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Nel solco di Gogol’: i racconti di un grande intellettuale sovietico

ilsottotenentesummenzionatoRecensione de Il sottotenente Summenzionato, di Jurij Tynjanov

Sellerio, La memoria, 1992

Un oscuro scritturale militare alle prime armi, durante la copia di una ordinanza che deve essere sottoposta all’imperatore compie degli errori: dà per morto un tenente che non lo è affatto e invece di scrivere ”i sottotenenti summenzionati Stiven, Rybin e Azančeev vengono destinati…” scrive ”i sottotenenti Summenzionato, Stiven, Rybin e Azančeev vengono destinati…”. L’ordinanza viene sottoscritta dall’imperatore e l’inesistente sottotenente Summenzionato inizia ad avere una sua propria vita, mentre il tenente Sinjuchaev si ritrova ad essere morto a tutti gli effetti.
Si potrebbe legittimamente pensare che l’autore di un racconto con un inizio così folgorante e paradossale sia Gogol’. Invece Il sottotenente Summenzionato è uno splendido racconto di Jurij Tynjanov, critico, storico e scrittore sovietico vissuto tra il 1894 e il 1943, uno dei massimi rappresentanti del formalismo russo. Continua a leggere “Nel solco di Gogol’: i racconti di un grande intellettuale sovietico”

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Un intellettuale integrato ma non prono al potere

PaustovskijRecensione di Romanzi e racconti (2 voll.), di Konstantin G. Paustovskij

Editori riuniti, 1984

Quando pensiamo alla letteratura russa del ‘900 abbiamo in genere in mente alcuni grandi nomi, il cui destino letterario e spesso personale è strettamente legato all’evento epocale che scosse quella società (ed il mondo intero) – la rivoluzione d’ottobre – ed a ciò che lo seguì. Spesso ci troviamo di fronte a vicende tragiche, che vanno dall’esilio di chi rifiutò il nuovo corso all’adesione entusiastica alla rivoluzione conclusa con il suicidio o il gulag staliniano, all’emarginazione culturale in patria. Gli autori del secondo dopoguerra sono quasi sempre autori dissidenti, in cui prevale nettamente la critica al sistema.
Questi due ponderosi volumi editi negli anni ’80 dai gloriosi Editori Riuniti hanno l’indubbio pregio di presentarci buona parte dell’opera di un autore – Konstantin Georgievič Paustovskij, che non è solo (ritengo) pressoché sconosciuto al grande pubblico, ma è anche un esempio di scrittore che ha attraversato cinquant’anni di vita dell’URSS mantenendo una sua originalità espressiva che – a parte alcuni casi che vedremo – non era perfettamente aderente ai dettami del socrealizm, che dopo la svolta staliniana verrà progressivamente imposto come canone culturale dell’espressione artistica, e nonostante questo non subì conseguenze né personali né artistiche. Paustovskij può essere a tutti gli effetti considerato uno scrittore sovietico ufficiale e leggere la sua opera (che gli valse nel 1965 una candidatura al Nobel) può essere tra l’altro molto utile per capire sin dove potessero spingersi gli intellettuali nei durissimi anni dello stalinismo e in quelli, culturalmente più articolati, del dopoguerra.
Considerata la scarsa conoscenza dell’autore (oggi di suo è disponibile in italiano solo un romanzo storico, edito da una piccola casa editrice) ritengo utile segnalare che è possibile reperire alcune note bibliografiche essenziali nella voce di Wikipedia a lui dedicata (molto più completa è la corrispondente voce in inglese): qui mi limito a dire che nacque nel 1892, visse tra Mosca e l’Ucraina, viaggiò molto in URSS e all’estero e morì nel 1968. Continua a leggere “Un intellettuale integrato ma non prono al potere”

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Il manifesto dell’identità intellettuale di Nabokov (e molto altro)

IlDonoRecensione de Il dono, di Vladimir Nabokov

Adelphi, Gli Adelphi, 1998

Il dono segna la fine della prima fase della produzione letteraria di Nabokov, e la storia della sua pubblicazione è abbastanza contorta. Fu infatti scritto in russo nell’ultimo periodo della permanenza dell’autore a Berlino, tra il 1935 e il 1937, ed apparve a puntate negli anni successivi, su una rivista dell’emigrazione russa a Parigi, in una edizione non integrale. Solo nel 1952 vide la luce integralmente a New York, essendosi l’autore ormai da tempo trasferito prima in Gran Bretagna e poi negli USA, e nel 1963 fu tradotto in inglese (con revisione dello stesso Nabokov). Questa edizione Adelphi è condotta sul testo originale russo. Le peripezie editoriali del libro ben si adattano alla complessità del testo: Il dono è infatti una sorta di autobiografia romanzata dei primi anni berlinesi dell’autore, nella quale sono comprese altre due storie, quella del padre del protagonista e un “libro” su Nikolaj Černyševskij, lo scrittore e pensatore rivoluzionario dell’ottocento russo autore di Che fare?, scritto dal protagonista de Il dono. Queste due storie, che occupano rispettivamente quasi tutto il secondo e l’intero quarto capitolo dei cinque in cui è suddiviso Il dono, sono le colonne su cui si fondano due delle tematiche fondamentali sviluppate nel libro (tematiche peraltro sempre presenti nell’opera di Nabokov, almeno del Nabokov russo: la nostalgia per la Russia prerivoluzionaria – associata ad un profondo disprezzo per la Russia sovietica – e la polemica (che anche in questo caso sfocia nel disprezzo) nei confronti dell’arte utilitaristica, realista, volta all’impegno civile, rappresentata in sommo grado – nell’immaginario dell’intelligentsia russa di inizio ‘900, proprio dall’opera di Černyševskij. Continua a leggere “Il manifesto dell’identità intellettuale di Nabokov (e molto altro)”

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Nascita di uno scrittore

LaVenezianaRecensione de La Veneziana, di Vladimir Nabokov

Adelphi, Biblioteca Adelphi, 1992

Questo volume Adelphi ci offre la possibilità di scoprire la produzione letteraria del giovane Nabokov. Infatti contiene tredici racconti, scritti tra il 1920 e il 1928, ovvero quando l’autore non è ancora trentenne. Alcuni dei racconti vennero pubblicati su riviste dell’emigrazione russa edite a Berlino, mentre altri restarono inediti. Nabokov, infatti, figlio di un noto politico russo, lasciò la Russia con la famiglia dopo la guerra civile (il padre si era schierato con i Bianchi), dapprima in Gran Bretagna, quindi a Berlino e poi ancora a Parigi.
A differenza dei grandi romanzi della maturità (tra cui Lolita), scritti in inglese, questi racconti furono scritti in russo, lingua che Nabokov utilizzò per le sue opere sino alla fine degli anni ’30.
Anche per questo si tratta indubbiamente di un Nabokov molto diverso dallo scrittore americano del secondo dopoguerra, oserei dire di un Nabokov minore. In alcuni racconti, in particolare nei primi due (Lo spirito dei boschi e Suoni, che sono anche le prime prove letterarie dell’autore) affiora a mio avviso una certa ingenuità sia tematica sia stilistica. Entrambi i brevi racconti, pur molto diversi tra di loro, sono intrisi dalla nostalgia per la Russia perduta: nel primo uno Spirito dei boschi viene a trovare lo scrittore nella sua stanza solitaria, e gli narra che anche lui è dovuto scappare dalla Russia, perché i boschi sono stati tagliati o bruciati, e la violenza regna nella grande patria. Il secondo, dai toni più idilliaci, prende lo spunto dal racconto di una relazione amorosa che sta per finire per descrivere l’atmosfera sospesa del settembre 1914, gli ultimi giorni di un mondo cui Nabokov si ricollega nostalgicamente e che verrà inesorabilmente spazzato via dalla guerra e dalla Rivoluzione. Continua a leggere “Nascita di uno scrittore”

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Il manifesto dell’omosessualità come condizione connaturata all’artista

VanjaRecensione di Vanja, di Michail Kuzmin

Edizioni e/o, 1981

Questo vecchio volume delle Edizioni e/o propone il romanzo più famoso di Michail Kuzmin, Vanja, oggi reperibile in un’altra edizione dello stesso autore ed anche come e-book, accompagnato dalla raccolta di poesie Immagini sotto il velo e da un breve saggio di Antonio Veneziani che tratta alcuni aspetti del problema della letteratura omosessuale.
Kuzmin, esponente di spicco del simbolismo russo nel periodo attorno alla rivoluzione sovietica, era infatti omosessuale, e del tema della educazione omosessuale di un giovane agli inizi del secolo (XX) tratta, come dice il sottotitolo, il romanzo che il volume ci presenta.
Prima di addentrarmi nell’analisi del romanzo, mi sembra importante svolgere alcune considerazioni sull’autore e sul contesto sociale e politico in cui agisce, soprattutto sul suo rapporto con la rivoluzione Continua a leggere “Il manifesto dell’omosessualità come condizione connaturata all’artista”

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Il tragico teatro del potere

Rom_TeatraleRecensione di Romanzo Teatrale di Michail A. Bulgakov

Einaudi, Nuovi coralli 177, 1973

Dopo la grande scorpacciata di note e saggi che ha accompagnato Il grande cancelliere, la lettura di questa scarna edizione Einaudi di Romanzo teatrale, nella quale non vi è neppure una prefazione e l’unico breve commento è quello in quarta di copertina, mi ha lasciato un po’ insoddisfatto. Non il romanzo in sé, che pur essendo incompiuto rivela la ovvia grandezza di Bulgakov, ma proprio il fatto che per comprenderlo appieno forse erano necessarie note e spiegazioni.
Infatti il testo abbonda di personaggi che rimandano direttamente all’ambiente culturale e in particolare teatrale della Mosca degli anni ’30, nella quale Bulgakov si muoveva scontrandosi (è questa una delle tematiche fisse della sua produzione letteraria) con la rigidità ideologica del potere staliniano. Molte delle figure che popolano il romanzo hanno come modello scrittori, critici, funzionari di teatro che Bulgakov conosceva bene ma che a noi rimangono ignoti per la mancanza di testi di accompagnamento.
Il romanzo di Bulgakov è come al solito scoppiettante, divertente e scritto con quello stile asciutto, ironico-espressionista che è la cifra dello scrittore.
Ovviamente le vicende del debuttante Maksudov, che entra nel mondo culturale moscovita scrivendo un romanzo ed un dramma teatrale, trovandosi ben presto avvolto nell’assurdità del clima culturale dell’epoca e circondato da “colleghi” accucciati al potere e pronti a pugnalarlo alle spalle, deve essere letta appunto come una satira feroce del rapporto tra l’artista e il potere, nonché della meschinità di gran parte dell’intellettualità russa del tempo. Ma la critica bulgakoviana a mio avviso va al di là di questo specifico argomento: coinvolge il sistema, l’essenza politica del potere sovietico. Come non vedere nell’onnipotente Ivan Vasil’evič, direttore del Teatro Indipendente e depositario della ortodossa teoria della rappresentazione teatrale, la controfigura di Stalin; come non associare alla riunione dei soci fondatori del teatro, che convocano l’autore per decidere se rappresentare il suo dramma, il Politburo del Partito Comunista, dove si prendevano le decisioni che segnavano il destino dell’URSS?
Se quindi si allarga lo sguardo in questo senso, si coglie che il Teatro Indipendente è la metafora del potere sovietico, con la sua stupidità (il dramma non viene rappresentato perché “troppo buono”), i suoi totem (il busto nero di Ostrovskij, onnipresente, ricorda quello di Lenin), l’opportunismo di chi vi è soggetto (ciascun attore pensa solo ad avere una parte), la piccola e grande corruzione (i biglietti gratuiti elargiti a discrezione).
L’incompiutezza del romanzo, che pure presumibilmente ci toglie il gusto di molte pagine, non ci impedisce di capire come andrà a finire: infatti la (finta) prefazione ci dice che l’autore si è suicidato e la pubblicazione è a cura di un suo amico, che peraltro prende le distanze dal contenuto: nell’URSS staliniana era sicuramente più prudente così.

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Un grande con la schiena diritta

Grande_CancRecensione di Il grande Cancelliere e altri inediti di Michaìl A. Bulgakov

Leonardo Editore, 1991

Ho cercato in rete questo tomo per capire se fosse ancora disponibile, naturalmente ottenendo scarsi risultati. Le librerie online più diffuse non l’hanno (solo una lo cita come “non disponibile”) e sul mercato dell’usato si trova con difficoltà.
E’ un vero peccato, perché si tratta di un volume di grande interesse, sia per lo specialista sia per il semplice lettore appassionato di Bulgakov.
Nel libro si trovano in pratica due stesure primordiali di quello che sarebbe stato il grande capolavoro del nostro, vale a dire Il Maestro e Margherita. Il primo abbozzo prende il nome di Il mago nero, mentre il secondo ha come titolo Il grande cancelliere. Mentre Il mago nero è composto di soli 8 capitoli, che rappresentano alcuni frammenti di quello che sarà il romanzo nella sua stesura definitiva, Il grande cancelliere, con i suoi 35 capitoli, è praticamente il romanzo completo, anche se poi Bulgakov ne riscriverà molte parti, avendo strappato e bruciato molti fogli degli originali manoscritti.
La lettura di questi due testi permette quindi di addentrarsi nella genesi di uno dei grandi capolavori del ‘900, e di capire, anche grazie all’imponente corredo di note, l’atmosfera politica e culturale in cui l’autore era immerso e il grande significato politico del romanzo.
Bulgakov scrive infatti il suo capolavoro nel periodo più duro dello stalinismo, quando è un intellettuale guardato con sospetto dal potere, che per poter sopravvivere (letteralmente) deve piegarsi a compromessi spesso dolorosi. La grande valenza di questi inediti sta infatti soprattutto nel permetterci di conoscere alcune delle intenzioni reali di Bulgakov rispetto ad un romanzo che avrebbe dovuto essere, e in gran parte sarà, uno straordinario atto d’accusa nei confronti della società staliniana e del conformismo di gran parte dell’intellighentsia sovietica rispetto ai brutali diktat ideologici del bolscevismo fattosi stato. Per avere la speranza di pubblicare il romanzo, tuttavia, Bulgakov tagliò, limò, in parte edulcorò le prime redazioni, arrivando a eliminare fisicamente le parti più dure e compromettenti dei manoscritti. Sappiamo che questo non gli servì: morì nel 1940 senza che il romanzo venisse completato, e la sua pubblicazione sarà possibile solo nel 1966.
Oltre ai manoscritti ed alle relative note, di grande importanza per capire la genesi del romanzo e il rapporto di Bulgakov con il potere e con Stalin in persona è la ponderosa introduzione di Victor Losev, dal titolo Bulgakov e Stalin, di oltre 60 pagine, che esplora un decennio di attività letteraria dell’autore dalla fine degli anni’20: ne esce il ritratto di un intellettuale integro, che non si piega alle lusinghe del conformismo, che a volte (come detto) accetta per sopravvivere di modificare piccole parti dei suoi scritti, ma sempre senza oltrepassare il limite della coerenza di fondo delle sue idee. I suoi NO gli sono costati l’emarginazione in vita, anche se la sua notorietà internazionale e la complessità del giudizio di Stalin nei suoi confronti gli evitarono guai peggiori.
Completano il volume oltre 100 pagine di lettere scritte da Bulgakov in quegli anni, alle autorità come agli amici.
In definitiva un ottimo libro, che coniuga il piacere della lettura romanzesca all’analisi dell’opera di un grande scrittore del ‘900, che seppe tenere la schiena dritta in un periodo terribile. Un esempio che è sin troppo facile contrapporre all’atteggiamento servile nei confronti del potere di molti intellettuali italiani in questo ultimo ventennio, nel quale per fortuna il tratto dominante non è stato quello della tragedia ma quello della farsa.

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L’arroganza di scienza e potere

ImmagineRecensione di Cuore di Cane di Michaìl A. Bulgakov

Rizzoli, BUR, 1984

Ecco un libro di cui è già stato detto e scritto tutto o quasi.
Cosa aggiungere? Forse solo il mio dissenso rispetto all’attributo di reazionario che qualche recensione su siti specializzati ha affibbiato a Bulgakov.
A mio avviso questo non è un romanzo reazionario: al contrario la sua critica alla Russia postrivoluzionaria è una critica “da sinistra”, se per sinistra si intende una attitudine politica attenta anche agli aspetti umani delle relazioni sociali.
Prima che ogni altra cosa, a mio avviso, Cuore di cane è un libro antipositivista, che ridicolizza la cieca fiducia nella scienza e nel progresso, che era sì l’asse portante del socialismo bolscevico ma che affondava le sue radici nella cultura borghese seguita alla rivoluzione industriale. Il povero Pallino è vittima di una visione del mondo, di cui Filip Filippovič Preobraženskij e Bormental sono i campioni, che pensa di poter sovvertire le leggi di natura con l’arroganza di chi crede di avere capito tutto, ottenendo ovviamente risultati disastrosi.
Certamente questa critica al positivismo assume nella società sovietica che sta tentando di forgiare l’uomo nuovo una forza peculiare, e ad essa si somma la critica alla stupidità e alla burocratizzazione del potere che già costituiva il tratto distintivo dei tempi: tuttavia io credo che Bulgakov avrebbe potuto scrivere lo stesso romanzo (o uno molto simile) anche vivendo nell’occidente dell’inizio del ‘900.
Resta da dire che la lettura di questo piccolo capolavoro è estremamente gradevole, e non sono pochi i momenti in cui si ride di gusto.
Ricordo infine che dal libro è stato tratto nel 1976 un film italiano, dallo stesso titolo, con protagonista un bravissimo Cochi Ponzoni e la regia di Alberto Lattuada.