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L’ideale dell’ostrica a Brooklyn

IlCommessoRecensione de Il commesso, di Bernard Malamud

Einaudi, Tascabili, 1999

Bernard Malamud è considerato uno dei padri della letteratura ebraico-statunitense del secondo dopoguerra, accanto a nomi come Saul Bellow, Norman Mailer, J.D. Salinger e altri, cui seguirono autori ancora attivi quali Philip Roth, Chaim Potock e Paul Auster, tanto per citare i più noti.
Tra la fine degli anni ’40 e il decennio successivo gli Stati Uniti vissero, in seguito alla vittoria della guerra e a tutto ciò che questo comportò in termini economici, lo straordinario boom che avrebbe cambiato per sempre la società: furono anni in cui venne confezionato il sogno americano di una nazione in grado di offrire a tutti una possibilità. Questo sogno era però basato, esattamente come ora, sull’esaltazione della competizione, sulla colpevolizzazione e sull’abbandono di chi non ce la faceva, oltre che sull’instillazione scientifica della paura del diverso, soprattutto del comunista, al fine di esercitare un rigido controllo politico volto a estirpare qualsiasi voce che mettesse in discussione seriamente il sistema.
Anni esaltanti, per certi versi, ma anche crudeli per una parte non indifferente della popolazione. Il disagio sociale e esistenziale che quel modello di società – in tumultuosa evoluzione e basato su un darwinismo sociale appena mitigato dalle nascenti politiche di welfare – creava, colpiva maggiormente quelle componenti del melting pot provenienti da aree diverse e legate a tradizioni culturali non identificabili con quella dominate, di matrice anglosassone.
Non è un caso, quindi, che proprio in questo periodo – dopo sporadici antefatti quali Chiamalo sonno di Henry Roth (1934) o le opere di Nathanael West – si sviluppi una specifica letteratura ebraico-statunitense i cui autori, quasi sempre emigrati o figli di emigrati dall’Europa, hanno in comune il tema dell’analisi delle contraddizioni che la società nordamericana apre rispetto all’essere ebreo, tema esplorato ovviamente a partire dalla diversa sensibilità e con le svariate modalità espressive di ogni autore. Ovviamente il fatto che questa generazione di autori si trovi a scrivere pochi anni dopo la shoah non è irrilevante nel determinare il tono complessivo della loro opera.
Bernard Malamud si inserisce in questa corrente narrativa con una propria, pacata specificità. La sua opera, fatta di alcuni romanzi e numerosi racconti, non presenta la profondità analitica di Saul Bellow o la visionaria violenza di Norman Mailer: si caratterizza piuttosto per un realismo desolato che rifiuta qualsiasi sperimentalismo espressivo e mette in scena attraverso una prosa piana e attenta ai dettagli storie di ordinaria solitudine e desolazione, storie di vinti dalla società ma anche storie di possibilità di una redenzione, legata per lo più al riconoscimento e all’accettazione della propria condizione. Continua a leggere “L’ideale dell’ostrica a Brooklyn”

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Ambiguità ed equivoci che svelano la stupidità

AvventurediunGiovaneUfficialeinPoloniaRecensione di Avventure di un giovane ufficiale in Polonia, di Alexander Lernet-Holenia

Adelphi, Biblioteca, 2004

Avventure di un giovane ufficiale in Polonia, pubblicato nel 1932 quando Lernet-Holenia era trentacinquenne, è il secondo romanzo dello scrittore austriaco.
È un romanzo dal cui tono apparentemente leggero e scanzonato si potrebbe dedurre una distanza sostanziale rispetto alle prove più celebrate, quali ad esempio Lo stendardo, che pure è di pochi anni successivo e Marte in Ariete, del 1941, considerato il suo capolavoro. Per questi motivi è ritenuto un testo minore, in qualche modo immaturo, dell’autore. Eppure ad una attenta lettura questa quasi-commedia, ambientata durante la prima guerra mondiale, da un lato rivela tutta la maestria letteraria di Lernet-Holenia, dall’altro si presenta di una estrema complessità interpretativa e preannuncia alcune delle tematiche fondamentali che costituiranno l’ossatura delle sue opere posteriori.
La prima cosa da dire è che Avventure di un giovane ufficiale in Polonia è un breve romanzo estremamente gradevole da leggere e particolarmente divertente. Narra le avventure di un giovanissimo ussaro tedesco, il sottotenente Keller, che durante una carica di cavalleria del suo squadrone contro i russi sul fronte polacco viene disarcionato e sviene. Pochi giorni dopo, braccato dai cosacchi, si rifugia in una misera casa di un villaggio polacco, dove vivono un certo Hartlieb e l’ex ufficiale russo Lavrent’ev, ormai inabile alle armi avendo perso un braccio, i quali sotto la minaccia della pistola di Keller lo nascondono. Scampato il pericolo dei cosacchi, che perquisiscono inutilmente la casa, tra Keller e i due che lo ospitano nasce una sorta di complicità, e Lavrent’ev narra all’ussaro la sua triste storia di ufficiale degradato per colpe altrui e della conseguente perdita della moglie e delle due figlie. Keller chiede ad Hartlieb dei vestiti civili per poter fuggire: quelli che lo mimetizzano meglio sono di una contadina rutena, in quanto grazie alla giovane età e alle fattezza delicate Keller, con un fazzoletto in testa, può sembrare una donna, tanto più che sin da piccolo gli è sempre piaciuto indossare abiti femminili. Continua a leggere “Ambiguità ed equivoci che svelano la stupidità”

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Il realismo fiabesco di un romanzo consolatorio

LImperatorediPortugalliaRecensione de L’imperatore di Portugallia, di Selma Lagerlöf

Iperborea, 2003

L’imperatore di Portugallia è il primo romanzo di Selma Lagerlöf che leggo, e non essendo, a detta di molti critici, il suo capolavoro, può darsi che la sua lettura non sia sufficiente per articolare complessivamente un giudizio sull’autrice. Tuttavia pare che questo romanzo sia pienamente ascrivibile alla poetica della scrittrice svedese; se così fosse mi sento di affermare sin da subito che Selma Lagerlöf rappresenta, nel panorama della letteratura europea del primo ‘900, una autrice minore, se non secondaria.
L’imperatore di Portugallia viene pubblicato nel 1914, cinque anni dopo l’attribuzione all’autrice del premio Nobel per la letteratura, prima donna a riceverlo. Questa data assume quasi un valore simbolico, essendo l’anno della deflagrazione del primo conflitto mondiale. Da almeno un ventennio le varie forme di espressione artistica stanno subendo una sorta di irreversibile rivoluzione, dovuta alla consapevolezza della crisi di valori e della crescente ingiustizia sociale che caratterizzano lo sviluppo della società industriale. L’ottimismo di facciata della Belle Époque in un progresso tecnologico e morale che avrebbe condotto inevitabilmente l’umanità verso la felicità, che trovava la sua espressione teorica nel determinismo positivista, aveva ormai da tempo lasciato spazio ad una visione angosciosa ed angosciante della società, nella quale prevalevano elementi disgregatori e la coscienza dell’alienazione come cifra dell’esistenza. Il movimento operaio, la prospettiva di una trasformazione radicale della società in senso egualitario era vissuto dalla società borghese come un incubo in grado di demolire i privilegi della classe dominate, e gli stessi socialisti (almeno i più avvertiti tra di loro) erano consci delle difficoltà e dei sacrifici che la rivoluzione avrebbe comportato. Il capitalismo delle grandi potenze si era evoluto in imperialismo, e venti di guerra per il dominio delle risorse africane ed asiatiche erano all’ordine del giorno. La nascita della psicanalisi fornisce nuovi strumenti per la conoscenza del comportamento umano e delle pulsioni profonde che lo condizionano, evidenziando il ruolo primario della sessualità, grande tabu della società ottocentesca. Continua a leggere “Il realismo fiabesco di un romanzo consolatorio”

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Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose

LaTerzaNottediValpurgaRecensione de La terza notte di Valpurga, di Karl Kraus

Editori Riuniti, Nuova biblioteca di cultura, 1996

Su Hitler non mi viene in mente nulla. Quasi tutte le recensioni che ho letto de La terza notte di Valpurga prendono le mosse o comunque citano il celebre incipit di questo straordinario pamphlet di Karl Kraus. Giustamente celebre, direi, perché riassume in poche parole tutto il disprezzo che Kraus nutriva nei confronti del nazionalsocialismo e del suo capo. Un disprezzo, prima ancora e più ancora che politico, culturale e quasi viscerale da parte di un intellettuale che aveva speso tutta la sua vita nella difesa della parola, della lingua come espressione della bellezza e della verità, nella affermazione della assoluta necessità della corrispondenza tra linguaggio e pensiero, e che vedeva ora l’oltraggio della parola, l’uso della lingua come sistematica menzogna, la volgarità di non-concetti espressi in un tedesco deturpato anche sintatticamente, affascinare milioni di persone e farsi Stato. Dichiarare che non gli venisse in mente nulla è quindi per Kraus il modo più netto per non attribuire al capo del nazismo la dignità di essere suo interlocutore, per relegarlo – quasi per una sorta di beffardo contrappasso – al livello di untermensch.
Naturalmente a Kraus, nei mesi compresi tra l’aprile e il settembre 1933, poco dopo quindi la presa del potere da parte di Hitler, quando elabora questo testo, di cose sul nazismo e il suo capo ne vengono in mente moltissime, abbastanza per scrivere un saggio di alcune centinaia di pagine che rappresenta, anche per la sua precocità, un documento che testimonia l’eccezionale lucidità di analisi, sconfinante a tratti nella capacità profetica, dell’autore de Gli ultimi giorni dell’Umanità. Kraus concepì questo scritto come un supplemento alla sua rivista Die Fackel, ma non lo pubblicò mai integralmente. Morì di lì a tre anni, e La terza notte di Valpurga fu edito solamente nel primo dopoguerra. Continua a leggere “Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose”

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Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario

LoroeIoRecensione di Loro e io, di Jerome Klapka Jerome

Rizzoli, SuperBUR classici, 2002

Vi sono scrittori che si identificano in un solo libro. È forse il caso di Jerome Klapka Jerome, che fu giornalista e autore di numerosi romanzi, per lo più umoristici, ma che vede la sua fama indissolubilmente legata al più famoso tra questi, Tre uomini in barca (per non parlar del cane), che ancora oggi è considerato un classico dell’umorismo di tutti i tempi.
Per la verità anche altre opere dell’autore inglese sono edite ai nostri giorni, ma è indubbio che l’ingombrante capolavoro costituisca di gran lunga il medium attraverso il quale il grande pubblico si accosta a Jerome, anche perché il resto della sua produzione letteraria non raggiunge, a detta della critica, le vette umoristiche toccate nel suo piccolo capolavoro.
Tra le opere minori di Jerome una certa attenzione editoriale, anche nel nostro Paese, è stata dedicata a Loro e io, romanzo del 1909, scritto quindi vent’anni dopo Tre uomini in barca, quando l’autore, cinquantenne, si era ormai affermato proprio a causa del clamoroso successo anche internazionale di tale romanzo, cui per la verità non ne era seguìto di analogo per le sue opere successive.
Come spesso accade nelle opere di Jerome, Loro e io è scritto in prima persona. Il narratore è scopertamente l’autore stesso: si tratta infatti di uno scrittore umoristico cinquantenne, sposato con Ethelbertha e padre di tre rampolli, che acquista una casa in campagna. Il rapporto tra il padre e i figli, i cambiamenti nella vita della famiglia che questo trasloco comporta, il nuovo ambiente e le nuove conoscenze, i piccoli inconvenienti derivanti dal doversi adattare alla nuova realtà sono altrettanti spunti umoristici che Jerome sviluppa con il consueto garbo e con una prosa che, anziché indurre al riso a volte sfrenato come accade in Tre uomini in barca, qui porta il lettore tuttalpiù verso il sorriso.
Il padre narratore e i tre figli sono i protagonisti assoluti attorno a cui ruota tutto il romanzo, come si può dedurre anche dal suo titolo. Il maggiore è Dick, ventunenne che studia svogliatamente a Cambridge. Di poco più giovane di lui è Robina, avviata ad un futuro di moglie messo però in dubbio dalla sua personalità in qualche modo irrequieta e ribelle. Infine c’è Veronica, di nove anni, che vive come un sopruso il suo stato infantile e la cui logica ingenua ma ferrea è in grado di mandare in crisi le convenzioni cui è sottoposta per il suo essere la più piccola della famiglia. Continua a leggere “Temi importanti trattati con un complice sorriso bonario”

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Le vite sbagliate di un mondo in sfacelo

PrincipesseRecensione di Principesse, di Eduard von Keyserling

Adelphi, Gli Adelphi, 2001

Tra i numerosissimi autori mitteleuropei del primo novecento Eduard von Keyserling non è senza dubbio il più noto. Discendente da una famiglia di antica nobiltà dell’area baltica (la cittadina in cui nacque con il titolo di conte ora si trova in Lettonia), sul finire del secolo, quarantenne, si trasferì a Monaco di Baviera, dove scrisse gran parte delle sue opere letterarie, morendo di sifilide, da cui era affetto da decenni, nel 1918, un paio di mesi prima della fine del conflitto mondiale.
Scrisse romanzi, novelle e racconti, nonché alcuni drammi teatrali ormai dimenticati; le sue tematiche predilette, se si escludono le prime prove – ancora influenzate da echi naturalistici – vertono sull’analisi della decadenza della nobiltà rurale baltica e sui drammi psicologici e umani legati alla fine di quel mondo: per questo è stato definito il Fontane baltico, anche se numerosi tratti, a partire da una maggiore levità nella descrizione dei sentimenti e delle pulsioni umane, tra i quali l’erotismo, che nella sua prosa risulta sottilmente sublimato, lo distinguono dall’autore di Effi Briest. Keyserling viene anche spesso definito autore impressionista, per la sua capacità di descrivere il paesaggio e la natura del nord con pennellate ricche di colori, spesso tenui ma a volte carichi, e di farli divenire elementi essenziali delle storie che racconta.
Principesse è la sua ultima opera, edita un anno prima della morte, e forse non è il suo capolavoro, ma è sicuramente un romanzo intenso e struggente, una delle sue peculiari storie del castello in grado di restituirci il sapore della fine di un’epoca.
Lo scenario in cui si svolge la vicenda è quello del feudo di Gutheiden, in cui si è ritirata dopo avere vissuto per anni a corte, rimasta vedova di un marito che l’aveva resa infelice, la ancora piacente principessa Adelheid Neustatt-Birkenstein con le tre giovani figlie. La maggiore, Roxane, sta per sposare un principe russo, quindi si trasferirà presto a Pietroburgo. Eleonore è destinata a fidanzarsi con un cugino, rampollo della famiglia regnante. La più piccola, Marie, è poco più che adolescente e di salute cagionevole.
Le finanze della tenuta non vanno granché bene, ma la situazione è tenuta sotto controllo, oltre che dall’amministratore, anche dal conte Donalt Streith, anche lui ex dignitario della corte, ritiratosi in un vicino castello di caccia per stare vicino alla principessa, di cui è innamorato da anni senza che i loro rapporti abbiano mai oltrepassato quelli di una fiduciosa amicizia. Continua a leggere “Le vite sbagliate di un mondo in sfacelo”

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Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria

IlPrincipedellaWestEndAvenueRecensione de Il Principe della West End Avenue, di Alan Isler

Marsilio, Farfalle, 1999

Il tredici settembre 1978 Otto Korner festeggia il suo ottantatreesimo compleanno alla Emma Lazarus, una casa di riposo per ebrei agiati sulla West End Ave., a New York.
Da qualche settimana il suo organismo è in subbuglio, perché la nuova, giovane fisioterapista della casa, Mandy Dattner, è di fatto una sosia di Magda Damrosch, la bellissima ungherese da lui disperatamente e inutilmente amata più di sessant’anni prima, a Zurigo. Il riaffiorare dei suoi ricordi di gioventù, provocato dall’apparizione di Mandy/Magda, spinge Otto ad iniziare a scrivere un manoscritto in cui alterna il diario delle sue giornate alla Emma Lazarus con la sofferta rievocazione della sua vita di ebreo tedesco scampato alla Shoah. Questo manoscritto è il libro che compone Il Principe della West End Avenue, romanzo di Alan Isler pubblicato nel 1994 ed edito in Italia da Marsilio cinque anni dopo. Isler, inglese di nascita, si trasferì diciottenne negli Stati Uniti nel 1952, insegnando per lunghi anni Letteratura Inglese e Letteratura rinascimentale all’Università. Esordì ormai sessantenne come scrittore proprio con questo romanzo, che ebbe un buon successo internazionale, cui ne seguirono pochi altri, sino alla morte nel 2010. In Italia non ha avuto molta fortuna: questa edizione Marsilio è rimasta isolata, non essendo più in catalogo, e solo il suo ultimo romanzo, The Living Proof, del 2005, fu pubblicato due anni dopo da Newton Compton con il titolo Per sesso o per amore, che da solo lascia intendere l’ammiccamento al pubblico dell’operazione editoriale, che peraltro non deve essere perfettamente riuscita se è vero che anche di questo volume si sono perse le tracce in libreria. Dico subito che la trascuratezza cui è soggetto oggi questo autore in Italia non priva l’editoria nazionale di capolavori letterari, almeno a giudicare da questo romanzo che è rimasta la sua opera più celebrata, anche se sicuramente la sua lettura è piacevole per il tono leggero (a volte troppo) ed ironico con cui tratta alcuni temi di grande rilevanza nella storia e nella cultura del ‘900 e non solo. Continua a leggere “Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria”

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L’epica della comunità a fondamento della letteratura statunitense

DolphHeylingerRecensione di Dolph Heyliger, di Washington Irving

Solfanelli, il Voltaluna, 1989

Alcune settimane fa, leggendo questo bell’articolo sul blog di Elena Grammann riguardante un libro di Peter Handke, nel quale l’autore tedesco veniva in qualche modo messo a confronto con l’opera di Thomas Pynchon, mi sono imbattuto in questa sua (di Elena) analisi, che mi ha colpito e rispetto alla quale concordo pienamente:
”Il romanzo americano, mi pare, è capace di parlare di una collettività in modo convincente (cioè facendo letteratura e non intrattenimento o giornalismo); naturalmente parte dall’individuo, ma attorno all’individuo si percepisce, altrettanto naturalmente, una collettività; si percepisce che il romanzo ci crede. Questo è qualcosa che in Europa si è perso.”
Washington Irving in questo racconto, sicuramente meno noto di Rip Van Winkle e di The Legend of Sleepy Hollow, tra le altre cose ci mostra, a mio avviso, come il senso di comunità sia uno degli elementi fondanti della cultura statunitense, rinvenibile sin dalle origini della sua letteratura, forse con la sola eccezione del più eccentricamente europeo dei suoi scrittori dell’800, Edgar Allan Poe.
Washington Irving è scrittore poco frequentato da noi, e probabilmente molti lo conoscono solo per via indiretta, grazie alla trasposizione cinematografica di The Legend of Sleepy Hollow, realizzata quasi una ventina d’anni fa da Tim Burton, con Johnny Depp come protagonista.
Eppure Irving, nato nel 1783, è riconosciuto come uno dei padri fondatori della letteratura statunitense, secondo molti il primo vero letterato d’America, anche se non mancano le voci critiche (tra le prime proprio quella di Poe) che gli imputano da un lato una certa superficialità di temi e dall’altro il fatto che si limitò a trasporre nel nuovo mondo elementi tipici della cultura letteraria europea dell’epoca. Irving infatti viaggiò molto e visse per ben 17 anni in Europa, soprattutto a Londra, raccogliendo tra l’altro materiale letterario sul folklore tedesco. Egli era quindi un profondo conoscitore della letteratura europea, del romanticismo tedesco come del romanzo storico e gotico britannico, ma – dopo aver letto i suoi due racconti più famosi e questo Dolph Heyliger non mi sento di condividere un giudizio liquidatorio sull’autore, che secondo me attinge intelligentemente ad alcuni dei generi della letteratura europea dell’epoca rielaborandoli in chiave schiettamente americana e consegnandoci delle storie scritte con una notevole eleganza, pienamente godibili anche oggi.
Va tuttavia notato che questo mio giudizio è limitato sia dal fatto che ho letto poco di lui, sia dal fatto che che in ogni caso non avrei potuto leggere molto di più: della sua cospicua opera, fatta prevalentemente di raccolte di racconti, di biografie a carattere storico e di libri di viaggi, solo pochi titoli sono disponibili in libreria. Dei quattro libri di racconti e saggi che costituiscono la parte più importante dell’opera di Irving, solo uno (I racconti dell’Alhambra) è reperibile in libreria, mentre un secondo (Il libro degli schizzi), edito a quanto mi risulta per l’ultima volta nella BUR nel 1990, si può trovare ormai solo sulle bancarelle fisiche o virtuali dell’usato. Per il resto in libreria si trovano solo edizioni dei due racconti citati sopra e poco altro, tra cui – fortunatamente – Dolph Heyliger, in edizione e con traduzione diversa da quella da me letta. Continua a leggere “L’epica della comunità a fondamento della letteratura statunitense”

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Il gelido neonaturalismo di una scrittrice vittima delle mode culturali

UnghiaRecensione di Unghia, di Laura Hird

Einaudi, I coralli, 1999

Ho il sospetto che questo volume con il quale Einaudi ha pubblicato nel 1999 il primo lavoro di Laura Hird, apparso in Gran Bretagna due anni prima, sia innanzitutto il frutto di una operazione commerciale. Vediamo perché. Nel 1996 esce Trainspotting, film tratto dal primo romanzo di un autore scozzese sino ad allora poco conosciuto in Italia, Irvine Welsh. Il film narra l’epico degrado esistenziale di un gruppo di giovani nella Edimburgo degli anni ’80, quelli del tatcherismo imperante, e ha un successo mondiale. Contemporaneamente all’uscita del film, TEA pubblica l’omonimo romanzo: in quello scorcio di anni ’90 i giovani delle periferie scozzesi diventano l’emblema – per la verità spesso ben confezionato ad uso della cultura popolare – del disagio e della mancanza di valori verso cui la società liberista sta spingendo le giovani generazioni. Insomma, la Scozia tira. Welsh non è un narratore isolato: accanto a lui si segnalano altri giovani narratori, più o meno talentuosi. Perché non cavalcare l’onda, si devono essere chiesti in Einaudi? Purtroppo il nome più celebrato è già impegnato con un’altra casa editrice, ma si può sempre lanciare qualche epigono, e Laura Hird – di cui l’anno prima lo stesso Einaudi ha pubblicato un racconto nell’ambito di una antologia di nuovi autori scozzesi – è perfetta, tanto più che la sua pubblicazione in Italia viene sovvenzionata da The Scottish Art Council. L’opera prima di Hird esce quindi nientemeno che nella collana I Coralli, che anche se da anni non è più quella segnata da Pavese, rappresenta comunque la vetrina più prestigiosa della casa editrice per gli scrittori contemporanei. Ma le parole d’ordine dell’industria culturale cambiano in fretta, e così poco dopo le storie dei giovani scozzesi pieni di alcool e droga cessano di essere oggetto dell’attenzione generale: Einaudi quindi non pubblicherà più nulla di Laura Hird, che per la verità a sua volta non si segnala per prolificità di scrittura. L’unica altra fugace apparizione di questa autrice in Italia, oltre un contributo in un altro volume antologico, è dovuto a Newton & Compton, che nel 2008 pubblica la traduzione della sua seconda opera, Born free (1999), con l’orrendo titolo Sesso, Prozac e Playstation.
Leggere oggi questi racconti rischia quindi di farci cadere in un pregiudizio, quello di trovarci di fronte ad una letteratura figlia di una moda culturale passeggera, ormai sepolta sotto il tanto altro nulla venuto dopo. Se in parte è così, se nelle storie della Hird possiamo trovare atmosfere fortemente legate al periodo storico che ha segnato il volgere del millennio, ed anche tipicamente connesse alla geografia urbana e culturale delle periferie scozzesi, va detto subito che – stante il fatto che i fondamentali della società occidentale non sono nel frattempo cambiati, anzi si sono drammaticamente consolidati portando con sé la più grave crisi economica dal dopoguerra – questi racconti conservano una loro scottante attualità, sia pure con i limiti strutturali che personalmente vi ravviso. Continua a leggere “Il gelido neonaturalismo di una scrittrice vittima delle mode culturali”