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Una piccola storia di ieri capace di parlarci anche dell’oggi

UnPadreeunaFigliaRecensione di Un padre e una figlia, di Emmanuel Bove

Il melangolo, Nugae, 1997

Non è molto facile per il lettore italiano imbattersi nella letteratura di Emmanuel Bove. Della variegata produzione artistica di questo scrittore francese sono disponibili meno di una decina di titoli, quasi tutti pubblicati da piccole case editrici, tra le quali si distingue il melangolo di Genova, che a Bove ha dedicato una certa attenzione pubblicando una ventina di anni fa alcune sue opere minori. Sembra del resto che l’oblio sia uno degli elementi che segna l’opera di Bove, non solo oggi e non solo nel nostro paese, se è vero che i suoi romanzi e racconti ebbero un breve periodo di successo di critica e pubblico tra la fine degli anni ‘20 e l’inizio degli anni ‘30 del secolo scorso per poi essere subito dimenticati, tanto che negli ultimi anni della sua breve vita Bove si vide rifiutati dagli editori alcuni manoscritti.
Bove muore a Parigi, quarantesettenne, all’indomani della liberazione, il 13 luglio 1945, e per oltre trent’anni non ci saranno più edizioni delle sue opere, che verranno riscoperte a partire dagli anni ‘70 prima in Francia e poi in altri paesi, sia pure in modo saltuario e piuttosto marginale.
Eppure dalla lettura di questa lunga novella edita nel 1928 emerge a mio avviso un autore di grande importanza, in grado di rappresentare efficacemente i traumi e le angosce di una società europea che aveva vissuto l’orrore della prima guerra mondiale e si avviava verso la grande crisi del ‘29, l’ascesa del totalitarismo nazista e il secondo grande conflitto del secolo. Lo sguardo di Bove verso la società del suo tempo, almeno per quello che ho tratto dalla lettura di Un padre e una figlia, è straordinariamente lucido ed affilato, affidato ad una prosa secca, fatta di frasi brevi e di dialoghi serrati, che le conferiscono una forza realistica che utilizza la migliore tradizione narrativa del naturalismo francese per scavare in profondità le pulsioni dell’animo umano nel contesto di incertezze e di falsi valori di un ambiente sociale, quello della piccola borghesia parigina tra le due guerre, che tanti fondamentali condivide con quello in cui vive oggi la nostra disorientata classe media. Continua a leggere “Una piccola storia di ieri capace di parlarci anche dell’oggi”

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Il buon artigiano organico all’ideologia inverata

IlVentrediParigiRecensione de Il ventre di Parigi, di Émile Zola

Garzanti, I grandi libri, 1975

Il ventre di Parigi è uno dei titoli più noti della produzione letteraria di Émile Zola: uscito come feuilleton nel 1873, in ordine di pubblicazione rappresenta il terzo episodio del ciclo dei Rougon-Maquart, anche se nell’ordine di lettura suggerito dallo stesso Zola viene collocato molto più avanti, in undicesima posizione. È inoltre il primo romanzo scritto da Zola dopo aver firmato il contratto con il suo nuovo editore, Charpentier, nel quale si impegnava a consegnare due romanzi all’anno, per dieci anni. Zola quindi scrive questo romanzo avendo di fronte a sé la sicurezza di poter portare a termine la sua grande opera, il ciclo che lo avrebbe dovuto avvicinare, nelle intenzioni, al suo riconosciuto maestro, Balzac, e al modello letterario rappresentato dalla Comédie humaine.
Questa sicurezza in sé e nel suo progetto letterario si ritrova appieno nel romanzo, che è quasi completamente impregnato dello spirito positivista e naturalista che caratterizza la narrativa di Zola. Se leggendo L’opera, scritto tredici anni dopo, avevo notato come nel finale emergesse esplicitamente qualche dubbio rispetto all’ideologia scientista che sorregge complessivamente l’universo letterario di Zola, in questo romanzo degli esordi del ciclo la fede naturalista è saldissima, anzi si può dire che Il ventre di Parigi rappresenti una delle opere che probabilmente hanno maggiormente contribuito a fissarne i canoni letterari. Occorre tuttavia subito aggiungere che – sia pur inserito nel coerente quadro, dai tratti programmatici, del romanzo sperimentale e moderno cui Zola si dedicava – Il ventre di Parigi segnala anche la difficoltà intrinseca di mantenere fede in senso assoluto al dogma dell’impersonalità della narrazione, del romanzo come semplice registrazione della realtà. Non mancano infatti, nell’ambito di una struttura complessivamente improntata ad un lirismo minuzioso, descrittivo e piatto, come lo definisce Lamberto Binni nella sua introduzione, da un lato sprazzi di un tardoromanticismo dal tono anche melodrammatico -su tutti a mio avviso l’incipit del romanzo, con l’affamato Florent steso in mezzo alla strada e per altri versi la storia di Marjolin e Cadine, e dall’altro macchie di un colore spesso schiettamente impressionista ma che a volte sfocia in sentori che cromaticamente sembrerebbero ricordare le ultime opere dell’allora amico Cézanne, rinvenibili soprattutto nelle ripetute descrizioni sensoriali delle carni, delle verdure, delle frutta, dei formaggi che ogni giorno inondano Les Halles. Continua a leggere “Il buon artigiano organico all’ideologia inverata”

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Un vivido affresco, carente in profondità

Recensione de L’opera, di Émile Zola

Garzanti, I grandi libri, 1995

L’opera, pubblicato nel 1886, appartiene al ciclo dei Rougon – Maquart, i venti romanzi con cui Zola si propose di scrivere la storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero. Sia per data di pubblicazione, sia quanto all’ordine di lettura suggerito dallo stesso Zola, L’opera occupa il quattordicesimo posto nel ciclo, ma personalmente ritengo che questo romanzo rappresenti il punto di attacco ottimale per chi voglia intraprenderne la scalata o solamente dedicarsi alla lettura di alcuni dei romanzi che lo compongono.
L’opera occupa infatti, nell’ambito del ciclo, una posizione particolare: è il romanzo con il quale Zola ci espone la sua concezione del ruolo dell’arte e delle modalità attraverso le quali la creazione artistica deve esprimersi, e nel quale appaiono anche, a mio avviso, elementi di dubbio rispetto alla positivistica fiducia nella capacità della scienza di spiegare il comportamento umano, convinzione che aveva marcato l’intera attività del romanziere Zola sino a quel momento.
Intendiamoci, L’opera non è un saggio sull’arte vista dal naturalista Zola, è innanzitutto il romanzo che narra la vicenda umana ed artistica di uno dei rappresentanti della famiglia Maquart, Claude Lantier – già apparso in altri due romanzi precedenti – ma è indubbio che del ciclo dei Rougon – Maquart rappresenti un episodio eccentrico, nel quale le tesi di Zola, la sua osservazione scientifica della realtà non vengono applicate ai consueti mondi in cui egli suddivide la società francese del suo tempo, ma a quello degli artisti, che egli concepisce come mondo a parte: ricorda infatti Lanfranco Binni nella bella introduzione che accompagna i romanzi di Zola editi a partire dagli anni ‘70 del secolo scorso da Garzanti, come un manoscritto di Zola ci dica che per l’autore ”Ci sono quattro mondi. Popolo: […] Commercianti: […] Borghesia: […] Gran mondo: […] E un mondo a parte: puttane, assassini, preti (religione), artista (arte)”. L’opera si occupa precipuamente di quest’ultimo pezzo del mondo a parte, differendo quindi sostanzialmente dagli altri romanzi del ciclo, ciascuno dei quali è centrato sostanzialmente su uno dei quattro mondi canonici. Continua a leggere “Un vivido affresco, carente in profondità”

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Frammenti di un mondo vacuo che ritorna

RicordidiEgotismoRecensione di Ricordi di egotismo, di Stendhal

SE, Piccola Enciclopedia, 1989

Stendhal, scrittore caotico e disordinato, lasciò molte opere incompiute, tra le quali spicca sicuramente il Lucien Leuwen, uno dei suoi indubbi capolavori letterari. Fra queste vi sono anche i Ricordi di egotismo, frammento di un’opera di memorie cui lo scrittore lavorò per poche settimane all’inizio dell’estate del 1832, quando si trovava, in qualità di console, a Civitavecchia.
Nelle intenzioni dell’autore i Ricordi avrebbero dovuto coprire quasi un decennio della vita di Stendhal, il periodo che va dal giugno del 1821 – quando lascia Milano per non cadere nelle grinfie della polizia austriaca che lo sospettava di appoggiare i carbonari, rientrando a Parigi – al novembre 1830 – allorché parte per Trieste essendovi stato nominato console dal nuovo regime orleanista. Come andò è noto: Metternich non espresse il gradimento per il console liberale e Stendhal fu inviato nella noiosa Civitavecchia come console presso lo stato pontificio. Continua a leggere “Frammenti di un mondo vacuo che ritorna”

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Un puzzle difficile da ricomporre

QuadernidiunMammiferoRecensione di Quaderni di un mammifero, di Erik Satie

Adelphi, Biblioteca Adelphi, 1980

Erik Satie è senza dubbio uno dei musicisti più importanti del periodo a cavallo tra ‘800 e ‘900, ed uno di quelli che meglio ha interpretato i profondi sconvolgimenti sociali, culturali ed artistici che hanno caratterizzato quell’epoca. Emblematico a questo proposito il fatto che due delle personalità artistiche a cui fu più legato, anche dal punto di vista personale furono da un lato Claude Debussy e dall’altro Jean Cocteau: due personalità che nel nostro immaginario appartengono a due epoche totalmente diverse, ma che trovano un loro preciso fil rouge proprio nell’eccentrico compositore normanno.
La musica di Satie prende infatti le mosse da atmosfere pienamente ottocentesche, sia pure rielaborate con una grande originalità, che potremmo definire postimpressioniste, riscontrabili nelle celeberrime Gymnopédies e Gnossiennes composte tra il 1888 e il 1897, per approdare, nelle composizioni del periodo a cavallo della prima guerra mondiale, ad essere una sorta di colonna sonora delle produzioni artistiche delle avanguardie cubiste, dada e surrealista. Satie divenne anzi una sorta di punto di riferimento musicale delle avanguardie, e la sua opera influenzò molti dei compositori del primo e secondo novecento. Continua a leggere “Un puzzle difficile da ricomporre”

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La prosa urbana di un precursore del realismo

LeNottidiParigiRecensione de Le notti di Parigi, di Restif de la Bretonne

Editori Riuniti, Universale economica Narrativa, 1996

Nella mia recensione a L’Italiano di Ann Radcliffe ho lamentato il carattere d’appendice della storia, il suo essere talmente inverosimile e manichea da non poter rappresentare sentimenti ed emozioni in grado di appassionare il lettore del XXI secolo. La storia de L’Italiano è tuttavia una storia indubbiamente ben scritta, quindi chi la guardasse da un punto di vista astrattamente estetico la apprezzerebbe sicuramente.
Nel caso de Le notti di Parigi di Restif de la Bretonne si può dire che siamo quasi su di un versante opposto: chi legge quest’opera cercando la bella letteratura non potrà che rimanere deluso dallo stile cronachistico e a volte pedante delle Notti, ma chi cerca in un testo l’interpretazione del reale, la capacità di comunicare lo spirito di un’epoca attraverso la storia collettiva di una città troverà in questo oggi misconosciuto autore della fine del ‘700 francese una buona fonte cui attingere per soddisfare la sua voglia di sapere. Continua a leggere “La prosa urbana di un precursore del realismo”

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Ma Zazie non prende il metró

ZazienelMetroRecensione di Zazie nel metró, di Raymond Queneau

Einaudi, Tascabili Einaudi, 1994

Recensendo I fiori blu ho espresso l’opinione che il linguaggio di Queneau, così peculiare da determinare il significato che esprime, fosse una sorta di sovrastruttura volta comunque ad indirizzare il lettore verso il significato del libro. In effetti, leggendo questo autore si corre il rischio di essere eccessivamente affascinati da come Queneau scrive, piuttosto che da ciò che scrive . Nel caso de I fiori blu, tuttavia, il respiro storico delle vicende, il continuo alternarsi di episodi della storia di Francia con la descrizione di un’attualità (il 1964) ed il loro confronto serrato rende in qualche modo agevole al lettore avvertito individuare ciò che Queneau vuole esprimere con il suo pirotecnico linguaggio.
Leggendo Zazie nel metró, opera scritta qualche anno prima (1959), il rischio di fermarsi alla sovrastruttura linguistica, di cadere nella trappola, peraltro sapientemente ordita da Queneau stesso, di considerare il testo un divertentissimo esercizio di stile applicato ad un nulla narrativo, ad una serie di assurde e strampalate situazioni prive di alcun elemento che vada appunto oltre la loro assurdità, è altissimo. Continua a leggere “Ma Zazie non prende il metró”

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Il significato oltre il significante

IFioriBluRecensione de I fiori blu, di Raymond Queneau

Einaudi, Scrittori tradotti da scrittori, 1984

L’opera letteraria di Raymond Queneau, che pure si sviluppa prevalentemente dopo il secondo conflitto mondiale, affonda prepotentemente le sue radici nel periodo precedente, ed in particolare nella Parigi surrealista degli anni ’20 e ’30 del novecento. Infatti Queneau, se non fu uno dei principali protagonisti di quella stagione, non rivestì neppure il ruolo di mera comparsa, e la sua amicizia con Breton prima e con Bataille poi segna profondamente i tratti della sua poetica.
Queste radici sono evidenti anche ne I fiori blu, opera tarda dello scrittore (fu pubblicato nel 1965) che però mantiene la freschezza e l’originalità che caratterizza tutta la scrittura di Queneau, e che ne fanno a mio avviso uno dei grandi autori del secondo novecento europeo, in grado di regalarci opere da un lato godibilissime e dall’altro caratterizzate da una complessità strutturale e compositiva che permettono a chi vuole andare sotto la superficie del testo di trovarvi la pluralità di elementi di riflessione e di piani di interpretazione che solo la grande letteratura sa dare. Continua a leggere “Il significato oltre il significante”

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Una piccola guida lungo la strada di Swann

LIndifferenteRecensione de L’indifferente, di Marcel Proust

Einaudi, 1978

Probabilmente nessuno scrittore moderno si identifica così totalmente con la sua opera come Marcel Proust. Specularmente a Flaubert, che poteva affermare ”Madame Bovary, c’est moi”, si può dire senza ombra di dubbio e quasi tragicamente che Marcel Proust è la Recherche. Questa identificazione deriva innanzitutto dal fatto che la sua monumentale cattedrale letteraria è di fatto l’unica opera che ha scritto, o meglio quella attorno a cui ruotano gli altri suoi pochi scritti letterari, che sono tutti una sorta di esercizio di preparazione del capolavoro. Vi è anche però un altro motivo, più drammaticamente legato all’uomo Proust, alla base di questa identificazione. Proust è la Recherche anche e soprattutto perché alla sua stesura l’autore ha sacrificato la vita: come noto, dal 1909 al 1922 (anno della morte) si isolò pressoché completamente dal mondo (celebre è la stanza rivestita di sughero nella quale lavorava di notte) per poter compiere quello straordinario sforzo di memoria che è alla base di Alla ricerca del tempo perduto. Proust di fatto morirà pur di portare a termine questo titanico sforzo. Forse solo un altro autore, anch’esso francese, può essere così totalmente identificato con la sua opera: il Balzac de La Comédie humaine (Balzac, naturellement…). Mentre però Balzac, in ciò perfetto romanziere dell’800, scrive per vivere, Proust, figlio della crisi, vive per scrivere, o meglio da un certo punto in poi abbandona la vita per scrivere, e coerentemente morirà immediatamente dopo avere terminato la sua opera.
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