Pubblicato in: Classici, Comunismo, Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Marxismo, Narrativa, Novecento, Recensioni

Un romanzo solo apparentemente “semplice” afflitto da una traduzione ormai del tutto inadeguata

Recensione de La battaglia, di John Steinbeck

Bompiani, Tascabili, 2006

Forse è il destino ad essermi avverso, ma più probabilmente è l’ennesimo segno della sciatteria dell’editoria italiana: sta di fatto che, dopo La dodicesima notte e La collera di Maigret, per la terza volta in poco tempo mi trovo obbligato, a rischio di annoiare schiere di miei lettori, a scagliarmi contro la traduzione di un’opera letteraria.
Stavolta il bersaglio è grosso, trattandosi nientedimeno di Eugenio Montale, traduttore nel 1940 di In dubious battle, romanzo scritto da John Steinbeck quattro anni prima, ancora oggi proposto in libreria nella stessa edizione, e del quale non esistono traduzioni più recenti.
Di una nuova traduzione quest’opera avrebbe davvero bisogno, e in merito ritengo che piuttosto che continuare a riproporre quella del peraltro grande poeta sarebbe meglio lasciare a chi può la lettura del testo originale, reperibile ad esempio qui, visto che viene a mio avviso letteralmente tradito da Montale.
Il tradimento comincia sin dalla versione del titolo: In dubious battle è citazione da un verso del primo libro del Paradiso perduto di Milton; del resto molti dei romanzi di Steinbeck hanno come titolo citazioni bibliche o tratte da classici. L’importanza del titolo originale è data dal fatto che esso è parte di un passo estremamente significativo, che è opportuno riportare per intero (traduzione mia, quindi alquanto grezza):
”… quindi fui spinto
a scontrarmi col più forte, trascinando nel conflitto
la grande forza di innumerevoli spiriti armati
che disprezzando il suo regno e preferendo me
opposero al suo grande potere un potere avverso
in un’incerta battaglia nelle pianure del Paradiso,
e scossero il suo trono. Cosa importa se fummo sconfitti?
Non tutto è perso. L’indomita volontà,
lo spirito di vendetta, l’odio immortale
mai conosceranno sottomissione o cedimento;
e cosa mai altro è, se non questo, il non essere vinti?”

Tradurre In dubious battle con La battaglia significa tagliare di netto il cordone ombelicale esistente tra il titolo originale e il passo di Milton, ed in questo modo amputare una parte importante del significato che Steinbeck attribuisce a questo romanzo: il racconto di un episodio tragico e fallimentare nell’ambito di una dura lotta, quella tra le classi, destinata comunque a continuare. Appare tra l’altro quantomeno strano che nella pur ottima introduzione, anonima e datata 1976, all’edizione da me letta, nella quale il romanzo viene contestualizzato rispetto ai tempi in cui fu scritto, non vi sia alcun accenno all’origine letteraria del titolo originale e alla sua oggettiva importanza.
Se comunque l’alterazione del titolo può essere forse considerato un peccato veniale, è la traduzione del testo che risulta oggi del tutto inadeguata per capire veramente questo romanzo.
Steinbeck è infatti scrittore realista, oserei dire naturalista, in particolare nelle opere della Dustbowl trilogy; uno degli elementi che caratterizzano il suo realismo è il linguaggio colloquiale, infarcito di slang, a volte duro e volgare, che mette in bocca ai suoi contadini e operai. L’impiego di tale linguaggio gli procurò non pochi strali da parte della critica conservatrice, particolarmente violente quando uscì Furore. A proposito del linguaggio di In dubious battle l’autore ebbe a dichiarare: ”I dialoghi [del romanzo] sono ciò che comunemente viene definito volgare. Ho lavorato fianco a fianco ai braccianti, e raramente ho sentito una frase in cui non vi fosse qualche scurrilità. Sono stufo del fatto che nei libri il nobile lavoratore si esprima come se fosse un professore universitario.” Per inciso, verrebbe fatto di notare come una polemica di questo genere negli anni ‘30 del XX secolo per noi europei appaia un poco di retroguardia e forse in ritardo di qualche decina d’anni; anche relativamente a ciò, tuttavia, emerge chiaramente a mio avviso l’importanza della contestualizzazione dell’opera d’arte rispetto alla situazione sociale concreta che l’ha generata.
Continua a leggere “Un romanzo solo apparentemente “semplice” afflitto da una traduzione ormai del tutto inadeguata”

Pubblicato in: Classici, Comunismo, Letteratura, Letteratura russa, Libri, Marxismo, Novecento, Recensioni, Umorismo, URSS

La satira ai tempi di Stalin, oltre la vulgata corrente

IlVitellodOroRecensione de Il vitello d’oro, di Il’ja Il’f ed Evgenij Petrov

Studio Tesi, Collezione Il flauto magico, 1992

Andare alla ricerca oggi di un libro di Il’ja Il’f ed Evgenij Petrov in Italia è impresa difficile. La coppia di scrittori satirici sovietici scrisse infatti pochi romanzi – essendo entrambi i suoi componenti morti giovani – e di questi solo tre sono stati pubblicati nel nostro paese. Il più famoso è senza dubbio Le dodici sedie, del 1927, da cui sono stati tratti numerosi film, tra i quali uno di Mel Brooks (1970) e uno di Carlo Mazzacurati (il suo ultimo lavoro, 2013). Cercando in rete, ho trovato di questo romanzo solo una edizione di Lucarini del 1988, dispersa, e una Rizzoli (1993 – 2005), oggi disponibile solo in e-book. Ancora più arduo, anche nei canali dell’usato, reperire Il vitello d’oro, del 1931, edito originariamente nel nostro paese dagli editori Riuniti nel 1962 e quindi da Studio Tesi nel 1992, e il meno noto Il paese di Dio (1936), dato alle stampe da Einaudi nel lontano 1947.
Similmente ad altre opere della letteratura sovietica incontrate sul mio cammino di lettore, che non fossero della dissidenza o di denuncia esplicita del potere, anche queste sembrano essere state semplicemente rimosse dall’editoria nostrana, forse perché non aderiscono perfettamente alla vulgata della monoliticità e del controllo asfissiante di tale potere sui prodotti culturali.
Per comprendere meglio l’epoca in cui i due romanzi più noti di Il’f e Petrov videro la luce è necessario fare attenzione alle loro date d’uscita. Mentre Le dodici sedie viene pubblicato durante gli ultimi anni della NEP, Il vitello d’oro è edito in un anno nel quale la politica economica dell’URSS ha subito un profondo cambiamento: Stalin, consolidato il suo potere, ha di fatto già liquidato la Nuova Politica Economica di Lenin (morto ormai da alcuni anni) e di Bucharin, ed è in pieno sviluppo il primo piano quinquennale, che punta sull’infrastrutturazione del Paese, sull’industrializzazione pesante e sulla collettivizzazione delle campagne. Anche se le purghe sono ancora lontane è indubbio che ormai l’ala staliniana del partito ha il pieno controllo dell’apparato: nella percezione oggi comune, anche da parte di chi non è anticomunista, questo periodo è sentito come quello della brusca normalizzazione, della fine degli entusiasmi e della vivacità culturale che avevano caratterizzato i primi anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre, sostituiti da un potere che si stava sempre più burocratizzando. Uno spartiacque fortemente simbolico in questo senso può essere fissato nel giorno del suicidio di Vladimir Majakovskij, il 14 aprile 1930.
L’attività letteraria di Il’f e Petrov, insieme a quella di molti altri autori, pare invece dimostrare che neppure in quel periodo, almeno al suo inizio, calò sulla cultura sovietica una cappa di piombo impenetrabile, ma che alcuni spazi di critica e di satira erano rimasti aperti.
Il’ja Il’f e Evgenij Petrov non erano infatti due dissidenti emarginati. Giornalisti, specializzati in pezzi satirici, il primo scrisse anche per giornali ufficiali come la Pravda e la Literaturnaya Gazeta, morendo – non in un gulag ma di tubercolosi – nel 1937; Petrov divenne più tardi corrispondente di guerra e perì nel 1942 per l’abbattimento da parte dei tedeschi dell’aeroplano con il quale stava rientrando dal fronte di Sebastopoli.
Il vitello d’oro è fortemente collegato a Le dodici sedie, di cui costituisce una sorta di continuazione, avendo come protagonista la figura di Ostap Bender, il grande impresario (traduzione forse non troppo precisa dell’originario velikij kombinator) che viene resuscitato (probabilmente a furor di popolo, come già accaduto a Sherlock Holmes) dopo essere morto alla fine del primo romanzo.
Ed è proprio la figura di questa simpatica canaglia, di questo truffatore colto e sagace, a suo modo onesto anche se cinico, che costituisce uno dei tratti di spicco di questo romanzo. Come fa notare Caterina Graziadei nella sua imperdibile introduzione, la figura di Ostap Bender affonda le sue radici nella commedia dell’arte, richiamando il servo furbo, e nel romanzo picaresco (Graziadei individua come prototipo di Bender Lazzarillo de Tormes), in quest’ultimo caso soprattutto per l’importanza che nei romanzi che lo vedono protagonista assume il motivo del viaggio, visto che la narrazione non avviene in prima persona come nel romanzo picaresco classico.
Ma Bender è anche il prodotto di due altri importanti fattori: la grande letteratura russa – in particolare evidenti sono le ascendenze Gogoliane – e l’ottobre, la grandissima vivacità culturale scatenata dalla rivoluzione che, come detto, non era affatto morta una dozzina d’anni dopo.
Continua a leggere “La satira ai tempi di Stalin, oltre la vulgata corrente”

Pubblicato in: Classici, Gialli, Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Marxismo, Narrativa, Noir, Recensioni, Thriller

L’hard boiled d’autore che delude

PiomboeSangueRecensione di Piombo e sangue, di Dashiell Hammet

Guanda, Le Fenici Tascabili, 2002

Mi sono accostato a questo romanzo di Dashiell Hammett con molte aspettative. Hammett è infatti considerato l’inventore dell’hard boiled, il genere letterario incentrato sulla figura dell’investigatore privato solitario e duro, il cui modello è Sam Spade, e caratterizzato dal realismo delle storie raccontate, ambientate solitamente in città degli Stati Uniti violente, notturne e corrotte, dove domina la malavita organizzata, spesso in collusione con la polizia e la politica. Il discepolo più famoso di Hammett, Raymond Chandler, padre di Philip Marlowe, nel suo saggio La semplice arte del delitto afferma che ”Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali.” Questo realismo delle storie raccontate è infatti in grado, a mio avviso, di elevare il giallo o il noir al di sopra della scrittura commerciale, conferendogli una precisa dignità letteraria. È ciò che successe anche in Europa, grossomodo nello stesso periodo in cui scrive Hammett, con due autori che idearono interessanti figure di detective: Georges Simenon e Friedrich Glauser, con Maigret e il Sergente Studer, ci hanno fornito l’esempio di come il genere giallo possa essere usato per descrivere ambienti sociali, tormenti interiori, personalità complesse, insomma per fare vera letteratura. Ovviamente il contesto culturale in cui vivevano questi autori, affatto diverso da quello delle metropoli statunitensi, hanno portato a risultati stilistici e anche contenutistici del tutto diversi dall’hard boiled, ma si può dire che c’è stato un momento, significativamente coincidente con l’inizio della grande depressione e il progressivo avvicinarsi della seconda guerra mondiale, nel quale alcuni scrittori delle due sponde dell’Atlantico hanno ridefinito i cardini del poliziesco classico, così come erano stati fissati da Edgar Allan Poe ed elaborati da molti autori successivi, introducendovi elementi che mettevano in discussione l’assunto di ritorno all’ordine sotteso alla soluzione di misteriosi delitti.
Devo anche ammettere che vi è un altro elemento che rende per me affascinate la figura di Dashiell Hammett: la sua vicenda esistenziale e politica. Sfogliando la sua biografia, infatti, si scopre come il personaggio Hammett riassuma in sé tutte le specificità, le contraddizioni ed i drammi della democrazia statunitense che si avviava a divenire la potenza egemone del mondo capitalistico occidentale. Hammett fu in gioventù agente dell’Agenzia Pinkerton, la società di investigazione privata che tanta parte ha avuto, al servizio di grandi e piccoli capitalisti, nella repressione di scioperi e rivendicazioni sindacali prima e durante la grande depressione: questa esperienza lo ispirò nella scrittura dei suoi racconti e romanzi. Anche se non combatté a causa della tubercolosi, si arruolò sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, dimostrando un indubbio spirito patriottico, il che gli ha dato il diritto di riposare nel Cimitero Nazionale di Arlington. Ma Hammett fu soprattutto un comunista. Attivo politicamente su posizioni nettamente antifasciste sin dai primi anni ‘30, dal 1935 fece parte della Lega degli Scrittori Americani, associazione egemonizzata dal Partito Comunista degli Stati Uniti, e nel 1937 si iscrisse al Partito. Nel 1946 divenne presidente del Civil Right Congress, associazione che si batteva contro i processi a sfondo politico e razziale. Le sue idee lo portarono ad essere progressivamente emarginato dall’industria culturale statunitense, in particolare durante il primo dopoguerra e il maccartismo. Nel 1951 scontò sei mesi di carcere per essersi rifiutato di fare i nomi dei contributori di un fondo, di cui era tesoriere, a sostegno delle spese legali di sospetti comunisti, e il suo nome comparve nelle famigerate liste nere del senatore McCarthy: tutti i contratti legati alle sue opere vennero sospesi, e più tardi per una vicenda di tasse tutti i suoi beni confiscati. Oppresso dall’aggravarsi della malattia visse in povertà gli ultimi anni, morendo nel 1961. Questa vita complicata ha fatto sì che tutta la sua opera letteraria risalga all’anteguerra, essendo composta di soli cinque romanzi – di cui il più noto è sicuramente Il falcone maltese, del 1930, da cui una decina d’anni dopo fu tratto un celebre film con Humphrey Bogart nella parte di Sam Spade – e da numerose storie brevi.
Continua a leggere “L’hard boiled d’autore che delude”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura russa, Libri, Marxismo, Narrativa, Racconti, Recensioni, URSS

La rivoluzione non è un pranzo di gala

LArmataaCavalloRecensione de L’Armata a cavallo, di Isaak Babel’

Einaudi, Tascabili, 2003

Ucraina, estate del 1920. La guerra sovietico-polacca è entrata nella sua fase finale. La controffensiva sovietica a sud dell’immenso fronte ha portato alla riconquista di Kiev, occupata nel maggio precedente dalle armate di Piłsudski. Più a nord, l’Armata Rossa, sotto il comando di Tuchačevskij, è a cinquanta chilometri da Varsavia, e prepara quello che dovrebbe essere l’assalto finale alla capitale polacca, la decisiva avanzata verso ovest della rivoluzione proletaria che non avrebbe mancato, nelle speranze di Lenin, di portare il comunismo nel cuore d’Europa, in Germania. Facciamo un passo indietro.
I primi due anni della rivoluzione bolscevica sono stati estremamente critici. Subito dopo la presa del Palazzo d’Inverno molte regioni dell’impero zarista avevano dichiarato la propria indipendenza, costituendosi per lo più in repubbliche di vario orientamento politico. Ex militari zaristi, menscevichi e socialisti rivoluzionari avevano organizzato, in varie parti dell’immenso paese, forze armate controrivoluzionarie, subito appoggiate dalle potenze dell’intesa (Churchill dichiarò che il bolscevismo doveva essere schiacciato nella culla). L’Armata Rossa, costituita da Lev Trockij nel gennaio 1918, si trovò ad operare anche lungo quindici differenti fronti contemporaneamente.
Nei primi mesi del 1919 la neonata Repubblica Polacca, retta dal maresciallo Józef Piłsudski, cercando di approfittare della debolezza militare russa sul confine occidentale, invase prima la Lituania, occupando Vilnius, quindi la Bielorussia, arrivando a Minsk l’8 agosto. Piłsudski non si degnò neppure di rispondere alle proposte di pace accompagnate da notevoli concessioni territoriali fatte da Lenin, e nella primavera successiva invase l’Ucraina, conquistandone una gran parte. Obiettivo di Piłsudski era fare della Polonia una potenza regionale, creando una federazione di stati sotto l’egemonia polacca (il Międzymorze) rifacentesi idealmente alla Confederazione polacco-lituana, che tra il XIV e il XVIII secolo, prima della spartizione, aveva fatto della Polonia una potenza europea ed era uno dei miti del nazionalismo polacco.
Le vittorie conseguite su molti dei fronti della guerra civile e una sempre maggiore organizzazione dell’Armata Rossa permisero ai sovietici di lanciare, nel maggio del 1920, una imponente controffensiva, che in breve tempo ricacciò i polacchi molto più indietro rispetto a dove erano partiti: il 12 agosto 1920 il III corpo d’armata a cavallo di Tuchačevskij raggiunse la riva sinistra della Vistola, a 50 km da Varsavia. Sappiamo come andò a finire. I polacchi riuscirono a ricacciare indietro l’Armata Rossa, e la pace di Riga dell’ottobre 1921 sancì una soluzione di compromesso: la Polonia conservò la sua indipendenza ma entro confini che escludevano l’Ucraina e la Bielorussia; la rivoluzione sovietica, dal canto suo, riuscì a liquidare anche gli ultimi focolai di guerra civile, rinunciò di fatto alla prospettiva della rivoluzione mondiale e pose fine al periodo del comunismo di guerra, avviando la fase della NEP, chiusa alcuni anni dopo dalle politiche staliniane.
Uno dei principali artefici della controffensiva sovietica contro i polacchi della primavera del 1920 nel settore sudoccidentale del fronte è stato un reparto leggendario dell’Armata Rossa: la Prima armata a cavallo, la Konarmija, guidata dall’altrettanto leggendario generale Semën Budënnyj. La Konarmija, per la sua estrema mobilità, il carisma di Budënnyj, lo spietato coraggio dei suoi effettivi, in gran parte cosacchi, e la sua disciplina politica – ne fu commissario politico un capo bolscevico di prim’ordine come Kliment Vorošilov – costituì un tassello fondamentale della costruzione del mito dell’invincibilità dell’Armata Rossa, soprattutto in quei primi tragici anni del potere sovietico. Nell’ottobre del 1919 contribuì in modo decisivo a sconfiggere le forze bianche del generale Denikin nella Russia meridionale, operando nei mesi successivi nel Caucaso. Composta da circa 16.000 uomini, giunse in Ucraina nel maggio del 1920 dopo una marcia forzata di 1.200 chilometri e in breve sfondò le linee nemiche, entrando a Kiev il 13 giugno ed in seguito giungendo sino a Rovno (l’odierna Rivne), sede del comando di Piłsudski.
Continua a leggere “La rivoluzione non è un pranzo di gala”

Pubblicato in: Letteratura, Letteratura russa, Libri, Marxismo, Narrativa, Novecento, Recensioni, URSS

Chi ha paura di Jurij Trifonov?

LaCasasulLungofiumeRecensione de La casa sul lungofiume, di Jurij Trifonov

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1997

In questa nostra società nella quale ci hanno fatto credere che la presenza in rete sia l’unico parametro con il quale viene certificata l’esistenza stessa delle persone, nulla a mio avviso è più emblematico dell’oblio in cui è caduto in Italia un autore importante come Jurij Trifonov del fatto che non gli sia ancora stata dedicata una voce su Wikipedia. Quanto ai suoi libri, cercarli in libreria è praticamente inutile: solo sul mercato dell’usato è possibile trovare alcuni titoli, grazie alla diffusione che le sue opere hanno avuto nel nostro paese negli anni ‘70 ed ‘80.
Il suo romanzo più importante, La casa sul lungofiume, fu pubblicato per l’ultima volta  dagli Editori Riuniti nel 1997, e già allora Lucetta Negarville, nella prefazione al volume, lamentava il fatto che nella “nuova Russia” post-sovietica fosse in atto un profondo cambiamento del ruolo sociale della letteratura: ”Ora il paese più ‘letteraturicentrico’ del mondo, forse giustamente, ha voluto normalizzarsi anche in questo. La letteratura non ha più quella funzione di «coscienza critica» della società che aveva avuto a partire dagli inizi del XIX secolo, ma è diventata uno dei tanti mezzi di espressione, non certo il più importante, sintomo della preferenza per i generi più «leggeri» del poliziesco, del rosa, dell’erotico, o per una greve pseudo-religiosità misticheggiante o anche, finalmente, per una raffinata sperimentazione.”
La Russia eltsiniana degli anni ‘90, quella della liquidazione totale dell’esperimento sovietico e della prona adesione ai dogmi del liberismo economico più sfrenato doveva liquidare anche la cultura del periodo precedente, anche la concezione stessa del ruolo della cultura rispetto alla società. Continua a leggere “Chi ha paura di Jurij Trifonov?”

Pubblicato in: Classici, Ebraismo, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Marxismo, Novecento, Recensioni

Tutti dovremmo leggerlo (se ci fosse permesso)

unagiovinezzaingermaniaRecensione di Una Giovinezza in Germania, di Ernst Toller

Einaudi, Nuovi Coralli, 1982

Ci sono libri che a mio avviso dovrebbero essere letti da tutti, perché ci aiutano a capire il passato e – attraverso di esso – a interpretare il presente in cui viviamo. Uno di questi libri è sicuramente Una giovinezza in Germania di Ernst Toller, che ha rappresentato per me una vera scoperta.
Ci sono libri che dovrebbero essere letti da tutti, ma che di fatto ci viene quasi impedito leggere. Una giovinezza in Germania, una delle poche opere di Toller tradotte in italiano, è stato edito da Einaudi l’ultima volta nel 1982, e da allora non è più stato ristampato. Oggi è “momentaneamente non disponibile” in libreria e per reperirlo, come per poter leggere i pochi altri testi dell’autore editi in tempi storici, è necessario scavare nelle profondità dei siti web dedicati al mercato dell’usato, mettendo in conto di spendere cifre alle volte non indifferenti. Continua a leggere “Tutti dovremmo leggerlo (se ci fosse permesso)”

Pubblicato in: Filosofia, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Marxismo, Recensioni

Un altro tassello del Marx prima del Capitale

Miseria FilosofiaRecensione di Miseria della Filosofia, di Karl Marx

Editori riuniti, Universale idee, 1986

La Miseria della Filosofia occupa un posto particolare nell’evoluzione del pensiero di Karl Marx: è infatti il primo testo in cui lo studio dell’economia politica e degli economisti classici in particolare costituisce la base conoscitiva per sostanziare la radicale critica della società borghese che sino ad allora era stata condotta dal pensatore di Treviri su presupposti quasi esclusivamente “filosofici”.
Per la verità già in alcuni scritti di qualche anno prima, i famosi Manoscritti Economico-Filosofici del 1844 Marx si era occupato specificamente di questioni quali salario, profitto e rendita fondiaria, e già quegli scritti frammentari dovevano costituire la base di un’ampia opera di critica dell’economia politica; nelle opere successive, tuttavia, La sacra famiglia – Critica della critica critica e L’ideologia tedesca Marx, iniziato il sodalizio con Engels, si era concentrato sulla necessità di fare i conti con la sinistra hegeliana tedesca, con Feuerbach, Bruno Bauer e Max Stirner, in altri termini di consolidare teoreticamente il distacco dall’idealismo che con l’amico era venuto maturando sempre più dal momento dell’esilio volontario parigino.
Nei primi mesi di permanenza nella capitale francese egli conosce e frequenta tra gli altri Pierre-Joseph Proudhon, che godeva di vasta fama negli ambienti socialisti francesi per il suo saggio Q’est-ce que la propriété? nel quale esponeva la convinzione, rimasta celebre, che La proprietà è un furto. Continua a leggere “Un altro tassello del Marx prima del Capitale”

Pubblicato in: Filosofia, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Marxismo, Recensioni

Verso il materialismo storico: le basi dell’immensa costruzione teorica

LaSacraFamigliaLideologiaTedescaRecensione de La sacra Famiglia e de L’ideologia tedesca, di Karl Marx e Friedrich Engels

Editori Riuniti, Universale idee, 1986

Editori Riuniti, Biblioteca del pensiero moderno, 1983

Scrivo un’unica recensione di queste due opere di Marx ed Engels perché possono essere lette di seguito, quasi come un unicum, rappresentando, accanto ai più noti Manoscritti economico-filosofici del 1844 il momento del definitivo distacco dei due pensatori dall’idealismo della sinistra hegeliana e dell’elaborazione di quello che sarebbe stato l’architrave su cui verrà eretta la grandiosa costruzione teorica marx-engelsiana, la concezione materialistica della storia.
Entrambe le opere sono state scritte, tra il 1844 e il 1845, come risposta polemica alle posizioni dei filosofi tedeschi della sinistra hegeliana. In particolare La sacra famiglia, o Critica della critica critica intende polemizzare con la rivista Allgemaine literatur-Zeitung che Bruno Bauer, uno degli esponenti di spicco dei giovani hegeliani, pubblicava con l’apporto dei fratelli e di alcuni altri esponenti dell’idealismo prussiano. E’ questa l’opera che segna l’inizio del sodalizio tra Marx ed Engels, che si protrarrà sino alla morte di Marx e, idealmente, anche oltre. Quando, l’anno seguente, l’opuscolo venne pubblicato a Francoforte, la rivista di Bauer aveva già cessato le pubblicazioni, per cui dal punto di vista della polemica immediata esso apparve in ritardo sui tempi.
L’ideologia tedesca, scritta l’anno successivo, riprende in qualche modo la polemica con Bauer e la amplia e sistematizza, rivolgendosi anche al pensiero di altri esponenti dell’idealismo post-hegeliano, in primis allo stesso Feuerbach, cui è dedicato il primo, forse più significativo, capitolo, a Max Stirner, agli esponenti del cosiddetto Vero socialismo. L’opera non fu pubblicata per contrasti con l’editore, e più tardi Marx ebbe a dire che era stata volentieri … abbandonata alla roditrice critica dei topi, in quanto avevamo già raggiunto il nostro scopo principale, che era di veder chiaro in noi stessi. Apparirà in edizione integrale (salvo qualche pagina mangiata appunto dai topi…) solo nel 1932. Continua a leggere “Verso il materialismo storico: le basi dell’immensa costruzione teorica”

Pubblicato in: Filosofia, Letteratura, Libri, Marxismo, Recensioni

Leggere Engels oggi

AntiduhringRecensione di Anti-Dühring, di Friederich Engels

Editori Riuniti, Biblioteca del pensiero moderno, 1985

Leggere Engels oggi risponde per me a due esigenze. La prima è di carattere letterario e documentario, e si riferisce al piacere di approfondire il pensiero di un autore che, insieme a Karl Marx, ha posto le basi di una interpretazione del mondo che ha davvero contribuito a cambiarlo, secondo una famosissima asserzione del filosofo di Trier. L’opera di Marx ed Engels, anche se non ha visto la storia dell’umanità evolversi completamente nel senso che i due autori ritenevano inevitabile (almeno sinora) è stata comunque la possente piattaforma teorica su cui si sono appoggiate le lotte del movimento operaio lungo due secoli, lotte che hanno trasformato profondamente i rapporti sociali ed hanno permesso, almeno nel mondo occidentale, il parziale riscatto di milioni di uomini da una condizione di assoluta povertà e subordinazione.
L’Anti-Dühring risponde perfettamente a questa esigenza. Il testo è infatti una sorta di compendio della elaborazione teorica marx-engelsiana, e presenta, in ciascuno dei tre grandi capitoli in cui è suddiviso (Filosofia, Economia politica, Socialismo) il pensiero dei due in una forma piana e comprensibile anche per i non “addetti ai lavori”. Il testo fu scritto da Engels inizialmente (1877-78) per polemizzare con le tesi social-positiviste di Eugen Dühring, che stavano prendendo piede nel movimento operaio tedesco; in breve però l’Anti-Dühring ebbe una larga diffusione, per la sua struttura “manualistica”, tanto che Engels ne curò altre due edizioni, con importanti revisioni, sino al 1894.
Questo suo carattere di “manuale” ha costituito anche il più grande limite di questo testo, perché è stato identificato spesso come la “bibbia” del marxismo ortodosso, una sorta di “marxism for dummies”, assumendo – accuratamente depurato dagli elementi ritenuti scomodi – un carattere dogmatico certamente lontanissimo dalla volontà del suo autore. Del carattere “manualistico” assunto dal testo e del suo essere invece senza dubbio un testo che approfondisce alcuni dei temi centrali della critica marxiana dà conto nella lunga ed illuminante introduzione Valentino Gerratana.
Leggere l’Anti-Dühring risponde per me anche ad un’altra, più profonda esigenza, che è quella di cercare di capire cosa, della immane costruzione marx-engelsiana, è oggi ancora utilizzabile come chiave per comprendere la realtà. Ebbene, la mia personale risposta è che il pensiero marxiano rappresenta ancora oggi una base imprescindibile per qualunque elaborazione teorica che si ponga l’obiettivo di una critica scientificamente fondata alla società e quello di un suo radicale cambiamento. La concezione dialettica della storia, le basi economiche dei rapporti sociali, i concetti di plusvalore e alienazione sono altrettanti moloch teorici con cui dobbiamo fare i conti ancora oggi, in un mondo che, seppure apparentemente lontanissimo da quello in cui vivevano i due filosofi, ne perpetua a livello globale i meccanismi basilari. Certo, nel libro ci sono anche ingenue previsioni sull’imminente crollo del sistema capitalistico o sulla fine delle grandi città, sostituite da diffuse comunità di produttori che, alla luce di quanto è realmente successo nell’ultimo secolo possono farci sorridere. Proprio questi elementi utopici, tuttavia, rappresentano a mio parere un ulteriore elemento di forza dell’Anti-Dühring, che perde il carattere dogmatico che il socialismo realizzato gli aveva attribuito per riacquistare la sua forza teorica e svelarci una inaspettata matrice visionaria nell’autore ritenuto il più pragmatico del grande duo. Per cambiare la realtà bisogna comprenderla, e siccome io ritengo essenziale, pena il disastro, provare a cambiarla, trovo in Marx ed in Engels molte chiavi di lettura perfettamente adattabili alla realtà odierna.
Oltre che funzionale alle esigenze citate leggere l’Anti-Dühring è comunque anche un piacere, perché la vis polemica che lo pervade ne fa un testo molto godibile, e rivela che anche Engels, come Marx, era anche un brillante scrittore, pieno di ritmo ed ironia.