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Lo sberleffo alla morte nell’epoca della sua esaltazione

LaMorteaRevalRecensione de La morte a Reval, di Werner Bergengruen

Bollati Boringhieri, Varianti, 1989

Werner Bergengruen non è certo un autore molto noto nel nostro paese. Oggi in libreria è ancora stranamente possibile reperire questa raccolta di suoi racconti, pubblicata da Bollati Boringhieri nel lontano 1989, mentre solo sul mercato dell’usato è possibile acquistare quello che è considerato il suo più importante romanzo, Il grande tiranno, edito da Jaca Book nel 1985, insieme ad altri pochi titoli della produzione di questo prolifico scrittore tedesco, che ha attraversato con la sua opera la parte centrale del secolo scorso. Le informazioni reperibili in rete che lo riguardano ci consegnano il ritratto di un intellettuale conservatore, profondamente religioso, che seppe se non opporsi almeno tenersi lontano dal nazismo sin dalla sua prima ascesa.
Bergengruen nacque a Riga nel 1892 da una famiglia dell’alta borghesia protestante lettone-tedesca, allora classe dominante in quelle che oggi sono le Repubbliche Baltiche e che al tempo facevano parte dell’Impero Russo. Studiò a Lubecca, nello stesso collegio che aveva visto la formazione di Thomas Mann, quindi teologia e storia dell’arte a Marburg e a Monaco di Baviera, senza però conseguire la laurea. Si arruolò volontario durante la prima guerra mondiale e nel 1919 combatté i bolscevichi nelle sue terre d’origine. Durante la repubblica di Weimar lavorò come giornalista e scrittore prima a Berlino quindi a Monaco, pubblicando alcuni romanzi di buon successo.
Ebbe con il nazismo, come detto, un rapporto conflittuale anche a causa del fatto che sua moglie era di ascendenze ebraiche, tanto che viene oggi indicato come uno degli esponenti della cosiddetta emigrazione interna. Nel 1935 uscì Il grande tiranno, romanzo ambientato nel rinascimento, che vendette oltre un milione di copie, ed i nazisti non seppero come giudicarlo: se il Völkische Beobachter, quotidiano ufficiale del partito, lo esaltò come romanzo su un grande condottiero, molti esponenti del partito vi rintracciarono una implicita critica al regime, il che nel 1937 gli costò l’espulsione dalla Camera degli scrittori del Reich in quanto ”non adatto con le sue opere letterarie a contribuire alla costruzione della cultura tedesca”. Lo scrittore, che nel frattempo si era convertito al cattolicesimo, fu comunque in qualche modo tollerato dal regime, soprattutto a causa della sua notorietà, pur subendo ostracismi e censure. Dopo la guerra visse tra la Svizzera e l’Italia prima di tornare in Germania nel 1958 stabilendosi a Baden-Baden, dove morì nel 1964.
Il giudizio sulla sua opera, composta da numerosi romanzi e novelle, pone generalmente l’accento sul suo conservatorismo e sulla sua religiosità, che si esprimono letterariamente nella immanenza di un destino superiore che sfugge alla volontà del singolo e nella nostalgia di piccoli mondi antichi, spesso rappresentati dalla perduta patria baltica, e tendono quindi a relegarlo, pur con il rispetto dovuto ad un autore che seppe mantenere le distanze dal potere, tra i minori del ‘900 tedesco.
Se probabilmente questo giudizio si riferisce all’insieme della sua opera, cosa che non posso contestare essendo La morte a Reval l’unico suo libro da me letto, a mio avviso poco si attaglia proprio a questa raccolta di novelle, che invece è caratterizzato da buone dosi di sarcasmo ed ironia che sfociano nel grottesco, associati ad un pacato realismo che la rendono complessivamente affascinante ed a tratti notevole.
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Descritti senza comprenderli, gli avvenimenti si sarebbero fatti comprendere da soli

suitefranceseRecensione di Suite francese, di Irène Némirovsky

Adelphi, Biblioteca, 2005

Dopo le perplessità scaturite dalla lettura de Il ballo, un racconto che credo si debba considerare minore nell’ambito della produzione letteraria di Irène Némirovsky, quale migliore occasione per affinare il giudizio su questa celebrata scrittrice che affrontare Suite francese, la sua opera più ambiziosa e sofferta, il grande affresco in presa diretta della Francia negli anni della guerra e dell’occupazione, il romanzo incompiuto che ha segnato la sua riscoperta a livello internazionale?
In realtà affrontare questo romanzo nasconde un’insidia oggettiva: che prevalga, nel giudizio, nell’analisi, non il valore dell’opera in quanto tale, ma ciò che quest’opera rappresenta rispetto alla tragica vicenda umana dell’autrice.
Suite francese (che peraltro nelle intenzioni dell’autrice avrebbe dovuto forse intitolarsi Tempête o Tempêtes) come lo conosciamo oggi è ciò che Irène Némirovsky riuscì a scrivere e in parte a rivedere di un’opera molto più complessa, la cui articolazione prevedeva cinque parti, per un totale di circa 1000 pagine. Di queste, oltre le due scritte, solo la terza parte, che avrebbe dovuto intitolarsi Captivité, era stata quantomeno concepita dalla scrittrice, anche se molti erano ancora i dubbi e le incertezze sugli episodi di cui si sarebbe composta. Le ultime due parti, di cui l’autrice aveva immaginato solo i titoli provvisori (Batailles e La paix) avrebbero dovuto essere scritte anche in relazione alla piega che avrebbero preso gli eventi bellici e la situazione francese.
Questo e molto altro ancora lo sappiamo perché quando nel 2005 Adelphi pubblicò il romanzo contravvenne alla regola della nudità delle sue pubblicazioni, che nella maggior parte dei casi non prevedono alcun supporto critico a corredo del testo letterario; in questo caso, probabilmente per uniformità con l’edizione originale francese dell’anno precedente e per l’oggettiva opportunità di fornire qualche informazione supplementare rispetto ad un testo monco, fece seguire le pagine del romanzo da una appendice e da una postfazione. L’appendice si articola in due sezioni distinte: la prima è composta da appunti tratti dal diario della scrittrice che riguardano la stesura dell’opera e considerazioni sulla situazione della Francia, scritti tra il giugno del 1941 e l’11 luglio del ‘42, due giorni prima dell’arresto; la seconda contiene invece lettere della scrittrice, di suo marito, dei suoi editori e di altri personaggi, scritte tra il 1936 e la fine del 1945, che ci aiutano a comprendere i tragici avvenimenti che l’hanno coinvolta, compresi i disperati ed inutili tentativi del marito di salvarla muovendo conoscenze altolocate. La postfazione è invece poco più che una nota biografica sulla scrittrice con marginali considerazioni sulla sua opera.
Le due parti di cui il romanzo è composto sono strutturalmente molto diverse. La prima, intitolata Tempesta di giugno (ma per la quale Némirovsky immagina anche il titolo alternativo di Naufrage) copre un arco temporale che va dall’inizio del giugno 1940 al marzo successivo, ed è centrata essenzialmente sull’esodo verso sud dei francesi, incalzati dal repentino crollo dell’esercito e dalla conseguente avanzata tedesca che si sarebbe trasformata, a seguito dell’armistizio del 22 giugno, nell’occupazione di gran parte del territorio francese e nella nascita della repubblica collaborazionista di Vichy.
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Se l’anticomunismo prevale sull’a-nazismo

Recenunsognoinrossosione di Un sogno in Rosso, di Alexander Lernet-Holenia

Adelphi, Biblioteca, 2006

”Ciò che di cogente e di ovvio accade in questo mondo, ciò che non può essere se non così, si compie per mezzo del caso e del malinteso. Perché il necessario e ovvio, di per sé, non sarebbe affatto in grado di imporsi alle altrettanto ovvie necessità che gli si contrappongono. Il necessario in sé non è altro che perpetua preparazione, disponibilità e tensione di cose che si fronteggiano, e infinite sono le necessità che soffocano in sé stesse senza neppure cominciare ad agire. Solo dove la folle scintilla del caso dà fuoco alla miscela di conflitti in incubazione, prima che essa venga dispersa dal vento dei tempi, solo là gli eventi esplodono. In questo senso caso e malinteso sono le sole, supreme istanze. Il necessario in sé, infatti, abbonda sempre e ovunque. È solo nell’innesco di coincidenze casuali, nel crudo malinteso che mette in moto elementi in principio neppure presi in considerazione ma in realtà dotati di un senso ben preciso – è in questo che si manifesta la volontà del destino.”
Ho voluto iniziare questa mia riflessione su Un sogno in rosso di Alexander Lernet-Holenia, autore di cui ho già letto in passato alcune opere, riportando il passo con cui inizia l’ultimo capitolo, perché a mio avviso esemplifica perfettamente il fulcro attorno a cui ruota tutta l’opera dell’autore austriaco, vale a dire la riflessione sul destino e sulla sua ineluttabilità, che Lernet-Holenia lega strettamente al caso e al malinteso, elementi di per sé misteriosi. Nelle altre opere di Lernet-Holenia da me lette ho apprezzato i termini con i quali l’autore approcciava questa tematica, ora con accenti drammatici ora con toni quasi umoristici, la sua capacità di scrittura, ed anche se la weltanshaaung che traspariva da queste opere era del tutto contrapposta alla mia (cosa del resto comune a molti degli autori da me più amati) mi era molto piaciuto come egli sapesse trasformarla in racconto – lasciando che essa trasparisse dalle pagine, costringendo il lettore a riflettere – ma non lasciandole prendere il sopravvento rendendo i romanzi la mera dimostrazione di una tesi precostituita.
Purtroppo il grande limite di questo romanzo consiste a mio avviso proprio nel fatto che in questo caso la riflessione su destino, caso e necessità appare artificiosa e forzata, in quanto l’autore la declina, applicandola alla contingenza storica che stava vivendo, al fine di trarre delle conseguenze esplicitamente di carattere politico, conferendo a Un sogno in rosso il sentore di romanzo a tesi. A questo fine l’autore costruisce una vicenda intricata, nella quale, tra le infinite necessità possibili, si verificano guarda caso proprio quelle che avvalorano la tesi che intende dimostrare, cosicché il modo in cui ”si manifesta la volontà del destino” corrisponde al whishful thinking dell’autore rispetto all’evoluzione della situazione politica europea; questo fa secondo me perdere forza e credibilità all’intero romanzo, oltre che renderlo quantomeno sospetto rispetto all’ideologia che lo pervade. Vediamo perché.
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Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore”

LAmicoRitrovato Recensione de L’amico ritrovato, di Fred Uhlman

Feltrinelli, Universale economica, 2003

L’amico ritrovato è senza dubbio l’opera più celebre di Fred Uhlman, autore tedesco naturalizzato britannico, sorta di scrittore dilettante (la sua professione principale essendo quella di avvocato) attivo nella seconda metà del secolo scorso.
Nato nel 1901 a Stoccarda in una agiata famiglia della borghesia ebraica, Uhlman lasciò la Germania pochi mesi dopo l’avvento al potere del nazismo, approdando dopo varie peripezie a Londra nel 1938, dove tra l’altro fondò una associazione culturale tedesca di cui fecero parte tra gli altri anche Oskar Kokoschka e Stefan Zweig, associazione da cui si discostò quando assunse connotati comunisti. Fu anche un apprezzato pittore e grande collezionista di arte africana. L’amico ritrovato uscì nel 1971, divenendo negli anni un piccolo classico della narrativa inerente il nazismo: è un breve romanzo, o meglio una lunga novella, primo capitolo della Trilogia del ritorno, comprendente anche Un’anima non vile e Niente resurrezioni, per favore.
Va subito detto che il mio giudizio critico sull’opera è forse monco, perché essa andrebbe probabilmente letta e valutata insieme al secondo capitolo della trilogia, che narra le stesse vicende viste con gli occhi del secondo protagonista, Konradin von Hohenfels.
La novella narra dell’amicizia tra due ragazzi sedicenni nella Stoccarda del 1932: Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo, e appunto Konradin von Hohenfels, giovane rampollo di una delle più nobili ed antiche famiglie tedesche. Hans, dietro il quale è facile scoprire l’autore, narra in prima persona della sua amicizia giovanile con Konradin, quando negli anni ‘60 ormai da decenni vive a New York essendo diventato un affermato avvocato.
Nel febbraio del 1932 Konradin entra nella classe del liceo frequentato da Hans. Entrambi i ragazzi sono timidi e non legano con gli altri compagni di classe, troppo rozzi o troppo affettati per suscitare il loro interesse. Hans è affascinato da ciò che Konradin rappresenta, dalla storia quasi millenaria della sua famiglia, e cerca di attirare in vari modi la sua attenzione: finalmente un giorno fanno insieme la strada verso casa e diventano amici, scoprendo di condividere la passione per il collezionismo di monete e reperti antichi. Per alcuni mesi i due ragazzi si limitano a vedersi a scuola, poi un giorno Hans invita Konradin a casa sua: mentre la madre di Hans accoglie l’amico del figlio con una spontanea tenerezza materna, il padre, veterano e decorato della prima guerra mondiale, si rende ridicolo trattando Konradin con un inopportuno cameratismo militaresco da cui traspare un evidente senso di inferiorità sociale e gerarchica nei confronti del rampollo della famiglia illustre. Continua a leggere “Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore””

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Distopie a confronto: Nabokov versus Kafka

InvitoaunaDecapitazioneRecensione di Invito a una decapitazione, di Vladimir Nabokov

Adelphi, Biblioteca, 2004

Il lettore di Invito a una decapitazione, romanzo scritto da Vladimir Nabokov nel 1934, è in genere portato a scorgervi chiari rimandi ai due principali romanzi di Franz Kafka, Il processo e Il castello, entrambi editi una decina di anni prima. Troppo evidenti appaiono alcune analogie tra il romanzo di Nabokov e le opere kafkiane: dall’ambientazione – una impenetrabile fortezza alta su una collina, isolata dalla città, simbolo di un potere oscuro e crudele – alla imperscrutabilità delle accuse mosse al protagonista, alla sua condanna a morte, alla scelta di dare allo stesso un nome seguito dalla sola iniziale del cognome.
Tuttavia, nella prefazione alla edizione statunitense del libro, tradotto dal figlio Dimitri sotto la supervisione dell’autore e pubblicato nel 1959, Nabokov nega qualsiasi ascendenza direttamente kafkiana del suo romanzo, ricordando che all’epoca della sua scrittura: ”… non conoscevo il tedesco, ignoravo del tutto la letteratura tedesca moderna, e non avevo ancora letto traduzioni, francesi o inglesi, delle opere di Kafka.” Poco più avanti, negando di credere all’esistenza di affinità spirituali tra autori, ammette però che se dovesse indicare uno spirito affine a questa sua opera la sua scelta cadrebbe su Kafka, piuttosto che su G.H. Orwell (altro autore cui Invito a una decapitazione è stato spesso associato) ”… o su altri popolari dispensatori di idee illustrate e di narrativa dal taglio pubblicistico.”
Oltre all’implicito giudizio negativo che Nabokov esprime su Orwell, queste frasi – se accettiamo quanto in esse affermato – ci restituiscono l’affascinante idea che due grandi scrittori, diversissimi l’uno dall’altro per radici culturali e modalità di produzione letteraria, abbiano in qualche modo immaginato la medesima metafora di fondo per descrivere la società in cui vivevano e l’oppressione che essa esercitava sul sentire e sulle aspirazioni degli individui, per trasmetterci il senso di angoscia, solitudine, impotenza e incomunicabilità in cui il singolo si trovava immerso in Europa nei primi decenni del XX secolo.
Se molte sono le analogie, altrettante però sono le diversità che possono essere rinvenute. Nabokov scrive il suo romanzo come detto nel 1934, per di più a Berlino. Da più di dieci anni abita nella capitale tedesca, frequentando attivamente – non senza contrasti – i circoli dell’emigrazione russa, di cui ci offre un vivido ritratto ne Il dono, vero manifesto della sua identità intellettuale, opera che interromperà momentaneamente proprio per scrivere Invito a una decapitazione. Il suo viscerale antibolscevismo, il suo rifiuto di matrice liberale dell’esperimento sovietico ha avuto quindi modo di arricchirsi drammaticamente dell’esperienza diretta dell’ascesa di un nuovo totalitarismo, quello hitleriano, ormai trionfante nella Germania del 1934. A differenza che in Kafka, per il quale il contrasto tra l’individuo e la società moderna è in qualche modo insanabile, essendo connaturato alle assurde ed alienati regole di quest’ultima, per Nabokov bolscevismo e nazismo sono due aberrazioni, cui si può contrapporre, come vedremo, l’arma della libertà interiore ma anche quella di altri modelli sociali, nei quali tale libertà interiore non sia conculcata e repressa. Da questa differenza sostanziale ne consegue un’altra, a mio modo di vedere non meno importante, che si riflette direttamente sullo stile, sul tono generale del romanzo di Nabokov quando lo si confronti con quello dei capolavori kafkiani. In Kafka l’assurdità, l’imperscrutabilità delle regole e dei comportamenti con cui il potere si materializza è resa attraverso la loro normalità, la loro descrizione piatta e in qualche modo asettica, il fatto che essi non vengono mai messi in discussione. È in questo modo che Kafka dota le sue opere di una potenza inaudita: se il potere, le assurde regole che lo connotano e che egli ci descrive non hanno alternative, allora queste rappresentano la normalità, e chi cerca di opporvisi e ne è vittima è anormale, in qualche modo portatore di una inaccettabile e inutile eccentricità. Kafka nelle sue opere ribalta il senso comune per farci meglio percepire la forza coercitiva dei meccanismi del potere e la loro capacità di generare alienazione. Continua a leggere “Distopie a confronto: Nabokov versus Kafka”

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Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose

LaTerzaNottediValpurgaRecensione de La terza notte di Valpurga, di Karl Kraus

Editori Riuniti, Nuova biblioteca di cultura, 1996

Su Hitler non mi viene in mente nulla. Quasi tutte le recensioni che ho letto de La terza notte di Valpurga prendono le mosse o comunque citano il celebre incipit di questo straordinario pamphlet di Karl Kraus. Giustamente celebre, direi, perché riassume in poche parole tutto il disprezzo che Kraus nutriva nei confronti del nazionalsocialismo e del suo capo. Un disprezzo, prima ancora e più ancora che politico, culturale e quasi viscerale da parte di un intellettuale che aveva speso tutta la sua vita nella difesa della parola, della lingua come espressione della bellezza e della verità, nella affermazione della assoluta necessità della corrispondenza tra linguaggio e pensiero, e che vedeva ora l’oltraggio della parola, l’uso della lingua come sistematica menzogna, la volgarità di non-concetti espressi in un tedesco deturpato anche sintatticamente, affascinare milioni di persone e farsi Stato. Dichiarare che non gli venisse in mente nulla è quindi per Kraus il modo più netto per non attribuire al capo del nazismo la dignità di essere suo interlocutore, per relegarlo – quasi per una sorta di beffardo contrappasso – al livello di untermensch.
Naturalmente a Kraus, nei mesi compresi tra l’aprile e il settembre 1933, poco dopo quindi la presa del potere da parte di Hitler, quando elabora questo testo, di cose sul nazismo e il suo capo ne vengono in mente moltissime, abbastanza per scrivere un saggio di alcune centinaia di pagine che rappresenta, anche per la sua precocità, un documento che testimonia l’eccezionale lucidità di analisi, sconfinante a tratti nella capacità profetica, dell’autore de Gli ultimi giorni dell’Umanità. Kraus concepì questo scritto come un supplemento alla sua rivista Die Fackel, ma non lo pubblicò mai integralmente. Morì di lì a tre anni, e La terza notte di Valpurga fu edito solamente nel primo dopoguerra. Continua a leggere “Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose”

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Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria

IlPrincipedellaWestEndAvenueRecensione de Il Principe della West End Avenue, di Alan Isler

Marsilio, Farfalle, 1999

Il tredici settembre 1978 Otto Korner festeggia il suo ottantatreesimo compleanno alla Emma Lazarus, una casa di riposo per ebrei agiati sulla West End Ave., a New York.
Da qualche settimana il suo organismo è in subbuglio, perché la nuova, giovane fisioterapista della casa, Mandy Dattner, è di fatto una sosia di Magda Damrosch, la bellissima ungherese da lui disperatamente e inutilmente amata più di sessant’anni prima, a Zurigo. Il riaffiorare dei suoi ricordi di gioventù, provocato dall’apparizione di Mandy/Magda, spinge Otto ad iniziare a scrivere un manoscritto in cui alterna il diario delle sue giornate alla Emma Lazarus con la sofferta rievocazione della sua vita di ebreo tedesco scampato alla Shoah. Questo manoscritto è il libro che compone Il Principe della West End Avenue, romanzo di Alan Isler pubblicato nel 1994 ed edito in Italia da Marsilio cinque anni dopo. Isler, inglese di nascita, si trasferì diciottenne negli Stati Uniti nel 1952, insegnando per lunghi anni Letteratura Inglese e Letteratura rinascimentale all’Università. Esordì ormai sessantenne come scrittore proprio con questo romanzo, che ebbe un buon successo internazionale, cui ne seguirono pochi altri, sino alla morte nel 2010. In Italia non ha avuto molta fortuna: questa edizione Marsilio è rimasta isolata, non essendo più in catalogo, e solo il suo ultimo romanzo, The Living Proof, del 2005, fu pubblicato due anni dopo da Newton Compton con il titolo Per sesso o per amore, che da solo lascia intendere l’ammiccamento al pubblico dell’operazione editoriale, che peraltro non deve essere perfettamente riuscita se è vero che anche di questo volume si sono perse le tracce in libreria. Dico subito che la trascuratezza cui è soggetto oggi questo autore in Italia non priva l’editoria nazionale di capolavori letterari, almeno a giudicare da questo romanzo che è rimasta la sua opera più celebrata, anche se sicuramente la sua lettura è piacevole per il tono leggero (a volte troppo) ed ironico con cui tratta alcuni temi di grande rilevanza nella storia e nella cultura del ‘900 e non solo. Continua a leggere “Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria”

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Dell’importanza della scoreggia per capire gli uomini

JosselWassermannTornaaCasaRecensione di Jossel Wassermann torna a casa, di Edgar Hilsenrath

Marsilio, Tascabili, 1997

Bucovina, primo inverno di guerra. Gli abitanti ebrei del piccolo shtetl di Pohodna vengono fatti salire su un treno piombato. Tra di loro vi è Jankl, il portatore d’acqua, grosso e piuttosto stupido, che vuole sposare Rifke, la figlia gobba del ciabattino Katz. Lo potrebbe fare perché ha ricevuto una consistente eredità, ottantamila franchi svizzeri e trentatré centesimi, da suo zio Jossel Wassermann, ricco proprietario di una fabbrica di azzimi di Zurigo. A causa della guerra ha però solo ricevuto la lettera che gli annuncia l’eredità e il testamento dello zio, e li ha seppelliti in giardino perché nessuno glieli porti via. Mentre il treno viaggia verso est e tra gli ebrei circolano le più svariate congetture su dove li stiano portando, mentre la puzza di escrementi e urina comincia a riempire il carro bestiame, Jankl sogna la sua futura vita con Rifke, e dormendo scoreggia.
Inizia così questo romanzo, edito nel 1993, di Edgar Hilsenrath, scrittore ebreo tedesco ormai ultranovantenne, più noto in Italia e nel mondo per un altro romanzo, Il nazista e il barbiere, e di cui nel nostro Paese non è mai stato tradotto, a quanto mi risulta, Nacht, un altro importante romanzo, il primo della sua non numerosa produzione narrativa.
Hilsenrath ha avuto una vita avventurosa. Nato a Lipsia, nel 1938 fuggì con la madre e i fratelli in Bucovina, mentre il padre ripara in Francia. Riuscito a sfuggire all’annientamento del suo popolo da parte dei tedeschi, quando l’armata rossa libera la regione Hilsenrath va in Palestina, ma già nel 1947 raggiunge la famiglia in Francia. All’inizio degli anni ’50 si trasferiscono tutti negli Stati Unit; lì Hilsenrath svolge i mestieri più disparati e inizia a scrivere. Il suo primo romanzo, Nacht, fu pubblicato in Germania ma ritirato dall’editore poco dopo perché aveva ricevuto pesanti critiche a causa della sua crudezza. Con Il nazista e il barbiere raggiunge la notorietà. Dal 1975 vive a Berlino.
Torniamo alla storia. Quando il treno torna indietro, per cause imprecisate legate agli eventi bellici, e viene parcheggiato su un binario morto proprio nei presso dello shtetl da cui era partito, il Rabbino nasconde la memoria della comunità sul tetto del vagone, perché non vada persa con le loro vite. La memoria è rappresentata, con un tratto quasi chagalliano, da tante voci che narrano le piccole storie degli abitanti dello shtetl e da altre voci, che hanno il compito di narrare gli avvenimenti storici: queste ultime però si annoiano in silenzio, perché non c’è nulla di storico nella vita del piccolo shtetl di Pohodna, e per sfuggire alla noia decidono di raccontare la storia di Jossel Wassermann, lo zio che ha reso ricco Jankl, il portatore d’acqua. Il racconto si trasferisce quindi a Zurigo, il 31 agosto 1939, dove Jossel Wassermann, sentendosi in punto di morte, chiama il suo avvocato e il notaio per redigere il proprio testamento. Egli vuole in realtà redigerne due: con il primo darà un decimo dei suoi averi, cioè ottantamila franchi svizzeri e trentatré centesimi, al suo unico parente vivente, suo nipote Jankl; con il secondo, per sfatare la sua nomea di spilorcio, destina tutto il resto del suo patrimonio ai poveri e ai bisognosi della comunità di Pohodna, dove è nato ed ha vissuto sino alla prima guerra mondiale. Il primo testamento verrà recapitato subito dopo la sua morte a Jankl, mentre il secondo arriverà a Pohodna insieme al suo feretro, poiché egli desidera essere sepolto là. Sta però per scoppiare la guerra, e il trasporto si presenta difficile, per cui si stabilisce che Jossel possa essere sepolto provvisoriamente a Zurigo e tornare a Pohodna, insieme al testamento, a guerra finita. Jossel Wassermann ha però un altro desiderio: che a Pohodna lo scriba della Torah Eisik scriva su una pergamena la storia della sua (di Jossel) vita. Per questo, inizia a raccontarla all’avvocato e al notaio, che dovranno riferirla allo scriba. Continua a leggere “Dell’importanza della scoreggia per capire gli uomini”