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Oltre Gogol’, il vero punto di partenza di Dostoevskij

IlSosia

Recensione de Il sosia, di Fëdor Dostoevskij

Feltrinelli, Universale economica – I classici, 2003

Il sosia è un romanzo giovanile di Dostoeskij: apparve nel 1846, quando l’autore era venticinquenne e si era conquistato da poco tempo una certa fama, sia tra il pubblico sia presso i circoli letterari progressisti, con il suo primo racconto, Povera gente, giudicato come l’opera di un nuovo Gogol’, pienamente inserito nel filone della scuola naturale teorizzata da Vissarion Grigor’evič Belinskij, il grande filosofo e critico letterario sostenitore della necessità del realismo in letteratura. Dostoevskij all’epoca professava idee progressiste, era amico di Belinskij e degli autori raccolti attorno a lui, manifestava interesse per il socialismo nascente nell’Europa occidentale.
Quando apparve Il sosia, tuttavia, Belinskij lo stroncò, accusandolo di essere prolisso e confuso, e soprattutto del fatto che nel romanzo predominerebbe un’atmosfera fantastica in luogo della descrizione realistica della condizione degli umili: ”Il fantastico, ai giorni nostri, può trovare il suo posto soltanto nei manicomi e non in letteratura, e di esso si devono occupare i medici, e non i poeti.” Altri critici, all’opposto, ritennero il romanzo di fatto copiato da Gogol’, ed Il sosia non ebbe una buona accoglienza neppure tra il pubblico.
L’accoglienza della critica del tempo ci serve oggi per segnalare come questa opera seconda di Dostoevskij sia di fatto la prima in cui l’autore cerca una sua strada narrativa originale, che si distacchi dal cliché della scuola naturale e nella quale introdurre quella capacità di analisi della psicologia dell’individuo che caratterizzerà la sua produzione posteriore. In altri termini, proprio gli elementi che la critica del tempo indicò come più problematici sono quelli che fanno oggi de Il sosia un tassello importante della produzione letteraria di Dostoevskij e in un certo senso ne certificano la modernità. Continua a leggere “Oltre Gogol’, il vero punto di partenza di Dostoevskij”

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Il capitolo lieve della trilogia su un mondo disfatto

LeFinestreIlluminateRecensione di Le finestre illuminate, di Heimito von Doderer

Einaudi, Nuovi Coralli, 1978

Mi capita spesso di lamentarmi dello stato dell’editoria italiana, ormai secondo me completamente asservita a logiche esclusivamente di mercato, che per loro natura fanno a pugni con quella che dovrebbe essere la missione primaria di chi pubblica libri: diffondere cultura. A volte mi chiedo se questa mia opinione non sia pregiudiziale, viziata dall’avversione di fondo che nutro per il capitalismo e per il dogma della riduzione di qualsiasi valore ed attività a ricerca del profitto. Poi però mi trovo di fronte ad un ennesimo caso clamoroso, come quello dato dal fatto che oggi, in Italia, è impossibile acquistare in libreria qualsiasi opera di un autore importante come Heimito von Doderer, e ciò mi porta a concludere che sul fronte editoriale, soprattutto per quanto riguarda le grandi case, siamo davvero messi male.
Tra gli anni ‘60 e ‘80 del secolo scorso importanti case editrici come Einaudi e Garzanti hanno pubblicato, anche nelle collane economiche, i più importanti romanzi e racconti di questo autore austriaco: memorabile in particolare l’edizione Einaudi in tre volumi del capolavoro di Doderer, I demoni, uno dei romanzi fondamentali della letteratura contemporanea in lingua tedesca. Ancora nel 1999 la casa editrice SE pubblicava un piccolo volume di racconti, Divertimenti e variazioni. Bene, tutti questi libri sono, nei maggiori siti di vendita di libri, esauriti, non ordinabili on-line oppure momentaneamente non disponibili, secondo l’ipocrita indicazione che va per la maggiore. Cosa è successo perché in questo nostro paese che secondo la vulgata mainstream appartiene ad un mondo globalizzato ci sia di fatto impedito di leggere delle opere che nell’Italia provinciale di cinquant’anni fa erano rese largamente disponibili al pubblico, spesso con traduzione e cura dei maggiori intellettuali del tempo? Riflettiamoci, e probabilmente anche per questa via troveremo le radici vere dell’angosciante, ancorché fortemente voluto, impoverimento culturale della nostra società.

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Postimpressionista o premodernista? Semplicemente un capolavoro a cavallo di due epoche

lordjimRecensione di Lord Jim, di Joseph Conrad

Feltrinelli, Universale economica – I classici, 2002

Per uno strano caso mi sono ritrovato a leggere in sequenza tre libri di letteratura inglese editi in un lasso di tempo piuttosto breve, tra il 1886 e il 1912: oltre al piccolo volume contenente tre racconti di Mary Cholmondeley, infatti, prima di Lord Jim ho affrontato Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle. Tutti e tre i libri contengono storie che potrebbero apparire di genere: storie che narrano di avventure, di viaggi in paesi esotici e sconosciuti, oppure storie di terrore. Tutti, infine, sono stati originariamente pubblicati su riviste a larga tiratura, anche se il Blackwood’s Edinburgh Magazine, sul quale apparve a puntate tra 1899 e 1900 (raramente date furono più simboliche) Lord Jim, era una rivista illustre, che aveva ospitato nel tempo autori del calibro di Shelley, Coleridge e Wordsworth, e non può quindi paragonarsi alle riviste popolari su cui pubblicavano Cholmondeley e Doyle.
Le somiglianze tra questi tre libri, però, finiscono qui. Altrove ho già fatto notare la distanza sia formale sia sostanziale che intercorre tra il romanzo di Doyle e i racconti di Cholmondeley: molta di più è possibile rinvenirne tra le opere di questi due autori e il romanzo di Conrad, a testimonianza della straordinaria ricchezza e varietà della letteratura britannica al passaggio tra XIX e XX secolo, della quale peraltro questa triade di autori rappresenta solo una minima parte. Questa distanza può essere espressa con una formulazione qualitativa, che è bene a mio avviso puntualizzare subito: mentre Il mondo perduto si eleva rispetto al romanzo di genere solo formalmente, e unicamente grazie all’abilità tecnica dell’autore, mentre ancora i racconti della Cholmondeley rappresentano sicuramente opere di un livello letterario molto buono, nel caso di Lord Jim ci troviamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro, ad uno dei (secondo me fortunatamente moltissimi) capisaldi della letteratura di tutti i tempi. Continua a leggere “Postimpressionista o premodernista? Semplicemente un capolavoro a cavallo di due epoche”

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La necessaria perpetuazione di un’ideologia superata dai fatti

ilmondoperdutoRecensione de Il mondo perduto, di Arthur Conan Doyle

Bompiani, Tascabili, 2002

La fama di Arthur Conan Doyle è indissolubilmente legata a quella del suo personaggio letterario più famoso: Sherlock Holmes. È così oggi, ma è stato così anche vivente l’autore, tanto che questi una volta disse di odiare il detective di Baker street perché era più famoso di lui, facendolo morire per poi essere costretto a resuscitarlo a furor di popolo (e probabilmente di editore).
In realtà Holmes compare in una parte non preponderante della vastissima produzione letteraria di questo autore, che scrisse numerosi romanzi e racconti di genere fantastico, di avventure, del mistero e del terrore, di ambientazione storica e medica (essendo – come il suo alter-ego letterario dottor Watson – laureato in medicina) nonché saggi sullo spiritismo, disciplina di cui si interessò verso la fine della sua vita.
Una gran parte di queste opere non è mai stata tradotta in italiano, e credo che se ne siano perse le tracce anche in Gran Bretagna, ma altre opere ci permettono di conoscere la produzione relativamente meno nota di Conan Doyle, scritta come detto anche con l’intento di affrancarsi dall’ingombrante detective. Continua a leggere “La necessaria perpetuazione di un’ideologia superata dai fatti”

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Il lato oscuro della realtà nei racconti di una scrittrice misconosciuta

gradinopiubassoRecensione de Il gradino più basso, di Mary Cholmondeley

Sellerio, La memoria, 2003

Questo piccolo volume di Sellerio (meno di 100 pagine compresa la bella postfazione della curatrice Benedetta Bini) mi ha riservato una piacevolissima sorpresa: quella di conoscere, sia pure attraverso tre soli brevi racconti, una autrice di cui si può dire che si siano perse le tracce, o meglio della quale, almeno nel nostro paese, le tracce non sono mai di fatto comparse.
Mary Cholmondeley (il cognome pare si pronunci all’incirca chumdly) non è probabilmente un’autrice imprescindibile, ma sicuramente dalla lettura di questi racconti emerge come scrittrice estremamente raffinata, che potrebbe forse occupare un posto non secondario nell’ambito di quel periodo cruciale per la letteratura britannica, ed in generale per la cultura mondiale, che segna il passaggio dal XIX al XX secolo. Purtroppo questo volumetto è l’unica traduzione di sue opere in italiano, a fronte di una produzione letteraria cospicua.
La sua biografia, così tipica della donna intellettuale del periodo vittoriano, può aiutarci ad avvicinare questa misconosciuta autrice. Continua a leggere “Il lato oscuro della realtà nei racconti di una scrittrice misconosciuta”

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L’anima dello shtetl nei racconti di un padre della cultura yiddish

unconsiglioavvedutoRecensione di Un consiglio avveduto, di Sholem Aleykhem

Adelphi, Piccola biblioteca, 2003

Questo prezioso volumetto della Piccola Biblioteca Adelphi propone tre racconti di un autore poco conosciuto nel nostro paese, ma che, come vedremo, ha avuto un ruolo estremamente importante per lo sviluppo della cultura ebraica nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo.
Sholem Aleykhem (la trascrizione in caratteri latini è variabile, ad esempio si trova anche Shalom Aleichem) è pseudonimo di Sholem Rabinovič, ed in lingua ebraica significa la pace sia con voi ma viene usato anche colloquialmente come espressione di saluto. Lo scrittore nacque in uno shtetl ucraino, allora parte dell’impero zarista, nel 1859, ed è considerato uno dei padri della letteratura yiddish. All’epoca lo yiddish, parlato da milioni di ebrei in tutta l’Europa centro-orientale, era considerato una sorta di vernacolo, e la letteratura ufficiale impiegava l’ebraico, la lingua alta.
Sholem Aleykhem compie, assieme a pochi altri intellettuali tra i quali bisogna citare Mendele Moicher Sforim, una autentica rivoluzione culturale, utilizzando lo yiddish per raccontare le sue storie, che hanno come protagonisti la vita dello shtetl e i suoi abitanti, visti con un occhio ironico intriso del tipico umorismo ebraico, che spesso contiene anche gli elementi di una satira sferzante. Continua a leggere “L’anima dello shtetl nei racconti di un padre della cultura yiddish”

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I mondi di un intellettuale inadeguato a comprenderli

ilmondodiieriRecensione de Il Mondo di ieri, di Stefan Zweig

Mondadori, Oscar, 1979

Recensendo la Novella degli scacchi consigliavo di leggere in sequenza anche Il mondo di ieri, l’autobiografia scritta da Zweig nell’ultimo anno della sua vita e che pare completò proprio il giorno prima di suicidarsi insieme alla giovane moglie nel rifugio brasiliano. Confermo ora questo mio consiglio, anzi lo amplio, nel senso che la lettura de Il mondo di ieri risulta a mio avviso essenziale per comprendere le fondamenta culturali sulle quali si innalza l’edificio dell’opera letteraria di Zweig.
Il sottotitolo di questo libro è Ricordi di un europeo e, se il suo felicissimo titolo è divenuto nel tempo quasi sinonimo dell’Austria asburgica, credo che il sottotitolo rispecchi meglio il senso complessivo del libro, o perlomeno ciò che oggettivamente quest’opera complessa e sfaccettata ci offre. In primo luogo occorre infatti specificare che il libro non si limita alla descrizione, filtrata attraverso le vicende dell’esperienza umana e culturale di Zweig, della società austriaca nel periodo antecedente la prima guerra mondiale. Solo cinque dei diciassette capitoli del libro si occupano in senso stretto della Vienna asburgica, ed un ampio spazio viene riservato da Zweig alla sua vita e agli avvenimenti storici seguenti il 1918, giungendo il racconto sino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Sono quindi tre i mondi che l’intellettuale Zweig si è trovato a affrontare, e di questi almeno uno era drammaticamente il mondo di oggi nel momento in cui veniva fissato sulla carta. Vi è poi il fatto che Zweig si confronta con le vicende che hanno segnato la sua vita da una prospettiva non Viennocentrica. Pur sentendosi profondamente austriaco, come dimostrano i primi capitoli del libro, Zweig si è sempre sentito parte di una comunità intellettuale internazionale, si è sempre aggrappato tenacemente all’idea che la cultura potesse superare ed anche annullare i nazionalismi, venendo peraltro clamorosamente sconfitto dalla Storia. Continua a leggere “I mondi di un intellettuale inadeguato a comprenderli”

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Lo specialista idiota, paradigma del mondo di oggi

novelladegliscacchiRecensione di Novella degli scacchi, di Stefan Zweig

Garzanti, Gli elefanti, 1991

La Novella degli scacchi è probabilmente, insieme a Il mondo di ieri, l’opera più nota di Stefan Zweig, e questi due testi, che a mio avviso dovrebbero essere letti in sequenza perché insieme permettono di comprendere compiutamente la personalità artistica e culturale dell’autore, furono anche gli ultimi da lui scritti prima del suicidio suo e della moglie nell’esilio brasiliano, avvenuto nel febbraio del 1942.
Della figura di Zweig, che nel periodo tra le due guerre mondiali è stato uno degli scrittori più noti e tradotti al mondo, credo sia interessante mettere in rilievo la biografia e in particolare i caratteri del suo impegno civile, perché da questo è possibile contestualizzare, e quindi comprendere meglio, le sue opere letterarie, ed analizzare quindi anche il contenuto della Novella degli scacchi.
Zweig nasce nell’ambiente dell’alta borghesia ebraica viennese: il padre era un importante industriale e la madre figlia di banchieri. Sin da giovanissimo si imbeve di un intenso cosmopolitismo, sia perché la Vienna di allora è il crogiolo delle diverse culture che formano l’impero, sia in quanto il suo status economico e sociale gli permettono di compiere numerosi viaggi in Europa e non solo. L’incontro e l’amicizia con Hofmannsthal sono decisivi nella sua formazione poetica, al pari di quello con Rainer Maria Rilke. Continua a leggere “Lo specialista idiota, paradigma del mondo di oggi”

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La grande letteratura alle radici della Cina moderna

diariodiunpazzoRecensione di Diario di un pazzo – La vera storia di Ah Q, di Lu Xun

Demetra, Acquarelli, 1994

È sempre molto complesso tentare di comprendere appieno testi o altre forme d’arte che appartengono a culture lontane nel tempo e nello spazio dalla nostra, soprattutto se si desidera andare al di là di una analisi di tipo meramente estetico, e cercare di capire perché un prodotto artistico sia stato generato proprio in quella forma e quali ne siano i presupposti sociali e culturali.
Prima di entrare nel merito dei due racconti che questo volume ci propone, è quindi a mio avviso opportuno addentrarci in una sommaria analisi della personalità artistica e civile dell’autore e della situazione del suo paese nell’epoca in cui egli visse, perché senza questi appigli credo non sia possibile andare oltre la superficie di queste due importanti opere.
Lu Xun, nato nel 1881 e morto nel 1936, è uno dei più importanti scrittori cinesi moderni. Fu saggista, poeta, traduttore e critico letterario, professore universitario e figura di riferimento degli intellettuali di sinistra nel convulso periodo della storia cinese che va dalla guerra russo-giapponese, combattuta anche in Cina, alla fine del millenario impero ormai del tutto asservito alle potenze occidentali (1911-12, Rivoluzione Xinhai) sino ai primi anni della guerra rivoluzionaria che avrebbe portato alla vittoria dei comunisti e, nel 1949, alla fondazione della Repubblica popolare cinese. Sono questi anni di profonde e drammatiche trasformazioni nella società cinese, che in pochi decenni passerà da un potere di tipo feudale che sembrava eterno alla repubblica parlamentare, alla dittatura nazionalista di Chiang Kai-shek e alla repubblica popolare, conoscendo inoltre le atrocità dell’occupazione giapponese di buona parte del suo territorio. Continua a leggere “La grande letteratura alle radici della Cina moderna”