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Frammenti di un mondo vacuo che ritorna

RicordidiEgotismoRecensione di Ricordi di egotismo, di Stendhal

SE, Piccola Enciclopedia, 1989

Stendhal, scrittore caotico e disordinato, lasciò molte opere incompiute, tra le quali spicca sicuramente il Lucien Leuwen, uno dei suoi indubbi capolavori letterari. Fra queste vi sono anche i Ricordi di egotismo, frammento di un’opera di memorie cui lo scrittore lavorò per poche settimane all’inizio dell’estate del 1832, quando si trovava, in qualità di console, a Civitavecchia.
Nelle intenzioni dell’autore i Ricordi avrebbero dovuto coprire quasi un decennio della vita di Stendhal, il periodo che va dal giugno del 1821 – quando lascia Milano per non cadere nelle grinfie della polizia austriaca che lo sospettava di appoggiare i carbonari, rientrando a Parigi – al novembre 1830 – allorché parte per Trieste essendovi stato nominato console dal nuovo regime orleanista. Come andò è noto: Metternich non espresse il gradimento per il console liberale e Stendhal fu inviato nella noiosa Civitavecchia come console presso lo stato pontificio. Continua a leggere “Frammenti di un mondo vacuo che ritorna”

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Un puzzle difficile da ricomporre

QuadernidiunMammiferoRecensione di Quaderni di un mammifero, di Erik Satie

Adelphi, Biblioteca Adelphi, 1980

Erik Satie è senza dubbio uno dei musicisti più importanti del periodo a cavallo tra ‘800 e ‘900, ed uno di quelli che meglio ha interpretato i profondi sconvolgimenti sociali, culturali ed artistici che hanno caratterizzato quell’epoca. Emblematico a questo proposito il fatto che due delle personalità artistiche a cui fu più legato, anche dal punto di vista personale furono da un lato Claude Debussy e dall’altro Jean Cocteau: due personalità che nel nostro immaginario appartengono a due epoche totalmente diverse, ma che trovano un loro preciso fil rouge proprio nell’eccentrico compositore normanno.
La musica di Satie prende infatti le mosse da atmosfere pienamente ottocentesche, sia pure rielaborate con una grande originalità, che potremmo definire postimpressioniste, riscontrabili nelle celeberrime Gymnopédies e Gnossiennes composte tra il 1888 e il 1897, per approdare, nelle composizioni del periodo a cavallo della prima guerra mondiale, ad essere una sorta di colonna sonora delle produzioni artistiche delle avanguardie cubiste, dada e surrealista. Satie divenne anzi una sorta di punto di riferimento musicale delle avanguardie, e la sua opera influenzò molti dei compositori del primo e secondo novecento. Continua a leggere “Un puzzle difficile da ricomporre”

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La prosa urbana di un precursore del realismo

LeNottidiParigiRecensione de Le notti di Parigi, di Restif de la Bretonne

Editori Riuniti, Universale economica Narrativa, 1996

Nella mia recensione a L’Italiano di Ann Radcliffe ho lamentato il carattere d’appendice della storia, il suo essere talmente inverosimile e manichea da non poter rappresentare sentimenti ed emozioni in grado di appassionare il lettore del XXI secolo. La storia de L’Italiano è tuttavia una storia indubbiamente ben scritta, quindi chi la guardasse da un punto di vista astrattamente estetico la apprezzerebbe sicuramente.
Nel caso de Le notti di Parigi di Restif de la Bretonne si può dire che siamo quasi su di un versante opposto: chi legge quest’opera cercando la bella letteratura non potrà che rimanere deluso dallo stile cronachistico e a volte pedante delle Notti, ma chi cerca in un testo l’interpretazione del reale, la capacità di comunicare lo spirito di un’epoca attraverso la storia collettiva di una città troverà in questo oggi misconosciuto autore della fine del ‘700 francese una buona fonte cui attingere per soddisfare la sua voglia di sapere. Continua a leggere “La prosa urbana di un precursore del realismo”

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Ma Zazie non prende il metró

ZazienelMetroRecensione di Zazie nel metró, di Raymond Queneau

Einaudi, Tascabili Einaudi, 1994

Recensendo I fiori blu ho espresso l’opinione che il linguaggio di Queneau, così peculiare da determinare il significato che esprime, fosse una sorta di sovrastruttura volta comunque ad indirizzare il lettore verso il significato del libro. In effetti, leggendo questo autore si corre il rischio di essere eccessivamente affascinati da come Queneau scrive, piuttosto che da ciò che scrive . Nel caso de I fiori blu, tuttavia, il respiro storico delle vicende, il continuo alternarsi di episodi della storia di Francia con la descrizione di un’attualità (il 1964) ed il loro confronto serrato rende in qualche modo agevole al lettore avvertito individuare ciò che Queneau vuole esprimere con il suo pirotecnico linguaggio.
Leggendo Zazie nel metró, opera scritta qualche anno prima (1959), il rischio di fermarsi alla sovrastruttura linguistica, di cadere nella trappola, peraltro sapientemente ordita da Queneau stesso, di considerare il testo un divertentissimo esercizio di stile applicato ad un nulla narrativo, ad una serie di assurde e strampalate situazioni prive di alcun elemento che vada appunto oltre la loro assurdità, è altissimo. Continua a leggere “Ma Zazie non prende il metró”

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Il significato oltre il significante

IFioriBluRecensione de I fiori blu, di Raymond Queneau

Einaudi, Scrittori tradotti da scrittori, 1984

L’opera letteraria di Raymond Queneau, che pure si sviluppa prevalentemente dopo il secondo conflitto mondiale, affonda prepotentemente le sue radici nel periodo precedente, ed in particolare nella Parigi surrealista degli anni ’20 e ’30 del novecento. Infatti Queneau, se non fu uno dei principali protagonisti di quella stagione, non rivestì neppure il ruolo di mera comparsa, e la sua amicizia con Breton prima e con Bataille poi segna profondamente i tratti della sua poetica.
Queste radici sono evidenti anche ne I fiori blu, opera tarda dello scrittore (fu pubblicato nel 1965) che però mantiene la freschezza e l’originalità che caratterizza tutta la scrittura di Queneau, e che ne fanno a mio avviso uno dei grandi autori del secondo novecento europeo, in grado di regalarci opere da un lato godibilissime e dall’altro caratterizzate da una complessità strutturale e compositiva che permettono a chi vuole andare sotto la superficie del testo di trovarvi la pluralità di elementi di riflessione e di piani di interpretazione che solo la grande letteratura sa dare. Continua a leggere “Il significato oltre il significante”

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Una piccola guida lungo la strada di Swann

LIndifferenteRecensione de L’indifferente, di Marcel Proust

Einaudi, 1978

Probabilmente nessuno scrittore moderno si identifica così totalmente con la sua opera come Marcel Proust. Specularmente a Flaubert, che poteva affermare ”Madame Bovary, c’est moi”, si può dire senza ombra di dubbio e quasi tragicamente che Marcel Proust è la Recherche. Questa identificazione deriva innanzitutto dal fatto che la sua monumentale cattedrale letteraria è di fatto l’unica opera che ha scritto, o meglio quella attorno a cui ruotano gli altri suoi pochi scritti letterari, che sono tutti una sorta di esercizio di preparazione del capolavoro. Vi è anche però un altro motivo, più drammaticamente legato all’uomo Proust, alla base di questa identificazione. Proust è la Recherche anche e soprattutto perché alla sua stesura l’autore ha sacrificato la vita: come noto, dal 1909 al 1922 (anno della morte) si isolò pressoché completamente dal mondo (celebre è la stanza rivestita di sughero nella quale lavorava di notte) per poter compiere quello straordinario sforzo di memoria che è alla base di Alla ricerca del tempo perduto. Proust di fatto morirà pur di portare a termine questo titanico sforzo. Forse solo un altro autore, anch’esso francese, può essere così totalmente identificato con la sua opera: il Balzac de La Comédie humaine (Balzac, naturellement…). Mentre però Balzac, in ciò perfetto romanziere dell’800, scrive per vivere, Proust, figlio della crisi, vive per scrivere, o meglio da un certo punto in poi abbandona la vita per scrivere, e coerentemente morirà immediatamente dopo avere terminato la sua opera.
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Il primo caso di Nestor Burma, che per me rimarrà l’ultimo

120RueDeLaGareRecensione di 120, rue de la Gare, di Léo Malet

Editori Riuniti, Biblioteca tascabile, 1996

Léo Malet è considerato da alcuni uno dei maestri del romanzo poliziesco francese, ed associato sovente a Georges Simenon (che però – al pari di Hercule Poirot, era belga). In particolare uno dei suoi personaggi più noti, l’investigatore privato Nestor Burma, ha alcuni tratti – su tutti essere parigino e fumare la pipa – che inevitabilmente rimandano al commissario Jules Maigret.
Dopo avere letto questo 120, Rue de la Gare, scritto nel 1943, primo romanzo in cui compare Nestor Burma, e quindi romanzo che contribuisce non poco a fissarne i caratteri essenziali, mi sento di poter dire che le assonanze tra i due autori e i due personaggi sono molto labili.
Commentando alcuni dei romanzi di un altro scrittore di polizieschi, lo svizzero Friedrich Glauser, ho avuto modo di sottolineare come il fascino di Maigret e di Studer (il poliziotto protagonista dei romanzi di Glauser), stia nell’essere persone normali, con una psicologia complessa, che giungono alla soluzione dei casi in cui sono coinvolti soprattutto perché cercano di capire perché un delitto sia stato commesso, e non solo chi sia il colpevole.
Questo approccio comporta che le storie siano costruite dando ampio spazio al contesto in cui un delitto avviene e – contrariamente ai canoni del poliziesco investigativo – che vi sia una intensa partecipazione emotiva del detective rispetto alle situazioni ed ai personaggi con cui viene in contatto.
Il racconto poliziesco diviene quindi – come accade nei migliori hard-boiled statunitensi, il mezzo, lo strumento narrativo per raccontarci drammi, umani e sociali, spesso causati non dalla perversa volontà del singolo ma dalle condizioni oggettive in cui si è trovato ad agire e dalle difficoltà contro cui ha cercato di lottare. Continua a leggere “Il primo caso di Nestor Burma, che per me rimarrà l’ultimo”

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Laddove si dimostra che il rapporto con la madre è sempre complicato

IlPiccoloamicoRecensione de Il piccolo amico, di Paul Léautaud

Garzanti, Gli elefanti, 1989

Paul Léautaud può essere considerato, a mio avviso, uno dei “prodotti” più eccentrici dell’atmosfera culturale di Parigi nel periodo che va dalla fine dell’800 allo scoppio della seconda guerra mondiale, periodo nel quale questa città è stata una delle capitali, se non la capitale mondiale, della vita e dell’elaborazione culturali.
Léautaud è sicuramente un personaggio minore in quel fantasmagorico panorama intellettuale, un giornalista e critico solitario, spietato censore delle mode del momento ma allo stesso tempo incapace di percepire la grandezza di alcuni dei protagonisti della vita culturale parigina, spesso propenso alla polemica fine a sé stessa, a crogiolarsi nel suo essere solitario e diverso. Questo è almeno quanto emerge dalla presentazione dell’autore che Lanfranco Binni ci regala in questa bella edizione de Il piccolo amico, la più nota delle sue non numerose opere letterarie, quasi tutte di carattere autobiografico.
E’ proprio dalla sua biografia che emerge appieno Continua a leggere “Laddove si dimostra che il rapporto con la madre è sempre complicato”

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Interrogativi senza risposta

NadjaRecensione di Nadja di André Breton

Einaudi, Nuovi coralli 188, 1985

Libro complesso, da leggere con attenzione, Nadja ci riporta ai grandi dibattiti culturali che tra le due guerre mondiali riguardarono il rapporto tra arte e società, tra arte e realtà, che fu il motivo stesso della nascita del movimento surrealista.
La protagonista è infatti palesemente una metafora, o meglio rappresenta una serie di metafore: della realtà quotidiana (è oppressa da debiti), della libertà intellettuale (si presenta sempre diversa ad ogni incontro con Breton), della trasfigurazione artistica (disegna, commenta poesie, chiede a Breton di scrivere un libro su di lei). Nadja è anche l’inizio della parola russa che significa speranza: ne è solo l’inizio, però, ed infatti la speranza (di un mondo migliore?) non si concretizzerà, e Nadja finirà in manicomio.
Breton ammette onestamente i suoi limiti nel rapportarsi con Nadja: è come se l’artista, il grande intellettuale surrealista che si interrogava circa il suo ruolo nella società ammettesse, già nel 1927, il suo fallimento. Infatti, il grande interrogativo posto all’inizio del libro (Chi sono io?) diventa ancora più drammatico alla fine (Chi vive? Sei tu, Nadja? E’ vero che l’al di là, tutto l’al di là è in questa vita? Non ti sento. Chi vive? Sono io solo? Sono io?). L’artista ha incontrato Nadja, ma l’ha perduta, non è stato capace di capirla e di sentire ciò che aveva da dire.
In questo senso anche la feroce critica di Breton alla società, sotto forma di critica alla psichiatria del tempo, che mira solo a isolare la diversità, appare quasi una scusa, un pretesto rispetto all’inadeguatezza dell’artista. L’autore cerca di rimediare a questa inadeguatezza con la forma della scrittura, associando allo scritto fotografie e disegni che gli permettano una maggiore immediatezza, ma tutto questo è palesemente un palliativo.
Breton, come detto, è pienamente consapevole dei limiti della funzione sociale dell’arte, e sa che il cambiamento potrà venire solo dalle forze materiali della società, che l’arte potrà accompagnare e descrivere, se ne sarà capace, ma non guidare. Questa consapevolezza è riassunta nella sintesi totalizzante della meravigliosa chiosa del libro, giustamente citata da molti anche in queste recensioni, e che potrebbe essere uno slogan del maggio ’68:
La bellezza sarà CONVULSA o non sarà.

La vicenda di Nadja è preceduta da una cinquantina di pagine di riflessioni di Breton, che consiglio di rileggere dopo avere letto una prima volta tutto il libro, perché divengono illuminanti. Non mi ha convinto, invece, perché criptica e secondo me autocompiaciuta, la nota finale di Lino Gabellone.