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I dolori del giovane Thomas: l’arte contro la vita e molto altro nei racconti dell’epoca dei Buddenbrook

PadroneeCaneRecensione di Padrone e cane e altri racconti, di Thomas Mann

Feltrinelli, Universale economica, 1994

Questo volume edito parecchi anni fa da Feltrinelli contiene quattordici racconti di Thomas Mann: il libro è aperto dal racconto che gli dà il titolo, Padrone e cane, scritto nel 1919, ed è seguito da racconti raccolti in ordine cronologico appartenenti agli esordi dello scrittore, editi tra il 1896 e il 1905. Questa scelta è forse dettata dal fatto che Padrone e cane è uno dei racconti più noti di Mann, tuttavia appare a mio avviso filologicamente incongrua, appartenendo tale racconto ad una stagione creativa affatto diversa rispetto agli altri, che invece rappresentano bene l’evoluzione della poetica dell’autore di Lubecca nei primi anni della sua attività letteraria (anni che, occorre ricordarlo, comprendono anche la pubblicazione di capolavori come I Buddenbrook, 1901 e Tonio Kröger, 1903). Mi prendo quindi la libertà di ristabilire l’ordine naturale delle cose, commentando per primi i racconti raccolti in ordine cronologico e lasciando per ultimo Padrone e cane, che tra l’altro mi sembra tra i meno significativi.
Il primo racconto proposto è Delusione. Scritto durante un viaggio in Italia da un Mann ventenne, ed ambientato a Venezia, è poco più di un abbozzo, che rivela l’incertezza, anche stilistica, dell’acerbo autore. Il protagonista una sera siede al tavolino di un caffè di Piazza San Marco; un uomo, che poteva avere trent’anni, oppure cinquanta, notato nei giorni precedenti perché passava continuamente per la piazza parlando da solo, gli attacca bottone, lanciandosi in un lungo monologo. Raccontando alcuni episodi della sua vita l’uomo, significativamente un tedesco figlio di un pastore protestante, lamenta la sua delusione nei confronti della vita, che non è stata in grado di dargli quelle emozioni forti cui aspirava da giovane. Così non ha provato una grande paura e un grande dolore per l’incendio della casa in cui viveva da bambino e più tardi per l’abbandono da parte della donna amata, e si è ritrovato a pensare è tutto qui? Neppure la grande arte ed i momenti di felicità gli hanno dato molto, e persino la morte sarà un’esperienza deludente. Nel breve racconto, quasi un piccolo saggio, il giovane Mann ci espone già alcuni dei temi della sua letteratura posteriore: il senso di crisi e di inadeguatezza dell’individuo nei confronti dell’ottimismo borghese, qui declinato come critica alla retorica romantica dei grandi sentimenti. Manca tuttavia ciò che caratterizzerà le opere immediatamente successive: la piena contestualizzazione sociale della crisi, che qui è giocata come contrasto tutto interno al sentire dell’individuo. Continua a leggere “I dolori del giovane Thomas: l’arte contro la vita e molto altro nei racconti dell’epoca dei Buddenbrook”

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Chi l’ha visto? Quando un capolavoro del teatro è colpevolmente ignorato

hidallaRecensione di Hidalla: Karl Hetmann, il gigante-nano, di Frank Wedekind

Edizioni Studio Tesi, Collezione biblioteca, 1992

Più o meno tutti conoscono indirettamente Frank Wedekind, anche se credo che a molti questo nome non dica nulla. Questo apparente paradosso si spiega con il fatto che questo scrittore, commediografo, cantautore ed attore tedesco, che nella vita ha fatto il rappresentante di una casa produttrice di dadi per brodo, è l’ideatore di un personaggio entrato molto dopo la sua morte, grazie al cinema e al fumetto, nell’immaginario collettivo come un’icona della bellezza femminile, o meglio come la rappresentazione plastica dell’eterno femminino e della femme fatale. Mi riferisco a Lulu, la protagonista dei suoi due drammi più famosi, Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora, che ancora all’epoca del muto fu portata sugli schermi, per la regia di Georg W. Pabst, da una indimenticabile Louise Brooks, la quale a sua volta fu il dichiarato modello del personaggio di Valentina, il raffinatissimo e sottilmente erotico fumetto di Guido Crepax, apparso per la prima volta su Linus negli anni ‘60 e che ancora oggi troviamo facilmente il libreria in lussuosi volumi di grande formato.
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Tutti dovremmo leggerlo (se ci fosse permesso)

unagiovinezzaingermaniaRecensione di Una Giovinezza in Germania, di Ernst Toller

Einaudi, Nuovi Coralli, 1982

Ci sono libri che a mio avviso dovrebbero essere letti da tutti, perché ci aiutano a capire il passato e – attraverso di esso – a interpretare il presente in cui viviamo. Uno di questi libri è sicuramente Una giovinezza in Germania di Ernst Toller, che ha rappresentato per me una vera scoperta.
Ci sono libri che dovrebbero essere letti da tutti, ma che di fatto ci viene quasi impedito leggere. Una giovinezza in Germania, una delle poche opere di Toller tradotte in italiano, è stato edito da Einaudi l’ultima volta nel 1982, e da allora non è più stato ristampato. Oggi è “momentaneamente non disponibile” in libreria e per reperirlo, come per poter leggere i pochi altri testi dell’autore editi in tempi storici, è necessario scavare nelle profondità dei siti web dedicati al mercato dell’usato, mettendo in conto di spendere cifre alle volte non indifferenti. Continua a leggere “Tutti dovremmo leggerlo (se ci fosse permesso)”

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L’unica, limitata possibilità di conoscere un autore presumibilmente grande

LibussaRecensione di Libussa, di Carl Sternheim

Adelphi, Piccola biblioteca, 1995

Carl Sternheim è un autore del primo novecento tedesco quasi del tutto ignorato dall’editoria italiana. Oltre a questa novella, meritoriamente data alle stampe da Adelphi, mi risulta esistano solo una edizione delle cinque commedie che costituiscono il Ciclo dell’eroe borghese (De Donato, 1967) e pochissime altre vecchie edizioni di alcune delle sue opere, reperibili solo sul mercato dell’usato.
Eppure Sternheim è ancora oggi molto popolare in Germania, essendo considerato uno degli esponenti di spicco dell’espressionismo, ed in particolare le sue opere teatrali sono molto rappresentate.
Sternheim, di agiata famiglia ebraica, visse tra il 1878 e il 1942, dal 1912 quasi prevalentemente a Bruxelles; le sue opere vennero messe al bando dal nazismo sia in quanto l’autore era ebreo sia per il loro contenuto. In esse infatti Sternheim denuncia, secondo quanto è possibile desumere dalle notizie reperibili in rete, la grettezza e la corruzione morale della borghesia tedesca dell’età guglielmina. Fu amico di numerosi intellettuali ed artisti tedeschi del primo novecento, tra i quali Franz Wedekind, di cui in seguito sposò la figlia, e collaborò nel 1908 alla fondazione della rivista espressionista Hyperion, la prima a pubblicare scritti di Kafka. Continua a leggere “L’unica, limitata possibilità di conoscere un autore presumibilmente grande”

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Alle sorgenti del mito

StoriadelDottorFaustRecensione di Storia del dottor Faust, ben noto mago e negromante, di Johann Spies

Garzanti, I grandi libri, 1980

Il mito di Faust è forse il più importante topos della cultura tedesca, e ad esso si sono ispirate, nel corso dei secoli, alcune delle opere letterarie – e non solo – dell’intera Europa. Da The Tragical History of Doctor Faustus di Marlowe, composto ancora nel XVI secolo, sino al Doktor Faustus di Thomas Mann (1947) ed oltre, passando ovviamente per il Faust goethiano e per Il maestro e Margherita di Bulgakov, sono decine i romanzi, i testi teatrali, gli scritti poetici, le opere musicali che riprendono la storia dell’uomo che strinse il patto con il diavolo per acquisire la conoscenza. Il perché di tanto successo è facilmente intuibile: il rapporto tra scienza e morale, il tema della libera volontà umana contrapposta ai limiti a questa imposti dagli ordinamenti sociali di ordine religioso e politico, l’angoscia dell’uomo di fonte ai propri limiti esistenziali ed intellettuali, tutti temi che fondano il mito, sono altrettanti spunti attorno ai quali hanno riflettuto, dai diversi punti di vista dati dalle loro condizioni materiali e avvalendosi di diversi strumenti interpretativi, gli intellettuali della modernità e della contemporaneità occidentale, essendo strettamente connessi all’organizzazione sociale come si è venuta sviluppando dalla fine del medioevo in poi. Continua a leggere “Alle sorgenti del mito”

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Il giovane Rilke in cerca di sé stesso, con un botto finale

DanzeMacabre.jpgRecensione di Danze macabre, di Rainer Maria Rilke

Newton, Tascabili economici, 1994

Queste Danze macabre, prezioso volumetto edito una ventina d’anni fa da Newton, permettono di approfondire la conoscenza del giovane Rilke, iniziata per quanto mi riguarda con la lettura di Due storie praghesi.
Sono infatti qui raccolti 18 racconti scritti nell’arco di un quinquennio, dal 1894 al 1899, da un Rilke attorno ai vent’anni, nel suo ultimo periodo praghese e nei primi anni della sua vita di senza patria (si trasferì a Monaco di Baviera nel 1896 e pochi mesi dopo intrecciò la sua relazione con Lou Andreas-Salomé).
Si tratta di materiale molto eterogeneo, sia perché questi cinque anni sono cruciali nell’evoluzione artistica (ed esistenziale) dell’autore, sia in quanto accanto a racconti compiuti compaiono quelli che con molta probabilità avrebbero dovuto essere semplici spunti per opere più elaborate, mai completate. Continua a leggere “Il giovane Rilke in cerca di sé stesso, con un botto finale”

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La patria di un poeta senza patria

DueStoriePraghesiRecensione di Due storie praghesi, di Rainer Maria Rilke

e/o, Tascabili, 1993

Pubblicando queste Due storie praghesi nel 1899 Rilke scrive: Questo libro non è altro che passato… Oggi non l’avrei scritto così, vale a dire che non l’avrei scritto affatto.
Quello del 1899 è già un Rilke senza patria, che vive ormai da due anni a Monaco di Baviera, ha dimenticato la tenera Vally della sua giovinezza praghese per gettarsi tra le braccia senza dubbio più energiche di Lou Andreas-Salomé, si accinge a partire per il lungo viaggio in Russia.
E’ quindi logico che due racconti scritti qualche anno prima, ambientati nella natìa Praga e centrati sul tema dello scontro in atto tra la dominante élite tedesca e la nascente coscienza nazionale ceca fossero ormai lontani dall’orizzonte culturale e personale del poeta.
Eppure, con gli occhi dei posteri, possiamo dire che si tratta di due racconti estremamente importanti per comprendere l’evoluzione della poetica di Rilke, per scorgere le radici di quel cosmopolitismo che costituirà uno dei tratti più importanti, anche se non certamente l’unico, del suo pensiero. Si tratta anche, lo dico subito, di due racconti a mio avviso molto belli, anche se profondamente diversi l’uno dall’altro, dei quali consiglio caldamente la lettura. Continua a leggere “La patria di un poeta senza patria”

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Se la leggerezza è talmente insostenibile da divenire superficialità

IlComplessodelDenaroRecensione de Il complesso del denaro, di Franziska zu Reventlow

Adelphi, Piccola biblioteca, 1983

La casa editrice Adelphi annovera, tra i suoi indiscussi meriti, anche quello di aver fatto conoscere al pubblico italiano molti autori del primo novecento europeo, e segnatamente di area germanica, le cui opere sino agli anni ’70-’80 del secolo scorso non erano mai state tradotte nella nostra lingua. Questa attività di scoperta ha anzi rappresentato, per lunghi anni, una sorta di marchio di fabbrica dell’editore. Tuttavia anche la produzione letteraria di quell’epoca irripetibile, come ovvio, non è caratterizzata sempre da una qualità di prim’ordine, ed accanto ad autentici mostri sacri annovera scrittori mediocri ed opere che non erano destinate a lasciare un segno nella storia della letteratura. Nella sua ansia di proporre autori sconosciuti anche Adelphi è incappata talvolta nella proposta di opere non eccelse. Questo è a mio avviso il caso de Il complesso del denaro, di Franziska zu Reventlow, breve romanzo pubblicato originariamente nel 1916. Continua a leggere “Se la leggerezza è talmente insostenibile da divenire superficialità”

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Inferno e paradiso nelle visioni di un grande precursore

IlDiscorsodelCristoMortoRecensione de Il discorso del Cristo morto e altri sogni, di Jean Paul

SE, Piccola enciclopedia, 1997

Anagraficamente Jean Paul, che è vissuto ed ha scritto tra il tardo XVIII e il primo XIX secolo, è considerato un preromantico, una sorta di anello di congiunzione tra il neoclassicismo e il romanticismo tedeschi. Leggendo questo prezioso volumetto, tuttavia, si ha l’impressione che questo autore fosse già proiettato in una dimensione posteriore che, superando di slancio le tematiche prettamente romantiche, o meglio innervandole di apporti che avrebbero trovato la loro definitiva consacrazione solo nella seconda metà dell’800, lo potrebbero far apparire come già approdato a lidi simbolisti.
Il filo conduttore stesso dei brevi racconti che compongono questa raccolta è in qualche modo inusitato e anticipatore rispetto all’epoca in cui vengono scritti: si tratta infatti di sogni, di quadri fantastici con i quali Jean Paul ci introduce in quella che era una delle tematiche chiave della sua letteratura, almeno di quella più alta e celebrata, nonché della sua stessa vita: quella del rapporto con la morte e del suo superamento attraverso la capacità di pre-vederla, di percepirla come un passaggio ad una forma di realtà diversa ed armoniosa rispetto alla crudeltà ed alla bassezza della vita.
C’è un episodio della vita di Jean Paul, riportato nei suoi diari, che Albert Béguin pone al centro della evoluzione del pensiero dell’autore tedesco nel lungo, bel saggio che segue i racconti de Il discorso del Cristo morto e altri sogni: una mattina, ancora fanciullo, sulla soglia di casa, egli si rende conto all’improvviso di essere un io: ”Il mio io aveva visto sé stesso per la prima volta e per sempre”. Ci troviamo quindi di fronte ad un soggettivismo estremo, che ricerca nel proprio io la possibilità di comprendere e superare la condizione umana, attraverso però uno sforzo di oggettivizzazione della percezione di un io visto per così dire dall’esterno. Continua a leggere “Inferno e paradiso nelle visioni di un grande precursore”