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“Non giudicate”: La giustizia ai tempi del determinismo lombrosiano

IlCasoRedureauRecensione de Il caso Redureau, di André Gide

Editori Riuniti, Tracce, 1997

André Gide è stato certamente uno degli intellettuali più importanti del primo novecento europeo; dotato di una personalità complessa e sfaccettata, che si riflette nelle sue opere, fu il fondatore di una delle più prestigiose riviste letterarie d’oltralpe, la Nouvelle Revue Française, nelle pagine della quale trovarono ospitalità alcuni tra i maggiori scrittori francesi e non solo. Sue opere quali La porta stretta, L’immoralista e I sotterranei del Vaticano sono ancora oggi imprescindibili per chi voglia avere una visione ampia della letteratura europea del XX secolo.
Rispetto alle sue opere più importanti questo breve scritto, edito nel 1930, è da considerarsi sicuramente minore, essendo in gran parte la raccolta di materiale giudiziario relativo ad un caso di omicidio plurimo avvenuto nella regione di Nantes oltre una quindicina di anni prima. Non si tratta quindi di un’opera letteraria vera e propria, quanto di una sorta di pamphlet su un caso che aveva scosso l’opinione pubblica francese. Tuttavia si tratta di un volumetto – in tutto un’ottantina di pagine – interessante, sia perché permette al lettore di indagare uno dei tanti interessi di Gide, quello per il funzionamento, i riti e i meccanismi della giustizia francese, sia in quanto – anche grazie alla breve ma importante prefazione di Maurice Nadeau, altro grande intellettuale francese – stimola il lettore a porsi interrogativi di carattere generale sulla psiche umana e l’inadeguatezza del grado di comprensione del suo funzionamento da parte della società e delle autorità costituite.
Il caso Redureau fece molto scalpore nella Francia che si avvicinava alla prima guerra mondiale. La mattina del primo ottobre 1913 nel villaggio di Le Landreau, nei pressi di Nantes, i corpi di sei componenti di una famiglia di piccoli proprietari terrieri, i Mabit, e della loro giovanissima domestica vennero trovati massacrati nella loro abitazione in modo atroce. Vittime furono il capofamiglia, la moglie incinta di sette mesi e tre dei quattro figli, tra i quali il più piccolo di appena due anni, oltre alla nonna e alla domestica sedicenne. Tutti erano stati colpiti ripetutamente con una roncola, in un accesso di furia selvaggia. Fu subito chiaro che si trattava di omicidii commessi da un unico individuo in un breve lasso di tempo: oltre ad un figlio quattrenne dei Mabit, che era stato risparmiato, mancava all’appello solo un ragazzo del paese che da pochi mesi lavorava al servizio dei Mabit, aiutandoli nei campi: il quindicenne Marcel Redureau fu trovato quasi subito, nascosto nei pressi della sua abitazione, e confessò immediatamente di essere l’autore della strage. Processato, fu condannato a 20 anni di reclusione, il massimo della pena per un minorenne; morì di tubercolosi in carcere nel 1916, diciottenne.
Ciò che attirò subito l’attenzione della stampa a dell’opinione pubblica fu la mancanza di un movente plausibile per un delitto così efferato. Redureau, durante gli interrogatori, affermò che mentre lavorava al torchio per pressare l’uva la sera del 30 settembre il padrone l’aveva rimproverato, dicendogli che era uno scansafatiche. Irritato da un rimprovero ritenuto ingiusto, egli l’aveva colpito al capo con una mazza di legno e, quando era crollato a terra gemendo, gli aveva tagliato la gola con una roncola. Poi, per mettere a tacere eventuali testimoni del delitto, si era recato nel vicino appartamento e aveva ucciso, con la stessa roncola, la moglie di Mabit e la giovanissima domestica, quindi la nonna che era accorsa alle grida e i tre bambini che piangevano nella vicina stanza. Non aveva ucciso il quarto figlio della coppia perché dormiva in un’altra stanza.
Redureau si dichiarò pentito di quanto fatto, e affermò anche di aver tentato il suicidio, mancandogliene però il coraggio.
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La summa dell’arte di Flaubert, con un piccolo capolavoro

Recensione di Un cuore semplice e altri racconti, di Gustave Flaubert

Rizzoli, BUR, 2000

La produzione letteraria di Gustave Flaubert non è copiosa. Le sue vicende esistenziali e soprattutto la sua nota ossessione per la forma della pagina scritta lo hanno portato ad avere lunghissimi tempi di gestazione per le sue opere. A parte gli scritti giovanili, quelli raccolti dopo la sua morte e il Dizionario dei luoghi comuni, ci ha lasciato quattro romanzi, dei quali l’ultimo incompiuto, un poema in prosa, alcune opere teatrali, peraltro di scarsissimo successo lui vivente, due diari di viaggio e tre soli racconti.
Questi ultimi sono stati l’ultima opera da lui pubblicata in vita, nella primavera del 1877. È importante notare sin da subito, a fini dell’analisi di questi racconti, che Flaubert li concepì sin dall’inizio per una loro pubblicazione unitaria: infatti, anche se ciascuno di essi apparve inizialmente a puntate su riviste diverse, già poche settimane dopo furono stampati in volume.
Anche se non ritengo si possa parlare di testamento spirituale dell’autore, in quanto la morte lo avrebbe raggiunto solo tre anni dopo, mentre era ancora alle prese con Buvard e Pécuchet, è indubbio che – come vedremo – i Tre racconti (inspiegabilmente pubblicati da Rizzoli con un titolo diverso) rappresentano una sorta di summa dell’arte di Flaubert, sotto vari aspetti, pur con le (presunte) limitazioni insite nella forma racconto.
A prima vista si tratta di tre racconti affatto diversi l’uno dall’altro. Mentre il primo, Un cuore semplice, è ambientato lungo i decenni della prima metà del XIX secolo, quindi di fatto nella contemporaneità dell’autore, il secondo, La leggenda di San Giuliano ospitaliere è invece situato nell’alto medioevo, e l’ultimo, Erodiade, nell’antichità, narrando il celebre episodio della decollazione del Giovanni Battista dopo la danza di Salomè.
Ciascuno di essi, in realtà, si rifà più o meno implicitamente alle tematiche e alle modalità espressive che si ritrovano nelle opere maggiori di Flaubert, tanto che alcuni critici hanno accostato Un cuore semplice a Madame Bovary, La leggenda di San Giuliano ospitaliere a La tentazione di Sant’Antonio e Erodiade a Salammbô. Pur ritenendo che non si possano fare accostamenti così automatici, è indubbio che nel primo racconto si ritrova la minuziosa analisi della psicologia e delle relazioni umane e sociali che costituiscono uno dei fondamenti non solo del capolavoro maggiore, ma anche di Buvard e Pécuchet, che il secondo si caratterizza per la visione immaginifica e a tratti quasi fiabesca che ritroviamo nel poema in prosa a cui lavorò per quasi tutta la vita e che in Erodiade si ritrova un’altra delle peculiarità della poetica flaubertiana: il gusto per l’esotico e per la minuziosità della ricostruzione storica, che trova la sua massima espressione proprio nel grande romanzo da lui ambientato a Cartagine: il tutto condito dell’inimitabile stile di scrittura di Flaubert, che esprime la sua musicalità sia che si occupi della descrizione di una povera stanza della provincia normanna sia che porti il lettore nel palazzo di Macheronte dove Erode Antipa dà il suo banchetto.
Riservandomi di tornare sugli aspetti di unitarietà dei tre racconti, dato a mio avviso importante per una loro interpretazione complessiva, ritengo sia altrettanto importante penderli in considerazione separatamente.
Un cuore semplice, il racconto a mio avviso più significativo, che può a buon diritto considerarsi un piccolo capolavoro assoluto, narra lungo cinquant’anni la vita di Félicité, domestica della signora Aubain a Pont-l’Évêque, cittadina della Normandia, regione della quale Flaubert era originario. Il racconto è fortemente autobiografico e molti dei protagonisti e dei luoghi rimandando direttamente alla vita dell’autore.
Félicité è un grande personaggio letterario, la cui vita è scandita dalla continua sottrazione degli affetti che le danno un senso: ogni volta che l’oggetto del suo amore le viene negato ella ne trova un altro, in qualche modo sempre più distante e impersonale ma sul quale ella riversa incondizionatamente le sue energie morali ed umane.
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Davvero questo è Dickens? È Dickens (cit.)

Recensione di Mugby Junction, di Charles Dickens

Edizioni Studio Tesi, Collezione biblioteca, 1991

L’ultimo capitolo della mia personale trilogia di Dickens non è dedicato ad un grande romanzo, ma ad alcuni degli scritti minori che formarono il cuore dell’attività letteraria dell’autore inglese nell’ultimo decennio della sua vita.
In stretta continuità con l’esperienza di Household Words, il popolare settimanale da lui fondato nel 1850, che dovette chiudere per una disputa con la casa editrice, nel 1859 Dickens fonda All the Year Round, periodico su cui potrà esercitare un maggiore controllo e che sopravviverà per un quarto di secolo alla sua morte. Qui Dickens pubblicherà i suoi ultimi romanzi e racconti darà spazio ad alcuni dei principali autori del secondo ottocento inglese, tra i quali Elizabeth Gaskell, Sheridan Le Fanu, Wilkie e Charles Collins.
Dickens in questa nuova rivista continuerà inoltre la tradizione del numero speciale di natale, nel quale ogni anno verranno presentati alcuni racconti suoi e dei suoi amici letterati, accomunati in qualche modo da un fil rouge narrativo. Il numero speciale per il natale 1866 aveva come titolo Mugby junction e conteneva otto storie di treni e fantasmi: di queste, quattro erano scritte da Dickens, mentre le altre erano a firma di Andrew Halliday, Charles Collins, Hesba Stretton e Amelia B. Edwards.
Il volumetto delle benemerite Edizioni Studio Tesi da me letto, oggi fuori catalogo e reperibile solo sul mercato dell’usato e, forse, tra i remainder, propone i quattro racconti di Dickens (che in realtà come vedremo sono tre), e permette al lettore di accostarsi ad un Dickens diverso, nel quale oggettivamente le esigenze di carattere commerciale sono ancora più impellenti che nei grandi romanzi, ma che forse proprio per questo – oltre che per il fatto di essere un autore maturo – mostra sfaccettature della propria arte e del proprio talento narrativo forse non del tutto scontate.
Dei quattro testi raccolti nel volume, solo l’ultimo – che come si vedrà è una storia di fantasmi – ha avuto qualche altra edizione nel nostro Paese ed oggi è reperibile all’interno di Da leggersi all’imbrunire, volume dei Tascabili Einaudi: pur essendo come vedremo a suo modo notevole, è forse anche il racconto più convenzionale e in ogni caso è strettamente legato a quelli che lo precedono. Consiglio quindi agli appassionati di Dickens di non perdere l’occasione di acquistare o reperire in biblioteca il volume di Studio Tesi, che rappresenta l’unica possibilità di leggere l’insieme dei racconti che Dickens scrisse per la sua rivista nel natale del 1866. Tra l’altro merita senz’altro di essere letta – anche se non ne condivido alcuni spunti di analisi – la bella introduzione di Rosanna Bonadei, che ha curato anche la traduzione dei testi.
Quattro racconti, quindi, che possono essere ridotti a tre. I primi due, infatti, Eredi Barbox ed Eredi Barbox e Company costituiscono di fatto un unico racconto, aventi lo stesso protagonista, il secondo racconto essendo di fatto il quarto e conclusivo capitolo delle sue vicende.
Il protagonista si chiama Jackson Barbox, ed è come si vedrà un personaggio di estremo interesse. Il lettore ne fa la conoscenza una notte di dicembre, quando scende da un treno alla stazione di Mugby Junction, importante nodo ferroviario sperso nella campagna inglese. È un uomo di mezza età, e si viene presto a sapere che non ha una meta precisa, ma sta scappando, il giorno del suo compleanno, dalla sua vita precedente, fatta di un’infanzia solitaria e infelice, di una ditta di consulenze giuridiche fallita e soprattutto del tradimento da parte della sola donna che ha amato, scappata con il suo (di lui) migliore amico. Egli è il Viaggiatore per Nessun-Luogo, come viene chiamato più avanti nel racconto. Solo sul marciapiede della stazione, senza sapere bene cosa fare, incontra Lamps, un facchino, che – non essendoci altri treni sino al giorno dopo – lo accompagna all’unica locanda del borgo.
Il mattino dopo Barbox, dopo avere riflettuto sulla sua vita ed essendo indeciso su quale direzione dare al suo viaggio, fa una passeggiata nei dintorni, e capita nei pressi di una linda casetta da cui escono dei bambini allegri e alla cui finestra scorge una graziosa fanciulla che lo colpisce e lo attrae anche perché sembra avere qualcosa di strano: decide così che deve conoscerla. La ragazza è Luna, è la figlia di Lamps ed è paralizzata da quando era bambina. Per avere compagnia mentre il padre è al lavoro, dà lezioni di canto ai bambini del paese. Barbox rimane affascinato dalla gioia di vivere che Luna, pur costretta sempre a stare sul letto, gli trasmette, che contrasta con il suo disagio esistenziale, ed in breve se ne innamora, di un casto amore corrisposto. Dopo più di un anno parte per la grande città, dove reincontra la donna che lo ha abbandonato e sua figlia Polly, che gli dà una ulteriore grande lezione di umanità. Torna quindi a Mugby Junction per stabilirvisi definitivamente.
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Abnegazione e senso del dovere nei racconti di un antesignano di Giovanni Drogo

Recensione di Servitù e grandezza della vita militare, di Alfred de Vigny

Fazi, Le porte, 1996

Poco più di un anno fa la lettura di Stello mi ha portato alla scoperta di uno dei grandi autori del romanticismo (meglio sarebbe dire dei romanticismi) francese: Alfred de Vigny. Autore essenzialmente di poemi e pezzi teatrali, l’opera in prosa cui de Vigny ha indissolubilmente legato il suo nome è Servitù e grandezza della vita militare, da me letto nell’elegante (anche se non scevro da qualche imperfezione) e oggi quasi introvabile volume edito da Fazi oltre venti anni fa, corredata da una prefazione di Eraldo Affinati; l’opera oggi è comunque reperibile in libreria in un’altra edizione e traduzione.
De Vigny la pubblicò nel 1835, tre anni dopo Stello, nel suo periodo di massima attività creativa, riunendovi tre racconti già pubblicati poco tempo prima sulla Revue des Deux Mondes, ed accompagnando ciascuno con una sorta di prefazione. Nelle intenzioni avrebbe dovuto essere una sorta di vademecum filosofico per il soldato, un libro per mezzo del quale avrebbe potuto riflettere sul suo status, sul suo rapporto con la società, sui principi, grandi e al tempo stesso contraddittori, che regolano la vita e l’organizzazione di quel corpo separato che è l’esercito.
Alla fonte della scrittura del libro troviamo l’esperienza militare di Vigny. Figlio di una famiglia dell’antica nobiltà della Turenna, egli credeva fermamente nelle passate virtù dell’aristocrazia come classe in grado di costituire la nazione, come emerge anche dalla lettura di Stello e ancora più programmaticamente nel suo romanzo storico Cinq-Mars; era però anche perfettamente conscio che il ruolo guida dell’aristocrazia si era perso per sempre, che il periodo dell’Impero prima, quindi la restaurazione con la sua mediocrità culturale e morale, e infine la monarchia di Luglio stavano lì a dimostrare l’inadeguatezza dell’aristocrazia del suo tempo, ormai ridotta a una sorta di club autoreferenziale aggrappato a privilegi che la Storia le stava inesorabilmente sottraendo.
Emblema di questa decadenza è l’esercito: alla sete per la gloria e per la battaglia ed anche alla barbarie della guerra di un tempo si è sostituita una vita militare routinaria, fatta di noia ed esercitazioni che non portano mai all’azione; ma soprattutto, per Vigny, mentre un tempo, ” fino alla fine del regno di Luigi XIV, l’Esercito rappresentava la Nazione […] dato che il soldato era l’uomo del Nobile, da lui reclutato nella sua terra e condotto al suo seguito nell’esercito, a lui solo obbediente”, oggi ”la condizione […] dell’Esercito è tutt’altra: la centralizzazione del Potere l’ha reso […] un corpo separato dal gran corpo della Nazione, simile al corpo di un bambino, tanto è carente per intelligenza e si trova nell’impossibilità di crescere.”
Nel mondo moderno, l’esercito non serve più per fare la guerra, ma a perpetuare sé stesso: con una buona dose di ottimismo di matrice positivista, che contrasta peraltro con il pessimismo di derivazione stoica che caratterizza il suo pensiero, Vigny è convinto che gli eserciti siano destinati a scomparire in breve tempo, perché i progressi della tecnologia renderanno superflue le guerre.
L’autore come detto trae le sue convinzioni sulla vita militare dalla propria esperienza diretta: arruolatosi come sottotenente nei Gendarmi del Re il 6 luglio 1814, tre mesi dopo la prima abdicazione di Napoleone, è uno degli uomini che scortano Luigi XVIII durante la sua fuga a Gand dopo il ritorno dell’Imperatore dall’Elba. Durante i Cento Giorni rimane nascosto in casa di familiari, per tornare a servire nella Guardia del Re all’inizio della seconda restaurazione. La vita militare scorre noiosa e monotona; quando, nel 1823, il reggimento del quale è capitano deve attraversare i Pirenei per partecipare alla spedizione contro i moti liberali in Spagna, sembra che finalmente i suoi sogni di gloria si avverino: una breve licenza lo tiene però lontano dal conflitto, che si conclude in pochi giorni. Così nel 1827, disilluso e ormai guarito dalla sua malattia militare, Vigny si dimette dall’Esercito per dedicarsi alla letteratura.
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Cent’anni prima, l’antisemitismo in Germania

IlVendicatoreRecensione de Il vendicatore, di Thomas De Quincey

Passigli, Le Occasioni, 2006

Alcuni anni fa lessi e commentai un volume che racchiude alcune delle opere più celebri di Thomas De Quincey, tra le quali spicca Confessioni di un oppiomane. Dalla lettura emerse la figura di un autore del primo ottocento in qualche modo eccentrico, amico dei padri fondatori del romanticismo inglese William Wordsworth e Samuel Coleridge, più dedito alla saggistica che alla narrativa, la cui opera spazia dall’economia politica alla satira di costume. La sua dipendenza dall’oppio, se da un lato lo accomuna a Coleridge, dall’altro viene vissuta da De Quincey in modo del tutto diverso rispetto all’amico, facendone una condizione esistenziale che nella sua opera più famosa, non a caso ammirata da molti degli esponenti del decadentismo di fine ottocento, viene analizzata mettendone in luce gli effetti sulla percezione della realtà oltre che sulla salute, aprendo la strada a tematiche che sarebbero state pienamente sviluppate nella seconda metà del XX secolo nell’ambito delle cosiddette culture alternative.
Tra le non molte opere del De Quincey narratore vi è questo racconto, Il vendicatore, pubblicato originariamente nel 1838 sul Blackwood’s Magazine e proposto alcuni anni fa da Passigli in una edizione piuttosto scarna ancorché graficamente elegante.
Qui incontriamo il De Quincey in un certo senso apparentemente più mainstream rispetto alle tematiche squisitamente romantiche, anche se come si vedrà non mancano neppure in questo testo sicuramente minore tratti peculiari che connotano l’autore come precursore di sviluppi successivi non solo della letteratura, ma anche delle sensibilità collettive di cui questa è un derivato.
Preliminarmente mi sia consentito di accennare alla forma di scrittura del racconto. De Quincey è noto per essere un autore prolisso, il cui articolato periodare, pieno di digressioni e puntualizzazioni, sfiora e talvolta raggiunge il limite della pedanteria, tanto che – come ci ricorda Alessandro Ceni, curatore del volume, nella sua brevissima postfazione – a detta del suo biografo Edward Sackville-West le Confessioni di un oppiomane sono l’unica opera del nostro che si riesca a leggere ”…senza il minimo sforzo, la minima irritazione o il minimo desiderio di saltarne delle parti”.
Anche Il vendicatore non è ovviamente scevro dai limiti della scrittura di De Quincey, potendosi ravvisare in alcuni passi una certa inutile ampollosità e anche molte ingenuità narrative, ma in questo frangente a mio avviso viene in aiuto del lettore il traduttore e curatore, non a caso – oltre che poeta – uno dei più importanti traduttori di classici della letteratura anglosassone, con una operazione semantica di notevole spessore. Alessandro Ceni infatti traduce De Quincey in un italiano ottocentesco, contestualizzando quindi in certo qual modo lo stile dell’autore e rendendolo così accettabile al lettore in quanto figlio, anche in italiano, dell’epoca che lo ha prodotto. Certo, in questo modo la lettura richiede uno sforzo supplementare di concentrazione, ma ciò che ne risulta è una piccola chicca, nella quale è il traduttore che davvero adatta il suo lavoro al testo che affronta, non sovrapponendogli il proprio ego letterario come spesso capita a testi tradotti da scrittori ma facendo in modo che esso mostri i chiaroscuri che lo compongono in una forma che il lettore percepisce come aderente all’originale. Se quindi la traduzione è a mio avviso ottima (del resto avevo ammirato Ceni anche per la sua traduzione di Lord Jim per Feltrinelli) rimarco come la paginetta scritta dallo stesso a postfazione del racconto sia davvero misera, un compitino da farsi per contratto rispetto ad un testo che, anche per lo sforzo di traduzione messo in campo, avrebbe forse meritato qualche riflessione più approfondita.
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104 piccoli capolavori sull’ottusità del mondo

LImitatorediVociRecensione de L’imitatore di voci, di Thomas Bernhard

Adelphi, Piccola Biblioteca, 1999

Ho iniziato la mia conoscenza di Thomas Bernhard, autore cardine del secondo novecento europeo, con un’opera in qualche modo anomala dello scrittore austriaco, almeno nella forma.
L’imitatore di voci, uscito nel 1978, è infatti strutturato molto diversamente dal resto della produzione letteraria e drammaturgica di Bernhard: non vi sono i lunghi monologhi con il quale il narratore di rivolge all’ascoltatore, le pagine fitte che si susseguono le une alle altre ripetendo ossessivamente concetti o piccoli, apparentemente insignificanti, avvenimenti: questo volumetto edito da Adelphi è formato da 104 brevissimi testi, mai più lunghi di due pagine, spesso meno di una, che potremo definire racconti ma che in realtà sembrano usciti dalle pagine di cronaca di un giornale di provincia, dai verbali di una stazione di polizia o dalla narrazione distaccata di personaggi anonimi coinvolti nei fatti narrati, i quali fatti riguardano nella maggior parte dei casi di omicidi, di suicidi e piccole storie di violenza e stupidità quotidiana.
Se però la forma del contenitore è diversa rispetto a quella che caratterizza le opere maggiori dell’autore austriaco, il suo contenuto è invece il medesimo: infatti da questi piccoli racconti emerge tutto il corrosivo nichilismo, tutta la feroce critica della società e della cultura austriaca ed europea in genere, tutta l’amara disillusione sulle sorti dell’umanità che forma il nucleo stesso della letteratura di Bernhard.
La biografia di Thomas Bernhard ci fornisce immediatamente due dati estremamente significativi, direi emblematici: egli nasce infatti nel 1931 e muore nel 1989: la sua vicenda umana è quindi racchiusa quasi perfettamente entro due momenti fondamentali della storia del secolo breve: l’ascesa del nazismo in Germania e la caduta del muro di Berlino, la fine della cosiddetta guerra fredda. L’Austria, il piccolo stato con una capitale troppo grande, nato dalla dissoluzione mai completamente assorbita di un impero multinazionale che ancora oggi viene folcloristicamente celebrato con malcelata e acritica nostalgia, quasi fosse davvero esistita un’Austria felix dove tutti ballavano i valzer degli Strauss sotto l’occhio benevolo dell’imperatore, è senza dubbio, dopo la Germania, il paese che più di ogni altro in Europa ha visto condizionata la sua stessa essenza dai tragici avvenimenti che si sono susseguiti a partire dagli anni ‘30: dall’anschluss alla guerra, dalla decennale occupazione alleata al ritorno ad una normalità neutrale e socialdemocratica in funzione di antemurale del mondo occidentale in cambio della possibilità di non fare davvero i conti con il proprio passato – cosa che l’accomuna all’ingombrante vicino. Vista da questa prospettiva l’Austria del dopoguerra può essere considerato il paradigma delle contraddizioni e dell’ipocrisia politica seguita all’annientamento del nazismo. Ed è questa Austria il bersaglio preferito della critica che caratterizza l’opera di Bernhard, cui ne L’imitatore di voci si affiancano altri bersagli, quali la stupidità del giornalismo e l’ottusità dell’organizzazione sociale in genere.
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Lo sberleffo alla morte nell’epoca della sua esaltazione

LaMorteaRevalRecensione de La morte a Reval, di Werner Bergengruen

Bollati Boringhieri, Varianti, 1989

Werner Bergengruen non è certo un autore molto noto nel nostro paese. Oggi in libreria è ancora stranamente possibile reperire questa raccolta di suoi racconti, pubblicata da Bollati Boringhieri nel lontano 1989, mentre solo sul mercato dell’usato è possibile acquistare quello che è considerato il suo più importante romanzo, Il grande tiranno, edito da Jaca Book nel 1985, insieme ad altri pochi titoli della produzione di questo prolifico scrittore tedesco, che ha attraversato con la sua opera la parte centrale del secolo scorso. Le informazioni reperibili in rete che lo riguardano ci consegnano il ritratto di un intellettuale conservatore, profondamente religioso, che seppe se non opporsi almeno tenersi lontano dal nazismo sin dalla sua prima ascesa.
Bergengruen nacque a Riga nel 1892 da una famiglia dell’alta borghesia protestante lettone-tedesca, allora classe dominante in quelle che oggi sono le Repubbliche Baltiche e che al tempo facevano parte dell’Impero Russo. Studiò a Lubecca, nello stesso collegio che aveva visto la formazione di Thomas Mann, quindi teologia e storia dell’arte a Marburg e a Monaco di Baviera, senza però conseguire la laurea. Si arruolò volontario durante la prima guerra mondiale e nel 1919 combatté i bolscevichi nelle sue terre d’origine. Durante la repubblica di Weimar lavorò come giornalista e scrittore prima a Berlino quindi a Monaco, pubblicando alcuni romanzi di buon successo.
Ebbe con il nazismo, come detto, un rapporto conflittuale anche a causa del fatto che sua moglie era di ascendenze ebraiche, tanto che viene oggi indicato come uno degli esponenti della cosiddetta emigrazione interna. Nel 1935 uscì Il grande tiranno, romanzo ambientato nel rinascimento, che vendette oltre un milione di copie, ed i nazisti non seppero come giudicarlo: se il Völkische Beobachter, quotidiano ufficiale del partito, lo esaltò come romanzo su un grande condottiero, molti esponenti del partito vi rintracciarono una implicita critica al regime, il che nel 1937 gli costò l’espulsione dalla Camera degli scrittori del Reich in quanto ”non adatto con le sue opere letterarie a contribuire alla costruzione della cultura tedesca”. Lo scrittore, che nel frattempo si era convertito al cattolicesimo, fu comunque in qualche modo tollerato dal regime, soprattutto a causa della sua notorietà, pur subendo ostracismi e censure. Dopo la guerra visse tra la Svizzera e l’Italia prima di tornare in Germania nel 1958 stabilendosi a Baden-Baden, dove morì nel 1964.
Il giudizio sulla sua opera, composta da numerosi romanzi e novelle, pone generalmente l’accento sul suo conservatorismo e sulla sua religiosità, che si esprimono letterariamente nella immanenza di un destino superiore che sfugge alla volontà del singolo e nella nostalgia di piccoli mondi antichi, spesso rappresentati dalla perduta patria baltica, e tendono quindi a relegarlo, pur con il rispetto dovuto ad un autore che seppe mantenere le distanze dal potere, tra i minori del ‘900 tedesco.
Se probabilmente questo giudizio si riferisce all’insieme della sua opera, cosa che non posso contestare essendo La morte a Reval l’unico suo libro da me letto, a mio avviso poco si attaglia proprio a questa raccolta di novelle, che invece è caratterizzato da buone dosi di sarcasmo ed ironia che sfociano nel grottesco, associati ad un pacato realismo che la rendono complessivamente affascinante ed a tratti notevole.
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I racconti di uno dei maggiori “minori” dell’800 francese

Un dramma pariginoRecensione di Un dramma davvero parigino e altri racconti, di Alphonse Allais

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1999

I decenni a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo sono ancora oggi chiamati, in particolare riferendosi alla Francia, la Belle Époque: finita la guerra Franco-Prussiana del 1870 in Europa inizia un lungo periodo di pace, durante il quale il capitalismo trionfante consolida il suo predominio economico e sociale. Le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche diffondono, perlomeno nella narrazione ufficiale, un ottimismo sociale basato sulla assoluta fiducia nel progresso della scienza e sulla sua capacità di risolvere tutti i problemi della società. Il benessere non è più solo alla portata delle classi sociali dominanti, ma ricade in parte, per quel fenomeno che oggi, di nuovo esaltato dagli epigoni neoliberisti di quel periodo, viene chiamato sgocciolamento o dripping, sulle classi subalterne, in particolare sulla piccola borghesia, ed inizia a formarsi l’embrione di quella che sarà la società dei consumi. Il positivismo di Compte diviene quasi la religione ufficiale d’Europa, in particolare della Francia della III Repubblica, sfociando nel Bergsonismo. In campo artistico, sono gli anni dell’Impressionismo, in tutte le sue diverse accezioni ed evoluzioni, e del Naturalismo. Nella provinciale Italia, lo spirito dell’epoca trova la sua espressione nazional-popolare nel Gran Ballo Excelsior.
Sappiamo quali erano le contraddizioni che quell’epoca nutriva e sappiamo come finì. Fu un evento la cui carica simbolica non avrebbe potuto essere probabilmente più elevata a segnare la fine della Belle Époque: la tragedia del Titanic, e fu lo scoppio della prima guerra mondiale, poco più di due anni dopo, a mostrare di quanta consapevole menzogna era intrisa la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, propalata a piene mani dalle classi dominanti e dagli intellettuali a queste organici.
In realtà quella fu un’epoca di fortissimi contrasti. Il movimento operaio e contadino, rafforzato nelle sue basi teoriche dal marxismo, rivendicava maggiore giustizia sociale ed aspirava alla rivoluzione, e per reprimerlo fu usato ogni mezzo, come testimoniano, nel nostro Paese, i cannoni di Bava Beccaris e molti altri episodi minori. Il dogma della libera circolazione dei capitali, non a caso asse portante anche delle politiche neoliberiste nelle quali siamo immersi in questi ultimi decenni, generava lo scontro imperialista che avrebbe inevitabilmente portato al massacro del 1914-’18.
Anche nelle arti vi è chi avverte con inquietudine ciò che cova sotto la superficie dorata dell’epoca, e pone le basi di quelle che saranno le successive correnti della crisi.
La cultura francese in quell’epoca riveste un ruolo di assoluta avanguardia a livello europeo, come è naturale che fosse per uno dei paesi più avanzati sia economicamente sia socialmente, patria della rivoluzione borghese e teatro lungo il secolo di straordinarie e drammatiche convulsioni. Per rimanere nel solo ambito della letteratura, è in quell’epoca che scrivono Daudet, Maupassant, Zola, Loti, Huysmans, solo per citarne alcuni.
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Le altre opere dello scrittore di una sola opera

IRacconti (TomasidiLampedusa)Recensione de I Racconti, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Feltrinelli, Universale Economica, 1999

Giuseppe Tomasi di Lampedusa è sicuramente autore che va annoverato tra gli scrittori di una sola opera, la sua personalità intellettuale essendo indissolubilmente legata al romanzo Il Gattopardo, che la esprime pressoché totalmente.
Tuttavia la stessa complessità di quest’opera cardine della letteratura italiana (e non solo) della seconda metà del XX secolo, le polemiche ed i giudizi anche contrapposti che la accolsero, le difficoltà interpretative che ancora oggi la accompagnano, fanno sì che sia estremamente utile, al fine di conoscere meglio l’opera maggiore e l’autore, accostarsi anche ai pochi altri scritti che ci ha lasciato. Succede per Tomasi ciò che accade anche per Proust: le loro opere altre non possono che essere lette in funzione della grande opera maggiore, per cercare di illuminarne il contesto, di percepirne i preparativi, di avere qualche elemento in più per svelarne il mistero.
Le analogie tra Tomasi e Proust del resto non si fermano qui, riguardando singolarmente anche altri aspetti della loro personalità, sia artistica sia umana: l’appartenenza ad una classe sociale elevata, la cultura sterminata, il rapporto strettissimo con la madre, l’essere stati entrambi dei dilettanti che solo da un certo momento in poi della loro vita hanno sentito l’urgenza di dedicarsi totalmente alla letteratura.
Proust del resto, forse anche per questa sorta di affinità elettiva che il raffinatissimo Principe a mio avviso non poté non sentire, fu – accanto al venerato Stendhal – uno degli scrittori più amati da Giuseppe Tomasi.
Mi sento quindi di dire che la pubblicazione del volume che raccoglie i racconti (vedremo che questo titolo in realtà mal si attaglia al suo contenuto), avvenuta per la prima volta nel 1961 – quindi a pochissimi anni di distanza da quella de Il Gattopardo, non rispondesse solo a bisogni di tipo editoriale – come purtroppo spesso capita con la edizione di tutto ciò che un autore redditizio ha scritto, fossero pure le liste della spesa… – ma alla necessità di fornire al pubblico e alla critica qualche elemento di conoscenza supplementare di un autore allora morto da poco e in pratica sconosciuto.
Anche se nel volume il lettore trova testi in alcuni casi frammentari ed incompleti, la lettura di questo volumetto – nell’edizione filologicamente riveduta e corretta da Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo di Giuseppe e curatore delle sue opere, ancora oggi in commercio – ci restituisce davvero alcuni elementi di estrema utilità per una eventuale lettura (o rilettura) de Il Gattopardo, oltre che, almeno in un caso, presentarci un Tomasi che esplora altri filoni narrativi rispetto a quelli tipicamente suoi.
Il volume raccoglie quattro diversi testi, gli unici di narrativa che Tomasi di Lampedusa abbia scritto, oltre al romanzo maggiore. Si tratta dei primi capitoli di una progettata autobiografia, incentrati sugli anni dell’infanzia e dell’adolescenza e in particolare sulle lunghe vacanze estive trascorse nella villa di proprietà della madre a Santa Margherita di Belice, di due racconti veri e propri, ed infine del primo capitolo di quello che avrebbe dovuto essere il secondo romanzo dell’autore, lasciato incompiuto alla sua scomparsa. Tomasi li scrive di fatto contemporaneamente alla stesura, alla revisione e ai tentativi di pubblicazione presso Mondadori ed Einaudi de Il Gattopardo, tra l’estate del 1955 e i primi mesi del 1957: ad aprile di quello stesso anno gli verrà diagnosticato un tumore ai polmoni che lo porterà, in luglio, alla morte. L’intreccio cronologico con il romanzo è quindi totale, e molto forte è anche l’intreccio tematico, pur nella diversità di forma e contenuto che questi racconti esprimono, con l’eccezione di un solo, breve racconto, La gioia e la legge, di cui, per la sua eccentricità, ritengo sia utile parlare subito.
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