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I Vitelloni in Fiandra, durante la guerra

LaSofferenzadelBelgioRecensione de La sofferenza del Belgio, di Hugo Claus

Feltrinelli, Universale economica, 2003

Il Belgio è un paese di cui tutto sommato sappiamo poco. Bruxelles, Bruges, le birre e il cioccolato, per quelli della mia età il fatto che arrivasse invariabilmente ultimo a Giochi senza frontiere, ogni tanto il sentore di problemi tra francofoni e fiamminghi, riportati dai quotidiani spesso in chiave quasi folcloristica.
Quanti sanno che è stato il protagonista di una delle più brutali e crudeli pagine del colonialismo europeo in Africa, quella del Congo sotto Leopoldo II? Quanti ancora ricordano che nell’immediato dopoguerra fu una delle mete principali della nostra emigrazione, che grazie a un patto scandaloso garantiva all’Italia una certa quantità di carbone per ogni uomo mandato a lavorare nelle miniere del Pays noir e che portò, tra l’altro, alla tragedia di Marcinelle?
In campo artistico, spesso tendiamo ad attribuire artisti e prodotti belgi agli ingombranti vicini. Così la grande arte fiamminga del XV e XVI secolo riteniamo sia essenzialmente olandese, mentre in genere sono per noi francesi autori come Magritte, Simenon, Yourcenar (belga per ascendenze), come pure alcuni dei più conosciuti fumetti, quali Tintin, Luky Luke, i Puffi.
Tra i grandi intellettuali belgi del secondo dopoguerra va annoverato sicuramente Hugo Claus, autore di poesie, opere teatrali e di una quindicina tra romanzi e novelle, che nel nostro paese è tuttavia conosciuto quasi esclusivamente per quella che è ritenuta la sua opera più importante, La sofferenza del Belgio.
Si tratta di un bildungsroman largamente autobiografico, che narra l’adolescenza e la prima giovinezza di Louis Seynaeve, rampollo di una famiglia della piccola borghesia fiamminga, nel periodo compreso tra la primavera del 1939 e l’immediato dopoguerra.
Incontriamo Louis, undicenne, in un collegio di suore cattoliche, dove vige una rigida e formale disciplina, e in cui nessuna suora, tranne una, sembra avere sentimenti, se non d’amore cristiano, almeno d’affetto per i ragazzi. L’educazione viene impartita a colpi di paura per le punizioni divine, odio per i comunisti atei che vogliono conquistare il mondo e patriottico amore per il cattolico Belgio e il suo re. Louis è un ragazzo tranquillo: per resistere all’asfissiante atmosfera del collegio ha fondato, con alcuni altri ragazzi tra cui l’amico del cuore Vlieghe, il gruppo degli Apostoli, sorta di setta segreta con accenni cattolico-esoterici dotata di propri rituali e codice d’onore. Il gruppo compie piccole ed innocenti trasgressioni al regolamento, tra le quali l’epica visita notturna agli inviolabili appartamenti delle suore per visitare una di esse, Sorella Sint Gerolf, isolata da anni per la sua demenza. Sin da queste prime pagine del libro emerge la fantasia di Louis, che spesso (come ogni ragazzo, del resto) immagina avventure fantastiche e sogna di essere un eroe; non di rado ricorre a bugie per schivare punizioni o millantare la sua conoscenza del mondo. Immagina in particolare il mondo dei Miezers, piccoli esseri che rappresentano il confuso desiderio di Louis di evadere da una realtà che sente come opprimente. Continua a leggere “I Vitelloni in Fiandra, durante la guerra”

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L’ambiguità del linguaggio al tempo delle parole d’ordine categoriche

LaMoglieIngenuaeilMaritoMalatoRecensione di La moglie ingenua e il marito malato, di Achille Campanile

Rizzoli, BUR, 2003

A detta dei critici, La moglie ingenua e il marito malato, romanzo del 1941, non è da considerarsi una tra le opere maggiori di Achille Campanile; tuttavia dalla sua lettura si possono trarre utili indicazioni sul peculiare modo di scrivere e di essere umorista di questo autore, sicuramente eccentrico rispetto al panorama del novecento letterario italiano.
Uno dei grandi spunti che Campanile utilizza nel corso di tutta la sua opera per costruire il suo umorismo è dato dalle ambiguità del linguaggio, dal diverso significato che le parole assumono a seconda del contesto fattuale in cui le utilizziamo oppure intrinsecamente, in quanto portatrici di diverse tipologie di significato (significato letterale, metaforico, significati multipli dello stesso termine etc.). La confusione che si può generare quando persone diverse attribuiscono – parlando tra di loro – allo stesso termine significati diversi genera situazioni paradossali. Celeberrimo, e irresistibile, a questo proposito è l’episodio dell’acqua minerale, nel quale il diverso uso dei termini naturale e legittimo genera la più totale anarchia comunicativa.
Nel caso de La moglie ingenua e il marito malato lo spunto di partenza per la costruzione dell’intero romanzo è proprio di questo tipo: la locuzione avere le corna è universalmente (almeno nel nostro Paese) utilizzata per indicare metaforicamente chi è oggetto di tradimento da parte del partner. Se però a qualcuno spuntassero realmente un paio di corna in testa, che equivoci genererebbe dire di lui che ha le corna? Attorno a questo apparentemente esile spunto Campanile è in grado di costruire una sarabanda di equivoci e situazioni paradossali che sostanzialmente tengono, da un punto di vista narrativo, per l’intera durata del romanzo.
In molte altre delle sue opere narrative la trama è talmente esile da essere di fatto solo un pretesto per raccontare storie parallele e digressioni, per far interagire direttamente lo scrittore con il lettore, per permettergli di dipanare i suoi strepitosi calembour: tanto disarticolata, frammentata è la trama, che alcuni commentatori hanno parlato, per l’opera narrativa di Campanile, di antiromanzo. Anche se, ovviamente, alcuni dei tópoi della scrittura di Campanile sono presenti anche ne La moglie ingenua e il marito malato, in questo caso ciò che caratterizza il romanzo è la coerenza della trama, che assume ad un certo punto persino i contorni di uno sgangherato giallo. Continua a leggere “L’ambiguità del linguaggio al tempo delle parole d’ordine categoriche”

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Esegesi minima e inadeguata di un monumento

CimeTempestoseRecensione di Cime tempestose, di Emily Brontë

Garzanti, Grandi libri, 1988

Ho esitato a lungo prima di decidermi a scrivere qualcosa su Cime tempestose, sia perché la lettura di questo romanzo ha scatenato in me una vera e propria orgia di sentimenti e di emozioni nei quali ho faticato a fare ordine, sia perché su questo straordinario romanzo credo sia stato davvero detto e scritto tutto, e quindi, ancora più che in altri casi, sento tutta la mia dilettantistica inadeguatezza nell’accostarmi, per tentare di analizzarlo, ad un simile monumento. Una cosa è certa: di fronte a quest’opera non mi ritraggo dall’utilizzare termini iperbolici, perché davvero la ritengo uno dei capolavori assoluti della letteratura di ogni tempo (perlomeno della letteratura di cui ho una qualche cognizione).
In Cime tempestose c’è tutto: l’epica, la tragedia, la spietata analisi dell’animo umano – condotta con un approccio che oserei definire psicanalitico oltre un cinquantennio prima che la psicanalisi fosse inventata, la sottile ma implacabile critica alla costruzione sociale, l’ironia e molto altro ancora.
È dalla forma di questo romanzo che vorrei prendere le mosse, perché a mio avviso da un lato essa ci svela molte cose del contenuto, e dall’altro costituisce il primo indizio della grandezza di questa scrittrice, il segno della sua consapevolezza, la prova che nulla nella scrittura di Emily Brontë è lasciato al caso.
Cime tempestose è composto da 34 capitoli: le vicende della prima generazione, nelle quali prevale il tema dell’amore, si concludono esattamente a metà, dopo 17 capitoli, mentre i rimanenti, in cui prevale la vendetta, sono dedicati alla seconda generazione. Ancora: i primi tre capitoli sono una sorta di prologo, durante i quali il primo narratore, Lockwood, prende contatto con i luoghi e i personaggi dell’azione; è dal quarto capitolo che Nelly Dean (la seconda narratrice) inizia a raccontare le vicende degli Earnshaw e dei Linton, di Heathcliff e di Catherine. Specularmente, gli ultimi tre capitoli costituiscono l’epilogo della vicenda, narrato ancora da Nelly Dean a Lockwood dopo alcuni mesi di assenza. La corrispondenza tra i primi tre e gli ultimi tre capitoli è sottolineata dal fatto che i due blocchi iniziano entrambi con la notazione dell’anno cui si riferiscono le vicende che narrano. Una perfetta simmetria narrativa, quindi, che lascia intendere la costruzione di un progetto perfettamente formato nella mente dell’autrice, ma che soprattutto – a mio avviso – costituisce uno dei grandiosi codici cifrati di cui il romanzo è intriso. Prima però di tentare di esporre come questa simmetria delle pagine si colleghi al contenuto (ai contenuti) del romanzo, vorrei porre l’attenzione su un altro aspetto non solo formale di Cime tempestose: la sua struttura narrativa a matrioska. Continua a leggere “Esegesi minima e inadeguata di un monumento”

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Un “romanzo fallito”: perché?

ShirleyRecensione di Shirley, di Charlotte Brontë

Mondadori, Oscar Grandi Classici, 1995

Nadia Fusini, nella sua bella introduzione a questa vecchia e pregevole edizione Mondadori a Shirley di Charlotte Brontë, lo definisce un romanzo “fallito”.
Questa (apparente) stroncatura mi trova d’accordo quando si guardi al risultato complessivo del romanzo rispetto alle aspettative e al taglio che l’autrice intendeva dargli, mentre non è sicuramente valida qualora si riferisca alle capacità di scrittura e di articolazione della storia e dei personaggi che Charlotte Brontë dimostra, in particolare nella prima parte dell’opera.
Quale sia il profilo che intende dare al romanzo l’autrice ce lo rivela sin dalla prima pagina, laddove dice: ”Se da questo preludio, o lettore, pensi che ti si ammannisca qualcosa di romantico… ebbene, non ti sei sbagliato di più! Pregusti sentimentalismo, poesia, sogni ad occhi aperti? Ti vai immaginando passione, emozione e melodramma? Calmati e riporta le tue speranze a un livello inferiore. Ti sta davanti qualcosa di assai concreto, di freddo e solido. E di così poco romantico come può esserlo un lunedì mattina per chi va a lavorare e si sveglia con la coscienza di dover uscire dal letto e per giunta anche di casa.”
L’intento dichiarato di Charlotte Brontë è scrivere un romanzo sociale, nel quale le materiali condizioni economiche del nord industriale dell’Inghilterra all’inizio del XIX secolo, caratterizzate dalla miseria della classe operaia acuita dalle frequenti crisi da sovrapproduzione, siano non lo sfondo astratto della storia, ma la cornice concreta entro la quale si muovono i vari personaggi, determinandone il comportamento e in qualche modo il destino.
Il romanzo è quindi ambientato in un contesto storico e territoriale attentamente definito nei primi capitoli. Siamo in un angolo appartato dello Yorkshire, nei cui piccoli villaggi si sono insediate fabbriche tessili nelle quali è impiegata la maggior parte della popolazione. Il periodo è quello delle guerre napoleoniche, ed in particolare quello successivo all’emanazione degli Orders in Council del 1807 e 1809, con i quali, in risposta al blocco operato dai francesi sul commercio britannico, la Gran Bretagna decretò il controblocco, che di fatto impediva alle potenze continentali il commercio con i francesi e i loro alleati. Una conseguenza di queste misure fu una diminuzione drastica delle esportazioni britanniche, in particolare dei prodotti dell’industria tessile, con conseguente rallentamento della produzione e licenziamenti in massa. Continua a leggere “Un “romanzo fallito”: perché?”

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Una piccola storia di ieri capace di parlarci anche dell’oggi

UnPadreeunaFigliaRecensione di Un padre e una figlia, di Emmanuel Bove

Il melangolo, Nugae, 1997

Non è molto facile per il lettore italiano imbattersi nella letteratura di Emmanuel Bove. Della variegata produzione artistica di questo scrittore francese sono disponibili meno di una decina di titoli, quasi tutti pubblicati da piccole case editrici, tra le quali si distingue il melangolo di Genova, che a Bove ha dedicato una certa attenzione pubblicando una ventina di anni fa alcune sue opere minori. Sembra del resto che l’oblio sia uno degli elementi che segna l’opera di Bove, non solo oggi e non solo nel nostro paese, se è vero che i suoi romanzi e racconti ebbero un breve periodo di successo di critica e pubblico tra la fine degli anni ‘20 e l’inizio degli anni ‘30 del secolo scorso per poi essere subito dimenticati, tanto che negli ultimi anni della sua breve vita Bove si vide rifiutati dagli editori alcuni manoscritti.
Bove muore a Parigi, quarantesettenne, all’indomani della liberazione, il 13 luglio 1945, e per oltre trent’anni non ci saranno più edizioni delle sue opere, che verranno riscoperte a partire dagli anni ‘70 prima in Francia e poi in altri paesi, sia pure in modo saltuario e piuttosto marginale.
Eppure dalla lettura di questa lunga novella edita nel 1928 emerge a mio avviso un autore di grande importanza, in grado di rappresentare efficacemente i traumi e le angosce di una società europea che aveva vissuto l’orrore della prima guerra mondiale e si avviava verso la grande crisi del ‘29, l’ascesa del totalitarismo nazista e il secondo grande conflitto del secolo. Lo sguardo di Bove verso la società del suo tempo, almeno per quello che ho tratto dalla lettura di Un padre e una figlia, è straordinariamente lucido ed affilato, affidato ad una prosa secca, fatta di frasi brevi e di dialoghi serrati, che le conferiscono una forza realistica che utilizza la migliore tradizione narrativa del naturalismo francese per scavare in profondità le pulsioni dell’animo umano nel contesto di incertezze e di falsi valori di un ambiente sociale, quello della piccola borghesia parigina tra le due guerre, che tanti fondamentali condivide con quello in cui vive oggi la nostra disorientata classe media. Continua a leggere “Una piccola storia di ieri capace di parlarci anche dell’oggi”

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Ovviamente quello delle ultime cose è un altro paese

NelPaesedelleUltimeCoseRecensione di Nel paese delle ultime cose, di Paul Auster

Einaudi, Tascabili, 2003

Paul Auster pubblica Nel paese delle ultime cose nel 1987, subito dopo La trilogia di New York, l’opera che lo portò all’attenzione del pubblico e della critica. Si tratta di un romanzo per certi versi anomalo rispetto alla produzione dello scrittore statunitense, soprattutto perché si cimenta con un genere, quello della letteratura distopica, che – almeno per il momento – lo scrittore non ha più affrontato, ed anche perché, contrariamente alla quasi totalità della sua opera narrativa, non è ambientato a New York e neppure negli Stati Uniti.
All’interno di questa cornice inusuale troviamo però in questo romanzo alcuni dei temi tipici della letteratura di Auster: il rapporto tra il linguaggio e l’oggetto della rappresentazione semantica (le cose), la struttura sociale come leviatano che costringe l’uomo ad una incessante lotta per l’esistenza, il caso come fattore determinante il corso della vita, la funzione dello scrittore e della scrittura come strumenti della memoria collettiva.
Dico subito che a mio avviso queste tematiche, indubbiamente di grande rilevanza, vengono trattate da Auster in maniera inadeguata e confusa, conferendo al romanzo un alone di superficialità, di attenzione al meccanismo della scrittura, di ossessione per l’effetto, per la bella pagina più che per il suo contenuto, che mi è capitato di riscontrare anche nelle altre opere dello scrittore statunitense che ho letto.
Aggiungendo il fatto che – come vedremo – Auster affronta il tema della società distopica da una prospettiva esterna, con un intento generale che dal mio punto di vista porta il lettore occidentale a ritrarsi in una dimensione consolatoria, ne deriva un personale giudizio di perplessità sia rispetto alla costruzione del romanzo sia rispetto al suo intento politico, a dispetto delle tante critiche entusiastiche che si trovano in rete e non solo.
Il romanzo si compone di una lunga lettera che la protagonista, la giovane Anna Blume, scrive ad un amico (il vecchio fidanzato?) da una anonima città in cui si è recata alcuni anni prima per cercare il fratello giornalista, scomparso subito dopo essere stato inviato dal suo giornale per mandare reportage sulla situazione politica, sociale e culturale del paese di cui la città è la capitale. Nel paese infatti si sono succedute rivolte e colpi di stato, e la situazione economica è precipitata. Continua a leggere “Ovviamente quello delle ultime cose è un altro paese”

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Dottor Jekyll e Mr Hyde scrittori a New York

LeviatanoRecensione di Leviatano, di Paul Auster

Einaudi, Tascabili, 2003

“I libri sono oggetti misteriosi […] e una volta che cominciano a circolare può succedere di tutto. Possono causare misfatti di ogni genere, senza che tu possa farci un accidente di niente.” È questa una delle prime sentenze di Leviatano, romanzo di Paul Auster pubblicato originariamente nel 1992 ed in Italia nel 1995 da Guanda. È proprio vero: può infatti succedere che nella successiva edizione Einaudi (2003), ci si imbatta nella prima pagina del romanzo in questa frase: ”Il passo successivo sarebbe dovuto essere il rilevamento delle impronte digitali, ma in questo caso non c’è n’erano dal momento che le mani dell’uomo erano state completamente distrutte dalla bomba.” Lo strafalcione grammaticale e mezzo contenuti in questa singola frase segnalano plasticamente uno degli aspetti più negativi di questa edizione del romanzo: la generale sciatteria della traduzione di Eva Kampmann, accompagnata da non infrequenti errori di battitura: se si può essere indulgenti nel caso di volumi pubblicati da Club del Libro, credo che una traduzione come questa – acquistata in blocco da Einaudi dalla precedente edizione italiana del romanzo – sia indegna di quella che dovrebbe essere la più prestigiosa casa editrice italiana, perché di sicuro non contribuisce a farci conoscere davvero un autore ed un libro certamente – pur con tutti i limiti che personalmente attribuisco loro – importanti.
Leviatano è la storia dello smarrimento dell’intellettualità radicale statunitense, e newyorkese in particolare, nel periodo cruciale che ha segnato la fine delle utopie libertarie degli anni 60/70 del secolo scorso e il successivo trionfo del neoliberismo, incarnato negli Stati Uniti dalla presidenza di Ronald Reagan.
Auster ci narra questo periodo in maniera scopertamente autobiografica, scindendosi in due personaggi: Peter Aaron, la voce narrante, e Benjamin Sachs, il suo migliore amico, entrambi scrittori.
Il libro, sapientemente costruito, inizia il 4 luglio del 1990, con la lettura sul giornale da parte di Aaron – ormai scrittore affermato – della notizia che un uomo pochi giorni prima si è fatto saltare in aria con una bomba sul ciglio di una strada. La polizia non conosce l’identità dell’uomo, del cui corpo sono rimasti pochi brandelli, ma Aaron si convince subito che si tratti di Ben, di cui da tempo non ha notizie. Il suo convincimento diviene certezza quando, pochi giorni dopo, l’FBI si reca a casa sua: nel portafoglio della vittima è stato trovato un biglietto con le sue iniziali e il suo numero di telefono. Aaron non parla di Sachs alla polizia ed inizia a scrivere la storia della sua amicizia con lui, per ”…spiegare chi era e raccontare la verità sul perché si trovava su quella strada del Wisconsin del Nord”, in modo da contrastare false ricostruzioni e la distruzione di una reputazione ad opera dei media quando si conoscerà l’identità della vittima.
Aaron sa che per raccontare la vita di Sachs dovrà scavare anche nei momenti difficili e dolorosi della propria, essendo le loro storie strettamente intrecciate, ma sa anche che lo deve fare, in memoria dell’amico. Continua a leggere “Dottor Jekyll e Mr Hyde scrittori a New York”

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Un prodotto carino e ben confezionato

LaMennularaRecensione de La Mennulara, di Simonetta Agnello Hornby

Feltrinelli, Universale economica, 2004

Opera prima di Simonetta Agnello Hornby, edito nel 2002, La Mennulara è stato un vero e proprio best seller, essendo tradotto in svariate lingue, ricevendo numerosi premi e giudizi critici in generale molto positivi. Dal mio punto di vista, questo romanzo rappresenta invece perfettamente l’ambigua funzione che oggi svolge gran parte della letteratura di qualità, quella pubblicata dalle case editrici mainstream e progressiste (in questo caso Feltrinelli), case editrici che in passato hanno contribuito a formare la coscienza culturale collettiva di questo Paese e che ormai sono in gran parte ridotte, sia per il completo assoggettamento alle logiche del mercato, sia forse per l’oggettiva carenza di materia prima letteraria, ad essere pezzi più o meno importanti di un’industria culturale il cui solo fine ultimo è il profitto.
La Mennulara è indubbiamente un ottimo prodotto di questa industria, ed il suo successo editoriale lo dimostra: è infatti scritto utilizzando un linguaggio ecumenico, piano ed accessibile a tutti, è congegnato in modo da appassionare il lettore attraverso il progressivo disvelamento dei piccoli e grandi misteri che costellano la storia, ed è condito da quel pizzico di analisi sociale e di costume necessaria per tranquillizzare la coscienza del lettore impegnato, che in questo modo può convincersi di non avere tra le mani un romanzo d’evasione. Questi fattori rappresentano però a mio avviso i limiti strutturali del romanzo, quelli che ne fanno un’opera carina, che sta ad un romanzo bello come certi centri storici di area germanica, con le loro vie pulitine e i gerani alle finestre, tutti uguali, stanno ai centri storici dei borghi italiani, maestosamente belli anche perché carichi di quell’inevitabile tasso di degrado che segnala la loro vitalità.
Le vicende narrate dal romanzo si svolgono nel 1963, durante il mese che segue il giorno della morte della Mennulara, cameriera di casa Alfallipe, una delle famiglie più in vista dell’immaginaria cittadina siciliana di Roccacolomba. La Mennulara non è solo stata per decenni cameriera, ma anche oculata amministratrice dei beni della famiglia, che stava per andare in rovina. Ha misteriosamente accumulato una considerevole ricchezza, ed ogni mese consegnava ai tre rampolli una discreta somma di denaro. In famiglia c’è chi la ammirava e chi la odiava ritenendola una usurpatrice, ed anche in città le opinioni su di lei sono le più disparate. Il mistero su questa serva-padrona aumenta quando al suo funerale si presenta anche il temutissimo boss locale di Cosa Nostra. Nel corso del romanzo verremo a sapere, soprattutto tramite colloqui tra i vari personaggi e i pettegolezzi di paese, le vicende della vita della Mennulara, la sua povertà in gioventù, la sua intelligenza, le ragioni del suo rapporto con la mafia. Continua a leggere “Un prodotto carino e ben confezionato”

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Il buon artigiano organico all’ideologia inverata

IlVentrediParigiRecensione de Il ventre di Parigi, di Émile Zola

Garzanti, I grandi libri, 1975

Il ventre di Parigi è uno dei titoli più noti della produzione letteraria di Émile Zola: uscito come feuilleton nel 1873, in ordine di pubblicazione rappresenta il terzo episodio del ciclo dei Rougon-Maquart, anche se nell’ordine di lettura suggerito dallo stesso Zola viene collocato molto più avanti, in undicesima posizione. È inoltre il primo romanzo scritto da Zola dopo aver firmato il contratto con il suo nuovo editore, Charpentier, nel quale si impegnava a consegnare due romanzi all’anno, per dieci anni. Zola quindi scrive questo romanzo avendo di fronte a sé la sicurezza di poter portare a termine la sua grande opera, il ciclo che lo avrebbe dovuto avvicinare, nelle intenzioni, al suo riconosciuto maestro, Balzac, e al modello letterario rappresentato dalla Comédie humaine.
Questa sicurezza in sé e nel suo progetto letterario si ritrova appieno nel romanzo, che è quasi completamente impregnato dello spirito positivista e naturalista che caratterizza la narrativa di Zola. Se leggendo L’opera, scritto tredici anni dopo, avevo notato come nel finale emergesse esplicitamente qualche dubbio rispetto all’ideologia scientista che sorregge complessivamente l’universo letterario di Zola, in questo romanzo degli esordi del ciclo la fede naturalista è saldissima, anzi si può dire che Il ventre di Parigi rappresenti una delle opere che probabilmente hanno maggiormente contribuito a fissarne i canoni letterari. Occorre tuttavia subito aggiungere che – sia pur inserito nel coerente quadro, dai tratti programmatici, del romanzo sperimentale e moderno cui Zola si dedicava – Il ventre di Parigi segnala anche la difficoltà intrinseca di mantenere fede in senso assoluto al dogma dell’impersonalità della narrazione, del romanzo come semplice registrazione della realtà. Non mancano infatti, nell’ambito di una struttura complessivamente improntata ad un lirismo minuzioso, descrittivo e piatto, come lo definisce Lamberto Binni nella sua introduzione, da un lato sprazzi di un tardoromanticismo dal tono anche melodrammatico -su tutti a mio avviso l’incipit del romanzo, con l’affamato Florent steso in mezzo alla strada e per altri versi la storia di Marjolin e Cadine, e dall’altro macchie di un colore spesso schiettamente impressionista ma che a volte sfocia in sentori che cromaticamente sembrerebbero ricordare le ultime opere dell’allora amico Cézanne, rinvenibili soprattutto nelle ripetute descrizioni sensoriali delle carni, delle verdure, delle frutta, dei formaggi che ogni giorno inondano Les Halles. Continua a leggere “Il buon artigiano organico all’ideologia inverata”