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Il prezioso documento di una civiltà rurale lontana ma così vicina

LaLeggendadellaMorteRecensione de La leggenda della morte, di Anatole Le Braz

Sellerio, La memoria, 2003

Chiunque abbia visitato la Bretagna sarà probabilmente rimasto affascinato dalla peculiarità che assume l’arte religiosa in quella regione così poco francese. Ciò che colpisce a prima vista è soprattutto l’aspetto popolare dei monumenti e degli edifici religiosi. Le chiese, con l’eccezione delle cattedrali cittadine, presentano in genere architetture nelle quali il gotico, che ne è lo stile dominante, assume forme quasi dimesse: raramente vi è lo slancio verso l’alto tipico dell’ortodossia di questo stile, e molte chiese sembrano semplici case di grigio granito cui siano stati incongruamente aggiunti portali e finestre ad arco acuto. L’interno contrasta ancora di più con i canoni del gotico, essendo in genere luminoso e colorato: le navate sono ricche di statue in legno policromo di santi ritratti con fattezze di popolani, accanto a cui spesso si trovano i simboli dei mestieri di contadino o di marinaio. Ma sono i famosi recinti parrocchiali dei villaggi della Bassa Bretagna, al cui interno troviamo gli splendidi calvari brulicanti di figure scolpite, a segnare l’apoteosi dell’arte religiosa bretone. Nel calvario bretone le croci che svettano verso il cielo sono quasi solo un elemento secondario, perché il vero cuore del complesso è il popolo di figuranti scolpito nel granito alla base delle croci: l’immediatezza, l’ingenua espressività di quelle statue, in cui spesso riconosciamo i tratti degli abitanti di quelle terre, ci restituiscono il senso di un’esperienza religiosa che faceva parte di un sentire comune, cui si faceva riferimento per dare un senso ad una condizione materiale segnata dalla miseria e dalla costante vicinanza della morte, e che esprimeva questa partecipazione collettiva anche attraverso le manifestazioni dell’arte, altrove volta a celebrare una divinità distante e idealizzata. Sembra al visitatore che in questa terra la religione, intesa come insieme di credenze e di regole sociali condivise, abbia giocato un ruolo fondamentale nella definizione dell’identità stessa della popolazione, sicuramente più che nel resto della Francia e in altre regioni rurali d’Europa. Quasi sempre infatti, anche nelle terre che hanno espresso forti sentimenti di religiosità popolare (si pensi al nostro meridione o alla Spagna), questi sono espressi attraverso cerimonie e manifestazioni, mentre l’architettura resta latrice di un messaggio ufficiale attraverso cui la Chiesa spiega al popolo in maniera unidirezionale i propri dogmi. In Bretagna sembra di poter dire che il sentimento popolare abbia partecipato attivamente alla costruzione delle forme attraverso cui tale messaggio è stato costruito. Continua a leggere “Il prezioso documento di una civiltà rurale lontana ma così vicina”

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La nascita del romanzo come anestetico

ilcastellodiotrantoRecensione de Il castello di Otranto, di Horace Walpole

Frassinelli, i Classici classici, 1995

Circa un anno fa ho recensito L’italiano, di Ann Radcliffe, uno dei prototipi del romanzo gotico, scritto verso la fine del XVIII secolo. Ora mi ritrovo ad aver letto, nella stessa benemerita – ma ahimè scomparsa – collana I Classici classici di Frassinelli, il vero antesignano di questo genere di romanzi, pubblicato oltre trent’anni prima: Il castello di Otranto di Horace Walpole.
Walpole, che apparteneva alla grande nobiltà inglese, scrisse il suo romanzo più famoso nel 1764, all’età di 47 anni, quando ormai da 10 viveva nella sua residenza di Strawberry Hill, nei pressi di Londra, e stava trasformandola in un bizzarro maniero neogotico.
La Gran Bretagna, il paese in cui il processo di industrializzazione e di costruzione dei cardini fondativi della società borghese era più avanzato, stava donando alla letteratura mondiale uno straordinario strumento culturale: la novel, il romanzo borghese moderno. Nell’arco della quarantina d’anni immediatamente precedenti il romanzo di Walpole vengono pubblicati alcuni dei capolavori assoluti della narrativa di ogni tempo: il Robinson Crusoe di Defoe è del 1719; Richardson pubblica Pamela nel 1740, Fielding il Tom Jones nel 1749, ed il filotto si completa nel 1760, con la pubblicazione del primo volume del Tristram Shandy di Sterne. A questa incredibile sequenza mi permetto di aggiungere un’opera maledetta, a lungo messa all’indice per il suo contenuto sinceramente pornografico, ma che a mio avviso occupa anch’essa un posto centrale nell’evoluzione del romanzo borghese: Fanny Hill di John Cleland, che è del 1748.
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Gotico vittoriano con venature eterodosse

lacatenadeldestinoRecensione de La catena del destino, di Bram Stoker

Theoria, Riflessi, 1990

Dopo La tana del verme bianco ecco un’altra delle opere minori, e quasi dimenticate, di Bram Stoker. Ed ecco, ancora una volta, emergere la necessità di leggere la sua opera più famosa per penetrare appieno la poetica di questo scrittore vittoriano. Detto questo vi è da dire che mi è stato possibile, attraverso la lettura di questi due brevi romanzi, confrontare l’inizio e la fine della produzione letteraria di Stoker, ricavandone per confronto interessanti spunti di riflessione.
La catena del destino è infatti la seconda opera dell’autore, scritta nel 1875 da uno Stoker ventottenne: 22 anni la separano dal capolavoro della maturità, e ben 36 da La tana del verme bianco, scritto un anno appena prima della morte. Continua a leggere “Gotico vittoriano con venature eterodosse”

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Il rifugio nei miti e nel genere come fuga da una atroce realtà

laleggendadipendragonRecensione de La leggenda di Pendragon, di Antal Szerb

Edizioni e/o, Tascabili, 1994

– Lei parla come uno che non ha ideali.
– E’ vero. Io sono un neofrivolo.
– In cosa si differenzia dall’antica frivolezza?
– Soprattutto per il fatto che davanti c’è il prefisso «
neo». Così è più eccitante.
Questo dialogo tra la bella e oca Cynthia e János Bátky, il protagonista del romanzo La leggenda di Pendragon dello scrittore ungherese Antal Szerb, riassume secondo me splendidamente lo spirito del libro.
Vediamo innanzitutto chi è stato Antal Szerb, scrittore poco tradotto in italiano e le cui opere sono al momento praticamente irreperibili. Vissuto dal 1901 al 1945, quando morì in un campo di concentramento nazista, Szerb è stato un intellettuale a tutto tondo: giovanissimo docente di letteratura all’Università di Szeged, scrisse una monumentale Storia della letteratura mondiale ed una Storia della letteratura ungherese che ancora oggi sono considerate opere di grande importanza: Continua a leggere “Il rifugio nei miti e nel genere come fuga da una atroce realtà”

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Un apparente paradosso: il gotico positivista

LaTanadelVermeBiancoRecensione de La tana del Verme Bianco di Bram Stoker

Mondadori, Piccoli classici, 1995

Ho iniziato a leggere La tana del Verme Bianco con molte aspettative: Abraham (Bram) Stoker, l’autore, è infatti il padre di uno dei personaggi letterari entrati nell’immaginario collettivo (anche e soprattutto grazie al cinema) – il conte Dracula – e quindi, non avendo ancora letto il romanzo maggiore, pensavo di trovare in quest’altra opera, molto meno nota ma forse per questo anche più intrigante, gli elementi narrativi, i risvolti psicologici, i rimandi che toccano le segrete corde del nostro inconscio, che hanno permesso a Stoker ed al suo vampiro di divenire dei classici a tutto tondo.
Queste mie aspettative sono andate del tutto deluse, perché mi sono trovato tra le mani non solo un romanzo del tutto di genere, ma anche e soprattutto un romanzo mal scritto, confuso e frammentario nella trama, con tutta evidenza destinato unicamente ad un pubblico voglioso di sensazioni forti, quello che potremmo tranquillamente definire un romanzo d’appendice e neppure dei migliori. Continua a leggere “Un apparente paradosso: il gotico positivista”

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Argomenti scomodi affrontati con armi inadeguate

MementoMoriRecensione di Memento mori, di Muriel Spark

Adelphi, Fabula, 1993

Memento mori, del 1959, è il terzo romanzo pubblicato da questa prolifica autrice, della quale Adelphi ha curato la pubblicazione in Italia di buona parte dell’opera. La Spark, di origine scozzese, convertitasi al cattolicesimo prima di iniziare a scrivere romanzi, visse a lungo in Italia, per la precisione in Toscana, dagli anni ‘60 alla morte, avvenuta nel 2006.
Il titolo rivela che Memento mori è un libro che parla di morte, o meglio di vecchiaia e di morte. Lo fa con un tono e uno stile di scrittura tipicamente anglosassoni, che a mio avviso risente sin troppo di un certo dickensismo di ritorno, francamente anacronistico in un’opera scritta nella seconda metà del XX secolo. E con questo dico subito che questo libro non mi è piaciuto. Continua a leggere “Argomenti scomodi affrontati con armi inadeguate”

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Oltre le Vite Immaginarie: i racconti semisconosciuti di un raffinatissimo simbolista

IlRedallaMascheradOroRecensione de Il re dalla maschera d’oro e altri racconti, di Marcel Schwob

SugarCo, Tasco, 1983

Marcel Schwob è un autore fondamentale per comprendere quella stagione della letteratura francese (e non solo) che va sotto il nome di simbolismo. In Italia è conosciuto soprattutto per Le vite immaginarie, di cui sono disponibili numerose edizioni; altri volumi, editi per lo più da piccole case editrici, consentono di farsi un’idea più completa della produzione letteraria di questo eclettico autore, che nella sua breve vita (morì a soli 38 anni nel 1905) scrisse moltissimo. Una parziale lacuna dell’offerta editoriale relativa a questo autore è rappresentata dai racconti. Schwob ne pubblicò infatti due raccolte, Cuore doppio nel 1891 e Il re dalla maschera d’oro l’anno successivo. La prima raccolta è ancora disponibile nell’edizione Kami (2005) mentre la seconda non è mai stata pubblicata per intero. E’ quindi prezioso questo vecchio volumetto di SugarCo, che raccoglie una scelta di racconti da entrambe le raccolte, perché rappresenta l’unica possibilità per il lettore italiano di farsi un’idea organica della produzione novellistica di Schwob. Purtroppo non è più in catalogo da anni, e da una breve ricerca fatta risulta difficilmente reperibile anche sul mercato online dell’usato. Continua a leggere “Oltre le Vite Immaginarie: i racconti semisconosciuti di un raffinatissimo simbolista”

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La grande letteratura emerge solo a tratti

LItalianoRecensione de L’Italiano, di Ann Radcliffe

Fassinelli, I Classici Classici, 1995

Vi sono libri che, sia pure scritti in epoche e magari nell’ambito di culture molto diverse dalle nostre, mantengono intatta la loro forza emozionale e comunicativa. Sono quelli che definiamo classici, perché sanno parlarci ancora oggi, sanno descriverci situazioni e sentimenti che ancora riusciamo a decifrare, in una parola sanno ancora dirci qualcosa che ci aiuta a capire meglio la realtà, personale e sociale, in cui siamo immersi ogni giorno.
Questa è la mia definizione, forse un po’ confusa e parziale, di un classico, ed in questo senso credo di poter dire che L’Italiano di Ann Radcliffe non si possa considerare un classico, a dispetto del fatto che l’editore Frassinelli, cui va comunque il grande merito di avercene proposto una nuova traduzione integrale una ventina d’anni fa, l’abbia inserito in una collana chiamata addirittura I Classici Classici.
A mio avviso, infatti, L’Italiano è un romanzo strettamente legato al periodo storico ed al contesto in cui fu scritto, la fine del settecento in Gran Bretagna; riletto oggi, per essere apprezzato richiede lo sforzo di cercare di calarsi in quel contesto, ed anche quando ciò riesca non possono non emergere i difetti strutturali di quello che già ai suoi tempi probabilmente poteva essere considerato un buon romanzo d’appendice. Continua a leggere “La grande letteratura emerge solo a tratti”

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Quando la realtà è un incubo gli incubi si fanno realtà

IlCardinaleNapellusRaccontiAgghiaccianiRecensione de Il cardinale Napellus e di Racconti Agghiaccianti, di Gustav Meyrink

Mondadori, Oscar, 1989

Newton, Tascabili economici, 1993

Recensisco questi due volumi congiuntamente perché entrambi contengono racconti di questo autore, e possono essere letti insieme, data la unitarietà delle tematiche trattate. Meyrink si dedica infatti alla scrittura di racconti nei primi anni del ‘900, subito dopo la conversione da banchiere a scrittore: quasi tutti i suoi racconti sono antecedenti alla stesura dei suoi cinque romanzi (tra i quali il più famoso è senza dubbio Il Golem, del 1915): questi due volumi ce ne presentano una selezione, e ci permettono di addentrarci nella conoscenza di una delle più singolari figure di intellettuale della Mitteleuropa a cavallo della prima guerra mondiale.
Meyrink è considerato autore esoterico per eccellenza, e le pagine di introduzione dei due piccoli volumi (quella del volume di Mondadori scritta da Jorge Luis Borges) vanno nel senso dell’esaltazione dell’elemento magico, irrazionale della sua scrittura, dell’influsso che su di essa ebbero le letture cabalistiche e le filosofie orientali. La lettura attenta di questi tredici racconti ci permette di affermare che se la magia, la presenza di forze oscure che determinano il nostro destino individuale e collettivo, il fantastico sono la cifra espressiva patente della produzione letteraria di Meyrink, tuttavia non si tratta di una cifra scelta dall’autore di per sé, ma di uno strumento espressivo attraverso il quale Meyrink Continua a leggere “Quando la realtà è un incubo gli incubi si fanno realtà”