico ritrovato uscì nel 1971, divenendo negli anni un piccolo classico della narrativa inerente il nazismo: è un breve romanzo, o meglio una lunga novella, primo capitolo della Trilogia del ritorno, comprendente anche Un’anima non vile e Niente resurrezioni, per favore.
Va subito detto che il mio giudizio critico sull’opera è forse monco, perché essa andrebbe probabilmente letta e valutata insieme al secondo capitolo della trilogia, che narra le stesse vicende viste con gli occhi del secondo protagonista, Konradin von Hohenfels.
La novella narra dell’amicizia tra due ragazzi sedicenni nella Stoccarda del 1932: Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo, e appunto Konradin von Hohenfels, giovane rampollo di una delle più nobili ed antiche famiglie tedesche. Hans, dietro il quale è facile scoprire l’autore, narra in prima persona della sua amicizia giovanile con Konradin, quando negli anni ‘60 ormai da decenni vive a New York essendo diventato un affermato avvocato.
Nel febbraio del 1932 Konradin entra nella classe del liceo frequentato da Hans. Entrambi i ragazzi sono timidi e non legano con gli altri compagni di classe, troppo rozzi o troppo affettati per suscitare il loro interesse. Hans è affascinato da ciò che Konradin rappresenta, dalla storia quasi millenaria della sua famiglia, e cerca di attirare in vari modi la sua attenzione: finalmente un giorno fanno insieme la strada verso casa e diventano amici, scoprendo di condividere la passione per il collezionismo di monete e reperti antichi. Per alcuni mesi i due ragazzi si limitano a vedersi a scuola, poi un giorno Hans invita Konradin a casa sua: mentre la madre di Hans accoglie l’amico del figlio con una spontanea tenerezza materna, il padre, veterano e decorato della prima guerra mondiale, si rende ridicolo trattando Konradin con un inopportuno cameratismo militaresco da cui traspare un evidente senso di inferiorità sociale e gerarchica nei confronti del rampollo della famiglia illustre. Continua a leggere “Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore””

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Le vite sbagliate di un mondo in sfacelo

PrincipesseRecensione di Principesse, di Eduard von Keyserling

Adelphi, Gli Adelphi, 2001

Tra i numerosissimi autori mitteleuropei del primo novecento Eduard von Keyserling non è senza dubbio il più noto. Discendente da una famiglia di antica nobiltà dell’area baltica (la cittadina in cui nacque con il titolo di conte ora si trova in Lettonia), sul finire del secolo, quarantenne, si trasferì a Monaco di Baviera, dove scrisse gran parte delle sue opere letterarie, morendo di sifilide, da cui era affetto da decenni, nel 1918, un paio di mesi prima della fine del conflitto mondiale.
Scrisse romanzi, novelle e racconti, nonché alcuni drammi teatrali ormai dimenticati; le sue tematiche predilette, se si escludono le prime prove – ancora influenzate da echi naturalistici – vertono sull’analisi della decadenza della nobiltà rurale baltica e sui drammi psicologici e umani legati alla fine di quel mondo: per questo è stato definito il Fontane baltico, anche se numerosi tratti, a partire da una maggiore levità nella descrizione dei sentimenti e delle pulsioni umane, tra i quali l’erotismo, che nella sua prosa risulta sottilmente sublimato, lo distinguono dall’autore di Effi Briest. Keyserling viene anche spesso definito autore impressionista, per la sua capacità di descrivere il paesaggio e la natura del nord con pennellate ricche di colori, spesso tenui ma a volte carichi, e di farli divenire elementi essenziali delle storie che racconta.
Principesse è la sua ultima opera, edita un anno prima della morte, e forse non è il suo capolavoro, ma è sicuramente un romanzo intenso e struggente, una delle sue peculiari storie del castello in grado di restituirci il sapore della fine di un’epoca.
Lo scenario in cui si svolge la vicenda è quello del feudo di Gutheiden, in cui si è ritirata dopo avere vissuto per anni a corte, rimasta vedova di un marito che l’aveva resa infelice, la ancora piacente principessa Adelheid Neustatt-Birkenstein con le tre giovani figlie. La maggiore, Roxane, sta per sposare un principe russo, quindi si trasferirà presto a Pietroburgo. Eleonore è destinata a fidanzarsi con un cugino, rampollo della famiglia regnante. La più piccola, Marie, è poco più che adolescente e di salute cagionevole.
Le finanze della tenuta non vanno granché bene, ma la situazione è tenuta sotto controllo, oltre che dall’amministratore, anche dal conte Donalt Streith, anche lui ex dignitario della corte, ritiratosi in un vicino castello di caccia per stare vicino alla principessa, di cui è innamorato da anni senza che i loro rapporti abbiano mai oltrepassato quelli di una fiduciosa amicizia. Continua a leggere “Le vite sbagliate di un mondo in sfacelo”

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Dell’importanza della scoreggia per capire gli uomini

JosselWassermannTornaaCasaRecensione di Jossel Wassermann torna a casa, di Edgar Hilsenrath

Marsilio, Tascabili, 1997

Bucovina, primo inverno di guerra. Gli abitanti ebrei del piccolo shtetl di Pohodna vengono fatti salire su un treno piombato. Tra di loro vi è Jankl, il portatore d’acqua, grosso e piuttosto stupido, che vuole sposare Rifke, la figlia gobba del ciabattino Katz. Lo potrebbe fare perché ha ricevuto una consistente eredità, ottantamila franchi svizzeri e trentatré centesimi, da suo zio Jossel Wassermann, ricco proprietario di una fabbrica di azzimi di Zurigo. A causa della guerra ha però solo ricevuto la lettera che gli annuncia l’eredità e il testamento dello zio, e li ha seppelliti in giardino perché nessuno glieli porti via. Mentre il treno viaggia verso est e tra gli ebrei circolano le più svariate congetture su dove li stiano portando, mentre la puzza di escrementi e urina comincia a riempire il carro bestiame, Jankl sogna la sua futura vita con Rifke, e dormendo scoreggia.
Inizia così questo romanzo, edito nel 1993, di Edgar Hilsenrath, scrittore ebreo tedesco ormai ultranovantenne, più noto in Italia e nel mondo per un altro romanzo, Il nazista e il barbiere, e di cui nel nostro Paese non è mai stato tradotto, a quanto mi risulta, Nacht, un altro importante romanzo, il primo della sua non numerosa produzione narrativa.
Hilsenrath ha avuto una vita avventurosa. Nato a Lipsia, nel 1938 fuggì con la madre e i fratelli in Bucovina, mentre il padre ripara in Francia. Riuscito a sfuggire all’annientamento del suo popolo da parte dei tedeschi, quando l’armata rossa libera la regione Hilsenrath va in Palestina, ma già nel 1947 raggiunge la famiglia in Francia. All’inizio degli anni ’50 si trasferiscono tutti negli Stati Unit; lì Hilsenrath svolge i mestieri più disparati e inizia a scrivere. Il suo primo romanzo, Nacht, fu pubblicato in Germania ma ritirato dall’editore poco dopo perché aveva ricevuto pesanti critiche a causa della sua crudezza. Con Il nazista e il barbiere raggiunge la notorietà. Dal 1975 vive a Berlino.
Torniamo alla storia. Quando il treno torna indietro, per cause imprecisate legate agli eventi bellici, e viene parcheggiato su un binario morto proprio nei presso dello shtetl da cui era partito, il Rabbino nasconde la memoria della comunità sul tetto del vagone, perché non vada persa con le loro vite. La memoria è rappresentata, con un tratto quasi chagalliano, da tante voci che narrano le piccole storie degli abitanti dello shtetl e da altre voci, che hanno il compito di narrare gli avvenimenti storici: queste ultime però si annoiano in silenzio, perché non c’è nulla di storico nella vita del piccolo shtetl di Pohodna, e per sfuggire alla noia decidono di raccontare la storia di Jossel Wassermann, lo zio che ha reso ricco Jankl, il portatore d’acqua. Il racconto si trasferisce quindi a Zurigo, il 31 agosto 1939, dove Jossel Wassermann, sentendosi in punto di morte, chiama il suo avvocato e il notaio per redigere il proprio testamento. Egli vuole in realtà redigerne due: con il primo darà un decimo dei suoi averi, cioè ottantamila franchi svizzeri e trentatré centesimi, al suo unico parente vivente, suo nipote Jankl; con il secondo, per sfatare la sua nomea di spilorcio, destina tutto il resto del suo patrimonio ai poveri e ai bisognosi della comunità di Pohodna, dove è nato ed ha vissuto sino alla prima guerra mondiale. Il primo testamento verrà recapitato subito dopo la sua morte a Jankl, mentre il secondo arriverà a Pohodna insieme al suo feretro, poiché egli desidera essere sepolto là. Sta però per scoppiare la guerra, e il trasporto si presenta difficile, per cui si stabilisce che Jossel possa essere sepolto provvisoriamente a Zurigo e tornare a Pohodna, insieme al testamento, a guerra finita. Jossel Wassermann ha però un altro desiderio: che a Pohodna lo scriba della Torah Eisik scriva su una pergamena la storia della sua (di Jossel) vita. Per questo, inizia a raccontarla all’avvocato e al notaio, che dovranno riferirla allo scriba. Continua a leggere “Dell’importanza della scoreggia per capire gli uomini”

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I racconti del cronista che mira all’oggettività soggettiva

EsecuzionediunVitelloRecensione di Esecuzione di un vitello, di Christoph Hein

e/o, Dal mondo, 1996

Dobbiamo essere grati alla casa editrice e/o, che dal 1990 ha iniziato a pubblicare nel nostro Paese le opere di Christoph Hein, importante autore contemporaneo tedesco che ha al suo attivo numerosi romanzi e opere teatrali.
Anche se molti dei titoli via via pubblicati dalla casa editrice non sono più disponibili in libreria, quelli rimanenti comprendono alcuni dei romanzi più significativi dell’autore, permettendo così al lettore italiano di approfondire la conoscenza della sua letteratura. Tra i titoli non più disponibili ma ancora – sia pure con una certa difficoltà – reperibili sul mercato dell’usato, figura questo Esecuzione di un vitello, raccolta di racconti pubblicata in Germania nel 1994 e due anni dopo da noi.
Christoph Hein è nato in Slesia nel 1944. Ha vissuto ed operato nella DDR, a Lipsia e a Berlino, pubblicando nel 1982 il romanzo che gli diede la fama: L’amico estraneo. Nello stesso anno vinse il premio Heinrich Mann, conferito annualmente dall’Accademia delle Arti della Repubblica Democratica Tedesca a scrittori di area germanica che si fossero particolarmente distinti per le tematiche sociali delle loro arti. Il premio, che esiste ancora ed è oggi assegnato dall’Accademia delle Arti di Berlino, nel corso degli anni ha visto vincere scrittori e drammaturghi come Heiner Müller (1959), Christa Wolf (1963), Peter Weiss (1966) e molti altri.
Dopo essere stato critico nei confronti della DDR e della degenerazione totalitaria e burocratica degli ideali socialisti, Hein lo è altrettanto della modalità con cui si è concretizzata l’unificazione tedesca. La sua scrittura si caratterizza per il distacco cronachistico con cui rende le storie di emarginazione, alienazione, ipocrisia e banalità del male che racconta. Attraverso il racconto distaccato di episodi minori, di personaggi ordinari e sconfitti, Hein è stato in grado di descriverci le intime contraddizioni di una società come quella della DDR prima e della Germania riunificata poi.
I sedici racconti contenuti ne L’esecuzione di un vitello sono stati scritti tra il 1977 e il 1994, quindi proprio nel periodo di passaggio dall’epoca delle due Germanie a quella della riunificazione. In buona parte sono ambientati nella DDR, anche se alcuni riguardano altri periodi della storia tedesca e uno è di ambientazione biblica; alcuni sono brevissimi, e solo due superano le dieci pagine. Nonostante queste ed altre differenze tra racconto e racconto, la raccolta si presenta come estremamente compatta quanto a tematiche di fondo, le stesse che caratterizzano l’autore e la sua opera.
Il primo racconto, intitolato Un anziano signore, leggero come una piuma, è probabilmente stato scritto da Hein nella Germania dopo la caduta del muro, perché è ambientato in un quartiere (probabilmente di Berlino) dove c’è un edificio occupato da giovani alternativi. Di fronte vive un anziano – a cui si affeziona e di cui si prende cura una delle giovani occupanti – il quale sostiene di essere Noè e di avere novecentocinquanta anni. Questa fugace adesione ad una sorta di realismo magico serve ad Hein per marcare le difficoltà di comprensione della Storia, della Memoria e dei loro insegnamenti, che a volte si nascondono dietro una simbologia oscura, da parte di una generazione che fa del pragmatismo, dell’oggi l’unico suo orizzonte culturale. La giovane infatti non crede alle storie del vecchio, e alla sua narrazione del diluvio oppone una spiegazione razionale e limitata, così come in Germania si stava facendo strada già negli anni ’90 una visione riduzionista del nazismo. Che a ciò alluda questo racconto emerge, a mio avviso, dall’incipit del racconto, nel quale ci viene detto che la casa del vecchio si trova …due case dietro la sinagoga distrutta, a un isolato di distanza dalla nuova moschea”: in tredici parole l’autore ci ricorda quanto concretamente vicini siano il fardello storico (materialmente ancora presente) della Germania e la difficile ricerca di identità dello Stato riunificato. Il vecchio è quindi la Storia, che maledice dio per quante gliene ha fatte passare, che invano i giovani tedeschi tentano di seppellire, ed a cui dovranno sempre tornare, come è evidente nel finale solo apparentemente paradossale. La cripticità del racconto, che come detto contiene elementi magici che non troveremo nelle altre storie narrate, è forse indice della necessità di Hein di trovare una diversa cifra narrativa per rapportarsi con la nuova realtà in cui si trova immerso nei primi anni ’90.
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Troppa carne al fuoco del Realismo Magico di Grass

LaRattaRecensione de La Ratta, di Günter Grass

Einaudi, Tascabili Letteratura, 1997

Credo sia giusto, prima di parlare di questo suo romanzo, rendere omaggio a Günter Grass con una delle sue ultime opere, il breve poema Ignominia d’Europa, che dimostra come questo intellettuale che ha attraversato il volgere del millennio, pur con tutti i limiti che si possono addebitare alla sua letteratura ed anche alla sua azione politica, sia stato comunque in grado – se non forse di percepire fino in fondo le cause profonde delle dinamiche socio-economiche che hanno caratterizzato e caratterizzano ancora la nostra epoca – almeno di additarne al pubblico senza infingimenti gli effetti. Quanti intellettuali europei, di fronte al massacro economico (e non solo, visto il tasso di suicidi) di un intero popolo per proteggere i profitti di istituti bancari che hanno agito in modo scellerato, hanno fatto sentire la loro voce? Tra l’altro, visto che nel mirino della UE (non dell’Europa, che è cosa diversa, e questo è un appunto che si potrebbe fare a Grass) oggi ci siamo noi, questi versi conservano una straordinaria attualità.

Ignominia d’Europa
Prossima al caos, perché non all’altezza dei mercati,
lontana sei dalla terra che a te prestò la culla.
Quello che, con l’anima hai cercato e consideravi tuo retaggio,
ora viene tolto di mezzo, alla stregua di un rottame.
Messo nudo alla gogna come debitore, soffre un Paese
al quale dover riconoscenza era per te luogo comune.
Paese condannato alla miseria, la cui ricchezza,
ben curata, orna i musei: preda che tu sorvegli.
Coloro che, in divisa, con la violenza delle armi funestarono il Paese
ebbro d’isole, tenevano Hölderlin nello zaino.
Paese a stento tollerato, di cui un tempo tollerasti
i colonnelli in veste di alleati.
Paese privo di diritti, al quale un potere che i diritti impone,
stringe sempre più la cintola.
Sfidandoti, veste di nero Antigone e dovunque lutto
ammanta il popolo di cui tu fosti ospite.
Eppure fuori dai confini il codazzo dei seguaci di Creso
ha ammassato tutto ciò che d’oro luccica nelle tue casseforti.
Trangugia infine, butta giù! gridano i claqueur dei Commissari,
ma Socrate ti restituisce irato il calice colmo fino all’orlo.
Malediranno in coro gli Dei ciò che possiedi,
quando il tuo volere esige di spossessare il loro Olimpo.
Priva di spirito deperirai senza il Paese
il cui spirito, Europa, ti ha inventata.

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Un romanzo “giovanile” scritto a 68 anni

CecileRecensione di Cécile, di Theodor Fontane

Ponte alle Grazie, Letture, 1995

Theodor Fontane è uno scrittore la cui lettura è a mio avviso essenziale per immergersi in quel periodo fondamentale della letteratura, e della società europea, rappresentato dal passaggio dal XIX secolo al XX.
Ci ha donato uno dei romanzi più significativi di quell’epoca, Effi Briest, che per la tematica – ma anche per lo spessore assoluto – viene spesso associato, in una sorta di trilogia dell’adulterio, a Madame Bovary e a Anna Karenina. Se il suo capolavoro è molto conosciuto, essendo tra l’altro stato trasposto nel 1974 in un meraviglioso film firmato da Rainer Werner Fassbinder, nel cui morbido bianco e nero brilla di luce assoluta la sontuosa interpretazione di Hanna Schygulla, meno noti sono gli altri suoi romanzi, tra i quali Cécile.
Fontane è uno scrittore dalla biografia personale ed artistica per certi versi singolare. Figlio di genitori ugonotti francesi, nacque e visse in Prussia, ma continuò a sentirsi per tutta la vita poco tedesco, e forse proprio questo suo distacco ancestrale dal rigido formalismo e dalle gerarchie sociali che caratterizzavano la società prussiana che aveva imposto, con Guglielmo I e Bismarck, la sua egemonia sull’intera Germania, sono alla base della sua decisa, ancorché apparentemente velata, critica a quella stessa società. Ancora, la sua parabola politica lo porta ad passare da posizioni radicali – nel 1848 partecipa ai moti rivoluzionari di Berlino – a lidi di impronta liberal-conservatrice, cui sarà approdato – entrando a fare ormai parte dell’establishment culturale tedesco – proprio negli anni in cui scrive i suoi romanzi a sfondo sociale e di impronta marcatamente realistica. La scrittura dei suoi pochi romanzi si concentra infatti negli ultimi 20 anni della sua vita, da quando è sessantenne sino alla morte, nel 1898. In precedenza aveva scritto sì molto, ma essenzialmente poesie, qualche novella e soprattutto reportages giornalistici e guide di viaggio. È quindi da rimarcare la figura di questo francese-prussiano, pienamente immerso nell’800 ma che scrive le sue opere più significative al volgere del secolo, sapendo presagire il nuovo, aderendo al naturalismo di stampo francese ma superandone di slancio gli assunti positivisti, demolendo le basi culturali della società prussiana di cui era per certi versi un esponente di spicco.
Cécile non è come detto il romanzo più noto di Fontane. Se non fosse che nel 1887 l’autore aveva già 68 anni, lo si potrebbe definire un romanzo giovanile, nel senso che contiene, in nuce, molte delle tematiche che sarebbero state al centro delle sue successive opere, in particolare di Effi Briest, che è di nove anni successivo: oltre alla già citata critica alla società prussiana e alle contraddizioni tra il suo immobilismo formale e i cambiamenti indotti dalle trasformazioni economiche e culturali in atto, ci parla del ruolo della donna nell’ambito di questi cambiamenti, di matrimonio e adulterio (in Cécile solo potenziale) analizzati, oltre che relativamente alla psicologia dei personaggi, anche nell’ambito dei rapporti sociali, e di molti altri temi. Continua a leggere “Un romanzo “giovanile” scritto a 68 anni”

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I dolori del giovane Thomas: l’arte contro la vita e molto altro nei racconti dell’epoca dei Buddenbrook

PadroneeCaneRecensione di Padrone e cane e altri racconti, di Thomas Mann

Feltrinelli, Universale economica, 1994

Questo volume edito parecchi anni fa da Feltrinelli contiene quattordici racconti di Thomas Mann: il libro è aperto dal racconto che gli dà il titolo, Padrone e cane, scritto nel 1919, ed è seguito da racconti raccolti in ordine cronologico appartenenti agli esordi dello scrittore, editi tra il 1896 e il 1905. Questa scelta è forse dettata dal fatto che Padrone e cane è uno dei racconti più noti di Mann, tuttavia appare a mio avviso filologicamente incongrua, appartenendo tale racconto ad una stagione creativa affatto diversa rispetto agli altri, che invece rappresentano bene l’evoluzione della poetica dell’autore di Lubecca nei primi anni della sua attività letteraria (anni che, occorre ricordarlo, comprendono anche la pubblicazione di capolavori come I Buddenbrook, 1901 e Tonio Kröger, 1903). Mi prendo quindi la libertà di ristabilire l’ordine naturale delle cose, commentando per primi i racconti raccolti in ordine cronologico e lasciando per ultimo Padrone e cane, che tra l’altro mi sembra tra i meno significativi.
Il primo racconto proposto è Delusione. Scritto durante un viaggio in Italia da un Mann ventenne, ed ambientato a Venezia, è poco più di un abbozzo, che rivela l’incertezza, anche stilistica, dell’acerbo autore. Il protagonista una sera siede al tavolino di un caffè di Piazza San Marco; un uomo, che poteva avere trent’anni, oppure cinquanta, notato nei giorni precedenti perché passava continuamente per la piazza parlando da solo, gli attacca bottone, lanciandosi in un lungo monologo. Raccontando alcuni episodi della sua vita l’uomo, significativamente un tedesco figlio di un pastore protestante, lamenta la sua delusione nei confronti della vita, che non è stata in grado di dargli quelle emozioni forti cui aspirava da giovane. Così non ha provato una grande paura e un grande dolore per l’incendio della casa in cui viveva da bambino e più tardi per l’abbandono da parte della donna amata, e si è ritrovato a pensare è tutto qui? Neppure la grande arte ed i momenti di felicità gli hanno dato molto, e persino la morte sarà un’esperienza deludente. Nel breve racconto, quasi un piccolo saggio, il giovane Mann ci espone già alcuni dei temi della sua letteratura posteriore: il senso di crisi e di inadeguatezza dell’individuo nei confronti dell’ottimismo borghese, qui declinato come critica alla retorica romantica dei grandi sentimenti. Manca tuttavia ciò che caratterizzerà le opere immediatamente successive: la piena contestualizzazione sociale della crisi, che qui è giocata come contrasto tutto interno al sentire dell’individuo. Continua a leggere “I dolori del giovane Thomas: l’arte contro la vita e molto altro nei racconti dell’epoca dei Buddenbrook”

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Chi l’ha visto? Quando un capolavoro del teatro è colpevolmente ignorato

hidallaRecensione di Hidalla: Karl Hetmann, il gigante-nano, di Frank Wedekind

Edizioni Studio Tesi, Collezione biblioteca, 1992

Più o meno tutti conoscono indirettamente Frank Wedekind, anche se credo che a molti questo nome non dica nulla. Questo apparente paradosso si spiega con il fatto che questo scrittore, commediografo, cantautore ed attore tedesco, che nella vita ha fatto il rappresentante di una casa produttrice di dadi per brodo, è l’ideatore di un personaggio entrato molto dopo la sua morte, grazie al cinema e al fumetto, nell’immaginario collettivo come un’icona della bellezza femminile, o meglio come la rappresentazione plastica dell’eterno femminino e della femme fatale. Mi riferisco a Lulu, la protagonista dei suoi due drammi più famosi, Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora, che ancora all’epoca del muto fu portata sugli schermi, per la regia di Georg W. Pabst, da una indimenticabile Louise Brooks, la quale a sua volta fu il dichiarato modello del personaggio di Valentina, il raffinatissimo e sottilmente erotico fumetto di Guido Crepax, apparso per la prima volta su Linus negli anni ‘60 e che ancora oggi troviamo facilmente il libreria in lussuosi volumi di grande formato.
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