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Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario

LoroeIoRecensione di Loro e io, di Jerome Klapka Jerome

Rizzoli, SuperBUR classici, 2002

Vi sono scrittori che si identificano in un solo libro. È forse il caso di Jerome Klapka Jerome, che fu giornalista e autore di numerosi romanzi, per lo più umoristici, ma che vede la sua fama indissolubilmente legata al più famoso tra questi, Tre uomini in barca (per non parlar del cane), che ancora oggi è considerato un classico dell’umorismo di tutti i tempi.
Per la verità anche altre opere dell’autore inglese sono edite ai nostri giorni, ma è indubbio che l’ingombrante capolavoro costituisca di gran lunga il medium attraverso il quale il grande pubblico si accosta a Jerome, anche perché il resto della sua produzione letteraria non raggiunge, a detta della critica, le vette umoristiche toccate nel suo piccolo capolavoro.
Tra le opere minori di Jerome una certa attenzione editoriale, anche nel nostro Paese, è stata dedicata a Loro e io, romanzo del 1909, scritto quindi vent’anni dopo Tre uomini in barca, quando l’autore, cinquantenne, si era ormai affermato proprio a causa del clamoroso successo anche internazionale di tale romanzo, cui per la verità non ne era seguìto di analogo per le sue opere successive.
Come spesso accade nelle opere di Jerome, Loro e io è scritto in prima persona. Il narratore è scopertamente l’autore stesso: si tratta infatti di uno scrittore umoristico cinquantenne, sposato con Ethelbertha e padre di tre rampolli, che acquista una casa in campagna. Il rapporto tra il padre e i figli, i cambiamenti nella vita della famiglia che questo trasloco comporta, il nuovo ambiente e le nuove conoscenze, i piccoli inconvenienti derivanti dal doversi adattare alla nuova realtà sono altrettanti spunti umoristici che Jerome sviluppa con il consueto garbo e con una prosa che, anziché indurre al riso a volte sfrenato come accade in Tre uomini in barca, qui porta il lettore tuttalpiù verso il sorriso.
Il padre narratore e i tre figli sono i protagonisti assoluti attorno a cui ruota tutto il romanzo, come si può dedurre anche dal suo titolo. Il maggiore è Dick, ventunenne che studia svogliatamente a Cambridge. Di poco più giovane di lui è Robina, avviata ad un futuro di moglie messo però in dubbio dalla sua personalità in qualche modo irrequieta e ribelle. Infine c’è Veronica, di nove anni, che vive come un sopruso il suo stato infantile e la cui logica ingenua ma ferrea è in grado di mandare in crisi le convenzioni cui è sottoposta per il suo essere la più piccola della famiglia. Continua a leggere “Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario”

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Le vite sbagliate di un mondo in sfacelo

PrincipesseRecensione di Principesse, di Eduard von Keyserling

Adelphi, Gli Adelphi, 2001

Tra i numerosissimi autori mitteleuropei del primo novecento Eduard von Keyserling non è senza dubbio il più noto. Discendente da una famiglia di antica nobiltà dell’area baltica (la cittadina in cui nacque con il titolo di conte ora si trova in Lettonia), sul finire del secolo, quarantenne, si trasferì a Monaco di Baviera, dove scrisse gran parte delle sue opere letterarie, morendo di sifilide, da cui era affetto da decenni, nel 1918, un paio di mesi prima della fine del conflitto mondiale.
Scrisse romanzi, novelle e racconti, nonché alcuni drammi teatrali ormai dimenticati; le sue tematiche predilette, se si escludono le prime prove – ancora influenzate da echi naturalistici – vertono sull’analisi della decadenza della nobiltà rurale baltica e sui drammi psicologici e umani legati alla fine di quel mondo: per questo è stato definito il Fontane baltico, anche se numerosi tratti, a partire da una maggiore levità nella descrizione dei sentimenti e delle pulsioni umane, tra i quali l’erotismo, che nella sua prosa risulta sottilmente sublimato, lo distinguono dall’autore di Effi Briest. Keyserling viene anche spesso definito autore impressionista, per la sua capacità di descrivere il paesaggio e la natura del nord con pennellate ricche di colori, spesso tenui ma a volte carichi, e di farli divenire elementi essenziali delle storie che racconta.
Principesse è la sua ultima opera, edita un anno prima della morte, e forse non è il suo capolavoro, ma è sicuramente un romanzo intenso e struggente, una delle sue peculiari storie del castello in grado di restituirci il sapore della fine di un’epoca.
Lo scenario in cui si svolge la vicenda è quello del feudo di Gutheiden, in cui si è ritirata dopo avere vissuto per anni a corte, rimasta vedova di un marito che l’aveva resa infelice, la ancora piacente principessa Adelheid Neustatt-Birkenstein con le tre giovani figlie. La maggiore, Roxane, sta per sposare un principe russo, quindi si trasferirà presto a Pietroburgo. Eleonore è destinata a fidanzarsi con un cugino, rampollo della famiglia regnante. La più piccola, Marie, è poco più che adolescente e di salute cagionevole.
Le finanze della tenuta non vanno granché bene, ma la situazione è tenuta sotto controllo, oltre che dall’amministratore, anche dal conte Donalt Streith, anche lui ex dignitario della corte, ritiratosi in un vicino castello di caccia per stare vicino alla principessa, di cui è innamorato da anni senza che i loro rapporti abbiano mai oltrepassato quelli di una fiduciosa amicizia. Continua a leggere “Le vite sbagliate di un mondo in sfacelo”

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Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria

IlPrincipedellaWestEndAvenueRecensione de Il Principe della West End Avenue, di Alan Isler

Marsilio, Farfalle, 1999

Il tredici settembre 1978 Otto Korner festeggia il suo ottantatreesimo compleanno alla Emma Lazarus, una casa di riposo per ebrei agiati sulla West End Ave., a New York.
Da qualche settimana il suo organismo è in subbuglio, perché la nuova, giovane fisioterapista della casa, Mandy Dattner, è di fatto una sosia di Magda Damrosch, la bellissima ungherese da lui disperatamente e inutilmente amata più di sessant’anni prima, a Zurigo. Il riaffiorare dei suoi ricordi di gioventù, provocato dall’apparizione di Mandy/Magda, spinge Otto ad iniziare a scrivere un manoscritto in cui alterna il diario delle sue giornate alla Emma Lazarus con la sofferta rievocazione della sua vita di ebreo tedesco scampato alla Shoah. Questo manoscritto è il libro che compone Il Principe della West End Avenue, romanzo di Alan Isler pubblicato nel 1994 ed edito in Italia da Marsilio cinque anni dopo. Isler, inglese di nascita, si trasferì diciottenne negli Stati Uniti nel 1952, insegnando per lunghi anni Letteratura Inglese e Letteratura rinascimentale all’Università. Esordì ormai sessantenne come scrittore proprio con questo romanzo, che ebbe un buon successo internazionale, cui ne seguirono pochi altri, sino alla morte nel 2010. In Italia non ha avuto molta fortuna: questa edizione Marsilio è rimasta isolata, non essendo più in catalogo, e solo il suo ultimo romanzo, The Living Proof, del 2005, fu pubblicato due anni dopo da Newton Compton con il titolo Per sesso o per amore, che da solo lascia intendere l’ammiccamento al pubblico dell’operazione editoriale, che peraltro non deve essere perfettamente riuscita se è vero che anche di questo volume si sono perse le tracce in libreria. Dico subito che la trascuratezza cui è soggetto oggi questo autore in Italia non priva l’editoria nazionale di capolavori letterari, almeno a giudicare da questo romanzo che è rimasta la sua opera più celebrata, anche se sicuramente la sua lettura è piacevole per il tono leggero (a volte troppo) ed ironico con cui tratta alcuni temi di grande rilevanza nella storia e nella cultura del ‘900 e non solo. Continua a leggere “Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria”

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Il gelido neonaturalismo di una scrittrice vittima delle mode culturali

UnghiaRecensione di Unghia, di Laura Hird

Einaudi, I coralli, 1999

Ho il sospetto che questo volume con il quale Einaudi ha pubblicato nel 1999 il primo lavoro di Laura Hird, apparso in Gran Bretagna due anni prima, sia innanzitutto il frutto di una operazione commerciale. Vediamo perché. Nel 1996 esce Trainspotting, film tratto dal primo romanzo di un autore scozzese sino ad allora poco conosciuto in Italia, Irvine Welsh. Il film narra l’epico degrado esistenziale di un gruppo di giovani nella Edimburgo degli anni ’80, quelli del tatcherismo imperante, e ha un successo mondiale. Contemporaneamente all’uscita del film, TEA pubblica l’omonimo romanzo: in quello scorcio di anni ’90 i giovani delle periferie scozzesi diventano l’emblema – per la verità spesso ben confezionato ad uso della cultura popolare – del disagio e della mancanza di valori verso cui la società liberista sta spingendo le giovani generazioni. Insomma, la Scozia tira. Welsh non è un narratore isolato: accanto a lui si segnalano altri giovani narratori, più o meno talentuosi. Perché non cavalcare l’onda, si devono essere chiesti in Einaudi? Purtroppo il nome più celebrato è già impegnato con un’altra casa editrice, ma si può sempre lanciare qualche epigono, e Laura Hird – di cui l’anno prima lo stesso Einaudi ha pubblicato un racconto nell’ambito di una antologia di nuovi autori scozzesi – è perfetta, tanto più che la sua pubblicazione in Italia viene sovvenzionata da The Scottish Art Council. L’opera prima di Hird esce quindi nientemeno che nella collana I Coralli, che anche se da anni non è più quella segnata da Pavese, rappresenta comunque la vetrina più prestigiosa della casa editrice per gli scrittori contemporanei. Ma le parole d’ordine dell’industria culturale cambiano in fretta, e così poco dopo le storie dei giovani scozzesi pieni di alcool e droga cessano di essere oggetto dell’attenzione generale: Einaudi quindi non pubblicherà più nulla di Laura Hird, che per la verità a sua volta non si segnala per prolificità di scrittura. L’unica altra fugace apparizione di questa autrice in Italia, oltre un contributo in un altro volume antologico, è dovuto a Newton & Compton, che nel 2008 pubblica la traduzione della sua seconda opera, Born free (1999), con l’orrendo titolo Sesso, Prozac e Playstation.
Leggere oggi questi racconti rischia quindi di farci cadere in un pregiudizio, quello di trovarci di fronte ad una letteratura figlia di una moda culturale passeggera, ormai sepolta sotto il tanto altro nulla venuto dopo. Se in parte è così, se nelle storie della Hird possiamo trovare atmosfere fortemente legate al periodo storico che ha segnato il volgere del millennio, ed anche tipicamente connesse alla geografia urbana e culturale delle periferie scozzesi, va detto subito che – stante il fatto che i fondamentali della società occidentale non sono nel frattempo cambiati, anzi si sono drammaticamente consolidati portando con sé la più grave crisi economica dal dopoguerra – questi racconti conservano una loro scottante attualità, sia pure con i limiti strutturali che personalmente vi ravviso. Continua a leggere “Il gelido neonaturalismo di una scrittrice vittima delle mode culturali”

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Dell’importanza della scoreggia per capire gli uomini

JosselWassermannTornaaCasaRecensione di Jossel Wassermann torna a casa, di Edgar Hilsenrath

Marsilio, Tascabili, 1997

Bucovina, primo inverno di guerra. Gli abitanti ebrei del piccolo shtetl di Pohodna vengono fatti salire su un treno piombato. Tra di loro vi è Jankl, il portatore d’acqua, grosso e piuttosto stupido, che vuole sposare Rifke, la figlia gobba del ciabattino Katz. Lo potrebbe fare perché ha ricevuto una consistente eredità, ottantamila franchi svizzeri e trentatré centesimi, da suo zio Jossel Wassermann, ricco proprietario di una fabbrica di azzimi di Zurigo. A causa della guerra ha però solo ricevuto la lettera che gli annuncia l’eredità e il testamento dello zio, e li ha seppelliti in giardino perché nessuno glieli porti via. Mentre il treno viaggia verso est e tra gli ebrei circolano le più svariate congetture su dove li stiano portando, mentre la puzza di escrementi e urina comincia a riempire il carro bestiame, Jankl sogna la sua futura vita con Rifke, e dormendo scoreggia.
Inizia così questo romanzo, edito nel 1993, di Edgar Hilsenrath, scrittore ebreo tedesco ormai ultranovantenne, più noto in Italia e nel mondo per un altro romanzo, Il nazista e il barbiere, e di cui nel nostro Paese non è mai stato tradotto, a quanto mi risulta, Nacht, un altro importante romanzo, il primo della sua non numerosa produzione narrativa.
Hilsenrath ha avuto una vita avventurosa. Nato a Lipsia, nel 1938 fuggì con la madre e i fratelli in Bucovina, mentre il padre ripara in Francia. Riuscito a sfuggire all’annientamento del suo popolo da parte dei tedeschi, quando l’armata rossa libera la regione Hilsenrath va in Palestina, ma già nel 1947 raggiunge la famiglia in Francia. All’inizio degli anni ’50 si trasferiscono tutti negli Stati Unit; lì Hilsenrath svolge i mestieri più disparati e inizia a scrivere. Il suo primo romanzo, Nacht, fu pubblicato in Germania ma ritirato dall’editore poco dopo perché aveva ricevuto pesanti critiche a causa della sua crudezza. Con Il nazista e il barbiere raggiunge la notorietà. Dal 1975 vive a Berlino.
Torniamo alla storia. Quando il treno torna indietro, per cause imprecisate legate agli eventi bellici, e viene parcheggiato su un binario morto proprio nei presso dello shtetl da cui era partito, il Rabbino ha nascosto la memoria della comunità sul tetto del vagone, perché non vada persa con le loro vite. La memoria è rappresentata, con un tratto quasi chagalliano, da tante voci che narrano le piccole storie degli abitanti dello shtetl e da altre voci, che hanno il compito di narrare gli avvenimenti storici: queste ultime però si annoiano in silenzio, perché non c’è nulla di storico nella vita del piccolo shtetl di Pohodna, e per sfuggire alla noia decidono di raccontare la storia di Jossel Wassermann, lo zio che ha reso ricco Jankl, il portatore d’acqua. Il racconto si trasferisce quindi a Zurigo, il 31 agosto 1939, dove Jossel Wassermann, sentendosi in punto di morte, chiama il suo avvocato e il notaio per redigere il proprio testamento. Egli vuole in realtà redigerne due: con il primo darà un decimo dei suoi averi, cioè ottantamila franchi svizzeri e trentatré centesimi, al suo unico parente vivente, suo nipote Jankl; con il secondo, per sfatare la sua nomea di spilorcio, destina tutto il resto del suo patrimonio ai poveri e ai bisognosi della comunità di Pohodna, dove è nato ed ha vissuto sino alla prima guerra mondiale. Il primo testamento verrà recapitato subito dopo la sua morte a Jankl, mentre il secondo arriverà a Pohodna insieme al suo feretro, poiché egli desidera essere sepolto là. Sta però per scoppiare la guerra, e il trasporto si presenta difficile, per cui si stabilisce che Jossel possa essere sepolto provvisoriamente a Zurigo e tornare a Pohodna, insieme al testamento, a guerra finita. Jossel Wassermann ha però un altro desiderio: che a Pohodna lo scriba della Torah Eisik scriva su una pergamena la storia della sua (di Jossel) vita. Per questo, inizia a raccontarla all’avvocato e al notaio, che dovranno riferirla allo scriba. Continua a leggere “Dell’importanza della scoreggia per capire gli uomini”

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I racconti del cronista che mira all’oggettività soggettiva

EsecuzionediunVitelloRecensione di Esecuzione di un vitello, di Christoph Hein

e/o, Dal mondo, 1996

Dobbiamo essere grati alla casa editrice e/o, che dal 1990 ha iniziato a pubblicare nel nostro Paese le opere di Christoph Hein, importante autore contemporaneo tedesco che ha al suo attivo numerosi romanzi e opere teatrali.
Anche se molti dei titoli via via pubblicati dalla casa editrice non sono più disponibili in libreria, quelli rimanenti comprendono alcuni dei romanzi più significativi dell’autore, permettendo così al lettore italiano di approfondire la conoscenza della sua letteratura. Tra i titoli non più disponibili ma ancora – sia pure con una certa difficoltà – reperibili sul mercato dell’usato, figura questo Esecuzione di un vitello, raccolta di racconti pubblicata in Germania nel 1994 e due anni dopo da noi.
Christoph Hein è nato in Slesia nel 1944. Ha vissuto ed operato nella DDR, a Lipsia e a Berlino, pubblicando nel 1982 il romanzo che gli diede la fama: L’amico estraneo. Nello stesso anno vinse il premio Heinrich Mann, conferito annualmente dall’Accademia delle Arti della Repubblica Democratica Tedesca a scrittori di area germanica che si fossero particolarmente distinti per le tematiche sociali delle loro arti. Il premio, che esiste ancora ed è oggi assegnato dall’Accademia delle Arti di Berlino, nel corso degli anni ha visto vincere scrittori e drammaturghi come Heiner Müller (1959), Christa Wolf (1963), Peter Weiss (1966) e molti altri.
Dopo essere stato critico nei confronti della DDR e della degenerazione totalitaria e burocratica degli ideali socialisti, Hein lo è altrettanto della modalità con cui si è concretizzata l’unificazione tedesca. La sua scrittura si caratterizza per il distacco cronachistico con cui rende le storie di emarginazione, alienazione, ipocrisia e banalità del male che racconta. Attraverso il racconto distaccato di episodi minori, di personaggi ordinari e sconfitti, Hein è stato in grado di descriverci le intime contraddizioni di una società come quella della DDR prima e della Germania riunificata poi.
I sedici racconti contenuti ne L’esecuzione di un vitello sono stati scritti tra il 1977 e il 1994, quindi proprio nel periodo di passaggio dall’epoca delle due Germanie a quella della riunificazione. In buona parte sono ambientati nella DDR, anche se alcuni riguardano altri periodi della storia tedesca e uno è di ambientazione biblica; alcuni sono brevissimi, e solo due superano le dieci pagine. Nonostante queste ed altre differenze tra racconto e racconto, la raccolta si presenta come estremamente compatta quanto a tematiche di fondo, che sono quelle che caratterizzano l’autore e la sua opera.
Il primo racconto, intitolato Un anziano signore, leggero come una piuma , è probabilmente stato scritto da Hein nella Germania dopo la caduta del muro, perché è ambientato in un quartiere (probabilmente di Berlino) dove c’è un edificio occupato da giovani alternativi. Di fronte vive un anziano – a cui si affeziona e di cui si prende cura una delle giovani occupanti – il quale sostiene di essere Noè e di avere novecentocinquanta anni. Questa fugace adesione ad una sorta di realismo magico serve ad Hein per marcare le difficoltà di comprensione della Storia, della Memoria e dei loro insegnamenti, che a volte si nascondono dietro una simbologia oscura, da parte di una generazione che fa del pragmatismo, dell’oggi l’unico suo orizzonte culturale. La giovane infatti non crede alle storie del vecchio, e alla sua narrazione del diluvio oppone una spiegazione razionale e limitata, così come in Germania si stava facendo strada già negli anni ’90 una visione riduzionista del nazismo. Che a ciò alluda questo racconto emerge, a mio avviso, dall’incipit del racconto, nel quale ci viene detto che la casa del vecchio si trova …due case dietro la sinagoga distrutta, a un isolato di distanza dalla nuova moschea”: in tredici parole l’autore ci ricorda quanto concretamente vicini siano il fardello storico (materialmente ancora presente) della Germania e la difficile ricerca di identità dello Stato riunificato. Il vecchio è quindi la Storia, che maledice dio per quante gliene ha fatte passare, che invano i giovani tedeschi tentano di seppellire, ed a cui dovranno sempre tornare, come è evidente nel finale solo apparentemente paradossale. La cripticità del racconto, che come detto contiene elementi magici che non troveremo nelle altre storie narrate, è forse indice della necessità di Hein di trovare una diversa cifra narrativa per rapportarsi con la nuova realtà in cui si trova immerso nei primi anni ’90.
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Troppa carne al fuoco del Realismo Magico di Grass

LaRattaRecensione de La Ratta, di Günter Grass

Einaudi, Tascabili Letteratura, 1997

Credo sia giusto, prima di parlare di questo suo romanzo, rendere omaggio a Günter Grass con una delle sue ultime opere, il breve poema Ignominia d’Europa, che dimostra come questo intellettuale che ha attraversato il volgere del millennio, pur con tutti i limiti che si possono addebitare alla sua letteratura ed anche alla sua azione politica, sia stato comunque in grado – se non forse di percepire fino in fondo le cause profonde delle dinamiche socio-economiche che hanno caratterizzato e caratterizzano ancora la nostra epoca – almeno di additarne al pubblico senza infingimenti gli effetti. Quanti intellettuali europei, di fronte al massacro economico (e non solo, visto il tasso di suicidi) di un intero popolo per proteggere i profitti di istituti bancari che hanno agito in modo scellerato, hanno fatto sentire la loro voce? Tra l’altro, visto che nel mirino della UE (non dell’Europa, che è cosa diversa, e questo è un appunto che si potrebbe fare a Grass) oggi ci siamo noi, questi versi conservano una straordinaria attualità.

Ignominia d’Europa
Prossima al caos, perché non all’altezza dei mercati,
lontana sei dalla terra che a te prestò la culla.
Quello che, con l’anima hai cercato e consideravi tuo retaggio,
ora viene tolto di mezzo, alla stregua di un rottame.
Messo nudo alla gogna come debitore, soffre un Paese
al quale dover riconoscenza era per te luogo comune.
Paese condannato alla miseria, la cui ricchezza,
ben curata, orna i musei: preda che tu sorvegli.
Coloro che, in divisa, con la violenza delle armi funestarono il Paese
ebbro d’isole, tenevano Hölderlin nello zaino.
Paese a stento tollerato, di cui un tempo tollerasti
i colonnelli in veste di alleati.
Paese privo di diritti, al quale un potere che i diritti impone,
stringe sempre più la cintola.
Sfidandoti, veste di nero Antigone e dovunque lutto
ammanta il popolo di cui tu fosti ospite.
Eppure fuori dai confini il codazzo dei seguaci di Creso
ha ammassato tutto ciò che d’oro luccica nelle tue casseforti.
Trangugia infine, butta giù! gridano i claqueur dei Commissari,
ma Socrate ti restituisce irato il calice colmo fino all’orlo.
Malediranno in coro gli Dei ciò che possiedi,
quando il tuo volere esige di spossessare il loro Olimpo.
Priva di spirito deperirai senza il Paese
il cui spirito, Europa, ti ha inventata.

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Scoprire il più russo degli scrittori inglesi

FutilitaRecensione di Futilità, di William Gerhardie

Adelphi, Biblioteca, 2003

William Gerhardie è stato un autore molto noto in Gran Bretagna nel periodo tra le due guerre. Il suo primo romanzo, Futilità, è del 1922, e venne salutato come una delle opere letterarie più importanti di quell’epoca (è da notare, al proposito, che nello stesso anno furono pubblicati l’Ulisse di Joyce e Terra desolata di T.S. Eliot): dopo una produzione letteraria piuttosto intensa, nel 1939 si isolò dal mondo, affetto da depressione, per la scrittura di un nuovo romanzo, che però non vide mai la luce. Morì ottantaduenne, dimenticato da tutti, nel 1977. Scarsa è ovviamente la sua fortuna editoriale in Italia: l’unica opera pubblicata mi risulta sia proprio Futilità, edita prima da Einaudi sul finire degli anni ’60 e quindi – nella stessa traduzione di Gianni Celati – da Adelphi nel 2003. La casa editrice di Milano peraltro annunciava in quella occasione la prossima pubblicazione di due sue altre opere, tra cui The polyglots, del 1925, considerato dai più il suo capolavoro, ma ciò non è purtroppo avvenuto.
Prima di addentrarci nell’analisi della sua opera d’esordio, è opportuno dire qualcosa in più della biografia dell’autore, perché questa può aiutare a comprendere meglio la genesi e i contenuti di Futilità.
Gerhardie infatti nacque nel 1895 a San Pietroburgo, rampollo di una famiglia di industriali di origine belga, e lì visse sino al 1913. Tornò nella sua città natale durante la prima guerra mondiale, come addetto all’ambasciata britannica, e assistette alle rivoluzioni del 1917. Negli anni successivi fu inviato in Siberia al seguito della spedizione militare con la quale le potenze occidentali tentarono di rovesciare il nascente stato sovietico.
Gerhardie aveva quindi una profonda e diretta conoscenza della Russia, della sua cultura e della sua società, anche se di quest’ultima probabilmente limitata alle classi sociali che frequentava.
Non sorprende quindi che sostanzialmente russo sia il suo romanzo d’esordio, scritto a Oxford poco dopo il suo rientro definitivo in Gran Bretagna. Futilità non è solamente un romanzo ambientato in Russia, ma è – come vedremo – impregnato di cultura e di letteratura russa, tanto che il suo autore viene spesso definito anglo-russo.
Futilità narra le tragicomiche vicende della famiglia di un patriarca della piccola aristocrazia russa, Nikolaj Vasil’evič Bursanov, negli anni che vanno dall’anteguerra al periodo della guerra civile. L’io narrante è un giovane di cui non sappiamo molto, se non che si chiama Andrej Andreevič, che è in qualche modo inglese ma si trova a San Pietroburgo qualche anno prima della rivoluzione, che vi ritorna – dopo essere andato a Oxford – nel 1917 come militare addetto all’ambasciata britannica, e che ancora dopo viene inviato a Vladivostok nelle retrovie della guerra civile. Nonostante gli evidenti riferimenti autobiografici, Gerhardie ci informa subito, in una nota che precede il testo, che l’io di questo libro non è l’autore. Continua a leggere “Scoprire il più russo degli scrittori inglesi”

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Un altro capolavoro introvabile del “Naturalista della crisi”

OccasionediUccidereRecensione de L’occasione di uccidere, di Heimito von Doderer

Garzanti, Narratori moderni, 1983

Eccomi di nuovo reduce dalla lettura di un romanzo di Heimito von Doderer, e di nuovo costretto a lamentarmi del modo scandaloso in cui si comporta l’editoria italiana, che da molti anni ci impedisce di fatto di conoscere l’opera di questo autore.
Sino a un paio di decenni fa Doderer era edito nel nostro Paese dalle più prestigiose case editrici: i suoi capolavori – I demoni, La scalinata e Le finestre illuminate – facevano parte delle collane Einaudi, e questo meno noto L’occasione di uccidere (sbilenca versione del titolo originale Ein Mord, den jeder begeht, tradotto nientedimeno che da un giovane Aldo Busi) era stato stampato da Garzanti nel 1983. Dopo, il nulla: neppure Adelphi, che nel frattempo si era presa l’onere di riscoprire pressoché tutta la letteratura mitteleuropea, dedica un solo titolo a questo autore viennese.
Eppure anche la lettura di questo romanzo non fa che confermare, a mio avviso, l‘assoluta grandezza di Doderer nel panorama non certo asfittico della letteratura austriaca a cavallo tra gli anni ’30 del XX secolo e i primi decenni del dopoguerra. Un consiglio che mi sento di dare è quindi quello di far entrare L’occasione di uccidere nella propria libreria acquistandolo nei circuiti dell’usato, dove è ancora disponibile a prezzi più che accessibili.
Questo romanzo risale agli anni tedeschi di Doderer, ed apparve nel 1938. Il dato temporale è oltremodo importante, perché l’autore si trasferì in Germania nel 1936, aderendo al partito nazista tedesco dopo essere stato membro di quello austriaco; dal nazismo si distaccò solo nel 1940, con la conversione al cattolicesimo. L’occasione di uccidere è quindi il romanzo scritto da un Doderer pienamente nazista, o che quantomeno ha appena iniziato a prendere le distanze da quella ideologia. Si deve dire subito, però, che nel romanzo, che pure è ambientato in Germania tra la prima guerra mondiale e il periodo immediatamente precedente l’ascesa al potere di Hitler, non c’è traccia dell’adesione dell’autore al nazismo: vi si ritrova invece, come vedremo, quel distacco dalla storia che caratterizzerà tutta l’opera di Doderer, e che contribuisce a renderla così affasciante da un lato e così controversa dall’altro. Continua a leggere “Un altro capolavoro introvabile del “Naturalista della crisi””