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Ora lo so: il Simenon di Maigret è proprio il “Glauser belga”

Recensione de La collera di Maigret e di Maigret e la chiusa n. 1, di Georges Simenon

Mondadori, Oscar, 1976 e 1974

Giunto ormai il tempo di affrontare il commissario Maigret, di cui non avevo ancora letto nulla, qualche settimana fa ho estratto a caso dalla mia libreria due titoli tra i numerosi vecchi Oscar Mondadori acquistati su una bancarella in una lontana e fredda giornata del febbraio 2007. Così, con una buona dose di curiosità e anche una certa emozione, data la stazza del personaggio, ho iniziato a leggere Maigret se fache, tradotto da Giannetto Bongiovanni come La collera di Maigret; seguito subito dopo da L’écluse n. 1, che nella traduzione di Elena Cantini è Maigret e la chiusa n. 1. Considerata l’ovvia affinità che corre tra i due volumi, veri e propri campioni casuali di una vasta popolazione di romanzi e racconti accomunati dalla personalità del commissario, ho deciso di dedicar loro un commento comune.
In realtà nel momento in cui ho iniziato la lettura non ero del tutto a digiuno nei confronti delle indagini del commissario Maigret, perché appartengo alla generazione che ha avuto modo di vedere in diretta gli ultimi episodi della serie che la RAI realizzò tra la metà degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, con un indimenticabile Gino Cervi nei panni del protagonista e un’altrettanto meravigliosa Andreina Pagnani in quelli della Signora Maigret. Per la cronaca, ricordo che la serie vedeva la regia di Mario Landi e aveva come delegato di produzione Andrea Camilleri: consiglio a tutti di (ri)vederne almeno un episodio, anche perché ciascuno potrà così farsi un’idea di quale fosse la qualità delle produzioni RAI a quei tempi, anche nel campo delle proposte nazional-popolari, e confrontarla con la spazzatura che oggi il cosiddetto servizio pubblico ammannisce quotidianamente, dopo essere stato scientemente ridotto a strumento di rincoglionimento di massa.
Purtroppo devo dire subito che l’emozione cui accennavo, in un certo senso accresciuta dal trovarmi tra le mani un vecchio Oscar che mi ricordava, nel formato e nello stile della copertina, le mie prime letture giovanili, è rapidamente svanita a causa primariamente della traduzione di Giannetto Bongiovanni. Risalente al 1959, in linea teorica avrebbe dovuto essere una traduzione importante: Bongiovanni è stato infatti un importante giornalista e scrittore mantovano, autore tra l’altro di alcuni romanzi di ambiente padano, peraltro oggi dimenticati. Leggendo la sua biografia si nota però come egli sia stato spesso assillato da necessità economiche, e come il ricorso alla traduzione di alcuni dei romanzi di Maigret fosse un ripiego rispetto alle sue malpagate attività giornalistiche e letterarie. Probabilmente, inoltre, da parte dell’editore in quegli anni non si guardava tanto per il sottile rispetto alla qualità di un prodotto di genere destinato essenzialmente ad un pubblico popolare. Sta di fatto che ho trovato la traduzione del tutto inadeguata, ed anche sintatticamente eccentrica in alcuni passi, come quelli in cui Bongiovanni fa un improprio, a mio avviso, ricorso all’imperfetto indicativo in luogo del passato remoto per descrivere alcune azioni del commissario o di altri personaggi. Per spiegarmi meglio riporto uno di tali passi, nel quale Maigret giunge nel piccolo albergo in cui alloggerà durante la sua inchiesta: ”Cartelli con frecce indicavano dopo la stazione Albergo all’Angelo: egli seguiva le frecce, penetrava in un giardino dal pergolato in disordine e giungeva finalmente alla porta vetrata d’una veranda…”. Ora, non essendo uno specialista di grammatica potrei anche errare, ma da quanto mi ricordo l’imperfetto indicativo viene usato per segnalare un’azione o una situazione del passato di cui non si conoscono esattamente la conclusione o le conseguenze, mentre se queste sono note si dovrebbero usare il passato remoto (perfectum) o prossimo. Nella traduzione questo uso imperfetto dell’imperfetto si ripete varie volte, conferendo ai relativi passi un che di improprio anche in relazione al fatto che in ogni caso si tratta di azioni circoscritte, con un inizio ed una conclusione ben note al classico narratore onnisciente.
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Il piccolo romanzo in leggero anticipo sui tempi

Recensione di Betty, di Georges Simenon

Adelphi, Gli Adelphi, 1992

Georges Simenon è, insieme a Honoré de Balzac, l’autore di cui la mia biblioteca è più ricca di volumi, circa una quarantina per ciascuno. Mentre però di Balzac questi rappresentano la quasi totalità dell’opera, nel caso del padre di Maigret quaranta libri sono solo un piccolo campione della sua sterminata produzione letteraria.
Le cifre che si possono reperire in rete sono a mio avviso impressionanti, anche tenendo conto della lunga vita dell’autore belga: sino al 1929 scrisse circa 200 romanzi, utilizzando 17 diversi pseudonimi; dal 1929 al 1972 altri 192 romanzi, dei quali 103 della serie di Maigret; scrisse inoltre 155 racconti, un migliaio di reportages di viaggio e altri 2000 articoli su vari argomenti. Questa mostruosa produzione letteraria potrebbe far pensare ad un recluso della scrittura, ad una sorta di Marcel Proust a vita, isolato in una stanza sin da giovanissimo e intento solo a scrivere e scrivere… tutt’altro. C’è infatti quantomeno un altro dato, nella biografia di Simenon, che dà l’idea di una personalità ipertrofica, di una vitalità abnorme, di un metabolismo straripante: il numero di donne con le quali ha avuto relazioni sessuali. Secondo una sua celebre stima, sarebbero state circa 10.000, delle quali moltissime prostitute, perché per lui fare sesso era come respirare. Può darsi che la cifra sia sovrastimata, che Simenon abbia sbagliato il catalogo o abbia in qualche modo voluto stupire circa le sue capacità amatorie, ma probabilmente l’ordine di grandezza è quello. Prendiamo quindi per buona questa autostima e facciamo alcuni conti. Diecimila giorni corrispondono a oltre 27 anni, quindi questo è il tempo che Simenon avrebbe impiegato per andare a letto ogni santo giorno con una donna diversa, ovvero – supponendo più di un cinquantennio di vita sessualmente attiva – fare sesso con una donna diversa ogni due giorni; vero è che non è affatto detto che il sesso si debba fare solo in due o che nello stesso giorno si debba fare con una sola donna, ma si deve anche mettere in conto che non sempre avrà concluso subito, che a volte sarà andata buca anche a lui, che ci saranno pur stati periodi di inattività forzata, che perlomeno alcune relazioni avranno pur avuto una loro durata etc. Se si aggiunge il fatto che ha viaggiato molto e che avrà sicuramente dovuto ottemperare per buona parte della sua vita anche agli impegni normali di uno scrittore di grande successo, la domanda che sorge spontanea è: ma dove ha trovato il tempo materiale per scrivere tutto ciò che ha scritto e fare tutto ciò che ha fatto?
Dopo un fugace incontro con l’autore tre anni or sono, grazie a Le finestre di fronte, il mio metodo di lettura mi ha portato a leggere i libri di Simenon acquistati nel 2007; essendo questi circa una quindicina, ho deciso di non leggerli tutti, non avendo voglia di impegnarmi tanto a lungo con un singolo autore – forse non del tutto imprescindibile – e mi sono limitato a leggere sei romanzi, scegliendo, tra i molti, quattro romans durs e due episodi della serie di Maigret. Così la prima opera che mi è capitata tra le mani è questo Betty, del 1960.
Romanzo breve, Betty appartiene alle opere letterarie nelle quali un autore maschio analizza a fondo la psicologia femminile, e devo dire che – per quanto possa giudicare appartenendo anch’io alla metà non femminile dell’umanità – l’esito di questa prova è notevole, rivelando sia lo scrittore maturo, che con opere come questa si distacca nettamente dal genere poliziesco nel quale è costretto dai meccanismi editoriali, sia il profondo conoscitore (vedi sopra) della femminilità, sia infine un fustigatore della morale sessuale borghese e religiosa nonché di alcuni dei fondamenti stessi di tale morale: la famiglia, il matrimonio, la maternità.
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Il decadentismo delle origini: non solo spleen

Recensione di Monsieur Vénus, di Rachilde

Editori Riuniti, I Grandi, 1994

Anche Rachilde fa parte dei numerosi autori importanti quasi dimenticati dall’editoria italiana. Degli oltre sessanta lavori di cui è stata autrice, comprendenti romanzi, racconti e opere teatrali, da più di venticinque anni ai lettori italiani non è proposto alcunché, e anche le edizioni precedenti si contano sulle dita di una mano.
Eppure dalla lettura di Monsieur Vénus, il suo romanzo più noto, nonché dalle note biografiche reperibili in rete emerge un’autrice tutt’altro che marginale, sorta di musa della grande rottura artistica che caratterizzò, in tutta Europa ma in particolare in Francia, la seconda metà del XIX secolo, e che va sotto il nome di decadentismo.
Nata Marguerite Eymery nel 1860 in provincia, un padre militare che non la amava perché avrebbe voluto un maschio e una madre che praticava lo spiritismo, a quattordici anni tenterà il suicidio per rifiutare un fidanzamento impostole dalla famiglia. Dopo due anni di collegio in convento giunge a Parigi a diciotto anni, conducendo una vita bohémienne punteggiata da numerose relazioni, con uomini e con donne. Ottima cavallerizza, tira di spada e con la pistola e si presenta con un biglietto da visita su cui è scritto «Rachilde, homme de lettres». Nel 1885 ottiene dalla Prefettura di Parigi il permesso di vestirsi da uomo, cosa allora vietata, e nel 1889 sposa per convenienza Alfred Villette, che di lì a poco fonderà il Mercure de France, una delle riviste letterarie di riferimento del decadentismo e del modernismo francesi; Rachilde collaborò alla redazione della rivista sino al 1924. Sotto l’ombrello del Mercure diede vita ad un salotto letterario frequentato tra gli altri da Verlaine, Louÿs, Jarry, Bataille, Apollinaire, Gide, Mallarmé e Oscar Wilde. Morì, in qualche modo sopravvissuta a sé stessa e completamente dimenticata, nel 1953.
Monsieur Vénus – Roman matérialiste è uno dei primi romanzi scritti da Rachilde: la sua stesura risale infatti al 1880, quando la scrittrice aveva vent’anni. Venne pubblicato in Belgio quattro anni più tardi e immediatamente sequestrato sulla base di ben cento capi d’accusa; l’autrice fu condannata ad un anno di carcere e duemila franchi di multa, pene che evitò tornando velocemente in Francia.
Perché questa condanna? Perché Monsieur Vénus è un romanzo scandaloso che, pur non essendo propriamente pornografico, affronta in maniera esplicita tematiche legate alla sessualità e alle stesse identità sessuali maschile e femminile: ed il sesso, è noto, ha nella storia fatto molta paura al potere, sinché la sua carica eversiva è stata definitivamente disinnescata attraverso la sua offerta illimitata.
Due sono i protagonisti del romanzo, scritto in terza persona: Raoule de Vénérande, ventiquattrenne rampolla di una delle famiglie più in vista della nobiltà parigina, e Jacques Silvert, ventenne, mediocre aspirante pittore di origini proletarie, che vive in una squallida mansarda con la sorella Marie, la quale per campare, oltre a confezionare fiori di stoffa, si prostituisce.
Raoule è orfana sin da bambina e vive, nel palazzo di famiglia sull’Avenue des Champs-Elysées, con la zia Elizabeth, pia donna cui è stata affidata per la sua educazione. Ha lineamenti vagamente androgini ed è uno spirito ribelle e dominante, conscio della sua superiorità sociale: si veste spesso come un uomo, è sportiva ed ha già avuto alcuni amanti; attualmente le fa una corte insistente il marchese di Raittolbe, un ussaro che vorrebbe sposarla o quantomeno divenire suo amante, ma che Raoule vede solo come amico e confidente.
Raoule e Jacques si conoscono perché la giovane ha bisogno di una decorazione floreale per un vestito che indosserà durante un ballo in maschera, e la giovane fiorista le è stata segnalata per la sua bravura. Quando entra nella mansarda dei Silvert Marie è a letto malata, e Jacques sta confezionando fiori in sua vece. Raoule rimane turbata dalla grazia sensuale e femminea di Jacques, dal suo viso sul quale spiccano le labbra, dalla pelle rosea cosparsa di una bionda peluria che intravede sotto la vestaglia. Decide quindi di farne il suo amante: arreda per lui e la sorella un lussuoso appartamento e fornisce loro i mezzi per vivere; suscitando sconcerto e riprovazione nell’alta società cui appartiene ne farà il suo fidanzato ufficiale.
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L’eleganza di una prosa (quasi) vuota, nonché di Francia e francesi

Recensione di Fermina Márquez, di Valery Larbaud

Neri Pozza, Biblioteca, 2006

Chi frequenti la Francia per qualche tempo si renderà conto che, nonostante l’attenzione quasi maniacale alla conservazione delle proprie radici culturali ed identitarie, derivante da un nazionalismo che affonda le radici nella precoce origine dello stato-nazione, essa è forse il paese europeo che ha sposato più apertamente un modello di sviluppo e uno stile di vita di stampo statunitense.
A mio avviso infatti esiste una netta divaricazione tra ciò che la Francia oggi è e come si immagina e si rappresenta al suo interno e verso l’esterno. Da un lato è innegabile che in nessun altro paese europeo è stata costruita una narrazione culturale così spasmodicamente tesa a rimarcare la propria identità e le proprie peculiarità, l’aspetto più eclatante di ciò essendo rappresentato dalla strenua difesa della lingua. A questo proposito mi siano consentite alcune riflessioni, anche relative a ciò che accade invece nel nostro Paese.
Tutti hanno constatato come le recenti restrizioni alle libertà di movimento introdotte a seguito del dilagare del COVID-19 siano state immediatamente definite dai nostri mezzi di comunicazione con il termine anglosassone lockdown, mentre in Francia il termine usato è confinement. Siamo qui a mio avviso di fronte ad un ennesimo caso di provincialismo linguistico ormai patologico in un Paese, il nostro, nel quale l’uso di termini anglosassoni viene considerato segno di distinzione, in particolare dalla categoria dei giornalisti, ormai composta per la gran parte da scribacchini e parolai insulsi con il solo merito di essere perfettamente organici ai poteri dai quali dipendono. In questo caso quindi mi sento di gridare vive la France (e anche la Spagna con il suo confinamiento) e mi vergogno una volta di più per l’Italia, che ha smarrito completamente il senso dell’importanza della lingua e del linguaggio, che chiama le sue leggi Jobs act e Family act, il suo Presidente del Consiglio Premier, i percorsi politici Road maps e così via: non è un caso che molte di queste traduzioni riguardino il mondo della politica, essendo la finalità quella di astrarla sempre più, di renderla sempre più nebulosa e lontana, così da sottrarla ad un reale diritto di critica informata; in sostanza l’obiettivo dell’anglicizzazione di buona parte dell’informazione ufficiale è quello della disinformazione, che si accompagna a un tasso elevato di idiozia e servilismo degli operatori del settore.
Se quindi da un lato apprezzo molti aspetti della difesa della lingua operata dai francesi è indubbio che essa a volte diviene ridicola, specularmente a quanto accade all’anglofilia linguistica italiana. Così accade che i nostri vicini esagerino, traducendo termini che sono nativi anglosassoni, il cui impiego comune è pertanto giustificato. L’esempio più eclatante e noto è quello dei termini informatici: sinceramente fa sorridere che il byte diventi octect e l’hard disk disc dur.
Ma la difesa dell’identità francese non passa ovviamente solo per la lingua: mi piace citare a tal proposito il fatto che – caso unico in Europa – il periodo dell’egemonia di Roma antica nella regione e i resti archeologici presenti in Francia sono denominati gallo-romani, a significare anche qui la costruzione di una presunta identità profonda che peraltro trova la sua espressione nazional-popolare in Asterix.
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Tra Parigi e Mosca: l’arte ai tempi del potere assoluto

Recensione di Vita del Signor de Molière, di Michail A. Bulgakov

Rizzoli, BUR, 2005

Alcuni anni fa, commentando la lettura de Il Tartuffo di Molière, lo definii – senza alcuna pretesa di originalità – un’opera emblematica del rapporto tra l’artista e il potere. Leggere Vita del Signor de Molière, opera poco nota ma importante di Michail A. Bulgakov edita dalla BUR con una bella prefazione di Aleksandr Ninov che offre numerosi spunti critici, ha confermato ed ampliato il mio giudizio di allora, perché non solo l’opera più nota del drammaturgo francese, ma tutta la sua vicenda artistica, e di conseguenza anche larga parte di quella umana, possono essere lette, come in effetti Bulgakov fa, come paradigmatiche dei fili, a volte sottili ed ambigui, a volte più grossolani ed espliciti, non di rado crudeli, che legano il potere politico (in ispecie – ma a mio avviso non solo – quando questo ha i tratti dell’assolutismo) alla produzione artistica.
Per Bulgakov, scrittore e uomo di teatro, il drammaturgo francese era un punto di riferimento intellettuale ed umano di primaria importanza, ed al proposito ebbe a dire: ”Io amo Molière, e lo leggo e rileggo fin dagli anni dell’infanzia. Egli ha avuto una grande influenza sulla mia formazione di scrittore. Mi ha sempre affascinato la personalità di quello che è stato il maestro di intere generazioni di drammaturghi, del commediante sulla scena e dell’uomo sfortunato, malinconico e tragico nella vita.” Questo amore per l’artista e per l’uomo è di fatto il primo sentimento che traspare dalla lettura di questa bellissima biografia, scritta da Bulgakov in tempi difficili, tra il 1932 e il 1933, pubblicata in URSS solo nel 1962 in una edizione parziale e integralmente a Kiev nel 1989, quando l’autore era morto da ormai quasi quarant’anni. La prima domanda che ci si deve a mio avviso porre è: perché la biografia di un commediografo francese del XVII secolo, universalmente riconosciuto come uno dei più grandi di tutti i tempi, che avrebbe dovuto comparire nella collana popolare Vita degli uomini illustri fu soggetta a una trentennale censura totale? Per capirlo è necessario immergersi nell’atmosfera dell’URSS dei primi anni ‘30 e analizzare il modo nel quale Bulgakov redige l’opera.
Nel periodo in cui Bulgakov scrive la Vita del Signor de Molière, Stalin ha ormai assunto il pieno controllo del Partito e dello stato: liquidata l’opposizione di sinistra trotskista e lanciato il primo piano quinquennale, ha avviato la collettivizzazione dell’agricoltura e presto entrerà in rotta di collisione con l’opposizione di destra buchariniana, dando il via – dopo l’assassinio di Kirov nel 1934 – alle purghe.
Nonostante il personale apprezzamento di Stalin delle prime opere di Bulgakov, in particolare del dramma I giorni dei Turbin, nel 1929 fu vietata la pubblicazione e la rappresentazione delle sue opere, e ancora il 18 marzo del 1930 l’autore ricevette dal Glavrepertkom – la potente commissione per il controllo delle opere teatrali – il divieto di rappresentazione de La cabala dei devoti, una pièce teatrale dedicata alla potente congregazione che di fatto fu responsabile del divieto di rappresentazione del Tartuffo ai tempi di Molière. Pochi giorni dopo Bulgakov scrisse una celebre lettera direttamente a Stalin, denunciando l’impossibilità per un artista di diffondere la propria opera nell’URSS di quel tempo, e chiedendo il permesso di espatriare. Stalin telefonò personalmente allo scrittore il 18 aprile, significativamente quattro giorni dopo il suicidio di Vladimir Majakovskij, negandogli il permesso di espatrio ma offrendogli un posto di aiuto regista ed attore al MchAT, il prestigioso teatro d’arte di Mosca fondato alla fine dell’800 da Konstantin Stanislavskij. Nel biennio successivo I giorni dei Turbin e La cabala dei devoti poterono andare in scena, ma in generale all’opera di Bulgakov la critica ufficiale e la censura continuarono a guardare con sospetto.
Tra le altre opere curate da Bulgakov in questo periodo si segnala, a testimonianza del suo amore per Molière, Il folle Jourdain, sorta di mix di alcune delle commedie più note del drammaturgo francese.
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L’anello di congiunzione tra i due Balzac

Memorie di SansonRecensione di Memorie di Sanson, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2004

In una delle scene chiave dell’ultima parte di Splendori e miserie delle cortigiane, ambientata alla Conciergerie, compare la figura di Henri Sanson, boia di Parigi, e Balzac, dopo averci informato che egli era figlio del boia che aveva ghigliottinato Luigi XVI, dedica una pagina alla ricostruzione della storia della sua famiglia, titolare di tale incarico da lunghissimo tempo.
Come spessissimo accade in Balzac, le vicende narrate in Splendori e miserie delle cortigiane si intrecciano con vicende storiche e di attualità: Henri Sanson era davvero, all’epoca dei fatti narrati, il boia di Parigi, e suo padre, Charles-Henri, era stato l’esecutore delle condanne a morte dal 1778 al 1794, esercitando quindi durante gli ultimi anni dell’Ancien Régime e quelli della Rivoluzione, in particolare durante il Terrore. È stato calcolato che nei soli anni della Rivoluzione Charles-Henri sia stato l’esecutore di 2.918 condanne. I Sanson, di origine italiana, si sono tramandati l’incarico di padre in figlio per oltre un secolo e mezzo, dal 1687 al 1847, costituendo una vera e propria dinastia di esecutori delle alte opere.
L’entrata in scena di Sanson non è episodica nella letteratura balzachiana, perché l’autore oltre una decina di anni prima ha dedicato alla figura del boia della Rivoluzione un intero romanzo, uscito anonimo nel 1830, intitolato Mémoires pour servir à l’histoire de la Révolution Française, par Sanson, exécuteur des arrêts criminels pendant la Révolution, proposto da Mondadori negli Oscar Classici nel 2004 con il titolo opportunamente condensato in Memorie di Sanson e ad oggi inopinatamente scomparso dalle librerie e difficilmente reperibile anche sul mercato dell’usato. Questo romanzo, pur con tutti i suoi limiti, dovrebbe a mio modo di vedere far parte delle biblioteche di chi ama il narratore di Tours, perché da un lato rappresenta, per la sua struttura e i suoi contenuti, l’anello di congiunzione tra due diversi Balzac, il giovane e l’autore dei grandi capitoli della Comédie humaine, dall’altro permette di scoprire un aspetto della personalità politica dell’autore non del tutto scontato.
Quando nel 1829 il trentenne Balzac inizia a scrivere le Memorie di Sanson ha alle spalle una pletora di romanzi commerciali, feuilletons scritti essenzialmente per l’assillo del guadagno, pubblicati in forma anonima o avvalendosi di pseudonimi, spesso in collaborazione con scrittori mediocri, dei quali L’anonimo, da me recentemente letto, costituisce un ottimo esempio. Egli non ha ancora concepito il grande disegno della Comédie, ma ha già iniziato a scrivere alcuni dei racconti che più tardi troveranno posto nel suo grande puzzle letterario, e comincia a godere di una certa notorietà per le sue collaborazioni giornalistiche.
Paola Dècina Lombardi, nella prefazione al volume e nel saggio Edizioni e storia dell’opera posto a margine del romanzo, ci aiuta a capire la genesi delle Memorie, che essenzialmente si possono far risalire a due elementi che in quel periodo caratterizzavano il pubblico e la società francese. Da un lato vi sono le riflessioni e il dibattito pubblico attorno al periodo della Rivoluzione e alla pena di morte, quest’ultimo reso incandescente dalla pubblicazione, in quello stesso 1829, di L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo; dall’altro, a seguito dello sviluppo dell’editoria popolare vi è il fiorire di filoni letterari che declinano il gusto romantico dominante proponendo storie forti, spesso centrate sulle figure di criminali. Balzac, che come noto ha avuto per tutta la vita bisogno di soldi, propose ad un editore la pubblicazione delle autentiche memorie del boia della Rivoluzione, sembra anche con l’intento di garantirsi in seguito quella delle Scene della vita privata, cui teneva molto di più.
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Un’intera epoca, giunta sino a noi, in un piccolo personaggio

CesarBirotteauRecensione di César Birotteau, di Honoré de Balzac

Mondadori, Oscar classici, 2006

“[Balzac] ci offre nella Comédie humaine una prodigiosa storia realistica della “società” francese, descrivendo in guisa di cronaca, quasi anno per anno, dal 1816 al 1848, la progressiva irruzione della nascente borghesia nella società nobiliare che, dopo il 1815, si era ricostituita […]. E intorno a questo quadro centrale raggruppa una storia completa della società francese, dalla quale, persino nei dettagli economici (per esempio il riordinamento dei beni mobili e immobili dopo la rivoluzione), ho imparato di più che da tutti gli storici dichiarati, gli economisti e gli studiosi di statistica di quel periodo messi insieme”.
Questo celebre passo, tratto da una lettera di Friedrich Engles a Margaret Harkness, sintetizza in modo esplicito la straordinaria importanza che i romanzi, le novelle e i saggi di Honoré de Balzac in cui si articola lo stupefacente edificio della Comédie assumono nella storia della letteratura europea e mondiale.
Questo edificio, simile ad un palazzo della grande nobiltà, è composto da decine di stanze, alcune ampie ed ariose, destinate ad essere la sede privilegiata della vita dei protagonisti, altre strette ed anguste, cui si accede di rado perché luoghi in cui si trovano oggetti nascosti o semplicemente non quotidianamente necessari, altre ancora che fungono da collegamento tra le prime e le seconde; vi sono poi le stanze di servizio, che a prima vista non sembrano così preziose come quelle di rappresentanza ma senza le quali l’intero edificio non potrebbe funzionare. César Birotteau rappresenta a mio avviso una di queste stanze, non essendo magari una delle più luminose, ma senza la quale tutta la vita del palazzo sarebbe in qualche modo diversa. Fuor di metafora, César Birotteau, pur non essendo sicuramente uno dei più noti e celebrati romanzi dell’autore francese, è in qualche maniera un pilastro portante dell’intera opera balzachiana: non a caso lo stesso Balzac lo riteneva uno dei suoi capolavori, e la sua redazione, se infine fu portata a termine in poche settimane, come spesso accadde alle sue opere, anche a causa di pressanti impegni contrattuali, fu da Balzac rimuginata per lunghi anni.
Due sono gli aspetti che a mio avviso rendono capitale questo romanzo. Da un lato l’oggetto stesso del racconto, che narra l’ascesa e caduta di un self-made-man nella Parigi degli anni immediatamente successivi alla caduta di Napoleone, periodo centrale nella storia francese, quello della Restaurazione durante la quale, nonostante l’aristocrazia e i Borboni abbiano riacquistato il potere, la borghesia continua la sua inarrestabile crescita, che la porterà alla rivoluzione del 1830. L’altro aspetto è la sua precisione e puntigliosità nel descrivere i meccanismi economici e finanziari attraverso cui si esercita il potere borghese, la loro spietatezza e il loro assurgere a regole assolute delle relazioni sociali. Anche in altri romanzi della Comédie humaine si trovano lunghe e precise descrizioni dei meccanismi attraverso cui il denaro ed il profitto esercitano il loro potere, ma è indubbio che in César Birotteau esse assumono un ruolo talmente centrale da poter essere considerato inedito. Se ad alcuni critici le lunghe pagine che Balzac dedica a queste descrizioni sono sembrate un punto di debolezza del romanzo, a mio avviso ne costituiscono invece uno dei grandi elementi di forza, perché senza queste pagine non sarebbe possibile attribuire un valore universale alla vicenda del povero Birotteau, e il realismo di Balzac perderebbe uno dei pilastri sul quale è basato. E che Balzac intendesse rendere, attraverso il suo protagonista, lo spirito vorace di un’epoca, lo dice apertamente egli stesso, alla fine dei due capitoli introduttivi del romanzo, con frasi che assumono quasi il tono di invocazione: ”Possa questa storia essere il poema delle vicissitudini borghesi, alle quali nessuna voce ha mai pensato, tanto sembrano prive di grandezza. Esse sono invece altrettanto immense: non si tratta qui di un sol uomo, ma di una moltitudine di dolori”.
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O questo romanzo è vuoto, o la mia capacità interpretativa si è fermata

LIndagineRecensione de L’indagine, di Juan José Saer

Einaudi, L’arcipelago, 2006

In quarta di copertina di questo volume, edito da Einaudi nella collana L’arcipelago nei primi mesi del 2006, dopo una breve introduzione alla trama del romanzo si trova scritto: ”Juan José Saer (1937 – 2005), recentemente scomparso, è considerato il miglior scrittore argentino di questi ultimi anni”.
Data le mia completa ignoranza riguardo l’autore e la sua opera, ho deciso di informarmi sommariamente, ed in effetti da ciò che ho letto emerge il ritratto di uno scrittore importante, o perlomeno celebrato, autore di una dozzina di romanzi, di racconti e saggi: un autore che ha raccontato con una prosa personale e intrigante i drammi politici e sociali dell’Argentina dalla caduta di Peron alla dittatura militare alla travagliata e contraddittoria riconquista della democrazia, facendo proprie le lezioni di Borges e dei modernisti del primo novecento. Ebbene, la lettura de L’indagine, romanzo edito nel 1994, non mi ha restituito alcunché di tutto questo, provocandomi una forte delusione: essendo la prima (e probabilmente l’ultima) opera di Saer da me letta, non posso che coltivare il dubbio rispetto alle cause di tale delusione.
La prima ipotesi, forse la più probabile, è che L’indagine sia un’opera minore e non riuscita di Saer, pubblicata da Einaudi subito dopo la sua morte per evidenti finalità di mercato (si sa che la dipartita e il Premio Nobel sono fra le principali motivazioni della riproposizione di un autore contemporaneo). Avvalorano questa ipotesi due indizi: il fatto che oggi di Saer non vi sia più traccia nell’intero catalogo Einaudi e l’autore sia stato lasciato nelle mani di un piccolo editore specializzato nella letteratura di lingua spagnola, e la sciatteria della traduzione di Paola Tomasinelli, sulla quale tornerò, segno forse della necessità di andare in stampa frettolosamente, prima che svanisse l’effetto decesso. Non a caso l’edizione oggi in commercio è frutto di un’altra traduzione.
L’ipotesi alternativa, che pure ha una sua plausibilità, è che io non sia stato in grado di capire il romanzo, di coglierne ed apprezzarne i sottili fili conduttori, i richiami ed i colti rimandi, la ricchezza della scrittura. In effetti può essere, considerando i miei indubbi limiti critici e culturali e i pregiudizi che nutro sulla letteratura contemporanea: quanto ai primi non vi è rimedio, ma quanto ai secondi giuro che ho iniziato a leggere L’indagine a mente aperta: dopo la prima lettura ho anche riletto il breve romanzo, cercando di scandagliarne più in profondità il contenuto, ma senza risultati apprezzabili.
La struttura compositiva e narrativa de L’indagine è complessa, e il lettore la scopre a poco a poco. Il primo dei pochi, lunghi capitoli in cui il romanzo è suddiviso ci immerge in una vicenda poliziesca e venata di accenti grandguignoleschi. Siamo a Parigi, nell’undicesimo arrondissement, alla vigilia di natale. In boulevard Voltaire (per inciso lo stesso nel quale si trova il Bataclan, oggi tragicamente noto) è stato istituito un distaccamento speciale della sezione omicidi della polizia, perché in pochi mesi un serial killer ha ucciso ventisette anziane signore che vivevano sole. Gli omicidi, tutti compiuti nei dintorni, sono caratterizzati da una inaudita efferatezza che l’autore descrive crudamente: il killer cena con le vittime (che quindi hanno fiducia in lui), a volte i due hanno un rapporto sessuale, quindi, denudatosi, le uccide con un coltello da cucina, squartandole e mutilandole in modo orrendo e violentando il cadavere: dopo aver fatto una doccia per pulirsi ed essersi rivestito il killer mette a soqquadro l’appartamento della vittima e se ne va portando via le chiavi.
A capo del distaccamento che ha il compito di individuare l’assassino seriale è il commissario Morvan, un quarantenne dalle complesse vicende personali, abile investigatore amato dai suoi uomini. Egli sente la responsabilità di non essere ancora giunto ad alcun risultato, anche perché l’opinione pubblica e i superiori sono allarmati: ha delineato il profilo sociale e psicologico dell’assassino, ma non riesce ad incastrarlo.
Nel secondo capitolo la scena si sposta in Argentina, a Santa Fe. Tre amici, Pichón Garay, Tomatis e Marcelo Soldi, Pinocchio per gli amici, sorseggiano birra e mangiano stuzzichini in un bar all’aperto. È una serata di fine marzo e l’estate sta finendo, anche se fa ancora molto caldo. Pichón e Tomatis, vicini alla cinquantina (entrambi alter-ego dell’autore), sono amici da decenni, mentre Soldi è un giovane ricco da poco conosciuto da Tomatis. Pichón vive da vent’anni a Parigi, ed è tornato in Argentina per una questione legata alla vendita della casa di famiglia: i due amici si sono quindi rivisti da poco, dopo moltissimi anni, e la ricostruzione del loro rapporto viene osservata dal giovane Soldi con curiosità.
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Descritti senza comprenderli, gli avvenimenti si sarebbero fatti comprendere da soli

suitefranceseRecensione di Suite francese, di Irène Némirovsky

Adelphi, Biblioteca, 2005

Dopo le perplessità scaturite dalla lettura de Il ballo, un racconto che credo si debba considerare minore nell’ambito della produzione letteraria di Irène Némirovsky, quale migliore occasione per affinare il giudizio su questa celebrata scrittrice che affrontare Suite francese, la sua opera più ambiziosa e sofferta, il grande affresco in presa diretta della Francia negli anni della guerra e dell’occupazione, il romanzo incompiuto che ha segnato la sua riscoperta a livello internazionale?
In realtà affrontare questo romanzo nasconde un’insidia oggettiva: che prevalga, nel giudizio, nell’analisi, non il valore dell’opera in quanto tale, ma ciò che quest’opera rappresenta rispetto alla tragica vicenda umana dell’autrice.
Suite francese (che peraltro nelle intenzioni dell’autrice avrebbe dovuto forse intitolarsi Tempête o Tempêtes) come lo conosciamo oggi è ciò che Irène Némirovsky riuscì a scrivere e in parte a rivedere di un’opera molto più complessa, la cui articolazione prevedeva cinque parti, per un totale di circa 1000 pagine. Di queste, oltre le due scritte, solo la terza parte, che avrebbe dovuto intitolarsi Captivité, era stata quantomeno concepita dalla scrittrice, anche se molti erano ancora i dubbi e le incertezze sugli episodi di cui si sarebbe composta. Le ultime due parti, di cui l’autrice aveva immaginato solo i titoli provvisori (Batailles e La paix) avrebbero dovuto essere scritte anche in relazione alla piega che avrebbero preso gli eventi bellici e la situazione francese.
Questo e molto altro ancora lo sappiamo perché quando nel 2005 Adelphi pubblicò il romanzo contravvenne alla regola della nudità delle sue pubblicazioni, che nella maggior parte dei casi non prevedono alcun supporto critico a corredo del testo letterario; in questo caso, probabilmente per uniformità con l’edizione originale francese dell’anno precedente e per l’oggettiva opportunità di fornire qualche informazione supplementare rispetto ad un testo monco, fece seguire le pagine del romanzo da una appendice e da una postfazione. L’appendice si articola in due sezioni distinte: la prima è composta da appunti tratti dal diario della scrittrice che riguardano la stesura dell’opera e considerazioni sulla situazione della Francia, scritti tra il giugno del 1941 e l’11 luglio del ‘42, due giorni prima dell’arresto; la seconda contiene invece lettere della scrittrice, di suo marito, dei suoi editori e di altri personaggi, scritte tra il 1936 e la fine del 1945, che ci aiutano a comprendere i tragici avvenimenti che l’hanno coinvolta, compresi i disperati ed inutili tentativi del marito di salvarla muovendo conoscenze altolocate. La postfazione è invece poco più che una nota biografica sulla scrittrice con marginali considerazioni sulla sua opera.
Le due parti di cui il romanzo è composto sono strutturalmente molto diverse. La prima, intitolata Tempesta di giugno (ma per la quale Némirovsky immagina anche il titolo alternativo di Naufrage) copre un arco temporale che va dall’inizio del giugno 1940 al marzo successivo, ed è centrata essenzialmente sull’esodo verso sud dei francesi, incalzati dal repentino crollo dell’esercito e dalla conseguente avanzata tedesca che si sarebbe trasformata, a seguito dell’armistizio del 22 giugno, nell’occupazione di gran parte del territorio francese e nella nascita della repubblica collaborazionista di Vichy.
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