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La nascita del supereroe: giovane, bello, coraggioso e… inglese, of course!

Recensione de La dama del sudario, di Bram Stoker

Editori Riuniti, Narrativa, 1996

Prima di iniziare a commentare La Dama del Sudario mi corre l’obbligo di avvisare il lettore di queste note che l’edizione da me letta, pubblicata nel 1996 dagli Editori Riuniti e oggi reperibile sul mercato dell’usato, non è una versione integrale dell’originale. Scorrendo quest’ultima, infatti, mi sono reso conto di come, particolarmente nel primo libro, che narra gli antefatti alla vicenda, ma anche nei seguenti, interi documenti di cui – come si vedrà – è composto il testo siano stati eliminati e alcuni periodi soppressi. La cosa grave a mio avviso sta soprattutto nel fatto che l’editore non abbia ritenuto necessario avvisare l’incauto acquirente della arbitraria riduzione del romanzo. A mio avviso ciò da un lato costituisce una imperdonabile scorrettezza editoriale, dall’altro testimonia come il romanzo sia stato trattato, da un editore non di secondo piano e un tempo portatore di una gloriosa tradizione, alla stregua di un prodotto di consumo da dare in pasto ad un pubblico considerato minore, in cerca solo dell’azione. Consiglio quindi caldamente chi volesse arricchire con questo titolo la sua libreria di acquistare una delle edizioni integrali del romanzo, fortunatamente ancora reperibili.
Detto questo, la lettura de La Dama del Sudario arricchisce il mio personale percorso di avvicinamento a Dracula, il cui approdo si preannuncia peraltro lontano nel tempo, di una nuova tappa, che, ancorché monca, mi ha confermato una volta di più come Bram Stoker possa essere sostanzialmente considerato autore di un solo romanzo, il cui successo è andato forse per vari motivi al di là degli specifici meriti letterari.
Del resto ciò emerge chiaramente anche ricercando i libri dell’autore irlandese in un qualsiasi negozio on-line: degli oltre sessanta volumi che si possono trovare in vendita, più di cinquanta sono le edizioni di Dracula, che compare nel catalogo di tutte le principali case editrici italiane. Ciò che resta è dedicato a pochi degli altri romanzi di Stoker, e si nota come tra questi La Dama del Sudario abbia avuto una sua relativa fortuna, con almeno tre diverse edizioni nel corso degli ultimi decenni. Forse il motivo dell’interesse editoriale per questo romanzo sta nel fatto che, come si vedrà, richiama, o meglio vorrebbe richiamare – sia nella struttura sia nelle atmosfere – il fratello maggiore.
Una delle caratteristiche peculiari di Stoker è che lo si può considerare una sorta di dilettante della scrittura: a partire dal 1876 e per quasi trent’anni, infatti, sua occupazione principale fu essere segretario ed agente teatrale del grande attore Henry Irving; si dedicò a tempo pieno alla letteratura solo negli ultimi anni di vita, dopo la morte di Irving avvenuta nel 1905.
La Dama del Sudario appartiene a quest’ultima fase della vita di Stoker, essendo stata pubblicata nel 1909, dodici anni dopo Dracula; avendo letto due dei tre romanzi da lui editi in questo periodo, credo di poter dire che si tratti di una fase di stanca ripetizione di alcuni dei clichés narrativi che tanto successo gli avevano procurato, con un rifugio nel genere – origine tra l’altro di palesi ingenuità narrative – che toglie certamente respiro a queste sue opere, le quali pure non mancano di interesse soprattutto in quanto permettono di delineare chiaramente l’ideologia che le sottende.
Pur trattandosi di un’opera volta a creare suspense nel lettore, ritengo di non infrangere alcun tabù accennando brevemente ad alcuni elementi della trama de La Dama del Sudario, in quanto nessun lettore penso possa dubitare, sin dalle prime pagine, dell’inevitabile lieto fine della storia narrata.
Come detto Stoker mutua da Dracula la struttura del romanzo, composto da vari documenti: articoli, resoconti, diari e lettere redatti da svariati personaggi. L’intento è manifestamente quello di richiamare l’oggettività dei fatti andando alle loro fonti, in una sorta di estremismo naturalistico nel quale l’autore non interviene, limitando apparentemente il suo ruolo all’assemblaggio di documenti che rendono il racconto polifonico, e pertanto più credibile, soprattutto in relazione all’esotismo e all’alone di mistero che circonda le storie narrate. Purtuttavia qui tale effetto è notevolmente attenuato, in quanto la parte nettamente preponderante delle vicende è narrata avvalendosi del diario del protagonista, Rupert St. Leger, che diviene quindi per gran parte del romanzo l’unico occhio che vede ed interpreta la realtà. Le altre voci intervengono quasi unicamente all’inizio ed alla fine del romanzo, al fine di inquadrare la vicenda con i suoi protagonisti e di concluderla.
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Un romanzo solo apparentemente “semplice” afflitto da una traduzione ormai del tutto inadeguata

Recensione de La battaglia, di John Steinbeck

Bompiani, Tascabili, 2006

Forse è il destino ad essermi avverso, ma più probabilmente è l’ennesimo segno della sciatteria dell’editoria italiana: sta di fatto che, dopo La dodicesima notte e La collera di Maigret, per la terza volta in poco tempo mi trovo obbligato, a rischio di annoiare schiere di miei lettori, a scagliarmi contro la traduzione di un’opera letteraria.
Stavolta il bersaglio è grosso, trattandosi nientedimeno di Eugenio Montale, traduttore nel 1940 di In dubious battle, romanzo scritto da John Steinbeck quattro anni prima, ancora oggi proposto in libreria nella stessa edizione, e del quale non esistono traduzioni più recenti.
Di una nuova traduzione quest’opera avrebbe davvero bisogno, e in merito ritengo che piuttosto che continuare a riproporre quella del peraltro grande poeta sarebbe meglio lasciare a chi può la lettura del testo originale, reperibile ad esempio qui, visto che viene a mio avviso letteralmente tradito da Montale.
Il tradimento comincia sin dalla versione del titolo: In dubious battle è citazione da un verso del primo libro del Paradiso perduto di Milton; del resto molti dei romanzi di Steinbeck hanno come titolo citazioni bibliche o tratte da classici. L’importanza del titolo originale è data dal fatto che esso è parte di un passo estremamente significativo, che è opportuno riportare per intero (traduzione mia, quindi alquanto grezza):
”… quindi fui spinto
a scontrarmi col più forte, trascinando nel conflitto
la grande forza di innumerevoli spiriti armati
che disprezzando il suo regno e preferendo me
opposero al suo grande potere un potere avverso
in un’incerta battaglia nelle pianure del Paradiso,
e scossero il suo trono. Cosa importa se fummo sconfitti?
Non tutto è perso. L’indomita volontà,
lo spirito di vendetta, l’odio immortale
mai conosceranno sottomissione o cedimento;
e cosa mai altro è, se non questo, il non essere vinti?”

Tradurre In dubious battle con La battaglia significa tagliare di netto il cordone ombelicale esistente tra il titolo originale e il passo di Milton, ed in questo modo amputare una parte importante del significato che Steinbeck attribuisce a questo romanzo: il racconto di un episodio tragico e fallimentare nell’ambito di una dura lotta, quella tra le classi, destinata comunque a continuare. Appare tra l’altro quantomeno strano che nella pur ottima introduzione, anonima e datata 1976, all’edizione da me letta, nella quale il romanzo viene contestualizzato rispetto ai tempi in cui fu scritto, non vi sia alcun accenno all’origine letteraria del titolo originale e alla sua oggettiva importanza.
Se comunque l’alterazione del titolo può essere forse considerato un peccato veniale, è la traduzione del testo che risulta oggi del tutto inadeguata per capire veramente questo romanzo.
Steinbeck è infatti scrittore realista, oserei dire naturalista, in particolare nelle opere della Dustbowl trilogy; uno degli elementi che caratterizzano il suo realismo è il linguaggio colloquiale, infarcito di slang, a volte duro e volgare, che mette in bocca ai suoi contadini e operai. L’impiego di tale linguaggio gli procurò non pochi strali da parte della critica conservatrice, particolarmente violente quando uscì Furore. A proposito del linguaggio di In dubious battle l’autore ebbe a dichiarare: ”I dialoghi [del romanzo] sono ciò che comunemente viene definito volgare. Ho lavorato fianco a fianco ai braccianti, e raramente ho sentito una frase in cui non vi fosse qualche scurrilità. Sono stufo del fatto che nei libri il nobile lavoratore si esprima come se fosse un professore universitario.” Per inciso, verrebbe fatto di notare come una polemica di questo genere negli anni ‘30 del XX secolo per noi europei appaia un poco di retroguardia e forse in ritardo di qualche decina d’anni; anche relativamente a ciò, tuttavia, emerge chiaramente a mio avviso l’importanza della contestualizzazione dell’opera d’arte rispetto alla situazione sociale concreta che l’ha generata.
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Il Giappone fra tradizione e modernità nelle pagine di un grande narratore

Recensione de Il cuore delle cose, di Natsume Sōseki

Neri Pozza, Biblioteca, 2006

Sempre, a mio avviso, per comprendere a fondo un’opera letteraria è necessario fare riferimento al periodo e al contesto storico in cui fu scritta.
Questo è particolarmente vero per l’opera di Natsume Sōseki, sicuramente uno dei più grandi scrittori giapponesi della prima metà del XX secolo, e per il romanzo Il cuore delle cose, considerato uno dei suoi capolavori, il cui titolo originale, Kokoro, è stato tradotto anche – forse più letteralmente – come Anima e nel napoletaneggiante Anima e cuore. Attualmente, caso strano per un’opera sicuramente non mainstream, sono disponibili in libreria ben quattro edizioni diverse di questo romanzo, tra le quali anche un graphic novel.
Tre sono essenzialmente i motivi per cui è necessario leggere il romanzo avendo presente l’epoca della sua scrittura. Il primo è che si tratta di un’opera letteraria che ci proviene da una cultura lontana, che al tempo era sicuramente più di oggi dotata di specificità culturali, derivanti dalla sua organizzazione sociale, senza conoscere le quali – almeno sommariamente – è oggettivamente difficile apprezzare appieno le atmosfere del romanzo.
Il secondo è dato dal fatto che nel romanzo stesso alcuni avvenimenti storici – la morte dell’imperatore Mutsuhito (Meiji), avvenuta il 30 luglio del 1912, e, pochi giorni dopo le solenni esequie del Tennō, il suicidio rituale tramite seppuku del generale Nogi Maresuke, accompagnato dalla moglie (che commise jigai) – assumono un ruolo e un significato centrale.
Il terzo e sicuramente più importante è il fatto che il regno dell’imperatore Mutsuhito, che va dal 1867 al 1912 ed è conosciuto come rinnovamento Meiji, è stato decisivo nella storia del Giappone, segnando l’ingresso dell’impero del sol levante nella modernità. Vediamo quindi molto sommariamente cosa accadde in Giappone in quei decisivi decenni.
L’episodio che apre simbolicamente quest’epoca si verifica l’8 luglio 1853, quando quattro navi da guerra statunitensi (le celebri navi nere), si presentano all’imboccatura della baia di Edo (l’odierna Tokyo) minacciando di bombardare la città se lo Shōgun non avesse accolto una proposta di trattato commerciale redatta dal presidente Millard Fillmore. Si noti come all’epoca non fosse necessario ammantare le politiche imperialiste con ipocrite motivazioni legate alla democrazia o ai diritti umani: il trattato, siglato l’anno successivo, imponeva di fatto al Giappone l’apertura alle merci statunitensi.
A quel tempo il Giappone aveva un’organizzazione sociale ed economica di tipo feudale, della quale era capo con poteri dittatoriali lo Shōgun: I vari clan aristocratici dei Daimyō, pur soggetti allo Shōgun, vivevano delle rendite e delle imposte nei propri feudi (Han), dominando sulle altre classi: i militari (samurai), i contadini, gli artigiani e i commercianti (oltre ai non umani Hanin). L’imperatore da secoli era di fatto esautorato di ogni potere politico.
Questo assetto sociale rigidamente gerarchico era stato perfezionato dagli Shōgun del clan Tokugawa, egemone sin dall’inizio del XVII secolo, e presupponeva la chiusura pressoché totale del Giappone al commercio estero: ancora alla metà del XIX secolo gli unici commerci ammessi erano quelli con gli olandesi, nel solo porto di Nagasaki. La nascente borghesia nazionale, quindi, era totalmente soggetta all’aristocrazia, alla quale peraltro prestava buona parte delle ingenti risorse necessarie per far parte a pieno titolo dell’élite del bakufu, il sistema di governo dello Shōgun.
Con la firma del trattato commerciale con gli USA, cui ne seguirono in breve tempo altri con le principali potenze (i cosiddetti trattati ineguali) l’incipiente crisi del modello feudale precipitò, e dopo un decennio di scontri tra lo shōgunato, l’imperatore e i Daimyō più potenti – con pesanti interferenze occidentali che di fatto portarono allo smembramento del paese – si giunse alla guerra civile. Il giovane imperatore Mutsuhito si fece promotore del ristabilimento di una autorità centrale e si trasferì da Kyoto, l’antica capitale imperiale, a Edo; nel 1868 l’ultimo Shōgun si dimise e il nuovo governo imperiale accelerò sulla via della modernizzazione della economia e della società giapponese. Fu una sorta di rivoluzione dall’alto, volta a permettere lo sviluppo di una borghesia industriale e commerciale, che comunque faceva affidamento sui rappresentanti dell’oligarchia aristocratica per quanto riguardava le funzioni chiave del potere civile e militare. Un compromesso molto simile a quelli che avevano dato origine alle monarchie costituzionali in Europa dopo le rivoluzioni del 1848, sia pure con tratti autoritari sconosciuti in occidente e derivanti dalla tradizione gerarchica nipponica, che comportò il mantenimento delle classi popolari in uno stato di assoluta subordinazione, con la trasformazione in pochi decenni di grandi masse rurali in proletariato urbano. Dalle potenze occidentali il Giappone mutuò presto anche le politiche imperialistiche, rivolte verso la Cina e la Corea, politiche supportate ideologicamente da un nazionalismo militarista che ancora una volta faceva leva sulla tradizionale gerarchizzazione sociale. La potenza industriale e militare raggiunta dal Giappone diverrà chiara al mondo soprattutto a seguito della schiacciante vittoria nella guerra con la Russia del 1905.
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Ora lo so: il Simenon di Maigret è proprio il “Glauser belga”

Recensione de La collera di Maigret e di Maigret e la chiusa n. 1, di Georges Simenon

Mondadori, Oscar, 1976 e 1974

Giunto ormai il tempo di affrontare il commissario Maigret, di cui non avevo ancora letto nulla, qualche settimana fa ho estratto a caso dalla mia libreria due titoli tra i numerosi vecchi Oscar Mondadori acquistati su una bancarella in una lontana e fredda giornata del febbraio 2007. Così, con una buona dose di curiosità e anche una certa emozione, data la stazza del personaggio, ho iniziato a leggere Maigret se fache, tradotto da Giannetto Bongiovanni come La collera di Maigret; seguito subito dopo da L’écluse n. 1, che nella traduzione di Elena Cantini è Maigret e la chiusa n. 1. Considerata l’ovvia affinità che corre tra i due volumi, veri e propri campioni casuali di una vasta popolazione di romanzi e racconti accomunati dalla personalità del commissario, ho deciso di dedicar loro un commento comune.
In realtà nel momento in cui ho iniziato la lettura non ero del tutto a digiuno nei confronti delle indagini del commissario Maigret, perché appartengo alla generazione che ha avuto modo di vedere in diretta gli ultimi episodi della serie che la RAI realizzò tra la metà degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, con un indimenticabile Gino Cervi nei panni del protagonista e un’altrettanto meravigliosa Andreina Pagnani in quelli della Signora Maigret. Per la cronaca, ricordo che la serie vedeva la regia di Mario Landi e aveva come delegato di produzione Andrea Camilleri: consiglio a tutti di (ri)vederne almeno un episodio, anche perché ciascuno potrà così farsi un’idea di quale fosse la qualità delle produzioni RAI a quei tempi, anche nel campo delle proposte nazional-popolari, e confrontarla con la spazzatura che oggi il cosiddetto servizio pubblico ammannisce quotidianamente, dopo essere stato scientemente ridotto a strumento di rincoglionimento di massa.
Purtroppo devo dire subito che l’emozione cui accennavo, in un certo senso accresciuta dal trovarmi tra le mani un vecchio Oscar che mi ricordava, nel formato e nello stile della copertina, le mie prime letture giovanili, è rapidamente svanita a causa primariamente della traduzione di Giannetto Bongiovanni. Risalente al 1959, in linea teorica avrebbe dovuto essere una traduzione importante: Bongiovanni è stato infatti un importante giornalista e scrittore mantovano, autore tra l’altro di alcuni romanzi di ambiente padano, peraltro oggi dimenticati. Leggendo la sua biografia si nota però come egli sia stato spesso assillato da necessità economiche, e come il ricorso alla traduzione di alcuni dei romanzi di Maigret fosse un ripiego rispetto alle sue malpagate attività giornalistiche e letterarie. Probabilmente, inoltre, da parte dell’editore in quegli anni non si guardava tanto per il sottile rispetto alla qualità di un prodotto di genere destinato essenzialmente ad un pubblico popolare. Sta di fatto che ho trovato la traduzione del tutto inadeguata, ed anche sintatticamente eccentrica in alcuni passi, come quelli in cui Bongiovanni fa un improprio, a mio avviso, ricorso all’imperfetto indicativo in luogo del passato remoto per descrivere alcune azioni del commissario o di altri personaggi. Per spiegarmi meglio riporto uno di tali passi, nel quale Maigret giunge nel piccolo albergo in cui alloggerà durante la sua inchiesta: ”Cartelli con frecce indicavano dopo la stazione Albergo all’Angelo: egli seguiva le frecce, penetrava in un giardino dal pergolato in disordine e giungeva finalmente alla porta vetrata d’una veranda…”. Ora, non essendo uno specialista di grammatica potrei anche errare, ma da quanto mi ricordo l’imperfetto indicativo viene usato per segnalare un’azione o una situazione del passato di cui non si conoscono esattamente la conclusione o le conseguenze, mentre se queste sono note si dovrebbero usare il passato remoto (perfectum) o prossimo. Nella traduzione questo uso imperfetto dell’imperfetto si ripete varie volte, conferendo ai relativi passi un che di improprio anche in relazione al fatto che in ogni caso si tratta di azioni circoscritte, con un inizio ed una conclusione ben note al classico narratore onnisciente.
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Scene di caccia in Francia centrale

Recensione de Il piccolo libraio di Archangelsk, di Georges Simenon

Adelphi, Biblioteca, 2007

In attesa di incontrare il commissario Maigret, Il piccolo libraio di Archangelsk rappresenta la quarta tappa del mio percorso di lettura di alcune delle opere di Georges Simenon, e questo breve romanzo non fa che aggiungere un altro tassello all’idea che mi sto formando di uno scrittore fortemente discontinuo quanto a qualità delle sue opere. Se infatti Betty, il primo romanzo di questa piccola e personale serie di letture, mi era parso un romanzo molto interessante e intrigante, che esplorava tematiche scabrose addirittura in anticipo rispetto ai tempi, nelle successive due opere, Cargo e Il clan dei Mahé, avevo ravvisato parecchie lacune, sia formali sia sostanziali, che mi avevano portato ad attribuire loro un giudizio sostanzialmente negativo, come di romanzi in qualche modo datati e superficiali. Questo romanzo rappresenta invece, a mio avviso, un esempio di notevole opera letteraria, nella quale Simenon riesce innanzitutto a creare un personaggio difficile da dimenticare nella sua ingenua complessità, ed anche ad amalgamare con efficacia ingredienti tipici della sua produzione, che altrove non era riuscito a dosare con equilibrio. Probabilmente l’incapacità dell’autore di mantenere uno standard qualitativo omogeneo è il risultato dell’ipertrofia della sua scrittura, dalla necessità, non so quanto esistenziale e quanto commerciale, di scrivere a getto continuo (almeno nei brevi intervalli tra un rapporto sessuale e l’altro…), il che probabilmente non ha favorito una attenta selezione dei temi trattati nelle singole opere e del loro sviluppo letterario.
C’è un altro dato che pare emergere da queste mie letture simenoniane. I due romanzi a mio avviso più importanti, questo e Betty, furono scritti dall’autore quando aveva già oltrepassato la soglia dei cinquant’anni (rispettivamente nel 1956 e nel 1960): potrebbe quindi essere che la maturità anagrafica abbia portato con sé anche una maggiore maturità artistica ed analitica, come spesso accade. In realtà questo assunto andrebbe verificato attraverso ulteriori letture di opere dell’autore, perché il giudizio che ricavai, alcuni anni fa, dalla lettura de Le finestre di fronte fu quello di un’opera notevole, di un bel romanzo scritto quando l’autore era poco più che trentenne, e ciò sembrerebbe contraddire l’ipotesi qui avanzata.
Il piccolo libraio di Archangelsk sembra in superficie non discostarsi molto dalla tematica su cui in via principale Simenon sembra basare la sua aspirazione al roman total, sulla quale sono incentrati i due romanzi di Simenon da me letti in precedenza: la profonda crisi in cui entra un uomo a causa del suo rapporto con una donna, che condurrà ad esiti drammatici. Numerosi sono però gli elementi che in questo caso arricchiscono e rendono complesso questo leitmotiv caro all’autore, facendo come detto del romanzo un’opera di un qualche significato nel panorama letterario della seconda metà del XX secolo. Su tutti il più importante a mio avviso è dato dal fatto che mentre negli altri casi il contesto in cui il dramma esistenziale dei protagonisti si svolgeva era di fatto scollato da quest’ultimo, rappresentandone quasi solo una quinta posticcia o confusa, ne Il piccolo libraio di Archangelsk il contesto sociale nel quale si svolge la vicenda ne è in larga parte la causa, e ciò trasforma le storie eminentemente private di quei romanzi in una vicenda dai forti connotati politici.
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Se questo è un libro (scritto nel maggio del 1945)

Recensione de Il Clan dei Mahé, di Georges Simenon

Adelphi, Biblioteca, 2006

Resta per me un mistero la capacità che alcuni autori hanno di estraniarsi completamente, nelle loro opere, dalla realtà che li circonda, in particolare quando questa realtà è altamente drammatica, rifugiandosi in un proprio universo privato da cui unicamente attingono spunti per la loro scrittura, impermeabili a ciò che succede attorno a loro.
Il secolo scorso è stato percorso, tra le altre grandi tragedie che lo hanno caratterizzato, da due guerre mondiali. La prima è stata una immensa ecatombe consumatasi prevalentemente nei territori attraversati dal fronte, ma le sue conseguenze sulla vita e sulla coscienza anche di chi era nelle retrovie è testimoniata se non altro dagli epocali sconvolgimenti sociali che la seguirono. La seconda guerra mondiale è stata ancora più pervasiva, se così si può dire, avendo steso direttamente la sua cappa di morte su pressoché tutta l’Europa (oltre che su parte dell’Africa e dell’Asia), e si può dire che, almeno nel vecchio continente, furono ben pochi coloro i quali non abbiano avuto la guerra in casa.
Le opere di moltissimi scrittori attivi in quei periodi storici portano il segno, sia pure in modi affatto diversi, di queste due catastrofi scatenate dalla contrapposizione di opposti interessi imperialistici, anzi a volte nascono proprio dall’impulso insopprimibile di raccontare l’inenarrabile, ma mi è capitato spesso di riscontrare come alcune opere letterarie, anche di pregio, scritte in quei periodi, si astraggano totalmente da essi, essendo latrici di una sorta di neutra atemporalità che a mio avviso è spesso segno di superficialità e inadeguatezza. Debbo precisare, a scanso di equivoci, che è lungi da me identificare il valore di un’opera letteraria con il suo realismo o peggio cronachismo, ma siccome sono convinto che il grande artista abbia come compito primario quello di interpretare – nei modi e nelle forme che la sua poetica gli suggerisce – i tempi in cui vive, tendo di conseguenza a sminuire criticamente ogni espressione di intimismo fine a sé stessa, per quanto formalmente sublime, e quindi ritengo sostanzialmente minore lo scrittore che, trovandosi a vivere durante eventi che hanno sconvolto il mondo, vi reagisce costruendosi un piccolo mondo parallelo, a uso e consumo suo e del suo pubblico. Detto in termini più drastici, a mio avviso la letteratura d’evasione è cattiva letteratura, perseguendo finalità opposte a quelle affidate alla buona letteratura.
Resta però un problema: quando un’opera letteraria (o cinematografica, o musicale) può essere definita d’evasione e quando no? Qual è il discrimine, ammesso che un discrimine di tal fatta esista?
Dopo aver letto alcune opere di Georges Simenon ed in particolare dopo essere giunto a questo Il clan dei Mahé mi sento di dire che l’autore belga possa essere considerato uno dei casi emblematici di questa difficoltà – probabilmente del tutto personale, ma che, considerato che scrivo queste note esclusivamente a mio beneficio, assume per me la massima importanza – di separare, se così si può dire, il grano dal loglio.
Simenon, che ha passato gli anni di guerra nel suo rifugio vandeano, mantenendo un rapporto quantomeno ambiguo con l’occupante tedesco e occupandosi solo di mantenere il suo successo, termina Il clan dei Mahé nel maggio del 1945, poco prima di sfuggire alle accuse di collaborazionismo partendo per il Canada; è presumibile, visti i ritmi di scrittura di cui era capace, che non avesse iniziato il romanzo molto prima. Lo scrive pertanto nel mese in cui Hitler si uccide nel suo bunker, l’Armata Rossa entra a Berlino, cominciano a circolare le notizie sui campi di sterminio e la guerra termina, perlomeno in Europa; nel Pacifico la più grande democrazia del mondo deve infatti ancora compiere i suoi crimini più orrendi. La Francia è libera dalla tarda estate dell’anno precedente, ma la situazione è tutt’altro che tranquilla: l’8 maggio del 1945 iniziano in Algeria i moti indipendentisti conosciuti come Massacri di Sétif, Guelma e Kherrata, durante i quali un numero di algerini compreso tra 3.000 e 45.000, a seconda delle varie fonti, verrà massacrato dalla polizia e dall’esercito coloniale francese.
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Il romanzo forse troppo ambizioso del trentenne Simenon

Recensione di Cargo, di Georges Simenon

Adelphi, Biblioteca, 2006

Cargo è la seconda tappa della mia parziale immersione nell’oceano delle opere di Georges Simenon; pubblicato originariamente nel 1936, quando lo scrittore era poco più che trentnenne, gli venne ispirato, come informa il risvolto di copertina di questa edizione Adelphi, da un lungo viaggio che tra il 1934 e il 1935 lo portò nell’America centrale e meridionale, quindi in Polinesia e in Nuova Zelanda. Nel solco del migliore stile grafico dell’editore di via San Giovanni sul Muro, la copertina del volume è a mio avviso di un magnifico ed evocativo minimalismo, con uno sfondo blu francese su cui spicca il bellissimo scatto di uno dei grandi fotografi francesi contemporanei, Jean Gaumy, che da sola riassume tutta l’atmosfera del romanzo, o quantomeno delle sue prime due parti. Alla cura nella grafica si accompagna l’ottima traduzione di Marco Bevilacqua, e questo permette di non censurare nettamente l’usuale mutismo dei romanzi Adelphi, ovvero l’assoluta mancanza di un qualsiasi apparato critico, che per la verità in questo caso si avverte meno, data la linearità della narrazione.
Insolitamente lungo rispetto agli standard dell’autore, Cargo si presenta come un romanzo ambizioso, al quale probabilmente Simenon aveva affidato molte aspettative rispetto alle sue capacità di andare oltre il genere poliziesco nel quale l’ingombrante personaggio di Maigret, apparso nel 1931 e che all’epoca contava già una ventina di episodi, lo stava intrappolando. Ambizione dell’autore, perseguita per tutta la vita, era infatti – in perfetta sintonia con la grande tradizione letteraria classica francese – di scrivere un roman total, un grande mosaico della vita del XX secolo di cui i singoli romans durs costituissero le tessere: visto in questa prospettiva Cargo può essere ritenuto una delle prime di tali tessere, e certo non quella cui Simenon attribuisse la minore importanza. Il risultato è tuttavia a mio avviso ambiguo, perché se da un lato il romanzo fa affiorare come già nelle prove dell’anteguerra lo scrittore belga mostrasse indubbie capacità di tracciare intensi ritratti psicologici dei suoi personaggi, peraltro già evidenziate in alcune opere precedenti come Le finestre di fronte, dall’altro risente della sua ambientazione esotica e del prevalere di situazioni avventurose, che appaiono spesso strumentali e forzose e hanno come cifra fondamentale una prolissità a tratti gratuita: è come se il lungo viaggio fatto nel periodo precedente la scrittura di Cargo abbia preso la mano all’autore, costringendolo in qualche modo ad ambientare il romanzo lungo le sue tappe più significative e vestendolo di una trama improbabile, con il risultato di una notevole perdita di credibilità della storia e di una certa ingenua superficialità di tematiche che ammanta tutta l’opera.
Protagonista del romanzo è Joseph Mittel, giovane parigino figlio di un martire anarchico, morto per la causa quando lui aveva solo due anni. Lo incontriamo mentre, in una sera fredda e piovosa, è sul cassone di un furgone che lo sta portando da Parigi a Dieppe. Nella cabina, accanto all’autista che ha dato un passaggio alla coppia, c’è la sua fidanzata, Charlotte, anch’essa giovane anarchica, spregiudicata e di costumi sessuali assai aperti. Fuggono, perché Charlotte ha ucciso l’uomo di cui era stata la domestica e amante, dopo aver tentato di ricattarlo al fine di raccogliere denaro per la causa.
A Dieppe riescono a imbarcarsi su un cargo, il Croix-de-Vie, in partenza per il Sudamerica. Mopps, il comandante e proprietario del cargo, assegna Mittel alle caldaie, mentre Charlotte diviene in breve la sua amante. Oltre al carico ufficiale il Croix-de-Vie trasporta molte casse di mitragliatrici, destinate ad una rivoluzione che sta per scoppiare in Ecuador: è questo il vero affare del viaggio, da cui Mopps si aspetta un lauto guadagno.
In vista di Panama giunge a bordo la notizia che Charlotte e Joseph sono stati segnalati alle autorità panamensi da quelle francesi, per cui non possono sbarcare. Inoltre il tentativo rivoluzionario in Ecuador è stato liquidato, per cui le mitragliatrici non possono più essere vendute. Mopps, che a questo punto non ha neppure i soldi per rifornire il cargo di carbone e pagare il diritto di passaggio nel canale, è costretto ad indebitarsi con degli strozzini: corrompendo la polizia del canale riesce a far passare nel Pacifico i due giovani, ai quali si è affezionato (soprattutto a Charlotte…), sbarcandoli nella città colombiana di Buenaventura, procurando loro documenti falsi e a Joseph un lavoro presso un amico.
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Il piccolo romanzo in leggero anticipo sui tempi

Recensione di Betty, di Georges Simenon

Adelphi, Gli Adelphi, 1992

Georges Simenon è, insieme a Honoré de Balzac, l’autore di cui la mia biblioteca è più ricca di volumi, circa una quarantina per ciascuno. Mentre però di Balzac questi rappresentano la quasi totalità dell’opera, nel caso del padre di Maigret quaranta libri sono solo un piccolo campione della sua sterminata produzione letteraria.
Le cifre che si possono reperire in rete sono a mio avviso impressionanti, anche tenendo conto della lunga vita dell’autore belga: sino al 1929 scrisse circa 200 romanzi, utilizzando 17 diversi pseudonimi; dal 1929 al 1972 altri 192 romanzi, dei quali 103 della serie di Maigret; scrisse inoltre 155 racconti, un migliaio di reportages di viaggio e altri 2000 articoli su vari argomenti. Questa mostruosa produzione letteraria potrebbe far pensare ad un recluso della scrittura, ad una sorta di Marcel Proust a vita, isolato in una stanza sin da giovanissimo e intento solo a scrivere e scrivere… tutt’altro. C’è infatti quantomeno un altro dato, nella biografia di Simenon, che dà l’idea di una personalità ipertrofica, di una vitalità abnorme, di un metabolismo straripante: il numero di donne con le quali ha avuto relazioni sessuali. Secondo una sua celebre stima, sarebbero state circa 10.000, delle quali moltissime prostitute, perché per lui fare sesso era come respirare. Può darsi che la cifra sia sovrastimata, che Simenon abbia sbagliato il catalogo o abbia in qualche modo voluto stupire circa le sue capacità amatorie, ma probabilmente l’ordine di grandezza è quello. Prendiamo quindi per buona questa autostima e facciamo alcuni conti. Diecimila giorni corrispondono a oltre 27 anni, quindi questo è il tempo che Simenon avrebbe impiegato per andare a letto ogni santo giorno con una donna diversa, ovvero – supponendo più di un cinquantennio di vita sessualmente attiva – fare sesso con una donna diversa ogni due giorni; vero è che non è affatto detto che il sesso si debba fare solo in due o che nello stesso giorno si debba fare con una sola donna, ma si deve anche mettere in conto che non sempre avrà concluso subito, che a volte sarà andata buca anche a lui, che ci saranno pur stati periodi di inattività forzata, che perlomeno alcune relazioni avranno pur avuto una loro durata etc. Se si aggiunge il fatto che ha viaggiato molto e che avrà sicuramente dovuto ottemperare per buona parte della sua vita anche agli impegni normali di uno scrittore di grande successo, la domanda che sorge spontanea è: ma dove ha trovato il tempo materiale per scrivere tutto ciò che ha scritto e fare tutto ciò che ha fatto?
Dopo un fugace incontro con l’autore tre anni or sono, grazie a Le finestre di fronte, il mio metodo di lettura mi ha portato a leggere i libri di Simenon acquistati nel 2007; essendo questi circa una quindicina, ho deciso di non leggerli tutti, non avendo voglia di impegnarmi tanto a lungo con un singolo autore – forse non del tutto imprescindibile – e mi sono limitato a leggere sei romanzi, scegliendo, tra i molti, quattro romans durs e due episodi della serie di Maigret. Così la prima opera che mi è capitata tra le mani è questo Betty, del 1960.
Romanzo breve, Betty appartiene alle opere letterarie nelle quali un autore maschio analizza a fondo la psicologia femminile, e devo dire che – per quanto possa giudicare appartenendo anch’io alla metà non femminile dell’umanità – l’esito di questa prova è notevole, rivelando sia lo scrittore maturo, che con opere come questa si distacca nettamente dal genere poliziesco nel quale è costretto dai meccanismi editoriali, sia il profondo conoscitore (vedi sopra) della femminilità, sia infine un fustigatore della morale sessuale borghese e religiosa nonché di alcuni dei fondamenti stessi di tale morale: la famiglia, il matrimonio, la maternità.
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Maschere, patologia e tanto altro nei racconti del “giovane” Schnitzler

Recensione de La piccola commedia, di Arthur Schnitzler

Adelphi, Biblioteca, 1996

La raccolta di novelle e racconti che Adelphi propone in questo volume riprende l’edizione data alle stampe nel 1932 a Berlino. Schnitzler, autore di notevole successo, era morto l’anno prima, e – secondo una delle fondamentali leggi dell’editoria – era probabilmente necessario proporre qualche suo scritto inedito, battendo il ferro finché era ancora caldo.
Così, come spesso capita, si ricercarono scritti giovanili, opere minori, inediti veri e propri. E, come spesso capita, accanto a piccole perle furono inseriti nella raccolta frammenti, semplici schizzi e testi poco significativi, probabilmente negletti dallo stesso autore nel corso della sua evoluzione artistica.
Il volume è composto da ventitré racconti, scritti da Schnitzler in un arco di tempo che va dal 1885 al 1907, ossia da quando l’autore aveva 23 anni all’inizio della sua piena maturità artistica (avendo nel 1907 già pubblicato opere quali Girotondo, Il sottotenente Gustl e La signora Berta Garlan).
Per scelta editoriale Adelphi ha rispettato l’ordine dell’edizione originale, e i singoli racconti non vengono proposti in ordine cronologico, ma si potrebbe quasi dire in ordine di complessità, lasciando i tre più articolati alla fine.
Se da un lato questa scelta ha un suo senso preciso, perché ricalca la struttura dell’edizione berlinese, dall’altro rende più arduo per il lettore seguire il filo dell’evoluzione stilistica e tematica dell’autore, ciò che dovrebbe essere una delle funzioni precipue di un volume come questo. La cripticità rispetto a tale funzione didattica del volume è accentuata dalla usuale laconicità dell’editore, che si limita a proporre i testi e a farli seguire da un breve elenco delle loro date di scrittura e di prima edizione.
Visto da questa prospettiva si può affermare che il volume rappresenta un’occasione persa. Se infatti, come ritengo, il suo valore fondamentale è dato dalla possibilità di conoscere i termini del passaggio dell’autore da una sorta di naturalismo viennese delle sue prime prove letterarie allo Schnitzler maturo, quello dell’introiezione letteraria della nascente psicanalisi e delle tematiche della patologia e della maschera, allora questo valore è fortemente sminuito dalla duplice scelta di non proporre i racconti in ordine cronologico e soprattutto di non corredare il volume di un apparato critico in grado di guidare il lettore amatoriale lungo le varie tappe del passaggio, lasciandolo solo con le sue inadeguatezze interpretative. Ancora una volta si deve constatare che allo scintillante minimalismo formale dei volumi di Adelphi non corrisponde altrettanto spessore sostanziale. Ma tant’è.
Coerentemente quindi, in queste note riordinerò i racconti secondo il loro ordine cronologico di composizione, al fine di tentare di cogliere meglio i termini e le modalità del pieno ingresso di Schnitzler nel primo novecento letterario, di cui rappresenta senza dubbio uno degli scrittori più importanti.
Inizio perciò con Che melodia!, novelletta di poche pagine risalente al 1885, quindi una delle primissime prove letterarie di Schnitzler, peraltro pubblicata solo postuma. Con una prosa che riflette, nei suoi toni a tratti melodrammatici, l’atmosfera ancora ottocentesca in cui è immersa e dà la sensazione di uno scrittore ancora alla ricerca di un proprio stile, il testo affronta tuttavia con una certa dose di originalità un grande topos della letteratura di ogni tempo: quello del rapporto tra l’artista e l’opera d’arte.
La stessa tematica, con un tono più scanzonato e satirico, è trattata in Aspetta il dio vacante, breve racconto nel quale il giovane Schnitzler si diverte a prendere in giro gli artisti irresoluti sempre in procinto di partorire la grande opera ma cui manca sempre l’ispirazione finale, non combinando nulla nella vita ma senza mancare di sentirsi degli eletti rispetto alla massa.
L’America, breve schizzo che apre il volume, è forse anche il testo più debole della raccolta: poche pagine di un intimismo fine a sé stesso, che risente di un tardo romanticismo di maniera.
Il racconto cronologicamente successivo, L’eredità, del 1887, affronta uno dei temi che saranno più cari allo Schnitzler maturo, quello dell’infedeltà coniugale; in un’atmosfera narrativa ancora schiettamente naturalistica il personaggio di Emil, il primo di quelli che nel risvolto di copertina l’editore definisce terribilmente schnitzleriani senza ancora sapere di esserlo, assume un suo preciso rilievo grazie alla descrizione delle sensazioni che prova dopo essere stato sfidato a duello dal marito tradito. Sono poche righe, ma a mio avviso di notevole importanza, perché da un lato evidenziano l’urgenza dell’autore di andare al di là della semplice registrazione dei fatti, dall’altro denotano tutta l’insufficienza degli strumenti allora a disposizione di Schnitzler – la psicanalisi freudiana non era ancora ufficialmente nata – per concretizzare efficacemente tale urgenza.
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