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Un romanzo ambientato in Cina ma senza la Cina

Recensione de Il velo dipinto, di W. Somerset Maugham

Adelphi, Biblioteca, 2006

Dopo il mediocre (a mio avviso, s’intende) Acque morte, questo mio primo contatto con le opere di W. Somerset Maugham si conclude con uno dei suoi romanzi più celebri, Il velo dipinto. Scritto nel 1925, conclude in qualche modo la trilogia di grandi romanzi della sua prima maturità letteraria, dopo Schiavo d’amore (1915) e La luna e sei soldi (1919).
L’ambientazione cinese di questo romanzo deriva probabilmente da un viaggio di Maugham del 1919-20, da cui trasse nel 1922 un volume di schizzi e ritratti di personaggi incontrati, intitolato On a chinese screen.
Un dato che mi ha colpito è che da questo romanzo sono stati tratti ben tre film, tutti di produzione statunitense: il primo, del 1934, ha come protagonista nientedimeno che una Greta Garbo al massimo della forma; il secondo, del 1957, uscì con l’enigmatico titolo The seventh sin, mentre l’ultimo, del 2006, è facilmente reperibile sulle più note piattaforme online. Questo interesse del cinema per Il velo dipinto si estende in realtà a molte delle opere di narrativa di Maugham: i suoi più famosi romanzi hanno infatti dato luogo a numerose trasposizioni cinematografiche nel corso dei decenni, quasi tutte di matrice hollywoodiana, e questo mi ha fatto riflettere sulla poetica dello scrittore inglese. Su questo sarà necessario tornare: per il momento andiamo con ordine.
Il velo dipinto, il cui titolo – in questo caso rispettoso dell’originale – è tratto da un verso di Shelley del 1824: “Lift not the painted veil which those who live / Call Life”, è a suo modo un romanzo di formazione. Protagonista ne è Kitty Garstin, giovane e bella rampolla di una famiglia della media borghesia londinese. Suo padre è un giudice, che nonostante le ambizioni di scalata sociale della tirannica moglie non è riuscito a fare una carriera sufficientemente brillante per lanciare la famiglia nell’alta società britannica. Kitty è vista dalla madre come strumento a disposizione delle sue ambizioni: è bella e spigliata e potrà sicuramente fare un matrimonio importante. Kitty però è leggera, ama la bella vita e flirtare ma rifiuta di impegnarsi con i numerosi spasimanti che via via le si dichiarano. Si ritrova quindi a 25 anni ancora nubile e ad un tratto, quando la sorella più giovane si fidanza, realizza che deve decidersi, anche perché la madre è sempre più insofferente nei suoi riguardi. Accetta quindi la proposta di matrimonio di Walter Fane, un oscuro e taciturno batteriologo in procinto di tornare ad Hong Kong, dove lavora, non perché lo ami (al contrario di lui, disperatamente innamorato) ma perché capisce che Walter rappresenta l’ultima chance.
Nella colonia, Kitty prende presto a noia le attenzioni del marito e diviene l’amante dell’aitante funzionario Charles Townsend, sposato con figli. Quando Walter scopre il tradimento e il suo amore per la moglie crolla improvvisamente, architetta una perfida vendetta, proponedole un’alternativa allo scandalo del divorzio chiesto da lui: potrà essere Kitty a chiederlo qualora Townsend acconsenta a sua volta a divorziare dalla moglie e a sposarla presto; nel caso ciò non accadesse, Kitty dovrà seguirlo in una remota città dell’interno dove è scoppiato il colera e dove ha chiesto di essere trasferito, non nascondendole che gli sarebbe indifferente se lei lì si ammalasse e morisse. Nonostante la sicurezza di Kitty che Townsend sia innamorato di lei, questi si rivela per quello che è: un mediocre dongiovanni che antepone le ragioni della carriera e del decoro all’amore per Kitty, cui non rimane che partire per Mei-tan-fu con Walter. Qui il contatto quotidiano con la morte, una serie di drammatici avvenimenti e l’incontro con persone dedite agli altri sarà causa di un profondo mutamento del suo essere, di una maturazione interiore che la farà diventare un’altra.
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W. Somerset Salgari

Recensione di Acque Morte, di W. Somerset Maugham

Adelphi, Gli Adelphi, 2008

La produzione letteraria di W. Somerset Maugham è quantitativamente notevole: tra il 1897 e il 1952 pubblicò oltre trentacinque volumi di narrativa, tra romanzi e raccolte di racconti, e scrisse un analogo numero di opere teatrali, oltre a singoli racconti, saggi e reportages di viaggio. Nel corso della sua lunga vita (morì a 91 anni nel 1965) attraversò quindi il ‘900, ed in particolare fu attivo negli anni compresi tra le due guerre mondiali. È superfluo ricordare come questi anni siano stati di capitale importanza in letteratura, ma in generale per le arti: il modernismo di inizio secolo, declinatosi in decine di movimenti artistici, si arricchisce, se così si può dire, della coscienza collettiva della tragedia della Grande Guerra, dando vita ad alcune delle opere d’arte più significative del secolo e non solo. In letteratura basti citare i nomi di Kafka, Proust, Musil, Woolf e Joyce ed i rispettivi capolavori, semplice punta di un iceberg che comprende decine di autori impegnati a rivoluzionare il modo stesso di scrivere, oltre che l’oggetto della scrittura.
Cosa c’entra Maugham con questo impetuoso movimento artistico? Almeno a giudicare da questa mia prima lettura poco o nulla: Acque morte mi ha infatti restituito l’immagine di uno scrittore di retroguardia, che pur dotato di una indubbia capacità narrativa la esplicita attraverso una prosa convenzionale che rimane solo alla superficie dei temi che lo scrittore affronta, mancandogli la capacità di approfondirli e renderli per ciò stesso universali.
Acque morte è la brutta versione italiana del titolo originale The Narrow Corner: non mi dilungherò oltre quanto già fatto in altri commenti su questo vezzo editoriale di inventare un titolo diverso rispetto all’originale. Mi limito a constatare che un’eventuale traduzione letterale, L’angolo stretto, non avrebbe a mio modo di vedere suscitato scandalo e soprattutto che il cambiamento del titolo fa perdere la connessione con la citazione dai Colloqui con sé stesso di Marco Aurelio che l’autore pone in esergo: ”Breve, dunque, è la vita dell’uomo, e angusto l’angolo della terra in cui egli dimora”.
In effetti il romanzo è ambientato in un angolo di mondo, se non angusto, perlomeno remoto. La vicenda si svolge infatti su alcune isole dell’arcipelago indonesiano, che nel primo dopoguerra erano ancora dominio olandese. L’isola nella quale il romanzo prende avvio, Takana, sembra di fantasia, mentre per quella dove la vicenda si conclude, cui Maugham dà il nome di Kanda-Meria, l’autore si è ispirato ad un remoto arcipelago di tre isole, Banda Neira, un tempo effettivamente importante centro di coltivazione della noce moscata.
Il romanzo si svolge in un tempo imprecisato: l’unico indizio temporale lo si trova proprio all’inizio, nel brevissimo primo capitolo, composto da una sola frase: ”Tutto questo accadde molti anni fa”; una serie di indizi nel testo (ad esempio la presenza di automobili) lascia intuire che siamo comunque agli inizi del ‘900.
Il romanzo è preceduto da una breve prefazione dell’autore, nella quale Maugham informa il lettore che i due personaggi principali, il dott. Saunders e il capitano Nichols, sono già apparsi in due sue precedenti opere, e che proprio un brano scritto, quindi stralciato, per La luna e sei soldi, romanzo del 1919, conteneva in nuce la vicenda che dodici anni dopo avrebbe narrato in The Narrow Corner.
Il primo personaggio di cui il lettore fa conoscenza è il dott. Saunders, un medico inglese di mezza età, specialista in chirurgia oculistica, che all’inizio del romanzo si trova a Takana, ed a cui Maugham fornisce alcune delle sue caratteristiche fisiche, a cominciare dalla bassa statura. È lì solo temporaneamente, in quanto in realtà vive, da ormai parecchi anni, a Fuchu, in Cina, dove la sua professionalità è tanto apprezzata dalla comunità cinese quanto snobbata da quella inglese. Nel corso del romanzo il lettore verrà a sapere che Saunders ha lasciato l’Inghilterra dopo essere stato radiato dall’albo e che è un accanito fumatore di oppio.
Alcuni mesi prima un ricco e vecchio mercante cinese lo ha convinto, tramite un bella somma di denaro, a venire a Takana ad operarlo per una cataratta: l’operazione è riuscita ed ora Saunders non ha più nulla da fare se non attendere per qualche settimana l’arrivo della nave con la quale intraprenderà il lunghissimo viaggio di ritorno.
Mentre sta sorbendosi una birra sulla terrazza di un misero locale, vede arrivare lungo la strada polverosa una strana coppia di uomini bianchi male in arnese: un signore piuttosto anziano, con il viso segnato dal tempo e i denti anneriti, ed un bel ragazzo dall’accento australiano. Saunders è incuriosito dalla loro presenza, perché nessuna nave è attraccata sull’isola. Attaccato discorso, viene a sapere che l’anziano si chiama Nichols, ed è lo skipper del Fenton, un bialbero appena giunto in rada; il ragazzo invece si presenta come Fred Blake. I due sono molto evasivi sul motivo del loro viaggio nelle isole, e soprattutto il giovane Fred sembra nervoso e ansioso di troncare la conversazione.
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Ragazzi alla deriva verso un mondo alla deriva

Recensione de I ribelli, di Sándor Márai

Adelphi, Biblioteca, 2001

Quasi una dozzina d’anni hanno separato la lettura di questo romanzo di Sándor Márai dal precedente, Truciolo, che tra l’altro rappresenta credo un volume piuttosto eccentrico nel quadro della cospicua produzione dell’autore ungherese. Ancora più indietro nel tempo è da ricercarsi la mia scoperta di Márai, che come per quasi tutti è avvenuta per il tramite della lettura de Le braci e L’eredità di Eszter, delle quali opere peraltro non conservo di fatto alcun ricordo. Fu proprio la consapevolezza che i miei meccanismi mnemonici a volte iniziavano a tradirmi anche rispetto alla lettura di opere importanti che mi spinse a cercare un luogo dove fissare a caldo le impressioni ricevute da un libro.
Se da un lato quindi leggere di nuovo a Márai ha costituito per me una sorta di ritorno a casa, a quel primo novecento che considero una sorta di luogo mitico della letteratura, dall’altro ha rappresentato di fatto l’ennesima scoperta di questo autore, ed ogni volta non posso che confermare la sua importanza letteraria, non solo relativa.
Sándor Márai, figlio della piccola nobiltà magiara, nacque – emblematicamente nel 1900 – a Kassa, nel Regno d’Ungheria, oggi Košice in Slovacchia, e nella sua lunga vita attraversò drammaticamente le vicende del secolo breve. Giornalista in Germania subito dopo la fine della prima guerra mondiale, quindi a Parigi, tornò in Ungheria nel 1928, e sino al 1945 scrisse e pubblicò (in ungherese, non in tedesco, scelta significativa) la parte più corposa della sua vasta produzione letteraria, ritirandosi peraltro in quello che definì un esilio interno di fronte al progressivo avvicinamento del regime di Horthy e della borghesia nazionale, classe alla quale sentiva di appartenere, al fascismo prima e al nazismo poi. L’occupazione nazista lo vide costretto a rifugiarsi in campagna, anche perché aveva sposato una donna di origine ebraica. I rapporti del borghese e liberale Márai con il nuovo potere popolare divengono presto complicati, e nel 1948 arriva la scomunica della sua opera nientedimeno che da parte di György Lukács: Márai lascia l’Ungheria. Soggiornerà prima a Napoli quindi negli USA, di cui diverrà cittadino, collaborando tra l’altro a Radio Free Europe, il canale radio finanziato dalla CIA per diffondere propaganda anticomunista (attivo ancora oggi). Visse di nuovo in Italia, a Salerno, tra il 1968 e il 1980. Tornato negli USA, persi sia la moglie sia il figlio adottivo, si suicida nel 1989. La sua opera, di cui si erano perse le tracce e che in Ungheria non era stata più pubblicate nel dopoguerra, cominciò ad essere riscoperta in Francia all’inizio degli anni ‘90: ovviamente nel nostro Paese la pubblicazione di Márai si deve ad Adelphi, nel cui catalogo oggi si trovano quasi una ventina di titoli, la quasi totalità nella prestigiosa Biblioteca Adelphi.
I ribelli, del 1930, è di fatto il primo romanzo vero pubblicato da Márai, che aveva esordito a 18 anni con una raccolta di poesie e nel 1924 aveva dato alle stampe il romanzo breve Il macellaio.
Il romanzo narra le vicende di quattro ragazzi, compagni di classe, che nell’anno in cui devono affrontare l’esame di maturità si sono legati di forte amicizia, formando quella che chiamano la banda. Siamo nella tarda primavera del 1918, in una città di provincia dell’Ungheria, che l’autore – per sottolinearne l’origine immaginaria – colloca in un paesaggio montano ma che ”… possiede anche un angolo di mare, quel tanto che basta a far bella figura e a formare un golfo”. Il tempo durante il quale seguiamo i quattro ragazzi è brevissimo, poco più di ventiquattrore, ma nel corso della narrazione numerosi flashback e digressioni permettono al lettore di ricostruire le vicende pregresse dei quattro ragazzi ed il contesto in cui queste avvengono. La narrazione è in terza persona, anche se l’autore sembra in qualche modo identificarsi maggiormente in uno dei ragazzi, Ábel: iniziamo quindi a conoscerlo, per poi passare agli altri tre.
Ábel (l’unico dei quattro di cui non conosciamo il cognome) è figlio di un medico che ora è al fronte e da mesi non dà più notizie; figlio unico, la madre è morta quando lui era ancora piccolo, tanto che di lei ha un ricordo confuso. È stato allevato da una zia zitella, cui a suo modo è affezionato, che si è trasferita da loro alla morte della madre. Con il padre ha sempre avuto un rapporto gerarchico e distante, a causa delle sue (del padre) inadeguatezze affettive. Legge molto.
Anche Tibor Prockauer appartiene alla buona borghesia cittadina: suo padre è colonnello, ed al pari del padre di Ábel è da tempo in guerra. Sua madre, da tempo malata e costretta a letto, controlla nondimeno con mano ferrea l’economia familiare. Tibor è di una bellezza volitiva; a tratti efebici associa il vigore dello sportivo. Ha un fratello maggiore, Lajos, che è da poco tornato dal fronte dell’Isonzo con un braccio amputato, e frequenta assiduamente la banda. È stato bocciato all’esame ma non ha ancora comunicato la notizia alla madre.
Béla Ruzsák è figlio di un negoziante del centro, appartenendo quindi alla piccola borghesia agiata della città. Del padre, che lo batte sovente, ha un timore reverenziale, il che non gli impedirà, come si vedrà, di ribellarsi in qualche modo alla sua autorità. Ama vestirsi in modo eccentrico: è tutto sommato la figura messa a fuoco con meno precisione dall’autore.
Ultimo membro della banda è il piccolo Ernö Zakarka, figlio di un povero calzolaio sulla via della pazzia a causa di manie religiose, che sogna il riscatto sociale del figlio. Vive in un buio seminterrato che funge anche da laboratorio del padre, il quale una volta, in un accesso di follia, ha ucciso senza ragione una cornacchia che viveva con loro e cui il figlio era molto affezionato.
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Manganelli come rappresentante di una specie estinta: l’intellettuale

Recensione di Tragedie da leggere, di Giorgio Manganelli

Bompiani, Tascabili teatro, 2008

Credo sia sotto gli occhi di tutti (almeno di chi abbia conservato un minimo di capacità di analisi sociale) che una delle strategie di costruzione del dogma neoliberale, che ormai non fa mistero di mirare ad un autoritarismo pervasivo in grado di controllare qualsiasi forma di dissenso e potenziale conflitto, sia stato lo svuotamento di ogni possibilità di approccio critico alla realtà. Questa strategia ha nel nostro Paese interessato vari campi del vivere civile; in particolare per quanto riguarda la vita culturale si è incentrata lungo alcuni precisi assi d’azione. Da un lato la progressiva rielitizzazione dello spazio culturale, attraverso il rapido riassorbimento del pur contraddittorio processo di democratizzazione della cultura che aveva per alcuni decenni caratterizzato il Paese: oggi la cultura si fa e si dà negli spazi ad essa dedicati, riservati a chi può permettersi di frequentarli; ovviamente ciò è strettamente correlato anche alla sua mercificazione, alla cultura vista come settore economico, tendenzialmente in mano privata, in grado di generare profitti.
Verso il basso, invece, ogni sforzo è stato fatto per sostituire un’offerta culturale universale con l’intrattenimento. Esemplare a questo proposito ritengo sia la parabola del servizio pubblico radiotelevisivo.
La RAI democristiana degli anni ‘50 e ‘60 non brillava forse per capacità di cogliere i fermenti che attraversavano il Paese, anzi, si adoperava spesso per esorcizzarli, ma si può dire che non fosse un corpo monolitico, e che tra le pieghe di un rigido controllo vi fosse anche la possibilità di intercettare proposte di qualità: svolse in ogni caso un importante ruolo pedagogico di unificazione culturale dell’Italia del dopoguerra e del boom (dove unificazione faceva pericolosamente rima, almeno nelle intenzioni, con omologazione). Il panorama cambiò drasticamente con la riforma del 1975, che porta la RAI sotto il controllo del parlamento. Per pochi anni la RAI diviene davvero lo specchio ed in alcuni casi anche uno dei motori della convulsa crescita della società civile italiana, delle sue tensioni e torsioni, delle sue contraddizioni e della sua dialettica. Sappiamo com’è finita e cosa siano la televisione e la radio oggi.
Tra i residui spazi di vivacità culturale in un deserto fatto di banalità, volgarità, pubblicità, vieto conformismo mascherato da innovazione e pensiero unico spacciato per informazione vi è indubbiamente RADIO3, lo storico canale culturale RAI, che pur con qualche cedimento (anche lì risuonano insulsi spot pubblicitari) ha mantenuto un suo profilo piuttosto elevato. Ciò non è in contraddizione con la tendenza generale di questi decenni: rientra appieno nel processo di ghettizzazione dello spazio culturale a favore delle élites. RADIO3 esiste perché così è lecito svuotare di qualsiasi velleità culturale e critica gli altri canali, quelli seguiti dalla maggioranza degli ascoltatori. Non si tratterebbe tanto, si badi bene, di trasmettere concerti di musica classica su RADIO2 o RADIO1, quanto di offrire dei palinsesti nei quali anche l’intrattenimento sia strumento di crescita, e non – come ora avviene – di rincoglionimento collettivo. Ma ciò forse avverrà solo quando – auspicabilmente a breve – il castello di carte neoliberale crollerà sotto il peso delle proprie responsabilità storiche.
Dunque RADIO3 esiste ancora e personalmente mi diletto nel suo ascolto, anche se spesso non rifugge dall’essere ingranaggio dell’industria culturale, come si nota smaccatamente nelle trasmissioni che parlano di libri, o megafono di posizioni acriticamente scientiste succubi anch’esse dello strapotere dell’industria. Sul livello della cosiddetta informazione, poi, meglio stendere un velo pietoso. Si tratta comunque di un canale ancora in grado di coinvolgere e proporre ad un pubblico potenzialmente vasto alcune tra le residue (e stremate) energie intellettuali di questo disgraziato Paese. Il confronto con il passato del canale radiofonico mi pare comunque – al netto della inevitabile nostalgia per gli anni di gioventù – inclemente, per il relativo scadimento del palinsesto ma soprattutto per l’oggettiva scarsità del materiale intellettuale oggi a disposizione rispetto ad alcuni decenni fa. Come esempio mi servirò di una trasmissione a mio avviso tra le più straordinarie realizzate dalla RAI, andata in onda nei primi anni ‘70: Le interviste impossibili. Uno scrittore importante intervistava un personaggio del passato ritenuto particolarmente interessante, cui dava voce un attore della scena del momento. Tra gli scrittori che fecero il programma figurano Umberto Eco, Alberto Arbasino, Italo Calvino, Oreste Del Buono, Luigi Malerba, Edoardo Sanguineti e Giorgio Manganelli, che ne firma una dozzina; tra gli attori la parte del leone la fece Carmelo Bene, accanto a nomi del calibro di Laura Betti, Paolo Bonacelli, Mario Scaccia, Paolo Poli e molti altri. Per chi fosse interessato, l’insieme delle interviste è riascoltabile sul sito RaiPlaySound: per capirne l’assoluto livello propongo comunque di ascoltare almeno l’intervista di Manganelli a Tutankhamon, con un inarrivabile Carmelo Bene (qui).
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La maturazione politica di Yakov Bok, il riparatore

Recensione de L’uomo di Kiev, di Bernard Malamud

Einaudi, Tascabili, 1997

Dopo Morris Bober, il piccolo commerciante ebreo protagonista de Il commesso, incontrato oltre quattro anni fa, un altro antieroe di Bernard Malamud si è aggiunto alla mia personale galleria di personaggi di romanzo: il tuttofare Yakov Bok, le cui drammatiche vicende sono narrate ne L’uomo di Kiev, romanzo che l’autore statunitense pubblicò nel 1966 e per il quale vinse l’anno successivo il premio Pulitzer per la narrativa.
Come già accaduto, sono innanzitutto costretto a criticare la traduzione italiana del titolo. Non solo L’uomo di Kiev è a mio avviso un titolo brutto nella sua anodina ordinarietà, ma tradisce in qualche modo lo spirito della scrittura di Malamud, che indubbiamente si rifà ad una sorta di neonaturalismo tardonovecentesco. Questo tratto distintivo della narrativa dello scrittore statunitense si esprime anche nei titoli che attribuisce ai suoi romanzi: The Natural, The Assistant, The Tenants, The People sono tutti titoli minimali, che segnalano immediatamente il realismo delle storie narrate e l’atteggiamento distaccato che l’autore mantiene nei loro confronti e dei personaggi che vi compaiono. Pienamente coerente con questo marchio di fabbrica dell’autore è anche il titolo originale di questo romanzo, The Fixer. Oggettivamente questo sostantivo non è agevolmente ed univocamente traducibile nella nostra lingua: Fixer è infatti colui che ripara, che risolve un problema, oltre che il faccendiere. Il titolo originale si riferisce quindi direttamente alla professione di tuttofare di Yakov Bok, che con la sua borsa di attrezzi ”aggiusta la roba rotta… tutto fuorché il cuore” nello shtetl in cui vive, come dice lui stesso; ma lo stesso titolo si riferisce indirettamente anche alla sua vicenda e al comportamento da lui tenutovi, che contribuirà ad aggiustare una frattura della società russa di inizio novecento. Tutto questo si perde nella farlocca traduzione del titolo originale, che a mio avviso avrebbe potuto essere tranquillamente reso ne Il riparatore o in un termine analogo sul quale gli editor di Einaudi avrebbero potuto strizzarsi meglio le meningi. In compenso devo dire che la copertina di questa edizione, risalente al 1997, è davvero splendida e degna della migliore tradizione minimalista della casa editrice, che peraltro non ritiene più di proporre romanzi di Malamud nel suo catalogo.
L’uomo di Kiev e l’ultimo romanzo di Malamud, God’ Grace sono in qualche modo atipici nella sua produzione letteraria, essendo i soli non ambientati nella contemporaneità dell’autore: mentre però quest’ultimo è un romanzo distopico inerente la distruzione dell’umanità da parte di Dio, L’uomo di Kiev è ambientato in Ucraina, allora parte dell’impero russo, negli anni compresi tra il 1911 e il 1913.
Nella Russia zarista ormai morente, che ha già subito il tremendo colpo della sconfitta nella guerra con il Giappone e la prima rivoluzione del 1905-1907, l’antisemitismo è una potente valvola di sfogo per il potere costituito, soprattutto nelle provincie occidentali ucraine, bielorusse, polacche, bessarabiche e baltiche, dove la presenza degli ebrei è massiccia, essendo le uniche nelle quali è loro consentito risiedere in permanenza (la cosiddetta Zona di residenza). Come accadrà solo qualche decennio dopo nella Germania nazista, agli ebrei vengono addossate le cause di una profonda crisi sociale ed economica, che porterà comunque in pochi anni alla fine dell’impero e alla gloriosa rivoluzione d’ottobre.
L’antisemitismo in Russia (come in molte altre parti d’Europa) aveva comunque radici profonde: in particolare in Ucraina i pogrom si susseguirono dall’inizio del XIX secolo sino alla guerra civile del 1918-1921, quando le armate bianche e i nazionalisti ucraini massacrarono tra i 50.000 e i 200.000 ebrei (fonte: Wikipedia), per poi riprendere industrialmente durante l’occupazione nazista del 1941-1944, con l’attiva partecipazione dei collaborazionisti dell’OUN, guidati da Stepan Bandera: è stato calcolato che in quel periodo siano stati sterminati circa 1.6 milioni di ebrei ucraini (fonte: Wikipedia).
Malamud, figlio di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo, era sicuramente molto interessato alle tragiche vicende della comunità ebraica delle sue terre ancestrali, e per raccontarle riprende e rielabora una piccola storia di ordinario antisemitismo ucraino di inizio secolo, che tuttavia aveva avuto una grande risonanza nell’opinione pubblica europea dell’epoca e il cui protagonista aveva narrato nel 1925 in un volume autobiografico.
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Oltre il lager: pregi e limiti dei racconti di Levi

Recensione de Tutti i racconti, di Primo Levi

Einaudi, ET Biblioteca, 2005

Primo Levi è sicuramente un personaggio iconico della letteratura italiana del secondo dopoguerra: i suoi romanzi Se questo è un uomo e La tregua sono ormai diventati veri e propri classici, avendo contribuito in maniera decisiva a fissare nella memoria collettiva l’orrore dei lager e dello sterminio di milioni di ebrei, rom, comunisti, omosessuali, perpetrato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale.
Levi però è stato anche e soprattutto, come fa notare Marco Belpoliti nella bella prefazione a questo corposo volume, scrittore di racconti. Pubblicò infatti, tra il 1966 e il 1987 – anno della morte – cinque raccolte di racconti, assemblate in questo volume, che ne presenta ulteriori due pubblicati sparsi nel 1949 e nel 1961, per un totale di ben 121 racconti.
Anche se la personalità artistica di Levi è fortemente ancorata al suo ruolo di testimone di Auschwitz, cui dedicò molte opere, è indubbio che essa fu notevolmente più articolata, ed i suoi racconti ne sono un fedele specchio. Levi era un chimico, e lavorò a lungo come tecnico in fabbriche di resine e vernici; amava le scienze naturali; era molto interessato alle tematiche della divulgazione scientifica; aveva una vasta cultura letteraria, che si nutriva non solo dei grandi classici ma anche di fantascienza e letteratura contemporanea; era appassionato di montagna. Tutti questi aspetti della sua personalità, ed anche altri, hanno costituito altrettanti spunti per la scrittura delle sue opere, in particolare dei racconti. Se le tematiche che egli tratta nei suoi racconti sono le più varie – ”storie autobiografiche ambientate nel Lager, racconti fantastici, racconti di atmosfera onirico-kafkiana, racconti di animali costruiti come apologhi morali” viene detto in quarta di copertina – facilmente riconoscibile in quanto peculiare è lo stile con il quale questi sono scritti. Levi non è scrittore sperimentale: il suo è uno stile diretto, che risente fortemente della sua formazione scientifica; la sua frase è sempre alla ricerca di una logica intrinseca che conferisca attendibilità a ciò che scrive: Levi stesso definì la sua scrittura ”un’opera di chimico che pesa e divide, misura e giudica su prove certe, e s’industria di rispondere ai perché”. È uno stile di scrittura piuttosto di retroguardia, per certi versi dimesso, che Belpoliti fa discendere dalla tradizione della novella italiana e dall’essere stata la nostra letteratura appartata rispetto alle convulsioni della letteratura europea del ‘900. Se a volte questo stile risulta un po’ pedante, è anche vero che spesso, specie nei racconti di ambientazione fantastica, diviene un fattore moltiplicatore dell’ironia di cui sono intrisi, ed in ogni caso appare sempre coerente con il contenuto delle storie narrate.
Il volume presenta le raccolte di racconti in ordine di pubblicazione, cosicché la prima è Storie naturali, edita originariamente nel 1966 con lo pseudonimo di Damiano Malabaila e composta di 15 racconti, alcuni dei quali già pubblicati in anni precedenti, precisamente tra il 1961 e il 1965, su quotidiani e periodici.
In realtà il primo racconto, I mnemagoghi, apparve molti anni prima, nel 1948, su L’Italia socialista, poco dopo la prima edizione – quasi clandestina – di Se questo è un uomo. Si discosta non poco dagli altri, tutti scritti nell’Italia del boom: narra di un medico che ha sintetizzato in alcuni flaconi gli odori ed i profumi che hanno marcato la sua vita. Anche se non (ovviamente) per lo stile, il contenuto il racconto ha indubbiamente un vago sentore proustiano.
Gli altri 14 racconti sono molto compatti, essendo accomunati da una matrice fantastica, in alcuni casi declinata in chiave distopica. In cinque di questi appare il personaggio di Mr Simpson, simpatico ed efficiente piazzista in Italia di macchine per ufficio prodotte da una fittizia multinazionale statunitense ed amico della voce narrante, cui propone l’acquisto di un Mimete, macchina in grado di duplicare ogni oggetto o corpo, oppure di un Calometro, misuratore di bellezza, oppure ancora di un Versificatore, apparecchio che produce poesie di qualunque genere e forma. Insieme a Cladonia rapida, descrizione scientifica di un lichene che vive nelle automobili, oggetti che sempre più stanno acquisendo una personalità organica, e a Trattamento di quiescenza, che preconizza l’avvento della realtà virtuale, sono questi i racconti che più immergono il lettore in un futuro che era già vicino negli anni ‘60, e attraverso i quali Levi denuncia con ironica lucidità i rischi di disumanizzazione sociale legati allo sviluppo della tecnologia. Altri notevoli racconti della raccolta sono Angelica farfalla e Versamina, nei quali torna la memoria degli anni di guerra e degli esperimenti medici dei nazisti, anche con un accenno al loro successivo impiego da parte degli statunitensi. La profonda cultura classica di Levi affiora nello splendido e misterioso Quaestio de Centauris, storia delle pene d’amore di un centauro dei nostri giorni.
Storie naturali è la raccolta che ho maggiormente apprezzato, proprio per la sua capacità di restituire al lettore l’essenza di un’epoca, l’incipiente neopositivismo acritico che ci accompagna ancora oggi, che stava trasformando l’Italia e il mondo, non senza rischi morali e sociali che Levi puntualmente rileva, analogamente – sia pur attraverso l’impiego di mezzi espressivi affatto diversi – ad altri intellettuali dell’epoca, su tutti Pier Paolo Pasolini.
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Ironico e sovversivo: Gautier oltre il romanticismo, in largo anticipo sui tempi

Recensione di Mademoiselle de Maupin, di Théophile Gautier

Newton Compton, 2005, Biblioteca Economica

Quando, alcuni anni fa, commentai la lettura dei Racconti fantastici di Théophile Gautier, parlai di un grande autore oggi quasi dimenticato. A prima vista potrebbe non sembrare così: a chi ne ricercasse le opere in una qualsiasi libreria on-line verrebbero presentate alcune decine di titoli. Di questi, però, solo alcuni sono volumi attualmente in catalogo, la grande maggioranza essendo rappresentata da libri usati o temporaneamente non disponibili; persino il suo romanzo più noto, Capitan Fracassa, è oggi in catalogo presso una sola casa editrice. Quanto a Mademoiselle de Maupin, romanzo d’esordio dell’autore francese, che pure ha goduto in tempi andati di notevole fortuna editoriale nel nostro paese, oggi è reperibile solo sul mercato dell’usato o in e-book.
Eppure questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1835, è sicuramente un’opera importante per la letteratura francese ed europea in genere, in quanto paradigmatico della peculiarità culturale dell’autore, che se da un lato è ascrivibile al romanticismo con caratteristiche francesi dall’altro si propone da subito di superarlo, tanto da venire riconosciuto come uno degli ispiratori di correnti letterarie posteriori, che apriranno la strada al ‘900, quali il simbolismo e il decadentismo: emblematico in questo senso è il fatto che Baudelaire gli dedicasse Les Fleurs du Mal.
Del tutto scomparsa dai radar è in particolare questa edizione Newton del romanzo, che pure risale solamente al 2005, e che oltre ad una breve (e forse inessenziale) nota di Riccardo Reim, si avvale della bella traduzione di Giovanni Marcellini ed ha inoltre l’indubbio pregio di presentare al lettore anche la celebre Prefazione con cui l’autore accompagnò il secondo volume del romanzo, ritenuta più tardi da letterati come Algernon Swimburne e Oscar Wilde una sorta di manifesto dell’art pour l’art.
E proprio dalla Prefazione conviene prendere le mosse per entrare nel mondo letterario di Gautier e assaporarne la vis polemica, che aveva già dato ampia prova pratica di sé alcuni anni prima, precisamente la sera del 25 febbraio 1830, quando – indossando il famoso gilet rosso ciliegia – il diciannovenne aspirante scrittore aveva guidato la fazione romantica durante lo scontro con i classicisti alla prima dell’Hernani di Victor Hugo.
Oggetto degli strali che vengono lanciati da Gautier nell’ampia Prefazione – oltre una trentina di pagine in questa edizione – è la critica letteraria dell’epoca, almeno nella sua componente mainstream. In particolare il giovane autore (a sua volta costretto, per necessità materiali, ad occuparsi per buona parte della vita di critica letteraria, teatrale e musicale) si scaglia contro la tendenza diffusa di giudicare l’opera d’arte sulla base del suo tasso di virtù, ovvero del rispetto per il comune senso del pudore dell’epoca. Non occorre sottolineare come i prodotti artistici che toccassero, nelle forme espressive loro proprie, tematiche legate alla sfera sessuale siano stati le vittime preferite (anche se ovviamente non le sole) dei censori di ogni epoca: dall’Indice ecclesiastico ai mutandoni postridentini al tribolato rapporto di Molière con Luigi XVI, dall’hollywoodiano Codice Hayes ai processi subiti dai romanzi e film di Pier Paolo Pasolini il potere ha sempre cercato di tracciare linee rosse di carattere morale che non potevano essere superate dagli artisti, temendo che la carica eversiva potenzialmente intrinseca ad una sessualità libera potesse minare l’assetto sociale e preludere in qualche modo alla rivendicazione di altre liberazioni. Per inciso è interessante notare come questo plurisecolare controllo sulla sessualità si sia rovesciato nel suo esatto opposto nel momento in cui il neoliberismo ormai dominante ha postulato tout-court l’inesistenza stessa della società, riconoscendo solo gli individui (Thatcher): a questi individui, privati tendenzialmente di ogni relazione e di ogni protezione sociale, oggetto di attenzione solo in quanto produttori e consumatori, devono essere forniti dosi sempre più massicce di armi di distrazione di massa e di sfogo individuale quali lo sport televisivo e il sesso. Se non esiste più la società non esiste più neppure il bisogno di un controllo sociale di possibili comportamenti individuali devianti, certi che questi rimarranno tuttalpiù atomizzati a livello del singolo e quindi facilmente circoscrivibili. Anzi, quale migliore occasione per creare una nuova fonte di enormi profitti che somministrare a miliardi di individui tutto il sesso virtuale di cui hanno bisogno, esattamente come hanno bisogno di calcio o di altra spazzatura televisiva?
Ai tempi di Gautier siamo però ancora nell’epoca in cui il controllo del comportamento individuale è necessario, anzi, siamo negli anni che seguono la definitiva presa di potere della grande borghesia con la rivoluzione di Luglio, ed uno dei perni ideologici della legittimazione di questo potere è la contrapposizione della moralità dei valori borghesi rispetto alla dissolutezza dell’Ancien Régime.
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Il piccolo grande capolavoro della maturità

Recensione de La mite, di Fëdor Dostoevskij

Mondadori, Oscar classici, 2007

Quanto conta la qualità della traduzione nell’opinione che ci facciamo di un testo letterario scritto in un’altra lingua? In generale credo molto, e tanto di più quanto – come nel caso emblematico della poesia – la forma, le modalità della scrittura divengono un elemento fondamentale della sostanza che l’autore intende trasmettere al lettore. Più specificamente si può forse affermare che la qualità della traduzione diviene essenziale ai fini della comprensione di un’opera letteraria quando l’autore ha inteso addentrarsi nella vita interiore, nei sentimenti e nella psicologia dei suoi personaggi oppure suggerire al lettore livelli interpretativi che vanno al di là delle vicende narrate: se in un’opera letteraria redatta in forma cronachistica una cattiva traduzione può indispettire perché tende a svalutare il livello estetico del testo, in un’opera stratificata una traduzione inadeguata rischia di travisare o rendere oscuro ciò che l’autore intendeva dire.
Nel volumetto nel quale ho letto La mite, edito da Mondadori nel 2007, che propone anche un altro celebre racconto di Dostoevskij, Il sogno di un uomo ridicolo, la traduzione del primo racconto è affidata ad una nota studiosa, Giovanna Spendel, autrice tra l’altro di una Storia della letteratura russa. Nonostante l’indubbia competenza di Spendel, la sua traduzione non mi era tuttavia parsa, ad una prima lettura, eccellente: avevo infatti notato una certa approssimazione dei periodi e in alcuni casi dei termini usati. Così, in occasione della stesura di queste note sono andato alla ricerca di una traduzione diversa del racconto, scoprendo che in libreria ne sono disponibili ben quattro; addentrandomi in un territorio per me quasi sconosciuto, quello degli e-book, ho acquistato l’edizione Feltrinelli con traduzione di Patrizia Parnisari, che a mio avviso appare essere più precisa e distesa. In merito mi è sorto però un dubbio. Come si vedrà, La mite è un testo strutturalmente confuso, in quanto composto dalle convulse riflessioni del protagonista subito dopo il suicidio della moglie, il cui corpo giace in una stanza vicina. Come rendere al meglio la inevitabile emozione e mancanza di lucidità di un individuo in un momento simile? È possibile che lo stesso autore, nel testo originale, abbia utilizzato una prosa imprecisa proprio quale epifenomeno lessicale del profondo turbamento interiore del protagonista, e che quindi la traduzione di Spendel aderisca meglio agli intenti dell’autore? Non essendo in grado di leggere il racconto in russo non so dare una risposta precisa: resta il fatto che a mio modo di vedere il testo edito da Feltrinelli si legge meglio, ma suggerisco comunque ai lettori del racconto, anche data la sua relativa brevità e l’economicità delle edizioni in e-book, di confrontarne le traduzioni, per formarsi un proprio giudizio su questo aspetto che ritengo non secondario.
Ancora riguardo le due edizioni da me lette, segnalo che quella di Mondadori è monca della Nota dell’autore che Dostoevskij premise alla pubblicazione originale del racconto nel 1876 su Il diario di uno scrittore, rivista da lui da poco fondata e diretta: non si tratta di una mancanza da poco, in quanto la Nota, pur breve, contribuisce a chiarire le modalità espressive utilizzate dall’autore e le loro motivazioni. In compenso, in postfazione del volume Mondadori è riportato un saggio di Stefan Zweig, intitolato I personaggi di Dostoevskij e tratto dal suo volume del 1932 Tre maestri: Balzac, Dickens, Dostoevskij, la cui lettura fornisce elementi di riflessione per una contestualizzazione dell’opera dello scrittore russo nel quadro della letteratura europea del XIX secolo. Entrambe le edizioni sono accompagnate comunque da interessanti saggi introduttivi, affidati rispettivamente alla stessa Giovanna Spendel e a Paolo Di Stefano.
Veniamo dunque al racconto. Come accennato, è il resoconto, espresso in prima persona e verbalmente dal protagonista, del suo complesso rapporto con la giovanissima moglie, che ha portato, poche ore prima, al suicidio di quest’ultima, gettatasi dalla finestra della loro casa abbracciando una icona. Il narratore parla direttamente al lettore o forse ad un’autorità che ha il compito di ricostruire ciò che è avvenuto (”l’uomo ora parla tra sé e sé, ora è come se si rivolgesse a un invisibile ascoltatore, a una sorta di giudice”, dice Dostoevskij nella Nota dell’autore), e sin dalle prime righe si premura di farci sapere di non essere uno scrittore; pertanto narrerà la vicenda seguendone l’ordine, per come l’ha intesa lui.
Il lettore viene così a sapere, effettivamente secondo un ordine che non è diacronico ma quello dettato dall’esplodere dei sentimenti del narratore e dai rimandi interni necessari a caratterizzare al meglio gli episodi, che il protagonista è un usuraio quarantaquattrenne di una imprecisata città russa, presumibilmente di provincia, che da giovane è stato cacciato dal reggimento del quale era ufficiale per una ingiusta accusa di codardia. Tre anni prima una ragazza sedicenne ha varcato la soglia del suo banco dei pegni per impegnare poche povere cose. Colpito dall’aspetto dimesso della ragazza ha raccolto informazioni su di lei, venendo a sapere che si trattava di un’orfana che tentava di sottrarsi alla tirannia di due avare zie che la volevano far sposare ad un bottegaio cinquantenne. L’usuraio le propone a sua volta di sposarla, e la mite acconsente, manifestandogli inizialmente amore e devozione. L’uomo però non corrisponde il suo amore: ha sposato la ragazza per dominarla, non per avere una compagna di vita: ben presto i due si rinchiudono in un reciproco, distante ed ostile silenzio e la moglie si ritaglia uno spazio di relativa autonomia esistenziale, fatta di piccole cose quotidiane con le quali cerca di lenire la sua profonda infelicità. Dopo aver sospettato che la moglie lo tradisca ed avere invece avuto la prova della sua fedeltà, il protagonista scopre che ha tentato di ucciderlo nel sonno con una pistola: senza dire una parola, ma facendole intendere di sapere, separa il letto coniugale, provocando una acuta crisi nella moglie, che si ammala gravemente. Quando si riprende, dopo molte settimane, egli mantiene la distanza dalla moglie, attendendo che sia lei a chiedergli di perdonarla. L’atteggiamento serenamente indifferente di lei gli apre però gli occhi: scopre di amarla e di non poter sopportare la sua indifferenza: si butta perciò ai suoi piedi, chiedendole di perdonarlo per le sofferenze che le ha inflitto, e promettendole amore incondizionato. Andranno all’estero, a Boulogne. Lei sembra accettare, sia pur timidamente, le nuove attenzioni del marito, ma mentre egli si reca a ritirare i passaporti per il viaggio lei si lancia dalla finestra sulla strada, dove il marito giunge poco dopo facendosi largo tra gli astanti. Questo il racconto del protagonista, la cui ultima frase è: ”No, davvero, quando domani la porteranno via, io che cosa farò?”
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Prosa leggera, scarsi contenuti: quando alla forma non corrisponde adeguata sostanza

Recensione de Il kepì, di Colette

Adelphi, Piccola biblioteca, 1996

Mi ha un poco stupito, scorrendo le pagine delle più note librerie on-line, scoprire che negli ultimi anni sono stati pubblicati in Italia oltre cinquanta volumi di scritti di Colette, dei quali una trentina attualmente effettivamente disponibili. Sicuramente in parte ciò deriva dalla mole della produzione letteraria dell’autrice francese, conseguenza di oltre mezzo secolo di attività: purtuttavia numerosi altri autori della prima metà del ‘900, anche importanti, che hanno scritto molto, sono oggi completamente dimenticati dall’editoria italica. Perché allora tanta attenzione editoriale per questa autrice, che a mio giudizio appare tutt’altro che un caposaldo della letteratura? Per quanto ho potuto desumere da questa lettura, che segue di molti anni quella di alcuni altri volumetti Adelphi, ritengo che sostanzialmente ciò derivi dal fatto che Colette piace, sia come scrittrice sia come personaggio, essendo in grado di trasmettere al lettore medio, inteso in senso pasoliniano [cfr. La ricotta], attraverso la sua opera ma anche con la sua biografia, quello che definirei il senso di una rassicurante trasgressività.
La biografia di Colette è talmente francese e parigina da sembrare costruita ad arte, e contemporaneamente, a mio modo di vedere, è paradigmatica di come la trasgressione, a patto di non mettere in discussione i fondamenti dell’ordine sociale, possa essere pienamente istituzionalizzata – quando l’istituzione possiede sufficiente intelligenza per comprendere quanto ciò le possa far comodo – sino a basare su di essa la costruzione di un vero e proprio mito e monumento nazionale.
Colette, nom de plume di Sidonie Gabrielle Colette, nasce in uno nei cuori della Francia, la Borgogna, nel 1873. È figlia di un capitano dell’esercito a riposo che ha perso una gamba nella battaglia di Melegnano e di Sidonie Landoy, donna molto volitiva, atea convinta e femminista, che la farà crescere in libertà e a contatto con la natura. Già durante l’infanzia divora i grandi classici francesi e stranieri, adorando in particolare Balzac. Giovanissima, conosce Henry Gauthier-Villars, detto Willy, scrittore e critico musicale molto influente, fratello di un noto editore nonché donnaiolo compulsivo. I due si sposano nel 1883 e Colette va a vivere a Parigi, dove conduce vita mondana frequentando i più noti letterati del tempo. Nel 1900 Willy pubblica a suo nome Claudine à l’école, un romanzo scritto in realtà dalla moglie ispirandosi alla sua adolescenza in Borgogna, diario intimo di una quindicenne nel quale affiorano la scoperta della sessualità e una buona dose di omoerotismo. Grazie all’abilità manageriale di Willy il romanzo suscita grande scandalo ed è un enorme successo: sarà seguito da altri tre volumi centrati sul personaggio di Claudine, sempre firmati da Willy, grazie ai cui proventi questi regalerà alla moglie una tenuta in campagna. Fra continui tradimenti di lui, amori saffici di lei e ménages à trois, la coppia si separa nel 1906. Colette inizia a scrivere in proprio, divenendo anche attrice di music-hall, critica teatrale e giornalista; intreccia numerose relazioni con donne e uomini del milieu intellettuale parigino, suscitando non pochi scandali; si sposerà altre due volte. Durante l’occupazione, rimarrà nel suo appartamento di Parigi, e riuscirà a far liberare il terzo marito, ebreo, grazie ai suoi contatti con l’ambasciatore tedesco e con il governo di Vichy. Il suo rapporto con l’occupante nazista fu decisamente ambiguo: anche se non la si può accusare di collaborazionismo, tra il 1940 e il 1943 scrisse infatti articoli su alcuni periodici controllati dai tedeschi, quali la rivista letteraria Comœdia e i settimanali apertamente filonazisti e antisemiti Je Suis Partout e La Gerbe. Alcuni suoi volumi letterari furono pubblicati da una casa editrice requisita ai precedenti proprietari ebrei, ed uno dei suoi romanzi dell’epoca, Julie de Carneilhan, apparve dapprima sul foglio dichiaratamente fascista Gringoire, quindi uscì in volume nel 1941 avendo sul retro di copertina la pubblicità di un libro di Hitler. La posizione di Colette durante l’occupazione è particolarmente interessante perché Il Képi, il volume oggetto di queste note, fu scritto, come si vedrà, proprio in questo periodo.
È nel dopoguerra che Colette diviene una sorta di monumento vivente, riconosciuta come uno dei massimi esponenti e nume tutelare della letteratura femminista, avendo ”esteso i margini della letteratura dedicata alle donne ritraendo le vite e i sentimenti di donne di mezza età ed anziane, privilegiando le relazioni tra donne e la relazione madre-figlio nella vita creativa di un artista e, più in generale, facendo della donna un soggetto, piuttosto che un oggetto della fantasia maschile” (qui); prima donna ammessa all’Académie Goncourt, di cui divenne presidente nel 1949, Grande Ufficiale della Legion d’onore, prima donna ad avere l’onore di funerali di stato.
Il suo appare tuttavia un femminismo unicamente letterario e soprattutto lontano da qualsiasi prospettiva politica, visto che nel 1910 dichiarò in un’intervista: ”Le suffragette mi disgustano (…) Sa cosa si meriterebbero, le suffragette? La frusta e l’harem…” e che nel 1927, rispondendo alla domanda, rivoltale da Walter Benjamin, se le donne avrebbero dovuto partecipare alla vita politica ebbe a dire: ”No. Io stessa conosco numerose donne equilibrate, sane, molto colte, intelligenti, che sarebbero capaci come un uomo di sedere in una commissione o in un jury. Solo che tutte, ogni mese hanno dei giorni in cui sono irritabili, incontrollabili, imprevedibili. Gli affari politici vanno avanti anche in quei giorni, vero? E noi dovremmo votare e prendere decisioni”.
Ora, capita spesso che le opinioni personali di intellettuali e scrittori in qualche modo stridano con il contenuto della loro opera: solo per restare in Francia si pensi al legittimismo di Balzac o all’antisemitismo di Céline; in questo caso mi sembra tuttavia di poter affermare che il femminismo letterario di Colette non sia altro che uno degli aspetti in cui si declina la personalità aristocratica ed elitaria della scrittrice, la rivendicazione di una sorta di diritto di essere al di sopra e al di là delle regole sociali e morali, riservato però agli esponenti di una classe intellettualmente superiore, quindi non estendibile all’intera società. Ed è a mio avviso questo, oltre sicuramente alla laicità dello stato francese, ad aver fatto di Colette un mito istituzionalizzato quando era ancora in vita. La sua opera, infatti, da un lato è scandalosa quanto basta perché l’istituzione, glorificandola, possa mostrare la sua larghezza di vedute, dall’altro è assolutamente innocua quanto alla possibilità di essere effettivamente eversiva dell’ordine morale dominante. Non so quanto questo mio giudizio su Colette sia viziato dal non aver letto molte delle sue opere, tra le quali forse se ne annidano di più significative, ma sta di fatto che anche gli altri tre suoi volumetti che lessi oltre dieci anni fa mi restituirono l’immagine di una scrittrice, se non superficiale, molto attenta alla forma con la quale ricopre uno scarso spessore contenutistico.
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