Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura russa, Libri, Narrativa, Nazismo, Novecento, Recensioni, URSS

Distopie a confronto: Nabokov versus Kafka

InvitoaunaDecapitazioneRecensione di Invito a una decapitazione, di Vladimir Nabokov

Adelphi, Biblioteca, 2004

Il lettore di Invito a una decapitazione, romanzo scritto da Vladimir Nabokov nel 1934, è in genere portato a scorgervi chiari rimandi ai due principali romanzi di Franz Kafka, Il processo e Il castello, entrambi editi una decina di anni prima. Troppo evidenti appaiono alcune analogie tra il romanzo di Nabokov e le opere kafkiane: dall’ambientazione – una impenetrabile fortezza alta su una collina, isolata dalla città, simbolo di un potere oscuro e crudele – alla imperscrutabilità delle accuse mosse al protagonista, alla sua condanna a morte, alla scelta di dare allo stesso un nome seguito dalla sola iniziale del cognome.
Tuttavia, nella prefazione alla edizione statunitense del libro, tradotto dal figlio Dimitri sotto la supervisione dell’autore e pubblicato nel 1959, Nabokov nega qualsiasi ascendenza direttamente kafkiana del suo romanzo, ricordando che all’epoca della sua scrittura: ”… non conoscevo il tedesco, ignoravo del tutto la letteratura tedesca moderna, e non avevo ancora letto traduzioni, francesi o inglesi, delle opere di Kafka.” Poco più avanti, negando di credere all’esistenza di affinità spirituali tra autori, ammette però che se dovesse indicare uno spirito affine a questa sua opera la sua scelta cadrebbe su Kafka, piuttosto che su G.H. Orwell (altro autore cui Invito a una decapitazione è stato spesso associato) ”… o su altri popolari dispensatori di idee illustrate e di narrativa dal taglio pubblicistico.”
Oltre all’implicito giudizio negativo che Nabokov esprime su Orwell, queste frasi – se accettiamo quanto in esse affermato – ci restituiscono l’affascinante idea che due grandi scrittori, diversissimi l’uno dall’altro per radici culturali e modalità di produzione letteraria, abbiano in qualche modo immaginato la medesima metafora di fondo per descrivere la società in cui vivevano e l’oppressione che essa esercitava sul sentire e sulle aspirazioni degli individui, per trasmetterci il senso di angoscia, solitudine, impotenza e incomunicabilità in cui il singolo si trovava immerso in Europa nei primi decenni del XX secolo.
Se molte sono le analogie, altrettante però sono le diversità che possono essere rinvenute. Nabokov scrive il suo romanzo come detto nel 1934, per di più a Berlino. Da più di dieci anni abita nella capitale tedesca, frequentando attivamente – non senza contrasti – i circoli dell’emigrazione russa, di cui ci offre un vivido ritratto ne Il dono, vero manifesto della sua identità intellettuale, opera che interromperà momentaneamente proprio per scrivere Invito a una decapitazione. Il suo viscerale antibolscevismo, il suo rifiuto di matrice liberale dell’esperimento sovietico ha avuto quindi modo di arricchirsi drammaticamente dell’esperienza diretta dell’ascesa di un nuovo totalitarismo, quello hitleriano, ormai trionfante nella Germania del 1934. A differenza che in Kafka, per il quale il contrasto tra l’individuo e la società moderna è in qualche modo insanabile, essendo connaturato alle assurde ed alienati regole di quest’ultima, per Nabokov bolscevismo e nazismo sono due aberrazioni, cui si può contrapporre, come vedremo, l’arma della libertà interiore ma anche quella di altri modelli sociali, nei quali tale libertà interiore non sia conculcata e repressa. Da questa differenza sostanziale ne consegue un’altra, a mio modo di vedere non meno importante, che si riflette direttamente sullo stile, sul tono generale del romanzo di Nabokov quando lo si confronti con quello dei capolavori kafkiani. In Kafka l’assurdità, l’imperscrutabilità delle regole e dei comportamenti con cui il potere si materializza è resa attraverso la loro normalità, la loro descrizione piatta e in qualche modo asettica, il fatto che essi non vengono mai messi in discussione. È in questo modo che Kafka dota le sue opere di una potenza inaudita: se il potere, le assurde regole che lo connotano e che egli ci descrive non hanno alternative, allora queste rappresentano la normalità, e chi cerca di opporvisi e ne è vittima è anormale, in qualche modo portatore di una inaccettabile e inutile eccentricità. Kafka nelle sue opere ribalta il senso comune per farci meglio percepire la forza coercitiva dei meccanismi del potere e la loro capacità di generare alienazione. Continua a leggere “Distopie a confronto: Nabokov versus Kafka”

Annunci
Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Nazismo, Novecento, Recensioni, Vienna

Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose

LaTerzaNottediValpurgaRecensione de La terza notte di Valpurga, di Karl Kraus

Editori Riuniti, Nuova biblioteca di cultura, 1996

Su Hitler non mi viene in mente nulla. Quasi tutte le recensioni che ho letto de La terza notte di Valpurga prendono le mosse o comunque citano il celebre incipit di questo straordinario pamphlet di Karl Kraus. Giustamente celebre, direi, perché riassume in poche parole tutto il disprezzo che Kraus nutriva nei confronti del nazionalsocialismo e del suo capo. Un disprezzo, prima ancora e più ancora che politico, culturale e quasi viscerale da parte di un intellettuale che aveva speso tutta la sua vita nella difesa della parola, della lingua come espressione della bellezza e della verità, nella affermazione della assoluta necessità della corrispondenza tra linguaggio e pensiero, e che vedeva ora l’oltraggio della parola, l’uso della lingua come sistematica menzogna, la volgarità di non-concetti espressi in un tedesco deturpato anche sintatticamente, affascinare milioni di persone e farsi Stato. Dichiarare che non gli venisse in mente nulla è quindi per Kraus il modo più netto per non attribuire al capo del nazismo la dignità di essere suo interlocutore, per relegarlo – quasi per una sorta di beffardo contrappasso – al livello di untermensch.
Naturalmente a Kraus, nei mesi compresi tra l’aprile e il settembre 1933, poco dopo quindi la presa del potere da parte di Hitler, quando elabora questo testo, di cose sul nazismo e il suo capo ne vengono in mente moltissime, abbastanza per scrivere un saggio di alcune centinaia di pagine che rappresenta, anche per la sua precocità, un documento che testimonia l’eccezionale lucidità di analisi, sconfinante a tratti nella capacità profetica, dell’autore de Gli ultimi giorni dell’Umanità. Kraus concepì questo scritto come un supplemento alla sua rivista Die Fackel, ma non lo pubblicò mai integralmente. Morì di lì a tre anni, e La terza notte di Valpurga fu edito solamente nel primo dopoguerra. Continua a leggere “Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose”

Pubblicato in: Ebraismo, Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Narrativa, Nazismo, New York, Novecento, Recensioni

Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria

IlPrincipedellaWestEndAvenueRecensione de Il Principe della West End Avenue, di Alan Isler

Marsilio, Farfalle, 1999

Il tredici settembre 1978 Otto Korner festeggia il suo ottantatreesimo compleanno alla Emma Lazarus, una casa di riposo per ebrei agiati sulla West End Ave., a New York.
Da qualche settimana il suo organismo è in subbuglio, perché la nuova, giovane fisioterapista della casa, Mandy Dattner, è di fatto una sosia di Magda Damrosch, la bellissima ungherese da lui disperatamente e inutilmente amata più di sessant’anni prima, a Zurigo. Il riaffiorare dei suoi ricordi di gioventù, provocato dall’apparizione di Mandy/Magda, spinge Otto ad iniziare a scrivere un manoscritto in cui alterna il diario delle sue giornate alla Emma Lazarus con la sofferta rievocazione della sua vita di ebreo tedesco scampato alla Shoah. Questo manoscritto è il libro che compone Il Principe della West End Avenue, romanzo di Alan Isler pubblicato nel 1994 ed edito in Italia da Marsilio cinque anni dopo. Isler, inglese di nascita, si trasferì diciottenne negli Stati Uniti nel 1952, insegnando per lunghi anni Letteratura Inglese e Letteratura rinascimentale all’Università. Esordì ormai sessantenne come scrittore proprio con questo romanzo, che ebbe un buon successo internazionale, cui ne seguirono pochi altri, sino alla morte nel 2010. In Italia non ha avuto molta fortuna: questa edizione Marsilio è rimasta isolata, non essendo più in catalogo, e solo il suo ultimo romanzo, The Living Proof, del 2005, fu pubblicato due anni dopo da Newton Compton con il titolo Per sesso o per amore, che da solo lascia intendere l’ammiccamento al pubblico dell’operazione editoriale, che peraltro non deve essere perfettamente riuscita se è vero che anche di questo volume si sono perse le tracce in libreria. Dico subito che la trascuratezza cui è soggetto oggi questo autore in Italia non priva l’editoria nazionale di capolavori letterari, almeno a giudicare da questo romanzo che è rimasta la sua opera più celebrata, anche se sicuramente la sua lettura è piacevole per il tono leggero (a volte troppo) ed ironico con cui tratta alcuni temi di grande rilevanza nella storia e nella cultura del ‘900 e non solo. Continua a leggere “Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria”

Pubblicato in: Ebraismo, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Narrativa, Nazismo, Novecento, Recensioni, Umorismo

Dell’importanza della scoreggia per capire gli uomini

JosselWassermannTornaaCasaRecensione di Jossel Wassermann torna a casa, di Edgar Hilsenrath

Marsilio, Tascabili, 1997

Bucovina, primo inverno di guerra. Gli abitanti ebrei del piccolo shtetl di Pohodna vengono fatti salire su un treno piombato. Tra di loro vi è Jankl, il portatore d’acqua, grosso e piuttosto stupido, che vuole sposare Rifke, la figlia gobba del ciabattino Katz. Lo potrebbe fare perché ha ricevuto una consistente eredità, ottantamila franchi svizzeri e trentatré centesimi, da suo zio Jossel Wassermann, ricco proprietario di una fabbrica di azzimi di Zurigo. A causa della guerra ha però solo ricevuto la lettera che gli annuncia l’eredità e il testamento dello zio, e li ha seppelliti in giardino perché nessuno glieli porti via. Mentre il treno viaggia verso est e tra gli ebrei circolano le più svariate congetture su dove li stiano portando, mentre la puzza di escrementi e urina comincia a riempire il carro bestiame, Jankl sogna la sua futura vita con Rifke, e dormendo scoreggia.
Inizia così questo romanzo, edito nel 1993, di Edgar Hilsenrath, scrittore ebreo tedesco ormai ultranovantenne, più noto in Italia e nel mondo per un altro romanzo, Il nazista e il barbiere, e di cui nel nostro Paese non è mai stato tradotto, a quanto mi risulta, Nacht, un altro importante romanzo, il primo della sua non numerosa produzione narrativa.
Hilsenrath ha avuto una vita avventurosa. Nato a Lipsia, nel 1938 fuggì con la madre e i fratelli in Bucovina, mentre il padre ripara in Francia. Riuscito a sfuggire all’annientamento del suo popolo da parte dei tedeschi, quando l’armata rossa libera la regione Hilsenrath va in Palestina, ma già nel 1947 raggiunge la famiglia in Francia. All’inizio degli anni ’50 si trasferiscono tutti negli Stati Unit; lì Hilsenrath svolge i mestieri più disparati e inizia a scrivere. Il suo primo romanzo, Nacht, fu pubblicato in Germania ma ritirato dall’editore poco dopo perché aveva ricevuto pesanti critiche a causa della sua crudezza. Con Il nazista e il barbiere raggiunge la notorietà. Dal 1975 vive a Berlino.
Torniamo alla storia. Quando il treno torna indietro, per cause imprecisate legate agli eventi bellici, e viene parcheggiato su un binario morto proprio nei presso dello shtetl da cui era partito, il Rabbino nasconde la memoria della comunità sul tetto del vagone, perché non vada persa con le loro vite. La memoria è rappresentata, con un tratto quasi chagalliano, da tante voci che narrano le piccole storie degli abitanti dello shtetl e da altre voci, che hanno il compito di narrare gli avvenimenti storici: queste ultime però si annoiano in silenzio, perché non c’è nulla di storico nella vita del piccolo shtetl di Pohodna, e per sfuggire alla noia decidono di raccontare la storia di Jossel Wassermann, lo zio che ha reso ricco Jankl, il portatore d’acqua. Il racconto si trasferisce quindi a Zurigo, il 31 agosto 1939, dove Jossel Wassermann, sentendosi in punto di morte, chiama il suo avvocato e il notaio per redigere il proprio testamento. Egli vuole in realtà redigerne due: con il primo darà un decimo dei suoi averi, cioè ottantamila franchi svizzeri e trentatré centesimi, al suo unico parente vivente, suo nipote Jankl; con il secondo, per sfatare la sua nomea di spilorcio, destina tutto il resto del suo patrimonio ai poveri e ai bisognosi della comunità di Pohodna, dove è nato ed ha vissuto sino alla prima guerra mondiale. Il primo testamento verrà recapitato subito dopo la sua morte a Jankl, mentre il secondo arriverà a Pohodna insieme al suo feretro, poiché egli desidera essere sepolto là. Sta però per scoppiare la guerra, e il trasporto si presenta difficile, per cui si stabilisce che Jossel possa essere sepolto provvisoriamente a Zurigo e tornare a Pohodna, insieme al testamento, a guerra finita. Jossel Wassermann ha però un altro desiderio: che a Pohodna lo scriba della Torah Eisik scriva su una pergamena la storia della sua (di Jossel) vita. Per questo, inizia a raccontarla all’avvocato e al notaio, che dovranno riferirla allo scriba. Continua a leggere “Dell’importanza della scoreggia per capire gli uomini”

Pubblicato in: Belgio, Letteratura, Letteratura belga, Libri, Nazismo, Novecento, Recensioni

I Vitelloni in Fiandra, durante la guerra

LaSofferenzadelBelgioRecensione de La sofferenza del Belgio, di Hugo Claus

Feltrinelli, Universale economica, 2003

Il Belgio è un paese di cui tutto sommato sappiamo poco. Bruxelles, Bruges, le birre e il cioccolato, per quelli della mia età il fatto che arrivasse invariabilmente ultimo a Giochi senza frontiere, ogni tanto il sentore di problemi tra francofoni e fiamminghi, riportati dai quotidiani spesso in chiave quasi folcloristica.
Quanti sanno che è stato il protagonista di una delle più brutali e crudeli pagine del colonialismo europeo in Africa, quella del Congo sotto Leopoldo II? Quanti ancora ricordano che nell’immediato dopoguerra fu una delle mete principali della nostra emigrazione, che grazie a un patto scandaloso garantiva all’Italia una certa quantità di carbone per ogni uomo mandato a lavorare nelle miniere del Pays noir e che portò, tra l’altro, alla tragedia di Marcinelle?
In campo artistico, spesso tendiamo ad attribuire artisti e prodotti belgi agli ingombranti vicini. Così la grande arte fiamminga del XV e XVI secolo riteniamo sia essenzialmente olandese, mentre in genere sono per noi francesi autori come Magritte, Simenon, Yourcenar (belga per ascendenze), come pure alcuni dei più conosciuti fumetti, quali Tintin, Luky Luke, i Puffi.
Tra i grandi intellettuali belgi del secondo dopoguerra va annoverato sicuramente Hugo Claus, autore di poesie, opere teatrali e di una quindicina tra romanzi e novelle, che nel nostro paese è tuttavia conosciuto quasi esclusivamente per quella che è ritenuta la sua opera più importante, La sofferenza del Belgio.
Si tratta di un bildungsroman largamente autobiografico, che narra l’adolescenza e la prima giovinezza di Louis Seynaeve, rampollo di una famiglia della piccola borghesia fiamminga, nel periodo compreso tra la primavera del 1939 e l’immediato dopoguerra.
Incontriamo Louis, undicenne, in un collegio di suore cattoliche, dove vige una rigida e formale disciplina, e in cui nessuna suora, tranne una, sembra avere sentimenti, se non d’amore cristiano, almeno d’affetto per i ragazzi. L’educazione viene impartita a colpi di paura per le punizioni divine, odio per i comunisti atei che vogliono conquistare il mondo e patriottico amore per il cattolico Belgio e il suo re. Louis è un ragazzo tranquillo: per resistere all’asfissiante atmosfera del collegio ha fondato, con alcuni altri ragazzi tra cui l’amico del cuore Vlieghe, il gruppo degli Apostoli, sorta di setta segreta con accenni cattolico-esoterici dotata di propri rituali e codice d’onore. Il gruppo compie piccole ed innocenti trasgressioni al regolamento, tra le quali l’epica visita notturna agli inviolabili appartamenti delle suore per visitare una di esse, Sorella Sint Gerolf, isolata da anni per la sua demenza. Sin da queste prime pagine del libro emerge la fantasia di Louis, che spesso (come ogni ragazzo, del resto) immagina avventure fantastiche e sogna di essere un eroe; non di rado ricorre a bugie per schivare punizioni o millantare la sua conoscenza del mondo. Immagina in particolare il mondo dei Miezers, piccoli esseri che rappresentano il confuso desiderio di Louis di evadere da una realtà che sente come opprimente. Continua a leggere “I Vitelloni in Fiandra, durante la guerra”

Pubblicato in: Classici, Ebraismo, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Nazismo, Novecento, Recensioni, Vienna

I mondi di un intellettuale inadeguato a comprenderli

ilmondodiieriRecensione de Il Mondo di ieri, di Stefan Zweig

Mondadori, Oscar, 1979

Recensendo la Novella degli scacchi consigliavo di leggere in sequenza anche Il mondo di ieri, l’autobiografia scritta da Zweig nell’ultimo anno della sua vita e che pare completò proprio il giorno prima di suicidarsi insieme alla giovane moglie nel rifugio brasiliano. Confermo ora questo mio consiglio, anzi lo amplio, nel senso che la lettura de Il mondo di ieri risulta a mio avviso essenziale per comprendere le fondamenta culturali sulle quali si innalza l’edificio dell’opera letteraria di Zweig.
Il sottotitolo di questo libro è Ricordi di un europeo e, se il suo felicissimo titolo è divenuto nel tempo quasi sinonimo dell’Austria asburgica, credo che il sottotitolo rispecchi meglio il senso complessivo del libro, o perlomeno ciò che oggettivamente quest’opera complessa e sfaccettata ci offre. In primo luogo occorre infatti specificare che il libro non si limita alla descrizione, filtrata attraverso le vicende dell’esperienza umana e culturale di Zweig, della società austriaca nel periodo antecedente la prima guerra mondiale. Solo cinque dei diciassette capitoli del libro si occupano in senso stretto della Vienna asburgica, ed un ampio spazio viene riservato da Zweig alla sua vita e agli avvenimenti storici seguenti il 1918, giungendo il racconto sino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Sono quindi tre i mondi che l’intellettuale Zweig si è trovato a affrontare, e di questi almeno uno era drammaticamente il mondo di oggi nel momento in cui veniva fissato sulla carta. Vi è poi il fatto che Zweig si confronta con le vicende che hanno segnato la sua vita da una prospettiva non Viennocentrica. Pur sentendosi profondamente austriaco, come dimostrano i primi capitoli del libro, Zweig si è sempre sentito parte di una comunità intellettuale internazionale, si è sempre aggrappato tenacemente all’idea che la cultura potesse superare ed anche annullare i nazionalismi, venendo peraltro clamorosamente sconfitto dalla Storia. Continua a leggere “I mondi di un intellettuale inadeguato a comprenderli”

Pubblicato in: Classici, Ebraismo, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Nazismo, Novecento, Recensioni

Lo specialista idiota, paradigma del mondo di oggi

novelladegliscacchiRecensione di Novella degli scacchi, di Stefan Zweig

Garzanti, Gli elefanti, 1991

La Novella degli scacchi è probabilmente, insieme a Il mondo di ieri, l’opera più nota di Stefan Zweig, e questi due testi, che a mio avviso dovrebbero essere letti in sequenza perché insieme permettono di comprendere compiutamente la personalità artistica e culturale dell’autore, furono anche gli ultimi da lui scritti prima del suicidio suo e della moglie nell’esilio brasiliano, avvenuto nel febbraio del 1942.
Della figura di Zweig, che nel periodo tra le due guerre mondiali è stato uno degli scrittori più noti e tradotti al mondo, credo sia interessante mettere in rilievo la biografia e in particolare i caratteri del suo impegno civile, perché da questo è possibile contestualizzare, e quindi comprendere meglio, le sue opere letterarie, ed analizzare quindi anche il contenuto della Novella degli scacchi.
Zweig nasce nell’ambiente dell’alta borghesia ebraica viennese: il padre era un importante industriale e la madre figlia di banchieri. Sin da giovanissimo si imbeve di un intenso cosmopolitismo, sia perché la Vienna di allora è il crogiolo delle diverse culture che formano l’impero, sia in quanto il suo status economico e sociale gli permettono di compiere numerosi viaggi in Europa e non solo. L’incontro e l’amicizia con Hofmannsthal sono decisivi nella sua formazione poetica, al pari di quello con Rainer Maria Rilke. Continua a leggere “Lo specialista idiota, paradigma del mondo di oggi”