Pubblicato in: Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

All’ombra di Gabo

Recensione de La strana prole del cardinale Guzman, di Louis de Bernières

Guanda, Narratori della Fenice, 2006

Cosa ci fa uno scrittore inglese nel mondo di Gabriel García Márquez? È la domanda che mi sono posto mentre leggevo La strana prole del cardinale Guzman di Louis de Bernières, ed al termine della lettura non ho potuto che darmi questa risposta: sfrutta un filone letterario redditizio per costruire una propria personalità artistica che in qualche modo possa attirare l’attenzione del pubblico.
Louis de Bernières, il cui nome rivela chiare ascendenze francesi, è nondimeno, come detto, uno scrittore inglese, nato nel 1954, il cui romanzo più noto è probabilmente Il mandolino del capitano Corelli, del 1994, dal quale nel 2001 fu tratto un non memorabile film con protagonista Nicholas Cage.
Può essere preliminarmente interessante ripercorrere le fortune editoriali di questo autore in Italia, in quanto a mio avviso riflettono bene i meccanismi commerciali dell’industria culturale contemporanea.
I primi tre romanzi di de Bernières, pubblicati nei primi anni ‘90 e formanti la cosiddetta Trilogia latino-americana, furono all’inizio sostanzialmente ignorati dall’editoria nostrana. Nel 1994 uscì Captain Corelli’s Mandolin, che ebbe un buon successo, ed un paio di anni dopo Longanesi lo pubblicò nel nostro paese con il titolo Una vita in debito. Null’altro accadde fino al 1999, quando Fazi pubblicò il secondo volume della trilogia. Quindi nel 2001 uscì il film, molto pubblicizzato in Italia sia per il suo ottimo cast sia perché narrava di un soldato italiano in Grecia durante la seconda guerra mondiale, ed entrò in scena la casa editrice Guanda, che pubblicò nello stesso anno il romanzo, dandogli ovviamente (e correttamente) il titolo del film, e nel giro di un lustro anche due romanzi della Trilogia latino-americana e altre due opere dell’autore, non mancando di riportare in copertina Autore di “Il mandolino del capitano Corelli”; quest’ultimo viene pubblicato nel 2003 anche dalla casa editrice TEA.
Insomma, un fortissimo interesse culturale per le opere di questo autore che appartiene a quella schiera di grandi romanzieri che comprende Charles Dickens ed Evelyn Waugh, come ci informa Antonia Susan Byatt in quarta di copertina de La strana prole del cardinale Guzman. Senonché questo interesse editoriale sembra essere scemato altrettanto celermente quanto era cresciuto all’uscita del film, se è vero che oggi di de Bernières in libreria si trovano malinconicamente solo 2-3 titoli sugli scaffali dei remainder, editi anni fa, e del celebrato Mandolino non vi è più traccia. Insomma, siamo di fronte all’ascesa e alla caduta di un autore dettate unicamente dall’uscita di un film tratto da un suo romanzo.
Purtroppo devo ammettere che questi meccanismi editoriali evidentemente funzionano, se una dozzina di anni fa ho acquistato, forse ammaliato anche dalla copertina indubbiamente attraente, questo volume che ora mi sono trovato a leggere.
La strana prole del cardinale Guzman è l’ultimo romanzo della Trilogia latino-americana, essendo preceduto da e concatenato a Don Emmanuel e la guerra delle bacche e a Señor Vivo & il Coca Lord. Prima di diventare scrittore, de Bernières ha tra l’altro vissuto in Colombia facendo l’insegnante di inglese, ed è da questo periodo della sua vita, dalla vicinanza anche fisica con Gabriel García Márquez che ha indubbiamente tratto l’ispirazione per scrivere la trilogia. I luoghi del romanzo, infatti, ed anche alcuni personaggi, pur essendo in gran parte frutto della fantasia dell’autore richiamano spesso esplicitamente contesti colombiani.
Le vicende narrate nel romanzo sono complicate e contengono numerosi rimandi ai capitoli precedenti della trilogia, cosicché a volte non è facile per il lettore districarsi tra le cose che lo scrittore dà per scontate essendo riferite ad avvenimenti già narrati.
Continua a leggere “All’ombra di Gabo”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Il professore e il ragazzo: una piccola grande storia dei roaring twenties

Recensione de La casa del professore, di Willa Cather

Giano, Biblioteca, 2003

La casa del professore esce nel 1925, un anno prima di Il mio mortale nemico, unico altro romanzo da me sinora letto dell’autrice statunitense. Entrambi appartengono quindi a quella che potrebbe definirsi la seconda fase della letteratura di Willa Cather, nella quale, abbandonati gli scenari emblematicamente piatti del midwest che fanno da contorno alle storie di pionieri e coloni dei primi romanzi, si rivolge prevalentemente a contesti di tipo storico o urbano per continuare le sue riflessioni sul senso di esilio e straniamento che deriva dal contrasto tra il sentire dei suoi personaggi e la realtà che li circonda.
In quello stesso 1925 venne pubblicato anche il romanzo che diventerà uno dei più potenti simboli letterari dei ruggenti anni venti: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Ritengo tale coincidenza un dato da tenere presente, perché un confronto a distanza tra questi due romanzi può risultare utile al fine di esplorare la capacità della grande letteratura di avvalersi di stili e tematiche del tutto diverse per descrivere e analizzare nel profondo il senso di un’epoca. Tenterò questo azzardato confronto solo al termine di questo commento, in quanto prima è necessario entrare in punta di piedi ne La casa del professore, letto nella eccellente traduzione di Monica Pareschi, ancora oggi fortunatamente disponibile in libreria in una diversa edizione.
Brevemente i complessi personaggi e la flebile trama dell’opera: Il professor Godfrey St. Peter, di chiare ascendenze franco-canadesi, è un maturo insegnante di Storia all’università di Hamilton, sul lago Michigan: ha acquisito una certa fama accademica pubblicando una monumentale storia delle esplorazioni spagnole nel Nordamerica, e ha appena comprato una nuova casa. È sposato con Lillian, donna intelligente ed energica, da cui ha avuto due figlie, entrambe sposate: la maggiore, Rosamond, con Louie Marsellus, un giovane spregiudicato ed arrivista che sta divenendo molto ricco; Kathleen con Scott McGregor, giornalista che scrive pezzi umoristici sul giornale locale per compensi abbastanza modesti. Louie e Rosamond ostentano la loro ricchezza, e questo rende complicati i rapporti tra le due sorelle. Anche a St. Peter i generi non sono simpatici, trovando in particolare volgare l’arrivismo di Louie; la moglie, al contrario, è affascinata dal vitalismo del genero, e tra i due c’è un rapporto ambiguo, carico di un sotteso erotismo. Incontriamo St. Peter mentre è nel vecchio studio dove per quindici anni si è ritirato a scrivere la sua grande opera storica: le altre stanze della casa sono state svuotate, ma egli decide che non può abbandonare quella stanza nella quale oltre alla sua scrivania campeggiano il tavolo da lavoro e i manichini di Augusta, una vecchia e saggia sarta che lavora in famiglia, con la quale ha condiviso lo spazio. Decide così, nonostante l’ironia della moglie, delle figlie e dei generi, di continuare a pagare l’affitto della vecchia casa e continuare a lavorare lì.
Presto si viene a sapere che la ricchezza di Louie e Rosamond è dovuta allo sfruttamento commerciale della scoperta di un gas impiegato nell’industria aeronautica, fatta anni prima da un giovane studente dell’Università, Tom Outland, morto in Europa nel corso della Guerra Mondiale: Tom era fidanzato di Rosamond, e prima di partire per la guerra ha lasciato a lei i suoi pochi beni, compreso il brevetto del gas che egli non intendeva comunque sfruttare commercialmente. È stato merito di Louie, giunto in città alcuni anni dopo e fidanzatosi a sua volta con Rosamond, avere capito e messo a frutto le potenzialità commerciali della scoperta di Tom.
Continua a leggere “Il professore e il ragazzo: una piccola grande storia dei roaring twenties”

Pubblicato in: Biografie, Classici, Comunismo, Letteratura, Letteratura russa, Libri, Narrativa, Novecento, Parigi, Recensioni, URSS

Tra Parigi e Mosca: l’arte ai tempi del potere assoluto

Recensione di Vita del Signor de Molière, di Michail A. Bulgakov

Rizzoli, BUR, 2005

Alcuni anni fa, commentando la lettura de Il Tartuffo di Molière, lo definii – senza alcuna pretesa di originalità – un’opera emblematica del rapporto tra l’artista e il potere. Leggere Vita del Signor de Molière, opera poco nota ma importante di Michail A. Bulgakov edita dalla BUR con una bella prefazione di Aleksandr Ninov che offre numerosi spunti critici, ha confermato ed ampliato il mio giudizio di allora, perché non solo l’opera più nota del drammaturgo francese, ma tutta la sua vicenda artistica, e di conseguenza anche larga parte di quella umana, possono essere lette, come in effetti Bulgakov fa, come paradigmatiche dei fili, a volte sottili ed ambigui, a volte più grossolani ed espliciti, non di rado crudeli, che legano il potere politico (in ispecie – ma a mio avviso non solo – quando questo ha i tratti dell’assolutismo) alla produzione artistica.
Per Bulgakov, scrittore e uomo di teatro, il drammaturgo francese era un punto di riferimento intellettuale ed umano di primaria importanza, ed al proposito ebbe a dire: ”Io amo Molière, e lo leggo e rileggo fin dagli anni dell’infanzia. Egli ha avuto una grande influenza sulla mia formazione di scrittore. Mi ha sempre affascinato la personalità di quello che è stato il maestro di intere generazioni di drammaturghi, del commediante sulla scena e dell’uomo sfortunato, malinconico e tragico nella vita.” Questo amore per l’artista e per l’uomo è di fatto il primo sentimento che traspare dalla lettura di questa bellissima biografia, scritta da Bulgakov in tempi difficili, tra il 1932 e il 1933, pubblicata in URSS solo nel 1962 in una edizione parziale e integralmente a Kiev nel 1989, quando l’autore era morto da ormai quasi quarant’anni. La prima domanda che ci si deve a mio avviso porre è: perché la biografia di un commediografo francese del XVII secolo, universalmente riconosciuto come uno dei più grandi di tutti i tempi, che avrebbe dovuto comparire nella collana popolare Vita degli uomini illustri fu soggetta a una trentennale censura totale? Per capirlo è necessario immergersi nell’atmosfera dell’URSS dei primi anni ‘30 e analizzare il modo nel quale Bulgakov redige l’opera.
Nel periodo in cui Bulgakov scrive la Vita del Signor de Molière, Stalin ha ormai assunto il pieno controllo del Partito e dello stato: liquidata l’opposizione di sinistra trotskista e lanciato il primo piano quinquennale, ha avviato la collettivizzazione dell’agricoltura e presto entrerà in rotta di collisione con l’opposizione di destra buchariniana, dando il via – dopo l’assassinio di Kirov nel 1934 – alle purghe.
Nonostante il personale apprezzamento di Stalin delle prime opere di Bulgakov, in particolare del dramma I giorni dei Turbin, nel 1929 fu vietata la pubblicazione e la rappresentazione delle sue opere, e ancora il 18 marzo del 1930 l’autore ricevette dal Glavrepertkom – la potente commissione per il controllo delle opere teatrali – il divieto di rappresentazione de La cabala dei devoti, una pièce teatrale dedicata alla potente congregazione che di fatto fu responsabile del divieto di rappresentazione del Tartuffo ai tempi di Molière. Pochi giorni dopo Bulgakov scrisse una celebre lettera direttamente a Stalin, denunciando l’impossibilità per un artista di diffondere la propria opera nell’URSS di quel tempo, e chiedendo il permesso di espatriare. Stalin telefonò personalmente allo scrittore il 18 aprile, significativamente quattro giorni dopo il suicidio di Vladimir Majakovskij, negandogli il permesso di espatrio ma offrendogli un posto di aiuto regista ed attore al MchAT, il prestigioso teatro d’arte di Mosca fondato alla fine dell’800 da Konstantin Stanislavskij. Nel biennio successivo I giorni dei Turbin e La cabala dei devoti poterono andare in scena, ma in generale all’opera di Bulgakov la critica ufficiale e la censura continuarono a guardare con sospetto.
Tra le altre opere curate da Bulgakov in questo periodo si segnala, a testimonianza del suo amore per Molière, Il folle Jourdain, sorta di mix di alcune delle commedie più note del drammaturgo francese.
Continua a leggere “Tra Parigi e Mosca: l’arte ai tempi del potere assoluto”

Pubblicato in: Classici, Erotismo, Letteratura, Letteratura belga, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Una donna, non una moglie

Recensione de La donna di Gilles, di Madeleine Bourdouxhe

Adelphi, Fabula, 2005

Visto che solitamente passa qualche settimana tra il momento in cui termino di leggere un libro e quello in cui lo commento, ho preso l’abitudine di rileggerlo velocemente subito prima di scriverne, al fine di richiamare alla memoria le sensazioni che mi aveva ispirato. Questo esercizio si rivela importante perché la rilettura mi porta spesso a correggere ed affinare il giudizio che mi ero formato in prima battuta sul libro, ed a volte a rivederlo sostanzialmente. È questo il caso di La donna di Gilles di Madeleine Bourdouxhe, la cui rilettura mi ha aperto orizzonti interpretativi che non erano affatto emersi alla prima, forse affrettata, lettura di un paio di mesi fa.
Madeleine Bourdouxhe è stata una scrittrice belga che ha attraversato tutto il XX secolo – essendo nata nel 1906 e morta a novant’anni – conoscendo una fama limitata ed alterna anche a causa della esiguità della sua produzione letteraria. La donna di Gilles, pubblicato a Parigi nientemeno che da Gallimard nel 1937 ed accolto all’epoca da critiche molto favorevoli, è il suo primo romanzo. La guerra e l’occupazione nazista del Belgio interruppero i rapporti della scrittrice con la grande editoria francese: partecipò attivamente alla resistenza e pubblicò nel 1943 presso una piccola casa editrice di Bruxelles un secondo romanzo, À la recherche de Marie, recentemente edito in Italia da Adelphi, ed un altro romanzo l’anno successivo. Amica di Simone de Beauvoir, che elogiò La donna di Gilles per la sua capacità di descrivere il diverso atteggiamento maschile e femminile nei confronti del sesso, e di Jean-Paul Sartre, nel dopoguerra visse tra Parigi e Bruxelles, pubblicando solo altri due libri nel corso degli anni ‘80, pur continuando a scrivere per tutta la vita. La sua scarna opera, incentrata essenzialmente su caratteri femminili, fu sostanzialmente dimenticata per alcuni decenni, sino a venire riscoperta dalla critica letteraria di matrice femminista.
La donna di Gilles, pubblicato anni fa in Italia da Adelphi nella efficace traduzione di Graziella Cillario e da cui nel 2004 è stato tratto un film, è un breve romanzo che ad una prima lettura mi era apparso sostanzialmente banale quanto a vicenda narrata e tratteggiante un personaggio femminile, quello della protagonista Élisa, che, in quanto votato all’annullamento di sé in nome dell’amore assoluto per il marito, appariva lontano anni luce da una visione novecentesca della donna e non sembrava certo il modello di eroina femminile in grado di suscitare gli entusiasmi del movimento femminista negli anni ‘70 e ‘80.
La vicenda è infatti quella di un matrimonio felice messo in crisi dal tradimento di Gilles, il marito di Élisa, con la sorella più giovane di lei, la spregiudicata Victorine. Gilles è un giovane operaio che lavora in una grande fabbrica di una città del nord Europa, nella quale si riconosce la Liegi del carbone e dell’acciaio dove l’autrice nacque: i due vivono in un modesto appartamento di un quartiere operaio, tra i fumi delle fabbriche; hanno due gemelle ed Élisa è di nuovo incinta. L’ambientazione operaia del romanzo è importante, non tanto per le possibili implicazioni di carattere sociale, qui del tutto assenti, ma a mio avviso perché in questo modo l’autrice ha voluto discostarsi definitivamente dal cliché di dramma borghese che caratterizza i grandi romanzi ottocenteschi centrati sul tema dell’adulterio.
Élisa ama appassionatamente il marito: anche se la loro vita sessuale è divenuta ormai routinaria, Gilles è comunque un marito premuroso e un un tenero padre. In questo ménage apparentemente tranquillo si inserisce Victorine, giovanissima, bella e sessualmente vorace, che un giorno, all’inizio del romanzo, si lascia baciare da Gilles. Élisa capisce presto, dai cambiamenti nel comportamento del marito, quello che sta succedendo, ed è mossa sin da subito da un solo obiettivo: riconquistare l’amore di Gilles. Non gli fa scenate, non gli fa capire di sapere: lo scruta e lo segue per mesi cercando di definire una strategia d’azione, partorendo nel frattempo un maschietto.
Continua a leggere “Una donna, non una moglie”

Pubblicato in: Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Forse chi soccombe davvero è la letteratura

Recensione de Il soccombente, di Thomas Bernhard

Adelphi, gli Adelphi, 2004

Concludendo le mie riflessioni su L’imitatore di voci, prima opera da me letta di Thomas Bernhard, mi rallegravo che l’autore avesse deciso che scrivere avesse ancora un senso, nonostante la coscienza e l’esaltazione del suo elitario isolamento come unica risposta possibile alla stupidità del mondo – il che a rigori avrebbe dovuto portarlo alla decisione contraria – regalandoci così una piccola chicca letteraria. Questa mia affermazione contrasta non poco con una delle mie convinzioni di fondo, secondo la quale a partire dagli anni ‘30 del secolo scorso le vicende storiche e l’evoluzione della società hanno privato la letteratura ed in particolare la prosa (forse per la poesia il discorso può essere considerato più complesso) della sua storica funzione di manifestazione artistica in grado di ed aiutarci ad interpretare e a capire il mondo in cui viviamo, relegandola progressivamente, seguendo una tendenza che negli ultimi decenni si è definitivamente completata, a strumento elitario di un’industria culturale il cui fine ultimo – accanto a quello di produrre profitti – è esattamente l’opposto, cioè non farci riflettere sul mondo in cui viviamo e sulle sue catastrofiche contraddizioni.
Dopo avere terminato la lettura de Il soccombente, una delle opere più note e più tipiche quanto a struttura dell’autore austriaco, almeno stando a quanto su di lui ho reperito in rete, mi trovo a riconciliarmi (anche se devo dire purtroppo) con questa mia opinione, perché a mio avviso questa opera rappresenta quasi emblematicamente l’inutilità dello scrivere nel tardo XX secolo.
So che con questa affermazione apodittica potrei attirarmi la scomunica dei bernhardisti che dovessero accidentalmente incappare in queste mie righe, e siccome sono conscio delle funeste conseguenze cui potrei andare incontro (i bernhardisti sono una vera e propria setta intollerante, che divide il mondo in due: coloro che amano e coloro che odiano Bernhard, e per i secondi non prevedono possibilità di remissione alcuna) cercherò di spiegarmi meglio ed anche in qualche modo di giustificarmi ai loro occhi.
Innanzitutto impetro la loro indulgenza tenuto debito conto della mia ignoranza e parzialità: due sono le opere del Maestro che sino ad ora ho letto, quindi il mio giudizio a queste due opere è relativo, non certo alla di Lui totale produzione, parte della quale mi riservo di assorbire nel prossimo futuro sperando mi riservi piacevoli sorprese e ulteriori spunti di riflessione.
Nel merito de Il soccombente, non dico che non dovesse essere scritto o che sia un’opera mediocre, affermo solamente che testimonia, tanto più in quanto scritta da un autore importante e certo non superficiale come Thomas Bernhard, quanto la letteratura sia divenuta in generale uno strumento culturale obsoleto, sia ormai come una sorta di grande chiave in ferro – di quelle per intenderci con cui si aprivano una volta i grandi bauli dove spesso si trovavano immensi tesori – con la quale tentare di aprire la porta blindata di un appartamento. Questo ovviamente vale qualora si pensi che la letteratura debba servire ad aprire qualcosa che muta e si evolve nel tempo: se invece si ritiene che essa sia deputata ad accostarci a grandi misteri della vita e dell’animo umano che si ripetono nei secoli sempre uguali a loro stessi, perché connaturati in qualche modo ad un nostro essere di fondo immutabile e scandagliabile nella sua essenza solo da poche anime elette, allora Il soccombente è sicuramente un’opera importante, forse imprescindibile.
Continua a leggere “Forse chi soccombe davvero è la letteratura”

Pubblicato in: Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

104 piccoli capolavori sull’ottusità del mondo

LImitatorediVociRecensione de L’imitatore di voci, di Thomas Bernhard

Adelphi, Piccola Biblioteca, 1999

Ho iniziato la mia conoscenza di Thomas Bernhard, autore cardine del secondo novecento europeo, con un’opera in qualche modo anomala dello scrittore austriaco, almeno nella forma.
L’imitatore di voci, uscito nel 1978, è infatti strutturato molto diversamente dal resto della produzione letteraria e drammaturgica di Bernhard: non vi sono i lunghi monologhi con il quale il narratore di rivolge all’ascoltatore, le pagine fitte che si susseguono le une alle altre ripetendo ossessivamente concetti o piccoli, apparentemente insignificanti, avvenimenti: questo volumetto edito da Adelphi è formato da 104 brevissimi testi, mai più lunghi di due pagine, spesso meno di una, che potremo definire racconti ma che in realtà sembrano usciti dalle pagine di cronaca di un giornale di provincia, dai verbali di una stazione di polizia o dalla narrazione distaccata di personaggi anonimi coinvolti nei fatti narrati, i quali fatti riguardano nella maggior parte dei casi di omicidi, di suicidi e piccole storie di violenza e stupidità quotidiana.
Se però la forma del contenitore è diversa rispetto a quella che caratterizza le opere maggiori dell’autore austriaco, il suo contenuto è invece il medesimo: infatti da questi piccoli racconti emerge tutto il corrosivo nichilismo, tutta la feroce critica della società e della cultura austriaca ed europea in genere, tutta l’amara disillusione sulle sorti dell’umanità che forma il nucleo stesso della letteratura di Bernhard.
La biografia di Thomas Bernhard ci fornisce immediatamente due dati estremamente significativi, direi emblematici: egli nasce infatti nel 1931 e muore nel 1989: la sua vicenda umana è quindi racchiusa quasi perfettamente entro due momenti fondamentali della storia del secolo breve: l’ascesa del nazismo in Germania e la caduta del muro di Berlino, la fine della cosiddetta guerra fredda. L’Austria, il piccolo stato con una capitale troppo grande, nato dalla dissoluzione mai completamente assorbita di un impero multinazionale che ancora oggi viene folcloristicamente celebrato con malcelata e acritica nostalgia, quasi fosse davvero esistita un’Austria felix dove tutti ballavano i valzer degli Strauss sotto l’occhio benevolo dell’imperatore, è senza dubbio, dopo la Germania, il paese che più di ogni altro in Europa ha visto condizionata la sua stessa essenza dai tragici avvenimenti che si sono susseguiti a partire dagli anni ‘30: dall’anschluss alla guerra, dalla decennale occupazione alleata al ritorno ad una normalità neutrale e socialdemocratica in funzione di antemurale del mondo occidentale in cambio della possibilità di non fare davvero i conti con il proprio passato – cosa che l’accomuna all’ingombrante vicino. Vista da questa prospettiva l’Austria del dopoguerra può essere considerato il paradigma delle contraddizioni e dell’ipocrisia politica seguita all’annientamento del nazismo. Ed è questa Austria il bersaglio preferito della critica che caratterizza l’opera di Bernhard, cui ne L’imitatore di voci si affiancano altri bersagli, quali la stupidità del giornalismo e l’ottusità dell’organizzazione sociale in genere.
Continua a leggere “104 piccoli capolavori sull’ottusità del mondo”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Narrativa, Nazismo, Novecento, Racconti, Recensioni

Lo sberleffo alla morte nell’epoca della sua esaltazione

LaMorteaRevalRecensione de La morte a Reval, di Werner Bergengruen

Bollati Boringhieri, Varianti, 1989

Werner Bergengruen non è certo un autore molto noto nel nostro paese. Oggi in libreria è ancora stranamente possibile reperire questa raccolta di suoi racconti, pubblicata da Bollati Boringhieri nel lontano 1989, mentre solo sul mercato dell’usato è possibile acquistare quello che è considerato il suo più importante romanzo, Il grande tiranno, edito da Jaca Book nel 1985, insieme ad altri pochi titoli della produzione di questo prolifico scrittore tedesco, che ha attraversato con la sua opera la parte centrale del secolo scorso. Le informazioni reperibili in rete che lo riguardano ci consegnano il ritratto di un intellettuale conservatore, profondamente religioso, che seppe se non opporsi almeno tenersi lontano dal nazismo sin dalla sua prima ascesa.
Bergengruen nacque a Riga nel 1892 da una famiglia dell’alta borghesia protestante lettone-tedesca, allora classe dominante in quelle che oggi sono le Repubbliche Baltiche e che al tempo facevano parte dell’Impero Russo. Studiò a Lubecca, nello stesso collegio che aveva visto la formazione di Thomas Mann, quindi teologia e storia dell’arte a Marburg e a Monaco di Baviera, senza però conseguire la laurea. Si arruolò volontario durante la prima guerra mondiale e nel 1919 combatté i bolscevichi nelle sue terre d’origine. Durante la repubblica di Weimar lavorò come giornalista e scrittore prima a Berlino quindi a Monaco, pubblicando alcuni romanzi di buon successo.
Ebbe con il nazismo, come detto, un rapporto conflittuale anche a causa del fatto che sua moglie era di ascendenze ebraiche, tanto che viene oggi indicato come uno degli esponenti della cosiddetta emigrazione interna. Nel 1935 uscì Il grande tiranno, romanzo ambientato nel rinascimento, che vendette oltre un milione di copie, ed i nazisti non seppero come giudicarlo: se il Völkische Beobachter, quotidiano ufficiale del partito, lo esaltò come romanzo su un grande condottiero, molti esponenti del partito vi rintracciarono una implicita critica al regime, il che nel 1937 gli costò l’espulsione dalla Camera degli scrittori del Reich in quanto ”non adatto con le sue opere letterarie a contribuire alla costruzione della cultura tedesca”. Lo scrittore, che nel frattempo si era convertito al cattolicesimo, fu comunque in qualche modo tollerato dal regime, soprattutto a causa della sua notorietà, pur subendo ostracismi e censure. Dopo la guerra visse tra la Svizzera e l’Italia prima di tornare in Germania nel 1958 stabilendosi a Baden-Baden, dove morì nel 1964.
Il giudizio sulla sua opera, composta da numerosi romanzi e novelle, pone generalmente l’accento sul suo conservatorismo e sulla sua religiosità, che si esprimono letterariamente nella immanenza di un destino superiore che sfugge alla volontà del singolo e nella nostalgia di piccoli mondi antichi, spesso rappresentati dalla perduta patria baltica, e tendono quindi a relegarlo, pur con il rispetto dovuto ad un autore che seppe mantenere le distanze dal potere, tra i minori del ‘900 tedesco.
Se probabilmente questo giudizio si riferisce all’insieme della sua opera, cosa che non posso contestare essendo La morte a Reval l’unico suo libro da me letto, a mio avviso poco si attaglia proprio a questa raccolta di novelle, che invece è caratterizzato da buone dosi di sarcasmo ed ironia che sfociano nel grottesco, associati ad un pacato realismo che la rendono complessivamente affascinante ed a tratti notevole.
Continua a leggere “Lo sberleffo alla morte nell’epoca della sua esaltazione”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Storia di Charity, vittima di un mondo a compartimenti stagni

EstateRecensione di Estate, di Edith Wharton

La Tartaruga edizioni, 2005

L’unico romanzo di Edith Wharton da me letto prima di questo Estate è Ethan Frome; peraltro la lettura risale a molti anni fa, e ne conservo un ricordo sbiadito, anche se sono certo che mi piacque. Non ho quindi ancora affrontato le opere tipiche di questa importante autrice statunitense, quelle ambientate nella upper class newyorkese dei primi del ‘900, su tutti L’età dell’innocenza per il quale Wharton vinse, prima donna in assoluto, il premio Pulitzer nel 1921.
Ethan Frome ed Estate sono infatti, per una singolare coincidenza, i due soli romanzi di Edith Wharton ambientati nella società rurale del New England, anche se non si distaccano sostanzialmente dalle tematiche di fondo trattate dalla produzione dell’autrice, legate primariamente alle conseguenze del conflitto tra convenzioni sociali e aspirazioni individuali.
Edith Wharton è sicuramente la scrittrice più aristocratica che gli Stati Uniti d’America abbiano mai espresso. La sua famiglia, Newbold-Jones, faceva parte dei famosi Quattrocento, la lista di persone a loro agio in una sala da ballo compilata dall’arbiter elegantiae newyorkese Samuel Ward McAllister alla fine del XIX secolo per indicare la crema della società cittadina, le sole famiglie che unissero ricchezza e raffinatezza in una città piena di nuovi ricchi grezzi ed ignoranti: di questa lista facevano parte nomi noti ancora oggi, come gli Astor e i Vanderbilt. Al di là degli aspetti prettamente mondani, è indubbio che i Newbold-Jones appartenessero alla ristretta cerchia dell’aristocrazia del denaro statunitense, che dominava la società in un’epoca di enormi concentrazioni economiche e finanziarie, la cosiddetta Gilded age.
In questo ambiente elitiario e chiuso cresce Edith, e nel 1885, ventitreenne, sposa, come da copione, il banchiere Edward Wharton, il quale ben presto inizia ad accusare seri problemi mentali. Nel 1907 Edith si trasferisce in Francia, divorziando formalmente da Wharton nel 1913. Amica di Henry James, che la incoraggiò nella scrittura, si distinse anche per le sue attività filantropiche a favore delle donne durante la prima guerra mondiale, per le quali ricevette la Legion d’onore. Morì in Francia nel 1937.
Estate, pubblicato nel 1917, dopo Ethan Frome e prima de L’età dell’innocenza, nella piena maturità artistica dell’autrice, non è certo il romanzo più noto della cospicua produzione di Edith Wharton: da me letto nella storica edizione de La tartaruga, casa editrice specializzata in letteratura femminile, è oggi disponibile in libreria per i tipi di Elliot, forse la casa editrice italiana che in questi anni si sta dedicando con maggior cura a riproporre grandi e piccoli classici della letteratura internazionale, sempre comunque nella buona traduzione di Maria Giulia Castagnone.
Continua a leggere “Storia di Charity, vittima di un mondo a compartimenti stagni”