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Una sfilata di maschere grottesche e meschine

MargotlaRammendatriceRecensione di Margot la rammendatrice, di Louis-Charles Fougeret de Monbron

Casa Editrice Le Lettere, Biblioteca del Settecento Europeo, 1991

Margot la rammendatrice appartiene a pieno titolo al filone dei Romanzi libertini che fiorì in Francia (ma non solo) nel XVIII secolo, poco prima della rivoluzione. La storia narrata è comune a questo tipo di romanzi: Margot è una ragazza del popolo che riesce a farsi strada nella vita facendo la prostituta; apprende il mestiere in un bordello di Parigi, decidendo quindi di mettersi in proprio. Legandosi a personaggi sempre più altolocati si assicura una sicurezza sociale ed economica invidiabile.
L’autore, Louis-Charles Fougeret de Monbron, è a sua volta un tipico – anche se poco noto – rappresentante dell’intellettualità francese del secolo dei lumi: figlio della piccola aristocrazia, conduce una vita da libertino viaggiando moltissimo in Europa ed essendo più volte incarcerato a causa dei suoi scritti satirici o licenziosi. La sua opera più conosciuta è Le Cosmopolite ou le Citoyen du Monde, in cui narra, con spirito icastico e censorio, i suoi viaggi e la varia umanità che ha incontrato.
Anche se le scene di sesso di Margot la rammendatrice sono molto esplicite, ritengo – come ben evidenziato nella bella introduzione di Giovanna Angeli – che il sesso non sia il tratto essenziale del romanzo.
In altre opere dello stesso periodo o di poco posteriori (penso ad esempio a Fanny Hill di John Cleland o alle opere del Marchese De Sade) il sesso, quale pratica gioiosa o “perversa” svincolata da qualsiasi funzione che non sia la ricerca del piacere, è visto come il grimaldello per scardinare le convenzioni morali su cui si fonda la società; nel romanzo di Fougeret de Monbron, invece, il mestiere di Margot serve all’autore per inanellare una galleria di personaggi – gli amanti di Margot – uno più grottesco, laido, meschino e ipocrita dell’altro. Sfilano così preti, piccoli nobili, finanzieri, ambasciatori, tutti sottoposti all’inappellabile giudizio dell’autore che ce li descrive, sin dal loro aspetto fisico, come viziosi e spesso crudeli. Margot se ne serve, usa le sue grazie unicamente per per trarne vantaggi economici e sociali (più volte parla di “contratto” per descrivere le relazioni con i suoi amanti); verso fine del romanzo confessa che mentre si dava a questi personaggi pagava comunque dei giovani e aitanti gigolò per soddisfare i suoi desideri.
Fougeret de Monbron ci dice quindi con questo romanzo che la società del suo tempo è irrimediabilmente corrotta, che la domina una classe dirigente mediocre, inadeguata ai suoi compiti e dedita soltanto a soddisfare con l’uso del denaro le proprie perversioni, e che l’unico modo per volgere a proprio favore questo stato di cose è servirsi cinicamente – come fa Margot – delle debolezze di questi individui per spillargli denaro.
Il finale del romanzo è conseguente: Margot (ormai ricca) si ammala di disgusto per la sua vita e può andare a vivere in campagna con la vecchia madre, abbandonata all’inizio del romanzo, a godere dei frutti della sua attività.
La ricetta di Fougeret de Monbron è quindi quella di un intellettuale che, di fronte alla mancanza di valori della società in cui vive, non vede altra via d’uscita che contrapporle le sue stesse armi. In definitiva l’autore ci dice che, non potendo cambiare le cose, si può tentare di volgerle a nostro favore a patto di essere pronti ad essere cinici e spietati quanto chi ci sta di fronte. La morte lo coglierà nel 1760, impedendogli di vedere come, pochi decenni dopo, il mondo da lui così spietatamente descritto verrà spazzato via, sostituito da un nuovo mondo che si rivelerà in generale altrettanto spietato e crudele.
Il romanzo è breve e si legge d’un fiato, anche se lo stile piano e quasi cronachistico dell’autore non ne fanno un capolavoro assoluto. Bella l’edizione della Casa Editrice Le Lettere, che credo sia oggi difficilmente reperibile, corredata, come detto, da una illuminante prefazione di Giovanna Angeli.

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Le contraddittorie radici del pensiero borghese

DeSadeRecensione di Opere, di D.A.F. De Sade

Mondadori, Oscar Grandi Classici, 1992

Nel nostro immaginario collettivo il nome di D.A.F. De Sade è legato, anche grazie a numeroso cinema di serie B, alla pornografia, alle pratiche sessuali estreme. Sadismo, sadico sono entrati nel nostro vocabolario con una connotazione indubbiamente negativa.
Il pregio di questo ponderoso volume, edito molti anni fa da Mondadori ma tuttora disponibile, è di restituirci, attraverso una scelta delle sue opere, a tutto tondo il pensiero di un grande – anche se forse minore a causa della sua irregolarità – rappresentante dell’illuminismo.
Il libro contiene due dialoghi filosofici (Dialogo fra un prete e un moribondo e La filosofia nel boudoir), alcuni racconti, il romanzo Justine, dieci lettere scritte dal carcere e tre brevi saggi.
De Sade infatti trascorse buona parte della sua vita in carcere, imprigionato sia dall’ancien régime, sia dai governi rivoluzionari, sia infine da Napoleone, a testimonianza della pericolosità delle sue idee (oltre che, oggettivamente, a causa di comportamenti non certo esemplari).
A mio modo di vedere le opere più significative comprese nel volume sono i due dialoghi iniziali (ed in particolare La filosofia nel boudoir) ed il romanzo Justine. Questi ultimi due furono pubblicati anonimi, mentre il primo fu pubblicato solo nel 1926. L’anonimato permette a De Sade di esporre senza autocensure le sue idee, cosa che non avviene nei racconti ufficiali. Ma quali sono queste idee?
Innanzitutto un assoluto ateismo, di cui il Dialogo fra un prete e un moribondo costituisce il manifesto. L’ateismo di De Sade è un ateismo naturalistico e meccanicistico: la natura basta a sé stessa, tutto ciò che accade è necessario e non ha bisogno di altra spiegazione se non che è naturale che accada. Ciò che noi consideriamo male e bene non sono altro che strumenti indifferenti che la natura usa per perpetuare se stessa e i suoi cicli. Concepire l’esistenza di un dio che regoli tutto questo è contraddittorio (se esistesse, perché non dovrebbe permettere solo il bene?) e inutile.
La filosofia nel boudoir, con il pretesto dell’iniziazione sessuale di una giovanetta da parte di alcuni personaggi particolarmente dissoluti permette a De Sade di esporci con completezza il suo pensiero. In coerenza con quanto detto a proposito dell’ateismo, è un pensiero radicalmente libertario, razionalista ed individualista. Tutto è lecito all’individuo: il solo fatto che si possa fare una cosa significa che rientra tra le cose che la Natura esige che sia fatta per la sua perpetuazione. Tra i diritti naturali dell’individuo c’è quello al piacere, da perseguire con ogni mezzo, anche attraverso il dolore e la sofferenza altrui. Anzi, il piacere aumenta se è conseguito attraverso delle vittime: non ci si deve curare di queste ultime, perché se soffrono, se addirittura muoiono a causa del loro carnefice ciò non è altro che un processo naturale, visto che la natura usa la morte come strumento per ricombinare la materia.
Ne emerge, qui come in Justine, una sorta di radicale darwinismo sociale ante litteram, in cui l’uomo, il forte, ha non solo il diritto, ma anche il dovere di perseguire il suo piacere e il suo benessere a scapito dei deboli, dovendo obbedire ad una sorta di imperativo naturale. I deboli sono i poveri (De Sade auspica la eliminazione fisica dei mendicanti) e le donne, viste spesso come strumento del piacere maschile.
Il sesso libero non è quindi per De Sade uno strumento di liberazione, ma un modo per riaffermare il diritto/dovere di alcuni di servirsi di ogni mezzo per raggiungere il proprio benessere e piacere.
Insomma, il pensiero di De Sade prende sicuramente le mosse da un afflato libertario e di rivolta contro le convenzioni sociali e religiose delle epoche in cui visse, ma approda a lidi di individualismo che ricreano una nuova gerarchia dove il benessere di pochi eletti pretende la sofferenza dei molti. Siamo a mio modo di vedere alle radici di correnti di pensiero che avrebbero attraversato nei secoli successivi la cultura europea, generando visioni sociali e politiche opposte e fornendo anche basi teoretiche a regimi come quello nazista. In fondo De Sade rappresenta e sintetizza pienamente gli estremi filosofici e le contraddizioni insite nella cultura borghese che stava facendosi egemone.
Molto meno significative per capire il pensiero sadiano sono i racconti, che in quanto ufficiali sono più autocensurati e si incanalano lungo un mainstream moralistico. Sono comunque una piacevole lettura.
Le lettere, scritte dal carcere alla moglie e ad altri personaggi, ci permettono di entrare nel mondo minuto di De Sade, nelle sue sofferenze umane, nel suo sentirsi (ed essere) facile vittima della morale corrente. I tre brevi saggi finali nulla aggiungono a quanto già percepito negli scritti maggiori.
Resta da avvertire il lettore che in particolare ne La filosofia nel boudoir e in Justine le descrizioni delle pratiche sessuali estreme sono molto esplicite ed a volte disturbanti: del resto disturbante le nostre certezze è l’intero pensiero del divin marchese.

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Pornografia purissima

Fanny HillRecensione di Fanny Hill di John Cleland

Marsilio, Grandi classici tascabili, 2001

Fanny Hill è un libro pornografico, perché descrive esplicitamente e minuziosamente numerosi atti sessuali. Fanny Hill è anche un piccolo capolavoro. E’ la storia di una ragazza di campagna che, divenuta orfana, va a Londra in cerca di fortuna e, naturalmente, incappa in chi vuole sfruttarne le grazie per denaro. Ma Fanny è una “donna di piacere” anzitutto perché ama il piacere, e quello che nelle prime pagine poteva sembrare il doloroso destino di una giovanetta destinata a farsi sfruttare si trasforma prestissimo nel romanzo dell’epica scoperta del più puro piacere sessuale da parte della protagonista. Sin da subito Fanny è curiosa, vuole provare e capire cosa sia quella cosa misteriosa che le scombussola il corpo (ed in particolare alcune parti del corpo…). Fanny non ha mai remore morali o moralistiche: il sesso è bello, permette ai corpi di unirsi e di provare piacere, il corpo umano, ed in particolare gli organi più interessati all’attività, sono strumenti magnifici del piacere. L’amore, quando lo si incontra, rende il sesso ancora più bello, ma ciò non impedisce che dal punto di vista del piacere il sesso possa essere pienamente vissuto anche “a prescindere”. Fanny quindi si innamora del bellissimo giovane con cui fa all’amore per la prima volta, ma quando questo viene allontanato da lei continua ad avere molte leggiadre avventure sessuali, divenendo prostituta proprio per poter continuare a fare nuove esperienze. Quando ritrova l’amato Charles riacquista la possibilità di sommare l’amore al sesso, arrivando alla felicità assoluta (trovo molto bello che Charles non “perdoni” ma proprio non badi al suo passato, che pure lei gli racconta subito): a quel punto può rientrare nei ranghi, sposarsi, fare figli e guardare con occhio critico al passato. Molto probabilmente il finale è il prezzo pagato da Cleland alla scandalosità del romanzo. La grande cifra del libro sta, secondo me, nel modo gioioso e giocoso in cui viene visto il sesso, anche se (non si può pretendere tutto da un autore di 250 anni fa) comportamenti sessuali meno “mainstream” di quelli tra uomo e donna vengono condannati. Il gioco e la gioia traspaiono anche dal linguaggio che Cleland usa per descrivere organi e atti, davvero perfetto credo anche grazie alla traduzione (non a caso di una donna). Ancora, è stupefacente davvero come un uomo abbia potuto descrivere così bene (almeno ritengo…) il piacere femminile. E vengo alla grande domanda: si poteva scrivere un libro così senza renderlo pornografico, ovvero senza entrare nei dettagli? Secondo me no. Non è possibile mettere il sesso in quanto tale al centro della storia senza che il sesso sia descritto per quello che è, senza descrivere dettagliatamente “come funziona”. In questo senso mi sento di dire che la pornografia, anche quella odierna, è una delle forme di rappresentazione più oneste che vi siano, perché rappresenta esattamente ciò che vuole comunicare. Può esservi pornografia eccitante o deprimente, coinvolgente o noiosa, bella o brutta, ciascuno di noi può scegliere se e quale pornografia accettare, ma si deve riconoscere la sua onestà intellettuale, soprattutto se confrontata con altre forme striscianti di ammiccamento sessuale che dilagano nei palinsesti televisivi.