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Il manifesto del luogocomunismo noir

Recensione di Aprile è il più crudele dei mesi, di Derek Raymond

Meridiano zero, Sottozero, 2006

Quanto sono importanti i titoli per determinare la scelta di acquistare un libro? A giudicare dalla mia esperienza riguardo questo romanzo, molto. Parecchi anni fa, all’epoca in cui acquistavo prevalentemente su internet – pratica di fatto abbandonata per tentare di dare il mio contributo alla sopravvivenza delle piccole librerie indipendenti – mi imbattei in un volume pubblicato dalla piccola casa editrice Meridiano zero, intitolato Aprile è il più crudele dei mesi, che come noto è il famoso incipit di The Waste Land di T. S. Eliot. Incuriosito, lessi le note relative al volume, che parlavano di Derek Raymond, l’autore, come di uno scrittore di culto nell’ambito del noir. Decisi quindi di fare uno strappo alla regola autoimpostami di acquistare solo classici e la mia libreria si arricchì di alcuni volumi dell’autore britannico. Poco dopo lessi Il mio nome era Dora Suarez, considerato uno dei capolavori di Raymond, e devo dire che il ricordo che ne conservo è quello di un romanzo intenso e sicuramente coinvolgente, soprattutto per come l’autore mi fosse parso in grado di immergere il lettore nel clima di violenza estrema ma al contempo ordinaria della nostra società.
Quando Aprile è il più crudele dei mesi si è presentato sul mio tavolo per essere letto, ho quindi provato un brivido di gioia sottilmente perversa al pensiero di potermi di nuovo immergere nelle atmosfere cupe, disperate e violente di Derek Raymond: la delusione che ho provato è stata purtroppo molto forte, ed ora non so se in questa dozzina di anni è cambiata la mia percezione rispetto a ciò che leggo oppure se davvero Il mio nome era Dora Suarez si collochi su un altro livello letterario rispetto a questo romanzo. Mi sento comunque di affermare che, almeno dal mio punto di vista, Aprile è il più crudele dei mesi è poco più di un manifesto del luogocomunismo noir, nel quale l’autore rivela tutte le sue lacune quanto a capacità di rendere letterariamente gli assunti che stanno alla base della sua necessità di scrivere. Vediamo però innanzitutto chi era Derek Raymond, perché la sua biografia è quantomeno interessante.
Robert William Arthur Cook nacque nel 1931 a Londra in una famiglia facoltosa ed aristocratica; insofferente dell’atmosfera familiare, che possiamo facilmente immaginare formale e opprimente, scappa spesso di casa; a sedici anni abbandona il collegio di Eton, cui il padre lo aveva iscritto tre anni prima, e che più tardi definirà un incubatore di sodomia; non appena maggiorenne lascia definitivamente la famiglia, e per buona parte degli anni ‘50 vive a Londra, frequentando gli ambienti artistici off della capitale. Dopo brevi periodi a Parigi, in Marocco e in Spagna, dove viene arrestato per aver insultato Franco in un bar, torna a Londra nel 1960, dedicandosi a mille mestieri, tra i quali il tassista, il prestanome per una gang criminale, il commerciante di materiale pornografico. Sono di questo periodo i suoi primi romanzi, pubblicati come Robin Cook. Passa quindi alcuni anni in Toscana, in una comune autoproclamatasi stato anarchico indipendente, di cui assume il duplice incarico di ministro degli esteri e delle finanze. Durante gli anni ‘70 è nel sud della Francia, dove fa il bracciante agricolo, il muratore e il macellaio. Tornato a Londra, dopo alcuni altri impieghi precari pubblica nel 1984, con lo pseudonimo di Derek Raymond, il suo primo romanzo noir, E morì ad occhi aperti, nel quale fa il suo debutto l’anonimo sergente della Factory, l’ufficio dei delitti irrisolti. Il successo ottenuto lo porta a dedicarsi professionalmente alla letteratura: scriverà altri quattro romanzi della serie della Factory, dei quali Aprile è il più crudele dei mesi rappresenta il secondo episodio, e alcune altre opere. Muore nel 1994.
Devo innanzitutto precisare che il titolo italiano, come si è visto per me decisivo nella scelta di acquistare il romanzo, è solo una (geniale) trovata dell’editore, essendo quello originale il ben più banale The Devil’s Home on Leave. Probabilmente il cambio è stato ispirato, oltre che dal fatto che effettivamente la vicenda si svolge in aprile, dalla anonima frase in francese (una libera traduzione del verso di Eliot?) che si trova in esergo al romanzo; Les mois d’avril sont meurtriers.
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Il “metodo James” negli USA del secondo dopoguerra

Recensione de La lotteria, di Shirley Jackson

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2007

Questo piccolo volume, un’ottantina di pagine, contiene quattro racconti. Tre di essi sono buoni racconti, che si inseriscono nell’ambito della letteratura attenta a descrivere l’alienazione e la nevrosi, sociale ed individuale, che covava sotto la cenere negli Stati Uniti usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale, lanciati verso l’egemonia sul mondo occidentale e verso la costruzione della società dei consumi, di cui molti altri grandi scrittori sono stati interpreti. Il quarto, che dà il nome al libro e lo apre, è semplicemente – a mio avviso – uno dei più potenti e sconvolgenti capolavori della letteratura statunitense, e non solo, del ‘900.
L’autrice, Shirley Jackson, nata nel 1916 in California, vissuta per molti anni in un piccolo villaggio del Vermont e morta a soli quarantotto anni, fu giornalista nonché scrittrice di alcuni romanzi e molti racconti. Molto nota in ambito anglosassone, soprattutto per il romanzo The Haunting of Hill House (L’incubo di Hill House, Adelphi, 2004 e 2016) e per La lotteria, nel nostro Paese è stata fatta conoscere da Adelphi, che ne ha pubblicato alcune delle opere.
Jackson non ebbe una vita facile. Proveniente da una famiglia conservatrice e con una madre che arrivò a definirla, per il suo aspetto che non rispettava i canoni della bellezza correnti, un aborto mancato, sposò un critico letterario, che però a quanto pare si rivelò autoritario e la tradì frequentemente. Le sue prese di posizione sui diritti dei neri e delle donne non la aiutarono certo, visto il contesto: quando La lotteria fu pubblicato sulle colonne del New Yorker, nel 1948, scatenò un putiferio, non è difficile immaginare a causa di quali sentimenti nazionali si sentissero gravemente offesi. Nonostante ciò ebbe già in vita alcuni significativi riconoscimenti.
Rilevo preliminarmente che a mio modo di vedere l’editore ha commesso un grave errore assemblando questi quattro racconti: aprire il volume con La lotteria significa infatti far assaggiare subito al lettore il boccone di gran lunga più prelibato, cosicché gli altri tre racconti risultano alla prima lettura piuttosto insipidi. Tale scelta non pare avere giustificazioni plausibili, visto che non segue neppure l’ordine temporale di uscita dei racconti. In queste mie note seguirò quindi un ordine diverso, lasciando per ultimo l’indiscusso gioiello e procedendo per così dire in ordine inverso d’importanza, almeno per ciò che è stato il mio personale giudizio.
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L’hard boiled d’autore che delude

PiomboeSangueRecensione di Piombo e sangue, di Dashiell Hammet

Guanda, Le Fenici Tascabili, 2002

Mi sono accostato a questo romanzo di Dashiell Hammett con molte aspettative. Hammett è infatti considerato l’inventore dell’hard boiled, il genere letterario incentrato sulla figura dell’investigatore privato solitario e duro, il cui modello è Sam Spade, e caratterizzato dal realismo delle storie raccontate, ambientate solitamente in città degli Stati Uniti violente, notturne e corrotte, dove domina la malavita organizzata, spesso in collusione con la polizia e la politica. Il discepolo più famoso di Hammett, Raymond Chandler, padre di Philip Marlowe, nel suo saggio La semplice arte del delitto afferma che ”Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori; e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali.” Questo realismo delle storie raccontate è infatti in grado, a mio avviso, di elevare il giallo o il noir al di sopra della scrittura commerciale, conferendogli una precisa dignità letteraria. È ciò che successe anche in Europa, grossomodo nello stesso periodo in cui scrive Hammett, con due autori che idearono interessanti figure di detective: Georges Simenon e Friedrich Glauser, con Maigret e il Sergente Studer, ci hanno fornito l’esempio di come il genere giallo possa essere usato per descrivere ambienti sociali, tormenti interiori, personalità complesse, insomma per fare vera letteratura. Ovviamente il contesto culturale in cui vivevano questi autori, affatto diverso da quello delle metropoli statunitensi, hanno portato a risultati stilistici e anche contenutistici del tutto diversi dall’hard boiled, ma si può dire che c’è stato un momento, significativamente coincidente con l’inizio della grande depressione e il progressivo avvicinarsi della seconda guerra mondiale, nel quale alcuni scrittori delle due sponde dell’Atlantico hanno ridefinito i cardini del poliziesco classico, così come erano stati fissati da Edgar Allan Poe ed elaborati da molti autori successivi, introducendovi elementi che mettevano in discussione l’assunto di ritorno all’ordine sotteso alla soluzione di misteriosi delitti.
Devo anche ammettere che vi è un altro elemento che rende per me affascinate la figura di Dashiell Hammett: la sua vicenda esistenziale e politica. Sfogliando la sua biografia, infatti, si scopre come il personaggio Hammett riassuma in sé tutte le specificità, le contraddizioni ed i drammi della democrazia statunitense che si avviava a divenire la potenza egemone del mondo capitalistico occidentale. Hammett fu in gioventù agente dell’Agenzia Pinkerton, la società di investigazione privata che tanta parte ha avuto, al servizio di grandi e piccoli capitalisti, nella repressione di scioperi e rivendicazioni sindacali prima e durante la grande depressione: questa esperienza lo ispirò nella scrittura dei suoi racconti e romanzi. Anche se non combatté a causa della tubercolosi, si arruolò sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, dimostrando un indubbio spirito patriottico, il che gli ha dato il diritto di riposare nel Cimitero Nazionale di Arlington. Ma Hammett fu soprattutto un comunista. Attivo politicamente su posizioni nettamente antifasciste sin dai primi anni ‘30, dal 1935 fece parte della Lega degli Scrittori Americani, associazione egemonizzata dal Partito Comunista degli Stati Uniti, e nel 1937 si iscrisse al Partito. Nel 1946 divenne presidente del Civil Right Congress, associazione che si batteva contro i processi a sfondo politico e razziale. Le sue idee lo portarono ad essere progressivamente emarginato dall’industria culturale statunitense, in particolare durante il primo dopoguerra e il maccartismo. Nel 1951 scontò sei mesi di carcere per essersi rifiutato di fare i nomi dei contributori di un fondo, di cui era tesoriere, a sostegno delle spese legali di sospetti comunisti, e il suo nome comparve nelle famigerate liste nere del senatore McCarthy: tutti i contratti legati alle sue opere vennero sospesi, e più tardi per una vicenda di tasse tutti i suoi beni confiscati. Oppresso dall’aggravarsi della malattia visse in povertà gli ultimi anni, morendo nel 1961. Questa vita complicata ha fatto sì che tutta la sua opera letteraria risalga all’anteguerra, essendo composta di soli cinque romanzi – di cui il più noto è sicuramente Il falcone maltese, del 1930, da cui una decina d’anni dopo fu tratto un celebre film con Humphrey Bogart nella parte di Sam Spade – e da numerose storie brevi.
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I nomi della cosa

LInchiestadiMesserDieuRecensione de L’inchiesta di Messer Dieu chirurgo e visionario nel Regno di Francia, di Franz-Olivier Giesbert

Frassinelli, 2000

Franz-Olivier Giesbert è innanzitutto un giornalista e un uomo di potere. Leggendo la sua biografia emerge come egli sia stato direttore di importanti mezzi d’informazione francesi, quali Le Nouvel Observateur, Le Point e Le Figaro. Negli anni ‘80 ha collaborato con importanti membri del Partito Socialista, contribuendo non poco a costruirne l’immagine mediatica. Ha scritto articoli e libri controversi sulle figure presidenziali di Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy, che più volte ne chiesero la testa, giornalisticamente parlando, ed ha condotto programmi culturali e di politica su varie emittenti televisive francesi.
Ha trovato però anche il tempo di scrivere una quindicina di romanzi, che in patria hanno ricevuto importanti premi e alcuni dei quali sono stati tradotti anche in italiano.
Tra questi vi è L’inchiesta di Messer Dieu chirurgo e visionario nel regno di Francia, lungo titolo che l’editore italiano ha voluto abbastanza inspiegabilmente dare al più sintetico Le Sieur Dieu originale. Edito nel 1998, è la quarta fatica letteraria dell’autore, e fu pubblicato in Italia da Frassinelli due anni dopo, in una edizione ancora rintracciabile, sia pure a fatica. Si tratta di un romanzo storico, che ha l’ambizione di descrivere accuratamente un preciso e cruciale periodo della storia francese, o meglio di una regione della Francia, per cui ritengo necessario iniziare la mia analisi da tale elemento.
Nell’aprile del 1545 il sud della Francia, e in particolare la zona circostante il massiccio del Luberon, è stata teatro di orrendi massacri che hanno avuto come vittime le comunità valdesi. All’epoca la Provenza era divisa in due unità politiche distinte: La Contea di Provenza, facente parte del Regno di Francia, e il Contado Venassino, area circostante Avignone delimitata verso est dalla Durance e dal Rodano, che costituiva, insieme alla città, una enclave del papato. Anche se da quasi due secoli il Papa era tornato a Roma, queste terre erano a tutti gli effetti dominio della Chiesa, e tali sarebbero rimaste sino alla Rivoluzione del 1789. Nei villaggi attorno al Luberon, sia in territorio papale sia nella contea francese, si erano insediati, a partire dall’inizio del XVI secolo, numerose comunità valdesi, chiamate dal vescovo di Marsiglia a ripopolare l’area, di fatto abbandonata dopo aspre lotte tra papalini e francesi. I Valdesi, il cui credo era nato a Lione nel XII secolo, erano uno dei tanti movimenti pauperisti medievali: predicavano il distacco dai beni materiali e non riconoscevano l’autorità del Papa, anche perché la Chiesa cattolica li aveva scomunicati sin dal 1184, soprattutto a causa della loro pretesa di predicare ed interpretare in pubblico la bibbia, da loro tradotta nelle varie lingue volgari. La Chiesa cattolica percepiva benissimo che la diffusione della bibbia a livello popolare avrebbe minato il suo monopolio sull’interpretazione dei testi sacri, per cui difese strenuamente nei secoli l’impiego del solo latino e il diritto dei soli sacerdoti di spiegarli al popolo.
Tuttavia sia da parte della Chiesa sia da parte della Francia vi furono periodi di tolleranza nei confronti dei Valdesi, tanto che come detto essi si poterono stabilire liberamente nell’area del Luberon, provenendo principalmente dalle Alpi: si calcola che oltre 1.400 famiglie valdesi vivessero in una quarantina di villaggi della zona, sostentandosi con l’agricoltura e l’allevamento. La situazione cambiò attorno al 1530, anche in seguito all’adesione dei Valdesi ai principi del calvinismo. Francesco I, che sino ad allora aveva pensato di utilizzare il protestantesimo per indebolire il suo grande nemico Carlo V, vide nel calvinismo una minaccia al suo potere assoluto, e – servendosi della chiesa cattolica e della Santa Inquisizione – iniziò una persecuzione sistematica di calvinisti e valdesi, dando di fatto inizio a quelle che sarebbero divenute, pochi anni dopo, le guerre di religione francesi.
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O questo romanzo è vuoto, o la mia capacità interpretativa si è fermata

LIndagineRecensione de L’indagine, di Juan José Saer

Einaudi, L’arcipelago, 2006

In quarta di copertina di questo volume, edito da Einaudi nella collana L’arcipelago nei primi mesi del 2006, dopo una breve introduzione alla trama del romanzo si trova scritto: ”Juan José Saer (1937 – 2005), recentemente scomparso, è considerato il miglior scrittore argentino di questi ultimi anni”.
Data le mia completa ignoranza riguardo l’autore e la sua opera, ho deciso di informarmi sommariamente, ed in effetti da ciò che ho letto emerge il ritratto di uno scrittore importante, o perlomeno celebrato, autore di una dozzina di romanzi, di racconti e saggi: un autore che ha raccontato con una prosa personale e intrigante i drammi politici e sociali dell’Argentina dalla caduta di Peron alla dittatura militare alla travagliata e contraddittoria riconquista della democrazia, facendo proprie le lezioni di Borges e dei modernisti del primo novecento. Ebbene, la lettura de L’indagine, romanzo edito nel 1994, non mi ha restituito alcunché di tutto questo, provocandomi una forte delusione: essendo la prima (e probabilmente l’ultima) opera di Saer da me letta, non posso che coltivare il dubbio rispetto alle cause di tale delusione.
La prima ipotesi, forse la più probabile, è che L’indagine sia un’opera minore e non riuscita di Saer, pubblicata da Einaudi subito dopo la sua morte per evidenti finalità di mercato (si sa che la dipartita e il Premio Nobel sono fra le principali motivazioni della riproposizione di un autore contemporaneo). Avvalorano questa ipotesi due indizi: il fatto che oggi di Saer non vi sia più traccia nell’intero catalogo Einaudi e l’autore sia stato lasciato nelle mani di un piccolo editore specializzato nella letteratura di lingua spagnola, e la sciatteria della traduzione di Paola Tomasinelli, sulla quale tornerò, segno forse della necessità di andare in stampa frettolosamente, prima che svanisse l’effetto decesso. Non a caso l’edizione oggi in commercio è frutto di un’altra traduzione.
L’ipotesi alternativa, che pure ha una sua plausibilità, è che io non sia stato in grado di capire il romanzo, di coglierne ed apprezzarne i sottili fili conduttori, i richiami ed i colti rimandi, la ricchezza della scrittura. In effetti può essere, considerando i miei indubbi limiti critici e culturali e i pregiudizi che nutro sulla letteratura contemporanea: quanto ai primi non vi è rimedio, ma quanto ai secondi giuro che ho iniziato a leggere L’indagine a mente aperta: dopo la prima lettura ho anche riletto il breve romanzo, cercando di scandagliarne più in profondità il contenuto, ma senza risultati apprezzabili.
La struttura compositiva e narrativa de L’indagine è complessa, e il lettore la scopre a poco a poco. Il primo dei pochi, lunghi capitoli in cui il romanzo è suddiviso ci immerge in una vicenda poliziesca e venata di accenti grandguignoleschi. Siamo a Parigi, nell’undicesimo arrondissement, alla vigilia di natale. In boulevard Voltaire (per inciso lo stesso nel quale si trova il Bataclan, oggi tragicamente noto) è stato istituito un distaccamento speciale della sezione omicidi della polizia, perché in pochi mesi un serial killer ha ucciso ventisette anziane signore che vivevano sole. Gli omicidi, tutti compiuti nei dintorni, sono caratterizzati da una inaudita efferatezza che l’autore descrive crudamente: il killer cena con le vittime (che quindi hanno fiducia in lui), a volte i due hanno un rapporto sessuale, quindi, denudatosi, le uccide con un coltello da cucina, squartandole e mutilandole in modo orrendo e violentando il cadavere: dopo aver fatto una doccia per pulirsi ed essersi rivestito il killer mette a soqquadro l’appartamento della vittima e se ne va portando via le chiavi.
A capo del distaccamento che ha il compito di individuare l’assassino seriale è il commissario Morvan, un quarantenne dalle complesse vicende personali, abile investigatore amato dai suoi uomini. Egli sente la responsabilità di non essere ancora giunto ad alcun risultato, anche perché l’opinione pubblica e i superiori sono allarmati: ha delineato il profilo sociale e psicologico dell’assassino, ma non riesce ad incastrarlo.
Nel secondo capitolo la scena si sposta in Argentina, a Santa Fe. Tre amici, Pichón Garay, Tomatis e Marcelo Soldi, Pinocchio per gli amici, sorseggiano birra e mangiano stuzzichini in un bar all’aperto. È una serata di fine marzo e l’estate sta finendo, anche se fa ancora molto caldo. Pichón e Tomatis, vicini alla cinquantina (entrambi alter-ego dell’autore), sono amici da decenni, mentre Soldi è un giovane ricco da poco conosciuto da Tomatis. Pichón vive da vent’anni a Parigi, ed è tornato in Argentina per una questione legata alla vendita della casa di famiglia: i due amici si sono quindi rivisti da poco, dopo moltissimi anni, e la ricostruzione del loro rapporto viene osservata dal giovane Soldi con curiosità.
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Le inquietudini pronte ad esplodere nell’Italia del Boom

VenerePrivataRecensione di Venere privata, di Giorgio Scerbanenco

Garzanti, Elefanti, 2002

Il luogo dove si svolgono le drammatiche scene finali di Venere privata è il condominio Ulisse, ”oltre via Egidio Folli e oltre il dazio”. Siamo a Milano, a metà degli anni ‘60, e quella via, quel condominio, situati all’estrema periferia orientale della città, sono emblematici a mio avviso del clima che pervade il romanzo e del fascino che la sua ambientazione esercita sul lettore di oggi, almeno su quello della mia generazione.
Quando Livia Ussaro, una delle protagoniste del romanzo, vi giunge in taxi, tra lei e l’autista si svolge il seguente dialogo:
”«Qui è finita via Folli, siamo in campagna, […] Dov’è che devo andare?» […] «Più avanti, c’è un grande palazzo, sulla sinistra.» Lo stradone correva tra campi coltivati e per un lungo tratto non c’erano case, di nessun genere, l’illusione di essere in aperta campagna era quasi perfetta.”
Via Egidio Folli esiste davvero. Oggi termina a ridosso dello svincolo di Lambrate della Tangenziale est e un cancello metallico segna bruscamente la fine dell’asfalto. Nessuna illusione di essere in aperta campagna: i pochissimi campi e boschetti rimasti al di qua e al di là della immane cesura della tangenziale sono inglobati tra un groviglio di strade e svincoli, cui la recente rotondizzazione selvaggia ha conferito un aspetto da ottovolante, e una urbanizzazione pervasiva e disordinata, fatta di grandi palazzoni, capannoni artigianali, grandi parcheggi per lo più inutilizzati e qualche cascina che ancora si ostina a testimoniare incongruamente il passato agricolo dell’area. Poco oltre la tangenziale due luoghi simbolo delle vicende italiane di questi ultimi decenni: a nord quello che è stato il primo nucleo dell’impero berlusconiano, Milano due, con i suoi viali alberati e i suoi laghetti artificiali, la grande speculazione da cui tutto ebbe inizio; a sud le macerie della Innocenti, la grande fabbrica dove nacque uno dei miti del boom economico italiano: la Lambretta.
Se la trama di Venere privata ci restituisce l’idea di un romanzo di genere, se come vedremo le vicende che narra e le caratterizzazioni di alcuni dei personaggi non sono scevre da una certa ingenuità, è soprattutto nella sua ambientazione, temporale e spaziale, oltre che in una certa eterodossia degli argomenti trattati, degli stessi personaggi e delle situazioni narrate che vanno ricercati – a mio modo di vedere ma, credo di poter dire, anche secondo la grande maggioranza dei critici – gli elementi che forse oggi più che al tempo della sua uscita elevano questo romanzo oltre gli stretti confini del poliziesco, e che fanno di Scerbanenco un autore in qualche modo di culto.
La trama, infatti, della quale non dirò molto, visto che il suo dipanarsi deve in questi casi essere lasciato al piacere della lettura, è piuttosto banale. C’è un apparente suicidio che si rivela essere un omicidio, una sorta di investigatore privato che con metodi non convenzionali scopre dietro questo fatto una importante organizzazione criminale e riesce a sgominarla. Tutto nella norma, quindi, se non ci fossero dei però e degli elementi di contorno inquietanti che prendono nettamente il sopravvento rispetto alla vicenda nuda e cruda. Il primo è la constatazione che l’investigatore, colui che risolverà il caso è tutt’altro che un eroe positivo: Duca Lamberti, che sarà protagonista di una tetralogia di cui Venere privata è il primo episodio, è un giovane medico che incontriamo all’inizio del romanzo appena uscito di prigione dopo una condanna a tre anni per aver praticato l’eutanasia ad una signora malata terminale, condanna per la quale è stato anche radiato dall’albo.
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Ovviamente quello delle ultime cose è un altro paese

NelPaesedelleUltimeCoseRecensione di Nel paese delle ultime cose, di Paul Auster

Einaudi, Tascabili, 2003

Paul Auster pubblica Nel paese delle ultime cose nel 1987, subito dopo La trilogia di New York, l’opera che lo portò all’attenzione del pubblico e della critica. Si tratta di un romanzo per certi versi anomalo rispetto alla produzione dello scrittore statunitense, soprattutto perché si cimenta con un genere, quello della letteratura distopica, che – almeno per il momento – lo scrittore non ha più affrontato, ed anche perché, contrariamente alla quasi totalità della sua opera narrativa, non è ambientato a New York e neppure negli Stati Uniti.
All’interno di questa cornice inusuale troviamo però in questo romanzo alcuni dei temi tipici della letteratura di Auster: il rapporto tra il linguaggio e l’oggetto della rappresentazione semantica (le cose), la struttura sociale come leviatano che costringe l’uomo ad una incessante lotta per l’esistenza, il caso come fattore determinante il corso della vita, la funzione dello scrittore e della scrittura come strumenti della memoria collettiva.
Dico subito che a mio avviso queste tematiche, indubbiamente di grande rilevanza, vengono trattate da Auster in maniera inadeguata e confusa, conferendo al romanzo un alone di superficialità, di attenzione al meccanismo della scrittura, di ossessione per l’effetto, per la bella pagina più che per il suo contenuto, che mi è capitato di riscontrare anche nelle altre opere dello scrittore statunitense che ho letto.
Aggiungendo il fatto che – come vedremo – Auster affronta il tema della società distopica da una prospettiva esterna, con un intento generale che dal mio punto di vista porta il lettore occidentale a ritrarsi in una dimensione consolatoria, ne deriva un personale giudizio di perplessità sia rispetto alla costruzione del romanzo sia rispetto al suo intento politico, a dispetto delle tante critiche entusiastiche che si trovano in rete e non solo.
Il romanzo si compone di una lunga lettera che la protagonista, la giovane Anna Blume, scrive ad un amico (il vecchio fidanzato?) da una anonima città in cui si è recata alcuni anni prima per cercare il fratello giornalista, scomparso subito dopo essere stato inviato dal suo giornale per mandare reportage sulla situazione politica, sociale e culturale del paese di cui la città è la capitale. Nel paese infatti si sono succedute rivolte e colpi di stato, e la situazione economica è precipitata. Continua a leggere “Ovviamente quello delle ultime cose è un altro paese”

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Il prezioso documento di una civiltà rurale lontana ma così vicina

LaLeggendadellaMorteRecensione de La leggenda della morte, di Anatole Le Braz

Sellerio, La memoria, 2003

Chiunque abbia visitato la Bretagna sarà probabilmente rimasto affascinato dalla peculiarità che assume l’arte religiosa in quella regione così poco francese. Ciò che colpisce a prima vista è soprattutto l’aspetto popolare dei monumenti e degli edifici religiosi. Le chiese, con l’eccezione delle cattedrali cittadine, presentano in genere architetture nelle quali il gotico, che ne è lo stile dominante, assume forme quasi dimesse: raramente vi è lo slancio verso l’alto tipico dell’ortodossia di questo stile, e molte chiese sembrano semplici case di grigio granito cui siano stati incongruamente aggiunti portali e finestre ad arco acuto. L’interno contrasta ancora di più con i canoni del gotico, essendo in genere luminoso e colorato: le navate sono ricche di statue in legno policromo di santi ritratti con fattezze di popolani, accanto a cui spesso si trovano i simboli dei mestieri di contadino o di marinaio. Ma sono i famosi recinti parrocchiali dei villaggi della Bassa Bretagna, al cui interno troviamo gli splendidi calvari brulicanti di figure scolpite, a segnare l’apoteosi dell’arte religiosa bretone. Nel calvario bretone le croci che svettano verso il cielo sono quasi solo un elemento secondario, perché il vero cuore del complesso è il popolo di figuranti scolpito nel granito alla base delle croci: l’immediatezza, l’ingenua espressività di quelle statue, in cui spesso riconosciamo i tratti degli abitanti di quelle terre, ci restituiscono il senso di un’esperienza religiosa che faceva parte di un sentire comune, cui si faceva riferimento per dare un senso ad una condizione materiale segnata dalla miseria e dalla costante vicinanza della morte, e che esprimeva questa partecipazione collettiva anche attraverso le manifestazioni dell’arte, altrove volta a celebrare una divinità distante e idealizzata. Sembra al visitatore che in questa terra la religione, intesa come insieme di credenze e di regole sociali condivise, abbia giocato un ruolo fondamentale nella definizione dell’identità stessa della popolazione, sicuramente più che nel resto della Francia e in altre regioni rurali d’Europa. Quasi sempre infatti, anche nelle terre che hanno espresso forti sentimenti di religiosità popolare (si pensi al nostro meridione o alla Spagna), questi sono espressi attraverso cerimonie e manifestazioni, mentre l’architettura resta latrice di un messaggio ufficiale attraverso cui la Chiesa spiega al popolo in maniera unidirezionale i propri dogmi. In Bretagna sembra di poter dire che il sentimento popolare abbia partecipato attivamente alla costruzione delle forme attraverso cui tale messaggio è stato costruito. Continua a leggere “Il prezioso documento di una civiltà rurale lontana ma così vicina”

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La nascita del romanzo come anestetico

ilcastellodiotrantoRecensione de Il castello di Otranto, di Horace Walpole

Frassinelli, i Classici classici, 1995

Circa un anno fa ho recensito L’italiano, di Ann Radcliffe, uno dei prototipi del romanzo gotico, scritto verso la fine del XVIII secolo. Ora mi ritrovo ad aver letto, nella stessa benemerita – ma ahimè scomparsa – collana I Classici classici di Frassinelli, il vero antesignano di questo genere di romanzi, pubblicato oltre trent’anni prima: Il castello di Otranto di Horace Walpole.
Walpole, che apparteneva alla grande nobiltà inglese, scrisse il suo romanzo più famoso nel 1764, all’età di 47 anni, quando ormai da 10 viveva nella sua residenza di Strawberry Hill, nei pressi di Londra, e stava trasformandola in un bizzarro maniero neogotico.
La Gran Bretagna, il paese in cui il processo di industrializzazione e di costruzione dei cardini fondativi della società borghese era più avanzato, stava donando alla letteratura mondiale uno straordinario strumento culturale: la novel, il romanzo borghese moderno. Nell’arco della quarantina d’anni immediatamente precedenti il romanzo di Walpole vengono pubblicati alcuni dei capolavori assoluti della narrativa di ogni tempo: il Robinson Crusoe di Defoe è del 1719; Richardson pubblica Pamela nel 1740, Fielding il Tom Jones nel 1749, ed il filotto si completa nel 1760, con la pubblicazione del primo volume del Tristram Shandy di Sterne. A questa incredibile sequenza mi permetto di aggiungere un’opera maledetta, a lungo messa all’indice per il suo contenuto sinceramente pornografico, ma che a mio avviso occupa anch’essa un posto centrale nell’evoluzione del romanzo borghese: Fanny Hill di John Cleland, che è del 1748.
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