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Un mondo comico irriducibile alla gabbia letteraria

OQuestUomoeMortoRecensione di O quest’uomo è morto, o il mio orologio si è fermato, di Groucho Marx

Einaudi, Stile libero, 2001

Je suis Marxiste, tendance Groucho è il graffito più irriverente e famoso del maggio francese. Mi piace immaginare che lo abbia scritto lo stesso Groucho, perché l’irriverenza verso i luoghi comuni e le frasi fatte, la capacità di stravolgere l’apparenza logica delle cose attraverso calembours e giochi di parole, mettendo a nudo l’assurdità di ciò che consideriamo scontato, la satira nei confronti delle convenzioni e della costruzione sociale sono i tratti che contraddistinguono la comicità di Groucho Marx, o per meglio dire quella dei Fratelli Marx.
Questo volume Einaudi ha sicuramente il pregio di riproporci un ampio ventaglio della produzione letteraria di Groucho, che comprende alcune delle più famose scene tratte dalle commedie di Broadway e dai film del periodo d’oro dei Fratelli ma anche materiale meno scontato, quali le lettere scritte da Groucho a T.S. Eliot, di cui era amico, oppure gli articoli che nel corso degli anni scrisse per prestigiose riviste e quotidiani, oppure infine una scelta di dialoghi tratti dalla conduzione di You bet your life, la trasmissione prima radiofonica e poi televisiva che gli diede una nuova popolarità nel secondo dopoguerra.
Il libro si scontra però, soprattutto nella prima parte – che propone parti delle sceneggiature di commedie e film – con alcuni ostacoli insormontabili, connessi alla natura stessa della comicità di Groucho e fratelli, che risulta irriducibile ad una decrittazione puramente letteraria. Continua a leggere “Un mondo comico irriducibile alla gabbia letteraria”

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I dolori del giovane Thomas: l’arte contro la vita e molto altro nei racconti dell’epoca dei Buddenbrook

PadroneeCaneRecensione di Padrone e cane e altri racconti, di Thomas Mann

Feltrinelli, Universale economica, 1994

Questo volume edito parecchi anni fa da Feltrinelli contiene quattordici racconti di Thomas Mann: il libro è aperto dal racconto che gli dà il titolo, Padrone e cane, scritto nel 1919, ed è seguito da racconti raccolti in ordine cronologico appartenenti agli esordi dello scrittore, editi tra il 1896 e il 1905. Questa scelta è forse dettata dal fatto che Padrone e cane è uno dei racconti più noti di Mann, tuttavia appare a mio avviso filologicamente incongrua, appartenendo tale racconto ad una stagione creativa affatto diversa rispetto agli altri, che invece rappresentano bene l’evoluzione della poetica dell’autore di Lubecca nei primi anni della sua attività letteraria (anni che, occorre ricordarlo, comprendono anche la pubblicazione di capolavori come I Buddenbrook, 1901 e Tonio Kröger, 1903). Mi prendo quindi la libertà di ristabilire l’ordine naturale delle cose, commentando per primi i racconti raccolti in ordine cronologico e lasciando per ultimo Padrone e cane, che tra l’altro mi sembra tra i meno significativi.
Il primo racconto proposto è Delusione. Scritto durante un viaggio in Italia da un Mann ventenne, ed ambientato a Venezia, è poco più di un abbozzo, che rivela l’incertezza, anche stilistica, dell’acerbo autore. Il protagonista una sera siede al tavolino di un caffè di Piazza San Marco; un uomo, che poteva avere trent’anni, oppure cinquanta, notato nei giorni precedenti perché passava continuamente per la piazza parlando da solo, gli attacca bottone, lanciandosi in un lungo monologo. Raccontando alcuni episodi della sua vita l’uomo, significativamente un tedesco figlio di un pastore protestante, lamenta la sua delusione nei confronti della vita, che non è stata in grado di dargli quelle emozioni forti cui aspirava da giovane. Così non ha provato una grande paura e un grande dolore per l’incendio della casa in cui viveva da bambino e più tardi per l’abbandono da parte della donna amata, e si è ritrovato a pensare è tutto qui? Neppure la grande arte ed i momenti di felicità gli hanno dato molto, e persino la morte sarà un’esperienza deludente. Nel breve racconto, quasi un piccolo saggio, il giovane Mann ci espone già alcuni dei temi della sua letteratura posteriore: il senso di crisi e di inadeguatezza dell’individuo nei confronti dell’ottimismo borghese, qui declinato come critica alla retorica romantica dei grandi sentimenti. Manca tuttavia ciò che caratterizzerà le opere immediatamente successive: la piena contestualizzazione sociale della crisi, che qui è giocata come contrasto tutto interno al sentire dell’individuo. Continua a leggere “I dolori del giovane Thomas: l’arte contro la vita e molto altro nei racconti dell’epoca dei Buddenbrook”

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Il prezioso documento di una civiltà rurale lontana ma così vicina

LaLeggendadellaMorteRecensione de La leggenda della morte, di Anatole Le Braz

Sellerio, La memoria, 2003

Chiunque abbia visitato la Bretagna sarà probabilmente rimasto affascinato dalla peculiarità che assume l’arte religiosa in quella regione così poco francese. Ciò che colpisce a prima vista è soprattutto l’aspetto popolare dei monumenti e degli edifici religiosi. Le chiese, con l’eccezione delle cattedrali cittadine, presentano in genere architetture nelle quali il gotico, che ne è lo stile dominante, assume forme quasi dimesse: raramente vi è lo slancio verso l’alto tipico dell’ortodossia di questo stile, e molte chiese sembrano semplici case di grigio granito cui siano stati incongruamente aggiunti portali e finestre ad arco acuto. L’interno contrasta ancora di più con i canoni del gotico, essendo in genere luminoso e colorato: le navate sono ricche di statue in legno policromo di santi ritratti con fattezze di popolani, accanto a cui spesso si trovano i simboli dei mestieri di contadino o di marinaio. Ma sono i famosi recinti parrocchiali dei villaggi della Bassa Bretagna, al cui interno troviamo gli splendidi calvari brulicanti di figure scolpite, a segnare l’apoteosi dell’arte religiosa bretone. Nel calvario bretone le croci che svettano verso il cielo sono quasi solo un elemento secondario, perché il vero cuore del complesso è il popolo di figuranti scolpito nel granito alla base delle croci: l’immediatezza, l’ingenua espressività di quelle statue, in cui spesso riconosciamo i tratti degli abitanti di quelle terre, ci restituiscono il senso di un’esperienza religiosa che faceva parte di un sentire comune, cui si faceva riferimento per dare un senso ad una condizione materiale segnata dalla miseria e dalla costante vicinanza della morte, e che esprimeva questa partecipazione collettiva anche attraverso le manifestazioni dell’arte, altrove volta a celebrare una divinità distante e idealizzata. Sembra al visitatore che in questa terra la religione, intesa come insieme di credenze e di regole sociali condivise, abbia giocato un ruolo fondamentale nella definizione dell’identità stessa della popolazione, sicuramente più che nel resto della Francia e in altre regioni rurali d’Europa. Quasi sempre infatti, anche nelle terre che hanno espresso forti sentimenti di religiosità popolare (si pensi al nostro meridione o alla Spagna), questi sono espressi attraverso cerimonie e manifestazioni, mentre l’architettura resta latrice di un messaggio ufficiale attraverso cui la Chiesa spiega al popolo in maniera unidirezionale i propri dogmi. In Bretagna sembra di poter dire che il sentimento popolare abbia partecipato attivamente alla costruzione delle forme attraverso cui tale messaggio è stato costruito. Continua a leggere “Il prezioso documento di una civiltà rurale lontana ma così vicina”

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L’enigma di un autore e di un romanzo astratti

LaStoriadiMiaMoglieRecensione de La storia di mia moglie, di Milán Füst

Adelphi, Fabula, 2002

Molto scarne sono le notizie che ho potuto reperire in rete su Milán Füst, l’autore di questo ponderoso romanzo edito da Adelphi nel 2002. Nato nel 1888 e morto nel 1967, è considerato uno dei più innovativi autori ungheresi del XX secolo, particolarmente attento ai tratti della letteratura occidentale; nel 1948 ricevette il Premio Kossuth, massima onorificenza artistica del suo paese, e fu candidato al Premio Nobel nel 1965. Della sua produzione letteraria in Italia, ma anche in molti altri paesi, è noto solo questo romanzo, considerato il suo capolavoro. Uscito in Ungheria nel 1942, rimase sconosciuto in occidente sino al 1958, quando Gallimard lo pubblicò in Francia.
Füst per me attraversa quindi quasi come un fantasma la prima metà del XX secolo, un periodo segnato per la sua patria, come per l’Europa intera, da sconvolgimenti epocali: la prima guerra mondiale con la caduta dell’impero austro-ungarico, la breve rivoluzione comunista di Bela Kun, il primo dopoguerra con l’affermarsi del revanchismo magiaro e del regime parafascista dell’Ammiraglio Horthy, la seconda guerra mondiale, l’instaurarsi del regime comunista, la rivolta di Budapest del ‘56 e la successiva destalinizzazione. Durante tutti questi avvenimenti Milán Füst vive in Ungheria, con incarichi accademici sia nel primo sia nel secondo dopoguerra, da quanto ho potuto desumere chiuso in una sorta di isolamento intellettuale, alle prese con la sua salute cagionevole. Come si pone di fronte a questi fatti? Quali ne sono le conseguenze sulla sua vita? Che posizioni assume? Cosa traspone di questi drammi collettivi nelle sue opere? Sono domande che forse potrebbero trovare risposta se venissero edite altre sue opere, in particolare il diario che tenne dal 1904, andato però in larga parte distrutto e le cui parti superstiti non mi risulta siano mai state pubblicate in occidente. Continua a leggere “L’enigma di un autore e di un romanzo astratti”

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Oltre Gogol’, il vero punto di partenza di Dostoevskij

IlSosia

Recensione de Il sosia, di Fëdor Dostoevskij

Feltrinelli, Universale economica – I classici, 2003

Il sosia è un romanzo giovanile di Dostoeskij: apparve nel 1846, quando l’autore era venticinquenne e si era conquistato da poco tempo una certa fama, sia tra il pubblico sia presso i circoli letterari progressisti, con il suo primo racconto, Povera gente, giudicato come l’opera di un nuovo Gogol’, pienamente inserito nel filone della scuola naturale teorizzata da Vissarion Grigor’evič Belinskij, il grande filosofo e critico letterario sostenitore della necessità del realismo in letteratura. Dostoevskij all’epoca professava idee progressiste, era amico di Belinskij e degli autori raccolti attorno a lui, manifestava interesse per il socialismo nascente nell’Europa occidentale.
Quando apparve Il sosia, tuttavia, Belinskij lo stroncò, accusandolo di essere prolisso e confuso, e soprattutto del fatto che nel romanzo predominerebbe un’atmosfera fantastica in luogo della descrizione realistica della condizione degli umili: ”Il fantastico, ai giorni nostri, può trovare il suo posto soltanto nei manicomi e non in letteratura, e di esso si devono occupare i medici, e non i poeti.” Altri critici, all’opposto, ritennero il romanzo di fatto copiato da Gogol’, ed Il sosia non ebbe una buona accoglienza neppure tra il pubblico.
L’accoglienza della critica del tempo ci serve oggi per segnalare come questa opera seconda di Dostoevskij sia di fatto la prima in cui l’autore cerca una sua strada narrativa originale, che si distacchi dal cliché della scuola naturale e nella quale introdurre quella capacità di analisi della psicologia dell’individuo che caratterizzerà la sua produzione posteriore. In altri termini, proprio gli elementi che la critica del tempo indicò come più problematici sono quelli che fanno oggi de Il sosia un tassello importante della produzione letteraria di Dostoevskij e in un certo senso ne certificano la modernità. Continua a leggere “Oltre Gogol’, il vero punto di partenza di Dostoevskij”

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Il capitolo lieve della trilogia su un mondo disfatto

LeFinestreIlluminateRecensione di Le finestre illuminate, di Heimito von Doderer

Einaudi, Nuovi Coralli, 1978

Mi capita spesso di lamentarmi dello stato dell’editoria italiana, ormai secondo me completamente asservita a logiche esclusivamente di mercato, che per loro natura fanno a pugni con quella che dovrebbe essere la missione primaria di chi pubblica libri: diffondere cultura. A volte mi chiedo se questa mia opinione non sia pregiudiziale, viziata dall’avversione di fondo che nutro per il capitalismo e per il dogma della riduzione di qualsiasi valore ed attività a ricerca del profitto. Poi però mi trovo di fronte ad un ennesimo caso clamoroso, come quello dato dal fatto che oggi, in Italia, è impossibile acquistare in libreria qualsiasi opera di un autore importante come Heimito von Doderer, e ciò mi porta a concludere che sul fronte editoriale, soprattutto per quanto riguarda le grandi case, siamo davvero messi male.
Tra gli anni ‘60 e ‘80 del secolo scorso importanti case editrici come Einaudi e Garzanti hanno pubblicato, anche nelle collane economiche, i più importanti romanzi e racconti di questo autore austriaco: memorabile in particolare l’edizione Einaudi in tre volumi del capolavoro di Doderer, I demoni, uno dei romanzi fondamentali della letteratura contemporanea in lingua tedesca. Ancora nel 1999 la casa editrice SE pubblicava un piccolo volume di racconti, Divertimenti e variazioni. Bene, tutti questi libri sono, nei maggiori siti di vendita di libri, esauriti, non ordinabili on-line oppure momentaneamente non disponibili, secondo l’ipocrita indicazione che va per la maggiore. Cosa è successo perché in questo nostro paese che secondo la vulgata mainstream appartiene ad un mondo globalizzato ci sia di fatto impedito di leggere delle opere che nell’Italia provinciale di cinquant’anni fa erano rese largamente disponibili al pubblico, spesso con traduzione e cura dei maggiori intellettuali del tempo? Riflettiamoci, e probabilmente anche per questa via troveremo le radici vere dell’angosciante, ancorché fortemente voluto, impoverimento culturale della nostra società.

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Postimpressionista o premodernista? Semplicemente un capolavoro a cavallo di due epoche

lordjimRecensione di Lord Jim, di Joseph Conrad

Feltrinelli, Universale economica – I classici, 2002

Per uno strano caso mi sono ritrovato a leggere in sequenza tre libri di letteratura inglese editi in un lasso di tempo piuttosto breve, tra il 1886 e il 1912: oltre al piccolo volume contenente tre racconti di Mary Cholmondeley, infatti, prima di Lord Jim ho affrontato Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle. Tutti e tre i libri contengono storie che potrebbero apparire di genere: storie che narrano di avventure, di viaggi in paesi esotici e sconosciuti, oppure storie di terrore. Tutti, infine, sono stati originariamente pubblicati su riviste a larga tiratura, anche se il Blackwood’s Edinburgh Magazine, sul quale apparve a puntate tra 1899 e 1900 (raramente date furono più simboliche) Lord Jim, era una rivista illustre, che aveva ospitato nel tempo autori del calibro di Shelley, Coleridge e Wordsworth, e non può quindi paragonarsi alle riviste popolari su cui pubblicavano Cholmondeley e Doyle.
Le somiglianze tra questi tre libri, però, finiscono qui. Altrove ho già fatto notare la distanza sia formale sia sostanziale che intercorre tra il romanzo di Doyle e i racconti di Cholmondeley: molta di più è possibile rinvenirne tra le opere di questi due autori e il romanzo di Conrad, a testimonianza della straordinaria ricchezza e varietà della letteratura britannica al passaggio tra XIX e XX secolo, della quale peraltro questa triade di autori rappresenta solo una minima parte. Questa distanza può essere espressa con una formulazione qualitativa, che è bene a mio avviso puntualizzare subito: mentre Il mondo perduto si eleva rispetto al romanzo di genere solo formalmente, e unicamente grazie all’abilità tecnica dell’autore, mentre ancora i racconti della Cholmondeley rappresentano sicuramente opere di un livello letterario molto buono, nel caso di Lord Jim ci troviamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro, ad uno dei (secondo me fortunatamente moltissimi) capisaldi della letteratura di tutti i tempi. Continua a leggere “Postimpressionista o premodernista? Semplicemente un capolavoro a cavallo di due epoche”

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La necessaria perpetuazione di un’ideologia superata dai fatti

ilmondoperdutoRecensione de Il mondo perduto, di Arthur Conan Doyle

Bompiani, Tascabili, 2002

La fama di Arthur Conan Doyle è indissolubilmente legata a quella del suo personaggio letterario più famoso: Sherlock Holmes. È così oggi, ma è stato così anche vivente l’autore, tanto che questi una volta disse di odiare il detective di Baker street perché era più famoso di lui, facendolo morire per poi essere costretto a resuscitarlo a furor di popolo (e probabilmente di editore).
In realtà Holmes compare in una parte non preponderante della vastissima produzione letteraria di questo autore, che scrisse numerosi romanzi e racconti di genere fantastico, di avventure, del mistero e del terrore, di ambientazione storica e medica (essendo – come il suo alter-ego letterario dottor Watson – laureato in medicina) nonché saggi sullo spiritismo, disciplina di cui si interessò verso la fine della sua vita.
Una gran parte di queste opere non è mai stata tradotta in italiano, e credo che se ne siano perse le tracce anche in Gran Bretagna, ma altre opere ci permettono di conoscere la produzione relativamente meno nota di Conan Doyle, scritta come detto anche con l’intento di affrancarsi dall’ingombrante detective. Continua a leggere “La necessaria perpetuazione di un’ideologia superata dai fatti”

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Il lato oscuro della realtà nei racconti di una scrittrice misconosciuta

gradinopiubassoRecensione de Il gradino più basso, di Mary Cholmondeley

Sellerio, La memoria, 2003

Questo piccolo volume di Sellerio (meno di 100 pagine compresa la bella postfazione della curatrice Benedetta Bini) mi ha riservato una piacevolissima sorpresa: quella di conoscere, sia pure attraverso tre soli brevi racconti, una autrice di cui si può dire che si siano perse le tracce, o meglio della quale, almeno nel nostro paese, le tracce non sono mai di fatto comparse.
Mary Cholmondeley (il cognome pare si pronunci all’incirca chumdly) non è probabilmente un’autrice imprescindibile, ma sicuramente dalla lettura di questi racconti emerge come scrittrice estremamente raffinata, che potrebbe forse occupare un posto non secondario nell’ambito di quel periodo cruciale per la letteratura britannica, ed in generale per la cultura mondiale, che segna il passaggio dal XIX al XX secolo. Purtroppo questo volumetto è l’unica traduzione di sue opere in italiano, a fronte di una produzione letteraria cospicua.
La sua biografia, così tipica della donna intellettuale del periodo vittoriano, può aiutarci ad avvicinare questa misconosciuta autrice. Continua a leggere “Il lato oscuro della realtà nei racconti di una scrittrice misconosciuta”