Pubblicato in: Letteratura, Letteratura russa, Libri, Marxismo, Narrativa, Novecento, Recensioni, URSS

Chi ha paura di Jurij Trifonov?

LaCasasulLungofiumeRecensione de La casa sul lungofiume, di Jurij Trifonov

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1997

In questa nostra società nella quale ci hanno fatto credere che la presenza in rete sia l’unico parametro con il quale viene certificata l’esistenza stessa delle persone, nulla a mio avviso è più emblematico dell’oblio in cui è caduto in Italia un autore importante come Jurij Trifonov del fatto che non gli sia ancora stata dedicata una voce su Wikipedia. Quanto ai suoi libri, cercarli in libreria è praticamente inutile: solo sul mercato dell’usato è possibile trovare alcuni titoli, grazie alla diffusione che le sue opere hanno avuto nel nostro paese negli anni ‘70 ed ‘80.
Il suo romanzo più importante, La casa sul lungofiume, fu pubblicato per l’ultima volta  dagli Editori Riuniti nel 1997, e già allora Lucetta Negarville, nella prefazione al volume, lamentava il fatto che nella “nuova Russia” post-sovietica fosse in atto un profondo cambiamento del ruolo sociale della letteratura: ”Ora il paese più ‘letteraturicentrico’ del mondo, forse giustamente, ha voluto normalizzarsi anche in questo. La letteratura non ha più quella funzione di «coscienza critica» della società che aveva avuto a partire dagli inizi del XIX secolo, ma è diventata uno dei tanti mezzi di espressione, non certo il più importante, sintomo della preferenza per i generi più «leggeri» del poliziesco, del rosa, dell’erotico, o per una greve pseudo-religiosità misticheggiante o anche, finalmente, per una raffinata sperimentazione.”
La Russia eltsiniana degli anni ‘90, quella della liquidazione totale dell’esperimento sovietico e della prona adesione ai dogmi del liberismo economico più sfrenato doveva liquidare anche la cultura del periodo precedente, anche la concezione stessa del ruolo della cultura rispetto alla società. Continua a leggere “Chi ha paura di Jurij Trifonov?”

Annunci
Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

Movimenti a volte determinati da cause note

LeNovelleTozzi.jpgRecensione de Le novelle, di Federigo Tozzi

Rizzoli, BUR, 2003

Risale a quasi un anno fa il mio ingresso nel mondo delle novelle di Federigo Tozzi: allora l’occasione è stata data dalla lettura di Giovani e altre novelle, volume nel quale erano essenzialmente raccolte le ventuno novelle pubblicate in volume da Tozzi poco prima della morte, nel 1920, sotto il titolo di Giovani, ed una decina di altre novelle prese a campione, come esempio dell’evoluzione stilistica e poetica di Tozzi nei dodici anni che vanno dalle prime prove letterarie alla morte.
Grazie a questo libro in due volumi edito nel 2003, anch’esso da Rizzoli, purtroppo come il primo oggi fuori catalogo, ho potuto completare questo viaggio, a mio avviso fondamentale per la conoscenza della letteratura italiana ed europea del primo ‘900.
L’edizione Rizzoli riprende di fatto quella storica, edita da Vallecchi nel 1963, nella quale il figlio di Tozzi, Glauco, raccolse tutte le novelle, edite ed inedite, scritte dal padre, compresi alcuni frammenti. Questa prima edizione fu riproposta dallo stesso editore nel 1988, ulteriormente revisionata da Glauco Tozzi e corredata da un saggio introduttivo di Luigi Baldacci intitolato Movimenti determinati da cause ignote, che si ritrova anche in questa edizione Rizzoli. Si tratta di un ponderoso corpus di ben 121 novelle, composte tra il 1908 e il 1920, riportate nel presumibile ordine cronologico di composizione e raggruppate in sette sezioni, corrispondenti alle varie fasi della vita dello scrittore. Di queste ben quarantadue erano ancora inedite nel 1963. Come noto, vivente Tozzi la sola raccolta di sue novelle pubblicata in volume fu Giovani (1920), mentre quattordici novelle apparvero subito dopo la sua morte sotto il titolo Amori, ma di queste solo quattro erano state selezionate dall’autore. Numerose altre novelle erano apparse singolarmente su riviste negli anni ‘10, ed altre, in volumi o singolarmente, usciranno più tardi,dopo la morte dell’autore.
Da un punto di vista prettamente stilistico la raccolta delle novelle in ordine cronologico ci permette di seguire analiticamente l’evoluzione della scrittura di Tozzi, che prende avvio da una prosa scolastica e carica di accenti decadenti, di chiara matrice dannunziana (autore che Tozzi ammirava molto) per approdare gradatamente, per passi successivi, a quella che sarà la cifra stilistica della sua maturità artistica, caratterizzata da un andamento paratattico, con periodi scomposti in brevi frasi separate dal punto e virgola (vero e proprio marchio di fabbrica della scrittura tozziana). Dal punto di vista del contenuto dei racconti, invece, Tozzi è subito sé stesso, con la notevole eccezione della prima novella, Assunta, del 1908, tragedia rusticana di ambiente contadino cui si può sicuramente attribuire una matrice verista, anche se a ben guardare già qui sono presenti alcuni dei temi fondanti la narrativa tozziana: la crudeltà dei rapporti umani, l’irrazionalità e l’inesplicabilità dei sentimenti. Continua a leggere “Movimenti a volte determinati da cause note”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura belga, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni, URSS

L’altra metà di Simenon

LeFinestrediFronteRecensione de Le finestre di fronte, di Georges Simenon

Bompiani, Tascabili, 1989

La sterminata produzione letteraria di Georges Simenon è ancora oggi, nel nostro immaginario collettivo, indissolubilmente legata alla figura del suo più celebre personaggio, il commissario Jules Maigret. Già a partire dagli anni ’30, però, Mondadori aveva iniziato a pubblicare un buon numero degli altri romanzi di Simenon, pubblicazione che era proseguita sino agli anni ’60. È però essenzialmente merito di Adelphi se, da circa trent’anni a questa parte, l’autore belga è uscito dalla qualifica di scrittore di genere cui lo aveva relegato l’ingombrate successo del commissario parigino, per divenire uno scrittore a tutto tondo anche a gli occhi del pubblico italiano: sono ormai una cinquantina infatti i romanzi senza Maigret ad oggi pubblicati dall’editore milanese nella prestigiosa collana Biblioteca Adelphi, e la lista continua ad allungarsi.
Uno dei primi romanzi che ha segnato la ripresa di interesse per Simenon è questo Le finestre di fronte, edito nel 1985 in una nuova traduzione rispetto all’edizione mondadoriana del lontano 1934, (il cui titolo, con una traduzione più letterale di quella originale, era Quelli di fronte); dell’edizione Adelphi ho letto la versione, sicuramente più povera quanto a veste editoriale ma identica quanto a contenuto, stampata su licenza da Bompiani qualche anno dopo.
L’edizione originale di Le Gens d’en face risale all’autunno del 1933: Simenon pochi mesi prima ha compiuto un viaggio nel sud dell’URSS, soggiornando a Odessa, circumnavigando il Mar Nero e rientrando via Istanbul. Ha trovato una situazione nella quale la carestia, causata da fattori ambientali ma soprattutto dalle tragiche scelte di Stalin, ha ridotto buona parte della popolazione alla fame. Sono infatti gli anni della collettivizzazione forzata delle campagne, dell’annientamento dei kulaki in quanto classe deciso da Stalin; milioni di capi di bestiame sono stati abbattuti per non consegnarli allo Stato, i raccolti di grano dell’Ucraina e delle altre regioni cerealicole dell’URSS sono andati in gran parte perduti per la siccità e la disarticolazione del sistema produttivo. Soffrono soprattutto le popolazioni sud-occidentali dell’Unione Sovietica, tra cui quelle affacciate sul Mar Nero. Chiaramente Simenon non ha un quadro complessivo della situazione – la portata della carestia e le sue reali conseguenze si conosceranno solo negli anni della glasnost gorbachoviana – e neppure ne conosce compiutamente le cause, ma si trova di fronte ai segni tangibili di una tragedia, che descrive e interpreta sia con il reportage Peuples qui ont faim, che uscirà nel 1934, sia con questo romanzo. Continua a leggere “L’altra metà di Simenon”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura argentina, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

Tra Buenos Aires e Misiones: i racconti di un borghese tragicamente segnato dalla vita

RaccontidAmorediFolliaediMorteRecensione di Racconti d’amore di follia e di morte, di Horacio Quiroga

Editori Riuniti, I Grandi, 1993

Horacio Quiroga non è autore molto noto in Italia. Nato in Uruguay nel 1878 ma vissuto prevalentemente in Argentina, la sua fu un’esistenza tragica, segnata dalla morte, spesso violenta, di molti dei suoi cari: il padre fulminato da un colpo di fucile, forse suicida, forse per un tragico incidente, quando Horacio ha pochi mesi; la precoce morte dei due fratelli; lui stesso, ventiquattrenne, che uccide accidentalmente il suo migliore amico, pulendo un’arma; la sua prima moglie avvelenatasi nel 1915. Lo stesso farà lo scrittore nel 1937, dopo che gli era stato diagnosticato un tumore. Scrisse in prevalenza racconti, la cui pubblicazione fu molto popolare ed apprezzata da subito, ed è oggi considerato tra i più importanti scrittori ispano-americani, anche se della sua opera Jorge Luis Borges disse che ”ha scritto racconti che avevano scritto meglio Poe e Kipling”.
Se dalla lettura di questo volume di racconti ho tratto la convinzione che il giudizio di Borges si può considerare in larga parte ingiusto, esso tuttavia ci permette di inquadrare le tematiche della produzione letteraria di Quiroga, legate al crudele fascino degli ambienti primigenii delle foreste del nord dell’Argentina, alle tragiche condizioni di vita di chi in queste foreste lavorava (e lavora) distruggendole a favore del profitto di pochi, ma anche alla caratterizzazione degli ambienti borghesi di Buenos Aires e di quelli dei coloni e allevatori delle pianure argentine, spesso attraverso la descrizione della patologia e della morte come fattore di indagine dei rapporti sociali e umani. Il richiamo a Poe e Kipling rende anche ragione dell’atmosfera culturale nel quale Quiroga era immerso e che informa la sua narrativa: siamo come detto nei primi decenni del ‘900 e Quiroga, che tra l’altro nei primi mesi del 1900 ha vissuto a Parigi proprio per entrare in contatto con il mondo letterario europeo, è una sorta di terminale latinoamericano delle pulsioni che, tra naturalismo positivista e decadentismo modernista, animavano la produzione letteraria dell’epoca.
Questo volume edito dagli Editori Riuniti per la prima volta nel 1987, ed oggi reperibile solo nei circuiti dell’usato, propone due delle raccolte di racconti più significative pubblicate da Quiroga: i Racconti d’amore, di follia e di morte, del 1917, e Il selvaggio, del 1920. A questo volume, come si evince dalla breve ma densa prefazione di Dario Puccini, ne è seguito un altro, Anaconda e altri racconti, anch’esso fuori catalogo da tempo: oggi è comunque possibile rinvenire in libreria numerose altre edizioni dei racconti di Quiroga, compresa una loro selezione edita da Einaudi. Continua a leggere “Tra Buenos Aires e Misiones: i racconti di un borghese tragicamente segnato dalla vita”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura russa, Libri, Narrativa, Nazismo, Novecento, Recensioni, URSS

Distopie a confronto: Nabokov versus Kafka

InvitoaunaDecapitazioneRecensione di Invito a una decapitazione, di Vladimir Nabokov

Adelphi, Biblioteca, 2004

Il lettore di Invito a una decapitazione, romanzo scritto da Vladimir Nabokov nel 1934, è in genere portato a scorgervi chiari rimandi ai due principali romanzi di Franz Kafka, Il processo e Il castello, entrambi editi una decina di anni prima. Troppo evidenti appaiono alcune analogie tra il romanzo di Nabokov e le opere kafkiane: dall’ambientazione – una impenetrabile fortezza alta su una collina, isolata dalla città, simbolo di un potere oscuro e crudele – alla imperscrutabilità delle accuse mosse al protagonista, alla sua condanna a morte, alla scelta di dare allo stesso un nome seguito dalla sola iniziale del cognome.
Tuttavia, nella prefazione alla edizione statunitense del libro, tradotto dal figlio Dimitri sotto la supervisione dell’autore e pubblicato nel 1959, Nabokov nega qualsiasi ascendenza direttamente kafkiana del suo romanzo, ricordando che all’epoca della sua scrittura: ”… non conoscevo il tedesco, ignoravo del tutto la letteratura tedesca moderna, e non avevo ancora letto traduzioni, francesi o inglesi, delle opere di Kafka.” Poco più avanti, negando di credere all’esistenza di affinità spirituali tra autori, ammette però che se dovesse indicare uno spirito affine a questa sua opera la sua scelta cadrebbe su Kafka, piuttosto che su G.H. Orwell (altro autore cui Invito a una decapitazione è stato spesso associato) ”… o su altri popolari dispensatori di idee illustrate e di narrativa dal taglio pubblicistico.”
Oltre all’implicito giudizio negativo che Nabokov esprime su Orwell, queste frasi – se accettiamo quanto in esse affermato – ci restituiscono l’affascinante idea che due grandi scrittori, diversissimi l’uno dall’altro per radici culturali e modalità di produzione letteraria, abbiano in qualche modo immaginato la medesima metafora di fondo per descrivere la società in cui vivevano e l’oppressione che essa esercitava sul sentire e sulle aspirazioni degli individui, per trasmetterci il senso di angoscia, solitudine, impotenza e incomunicabilità in cui il singolo si trovava immerso in Europa nei primi decenni del XX secolo.
Se molte sono le analogie, altrettante però sono le diversità che possono essere rinvenute. Nabokov scrive il suo romanzo come detto nel 1934, per di più a Berlino. Da più di dieci anni abita nella capitale tedesca, frequentando attivamente – non senza contrasti – i circoli dell’emigrazione russa, di cui ci offre un vivido ritratto ne Il dono, vero manifesto della sua identità intellettuale, opera che interromperà momentaneamente proprio per scrivere Invito a una decapitazione. Il suo viscerale antibolscevismo, il suo rifiuto di matrice liberale dell’esperimento sovietico ha avuto quindi modo di arricchirsi drammaticamente dell’esperienza diretta dell’ascesa di un nuovo totalitarismo, quello hitleriano, ormai trionfante nella Germania del 1934. A differenza che in Kafka, per il quale il contrasto tra l’individuo e la società moderna è in qualche modo insanabile, essendo connaturato alle assurde ed alienati regole di quest’ultima, per Nabokov bolscevismo e nazismo sono due aberrazioni, cui si può contrapporre, come vedremo, l’arma della libertà interiore ma anche quella di altri modelli sociali, nei quali tale libertà interiore non sia conculcata e repressa. Da questa differenza sostanziale ne consegue un’altra, a mio modo di vedere non meno importante, che si riflette direttamente sullo stile, sul tono generale del romanzo di Nabokov quando lo si confronti con quello dei capolavori kafkiani. In Kafka l’assurdità, l’imperscrutabilità delle regole e dei comportamenti con cui il potere si materializza è resa attraverso la loro normalità, la loro descrizione piatta e in qualche modo asettica, il fatto che essi non vengono mai messi in discussione. È in questo modo che Kafka dota le sue opere di una potenza inaudita: se il potere, le assurde regole che lo connotano e che egli ci descrive non hanno alternative, allora queste rappresentano la normalità, e chi cerca di opporvisi e ne è vittima è anormale, in qualche modo portatore di una inaccettabile e inutile eccentricità. Kafka nelle sue opere ribalta il senso comune per farci meglio percepire la forza coercitiva dei meccanismi del potere e la loro capacità di generare alienazione. Continua a leggere “Distopie a confronto: Nabokov versus Kafka”

Pubblicato in: Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

I due volti di un romanzo asimmetrico

Ciao,aDomaniRecensione di Ciao, a domani, di William Maxwell

Marsilio, Farfalle, 1998

Eccomi di nuovo a parlare di un autore semisconosciuto e di un libro al momento introvabile. Questa volta non si tratta però di un classico, ma di un autore statunitense contemporaneo, la cui produzione letteraria non ha trovato invero molta attenzione dalle nostre parti. William Maxwell, nato nell’Illinois nel 1908 e morto nel 2000, fu soprattutto editor della rivista The New Yorker, presso la quale lavorò per quasi quarant’anni, occupandosi delle opere di scrittori come Vladimir Nabokov, J.D. Salinger, Isaac B. Singer e molti altri.
Dei sette romanzi, delle raccolte di racconti e dei libri per bambini che scrisse oggi in Italia è possibile leggere solo Come un volo di rondini, romanzo del 1937 a sfondo autobiografico, mentre stranamente non è più edito da anni Ciao, a domani, del 1980, l’ultimo e anche il più acclamato dei suoi romanzi, che fu pubblicato da Marsilio alla fine degli anni ’90.
Entrambi questi romanzi, scritti a più di quarant’anni di distanza l’uno dall’altro, sono ispirati da un avvenimento che segnò profondamente la vita del futuro scrittore: nel 1918, quando Willam aveva 10 anni, la madre morì per l’epidemia di influenza spagnola, lasciandolo con un padre incapace di comprendere il dramma dei figli e che si risposerà presto. Mentre però Come un volo di rondini è, da quanto ho intuito non avendolo letto, essenzialmente la storia delle conseguenze per lui e per la sua famiglia della morte della madre, Ciao, a domani è un romanzo più sfaccettato, nel quale le vicende familiari dello scrittore sono per così dire sovrastate da quelle, ancora più drammatiche, di due famiglie di mezzadri che vivono nelle campagne circostanti la cittadina in cui abita l’io narrante. Queste due vicende si connettono attraverso la figura di Cletus Smith, figlio di uno dei mezzadri e amico del piccolo protagonista, che si identifica con l’autore da bambino. Anche in questo romanzo quindi ritroviamo forti elementi autobiografici, sottolineati dal fatto che il narratore è lo stesso scrittore, che ripensa gli avvenimenti della sua infanzia dopo cinquant’anni.
Il romanzo ha una costruzione asimmetrica e non cronologicamente lineare. Si apre con un breve capitolo nel quale veniamo a sapere che una mattina d’inverno Lloyd Wilson, un giovane mezzadro conduttore di un podere nelle campagne di Lincoln, Illinois, viene trovato ucciso con un colpo di pistola e con un orecchio mozzato nella stalla in cui si era recato per mungere le mucche. Sospettato dell’omicidio è Clarence Smith, un tempo amico di Lloyd e conduttore del podere vicino, che però è sparito. Nei due capitoli seguenti il narratore rievoca, a cinquant’anni di distanza, la morte della madre e il difficile rapporto con il padre, che dopo un periodo di afflizione si risposa e fa costruire una nuova casa alla periferia di Lincoln. Proprio nel cantiere della casa in costruzione il decenne protagonista incontra Cletus Smith, che ha più o meno la sua età. I due ragazzi per qualche tempo si trovano ogni giorno a giocare tra muri e travi in legno: parlano poco, essendo entrambi vittime di difficili situazioni familiari, e si salutano sempre dicendosi ”Ciao, a domani”. Un giorno però Cletus non viene a giocare: è il giorno in cui suo padre ha ucciso Lloyd Wilson. Continua a leggere “I due volti di un romanzo asimmetrico”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura croata, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

Un altro autore presumibilmente importante che non ci è dato conoscere

camaoRecensione di Camao, di Antun Gustav Matoš

Solfanelli, Il Voltaluna, 1991

Antun Gustav Matoš è uno scrittore pressoché totalmente ignorato nel nostro paese: questo volumetto di Solfanelli, piccolo editore di Chieti, credo sia il solo contributo dato dall’editoria nostrana alla sua conoscenza. Peraltro l’edizione risale al 1991, non è più in catalogo da tempo immemorabile, risulta introvabile anche sul mercato dell’usato e, sia per la sua brevità – contiene in una sessantina di pagine due soli racconti – sia per le evidenti lacune della traduzione, permette al lettore di farsi un’idea solo superficiale della poetica di questo autore attivo sul volgere del XX secolo.
Eppure Matoš è unanimemente considerato uno dei padri fondatori della letteratura croata e più in generale jugoslava moderna, che ha contribuito ad innovare profondamente agendo, per così dire, su due diversi fronti. Da un lato riflettendo nei suoi racconti e nelle sue poesie il sentimento nazionale che agitava la Croazia, allora provincia dell’Impero Austroungarico, negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, e dall’altro aprendo la letteratura croata agli influssi delle correnti decadenti, impressioniste e moderniste che in quel periodo caratterizzavano la letteratura dell’Europa occidentale.
Le radici di questa sua connotazione letteraria possono essere ricercate nella sua vicenda umana, travagliata ma ricca di esperienze. Matoš nacque a Tovarnik, piccolo centro al confine tra Croazia e Serbia, nel 1873, da una famiglia della piccola borghesia che due anni dopo si trasferì a Zagabria, dove il giovane Antun studiò solfeggio e violoncello. Nel 1891 si iscrisse alla facoltà veterinaria di Vienna, abbandonandola quasi subito per mancanza di interesse. È in quegli anni che iniziò a scrivere brevi racconti. Quando nel 1893 fu arruolato nell’esercito austroungarico disertò, riparando a Belgrado, dove per tre anni condusse una vita bohémienne suonando il violoncello ma facendosi notare anche come critico letterario. In seguito visse a Monaco e a Ginevra, per poi giungere nel 1899 a Parigi, entrando in contatto con gli ambienti letterari della capitale francese. Solo nel 1908, a seguito di un’amnistia, poté tornare dopo tredici anni di esilio a Zagabria, dove continuò a condurre un’esistenza professionalmente precaria, ricevendo numerosi rifiuti alla pubblicazione delle sue opere. Malato di cancro alla gola, morì nel marzo del 1914.
Matoš scrisse soprattutto racconti e novelle – in vita ne pubblicò tre raccolte, risalenti agli anni parigini – oltre a poemi e poesie – la maggior parte dei quali pubblicati dopo la sua morte – e saggi letterari e critici. Riguardo all’ispirazione dei suoi racconti ebbe a dire: ”ho la più grande ammirazione per il genio di Poe, la precisione concisa e superiore di Merimée e il senso naturale per la satira di Maupassant”. La sua produzione letteraria è quindi essenzialmente intrisa della cultura francese del tardo ottocento, di cui era un grande ammiratore. Le notizie che ho potuto reperire in rete portano a ritenere che due siano i grandi filoni entro i quali possono essere classificati i suoi racconti: il realismo di storie ambientate a Zagabria o nella regione rurale circostante, nelle quali prevalgono la nostalgia dell’esule per la terra d’origine e la ricerca di una specificità culturale croata, e le storie fantastiche, intrise di di un simbolismo decadente e degli influssi di Edgar Allan Poe, nelle quali spesso il tema dominante è quello della morte. Analoghe tematiche si possono ritrovare nelle sue composizioni poetiche. Continua a leggere “Un altro autore presumibilmente importante che non ci è dato conoscere”

Pubblicato in: Ebraismo, Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Narrativa, New York, Novecento, Recensioni

L’ideale dell’ostrica a Brooklyn

IlCommessoRecensione de Il commesso, di Bernard Malamud

Einaudi, Tascabili, 1999

Bernard Malamud è considerato uno dei padri della letteratura ebraico-statunitense del secondo dopoguerra, accanto a nomi come Saul Bellow, Norman Mailer, J.D. Salinger e altri, cui seguirono autori ancora attivi quali Philip Roth, Chaim Potock e Paul Auster, tanto per citare i più noti.
Tra la fine degli anni ’40 e il decennio successivo gli Stati Uniti vissero, in seguito alla vittoria della guerra e a tutto ciò che questo comportò in termini economici, lo straordinario boom che avrebbe cambiato per sempre la società: furono anni in cui venne confezionato il sogno americano di una nazione in grado di offrire a tutti una possibilità. Questo sogno era però basato, esattamente come ora, sull’esaltazione della competizione, sulla colpevolizzazione e sull’abbandono di chi non ce la faceva, oltre che sull’instillazione scientifica della paura del diverso, soprattutto del comunista, al fine di esercitare un rigido controllo politico volto a estirpare qualsiasi voce che mettesse in discussione seriamente il sistema.
Anni esaltanti, per certi versi, ma anche crudeli per una parte non indifferente della popolazione. Il disagio sociale e esistenziale che quel modello di società – in tumultuosa evoluzione e basato su un darwinismo sociale appena mitigato dalle nascenti politiche di welfare – creava, colpiva maggiormente quelle componenti del melting pot provenienti da aree diverse e legate a tradizioni culturali non identificabili con quella dominate, di matrice anglosassone.
Non è un caso, quindi, che proprio in questo periodo – dopo sporadici antefatti quali Chiamalo sonno di Henry Roth (1934) o le opere di Nathanael West – si sviluppi una specifica letteratura ebraico-statunitense i cui autori, quasi sempre emigrati o figli di emigrati dall’Europa, hanno in comune il tema dell’analisi delle contraddizioni che la società nordamericana apre rispetto all’essere ebreo, tema esplorato ovviamente a partire dalla diversa sensibilità e con le svariate modalità espressive di ogni autore. Ovviamente il fatto che questa generazione di autori si trovi a scrivere pochi anni dopo la shoah non è irrilevante nel determinare il tono complessivo della loro opera.
Bernard Malamud si inserisce in questa corrente narrativa con una propria, pacata specificità. La sua opera, fatta di alcuni romanzi e numerosi racconti, non presenta la profondità analitica di Saul Bellow o la visionaria violenza di Norman Mailer: si caratterizza piuttosto per un realismo desolato che rifiuta qualsiasi sperimentalismo espressivo e mette in scena attraverso una prosa piana e attenta ai dettagli storie di ordinaria solitudine e desolazione, storie di vinti dalla società ma anche storie di possibilità di una redenzione, legata per lo più al riconoscimento e all’accettazione della propria condizione. Continua a leggere “L’ideale dell’ostrica a Brooklyn”

Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Ambiguità ed equivoci che svelano la stupidità

AvventurediunGiovaneUfficialeinPoloniaRecensione di Avventure di un giovane ufficiale in Polonia, di Alexander Lernet-Holenia

Adelphi, Biblioteca, 2004

Avventure di un giovane ufficiale in Polonia, pubblicato nel 1932 quando Lernet-Holenia era trentacinquenne, è il secondo romanzo dello scrittore austriaco.
È un romanzo dal cui tono apparentemente leggero e scanzonato si potrebbe dedurre una distanza sostanziale rispetto alle prove più celebrate, quali ad esempio Lo stendardo, che pure è di pochi anni successivo e Marte in Ariete, del 1941, considerato il suo capolavoro. Per questi motivi è ritenuto un testo minore, in qualche modo immaturo, dell’autore. Eppure ad una attenta lettura questa quasi-commedia, ambientata durante la prima guerra mondiale, da un lato rivela tutta la maestria letteraria di Lernet-Holenia, dall’altro si presenta di una estrema complessità interpretativa e preannuncia alcune delle tematiche fondamentali che costituiranno l’ossatura delle sue opere posteriori.
La prima cosa da dire è che Avventure di un giovane ufficiale in Polonia è un breve romanzo estremamente gradevole da leggere e particolarmente divertente. Narra le avventure di un giovanissimo ussaro tedesco, il sottotenente Keller, che durante una carica di cavalleria del suo squadrone contro i russi sul fronte polacco viene disarcionato e sviene. Pochi giorni dopo, braccato dai cosacchi, si rifugia in una misera casa di un villaggio polacco, dove vivono un certo Hartlieb e l’ex ufficiale russo Lavrent’ev, ormai inabile alle armi avendo perso un braccio, i quali sotto la minaccia della pistola di Keller lo nascondono. Scampato il pericolo dei cosacchi, che perquisiscono inutilmente la casa, tra Keller e i due che lo ospitano nasce una sorta di complicità, e Lavrent’ev narra all’ussaro la sua triste storia di ufficiale degradato per colpe altrui e della conseguente perdita della moglie e delle due figlie. Keller chiede ad Hartlieb dei vestiti civili per poter fuggire: quelli che lo mimetizzano meglio sono di una contadina rutena, in quanto grazie alla giovane età e alle fattezza delicate Keller, con un fazzoletto in testa, può sembrare una donna, tanto più che sin da piccolo gli è sempre piaciuto indossare abiti femminili. Continua a leggere “Ambiguità ed equivoci che svelano la stupidità”