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Una donna, non una moglie

Recensione de La donna di Gilles, di Madeleine Bourdouxhe

Adelphi, Fabula, 2005

Visto che solitamente passa qualche settimana tra il momento in cui termino di leggere un libro e quello in cui lo commento, ho preso l’abitudine di rileggerlo velocemente subito prima di scriverne, al fine di richiamare alla memoria le sensazioni che mi aveva ispirato. Questo esercizio si rivela importante perché la rilettura mi porta spesso a correggere ed affinare il giudizio che mi ero formato in prima battuta sul libro, ed a volte a rivederlo sostanzialmente. È questo il caso di La donna di Gilles di Madeleine Bourdouxhe, la cui rilettura mi ha aperto orizzonti interpretativi che non erano affatto emersi alla prima, forse affrettata, lettura di un paio di mesi fa.
Madeleine Bourdouxhe è stata una scrittrice belga che ha attraversato tutto il XX secolo – essendo nata nel 1906 e morta a novant’anni – conoscendo una fama limitata ed alterna anche a causa della esiguità della sua produzione letteraria. La donna di Gilles, pubblicato a Parigi nientemeno che da Gallimard nel 1937 ed accolto all’epoca da critiche molto favorevoli, è il suo primo romanzo. La guerra e l’occupazione nazista del Belgio interruppero i rapporti della scrittrice con la grande editoria francese: partecipò attivamente alla resistenza e pubblicò nel 1943 presso una piccola casa editrice di Bruxelles un secondo romanzo, À la recherche de Marie, recentemente edito in Italia da Adelphi, ed un altro romanzo l’anno successivo. Amica di Simone de Beauvoir, che elogiò La donna di Gilles per la sua capacità di descrivere il diverso atteggiamento maschile e femminile nei confronti del sesso, e di Jean-Paul Sartre, nel dopoguerra visse tra Parigi e Bruxelles, pubblicando solo altri due libri nel corso degli anni ‘80, pur continuando a scrivere per tutta la vita. La sua scarna opera, incentrata essenzialmente su caratteri femminili, fu sostanzialmente dimenticata per alcuni decenni, sino a venire riscoperta dalla critica letteraria di matrice femminista.
La donna di Gilles, pubblicato anni fa in Italia da Adelphi nella efficace traduzione di Graziella Cillario e da cui nel 2004 è stato tratto un film, è un breve romanzo che ad una prima lettura mi era apparso sostanzialmente banale quanto a vicenda narrata e tratteggiante un personaggio femminile, quello della protagonista Élisa, che, in quanto votato all’annullamento di sé in nome dell’amore assoluto per il marito, appariva lontano anni luce da una visione novecentesca della donna e non sembrava certo il modello di eroina femminile in grado di suscitare gli entusiasmi del movimento femminista negli anni ‘70 e ‘80.
La vicenda è infatti quella di un matrimonio felice messo in crisi dal tradimento di Gilles, il marito di Élisa, con la sorella più giovane di lei, la spregiudicata Victorine. Gilles è un giovane operaio che lavora in una grande fabbrica di una città del nord Europa, nella quale si riconosce la Liegi del carbone e dell’acciaio dove l’autrice nacque: i due vivono in un modesto appartamento di un quartiere operaio, tra i fumi delle fabbriche; hanno due gemelle ed Élisa è di nuovo incinta. L’ambientazione operaia del romanzo è importante, non tanto per le possibili implicazioni di carattere sociale, qui del tutto assenti, ma a mio avviso perché in questo modo l’autrice ha voluto discostarsi definitivamente dal cliché di dramma borghese che caratterizza i grandi romanzi ottocenteschi centrati sul tema dell’adulterio.
Élisa ama appassionatamente il marito: anche se la loro vita sessuale è divenuta ormai routinaria, Gilles è comunque un marito premuroso e un un tenero padre. In questo ménage apparentemente tranquillo si inserisce Victorine, giovanissima, bella e sessualmente vorace, che un giorno, all’inizio del romanzo, si lascia baciare da Gilles. Élisa capisce presto, dai cambiamenti nel comportamento del marito, quello che sta succedendo, ed è mossa sin da subito da un solo obiettivo: riconquistare l’amore di Gilles. Non gli fa scenate, non gli fa capire di sapere: lo scruta e lo segue per mesi cercando di definire una strategia d’azione, partorendo nel frattempo un maschietto.
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Forse chi soccombe davvero è la letteratura

Recensione de Il soccombente, di Thomas Bernhard

Adelphi, gli Adelphi, 2004

Concludendo le mie riflessioni su L’imitatore di voci, prima opera da me letta di Thomas Bernhard, mi rallegravo che l’autore avesse deciso che scrivere avesse ancora un senso, nonostante la coscienza e l’esaltazione del suo elitario isolamento come unica risposta possibile alla stupidità del mondo – il che a rigori avrebbe dovuto portarlo alla decisione contraria – regalandoci così una piccola chicca letteraria. Questa mia affermazione contrasta non poco con una delle mie convinzioni di fondo, secondo la quale a partire dagli anni ‘30 del secolo scorso le vicende storiche e l’evoluzione della società hanno privato la letteratura ed in particolare la prosa (forse per la poesia il discorso può essere considerato più complesso) della sua storica funzione di manifestazione artistica in grado di ed aiutarci ad interpretare e a capire il mondo in cui viviamo, relegandola progressivamente, seguendo una tendenza che negli ultimi decenni si è definitivamente completata, a strumento elitario di un’industria culturale il cui fine ultimo – accanto a quello di produrre profitti – è esattamente l’opposto, cioè non farci riflettere sul mondo in cui viviamo e sulle sue catastrofiche contraddizioni.
Dopo avere terminato la lettura de Il soccombente, una delle opere più note e più tipiche quanto a struttura dell’autore austriaco, almeno stando a quanto su di lui ho reperito in rete, mi trovo a riconciliarmi (anche se devo dire purtroppo) con questa mia opinione, perché a mio avviso questa opera rappresenta quasi emblematicamente l’inutilità dello scrivere nel tardo XX secolo.
So che con questa affermazione apodittica potrei attirarmi la scomunica dei bernhardisti che dovessero accidentalmente incappare in queste mie righe, e siccome sono conscio delle funeste conseguenze cui potrei andare incontro (i bernhardisti sono una vera e propria setta intollerante, che divide il mondo in due: coloro che amano e coloro che odiano Bernhard, e per i secondi non prevedono possibilità di remissione alcuna) cercherò di spiegarmi meglio ed anche in qualche modo di giustificarmi ai loro occhi.
Innanzitutto impetro la loro indulgenza tenuto debito conto della mia ignoranza e parzialità: due sono le opere del Maestro che sino ad ora ho letto, quindi il mio giudizio a queste due opere è relativo, non certo alla di Lui totale produzione, parte della quale mi riservo di assorbire nel prossimo futuro sperando mi riservi piacevoli sorprese e ulteriori spunti di riflessione.
Nel merito de Il soccombente, non dico che non dovesse essere scritto o che sia un’opera mediocre, affermo solamente che testimonia, tanto più in quanto scritta da un autore importante e certo non superficiale come Thomas Bernhard, quanto la letteratura sia divenuta in generale uno strumento culturale obsoleto, sia ormai come una sorta di grande chiave in ferro – di quelle per intenderci con cui si aprivano una volta i grandi bauli dove spesso si trovavano immensi tesori – con la quale tentare di aprire la porta blindata di un appartamento. Questo ovviamente vale qualora si pensi che la letteratura debba servire ad aprire qualcosa che muta e si evolve nel tempo: se invece si ritiene che essa sia deputata ad accostarci a grandi misteri della vita e dell’animo umano che si ripetono nei secoli sempre uguali a loro stessi, perché connaturati in qualche modo ad un nostro essere di fondo immutabile e scandagliabile nella sua essenza solo da poche anime elette, allora Il soccombente è sicuramente un’opera importante, forse imprescindibile.
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104 piccoli capolavori sull’ottusità del mondo

LImitatorediVociRecensione de L’imitatore di voci, di Thomas Bernhard

Adelphi, Piccola Biblioteca, 1999

Ho iniziato la mia conoscenza di Thomas Bernhard, autore cardine del secondo novecento europeo, con un’opera in qualche modo anomala dello scrittore austriaco, almeno nella forma.
L’imitatore di voci, uscito nel 1978, è infatti strutturato molto diversamente dal resto della produzione letteraria e drammaturgica di Bernhard: non vi sono i lunghi monologhi con il quale il narratore di rivolge all’ascoltatore, le pagine fitte che si susseguono le une alle altre ripetendo ossessivamente concetti o piccoli, apparentemente insignificanti, avvenimenti: questo volumetto edito da Adelphi è formato da 104 brevissimi testi, mai più lunghi di due pagine, spesso meno di una, che potremo definire racconti ma che in realtà sembrano usciti dalle pagine di cronaca di un giornale di provincia, dai verbali di una stazione di polizia o dalla narrazione distaccata di personaggi anonimi coinvolti nei fatti narrati, i quali fatti riguardano nella maggior parte dei casi di omicidi, di suicidi e piccole storie di violenza e stupidità quotidiana.
Se però la forma del contenitore è diversa rispetto a quella che caratterizza le opere maggiori dell’autore austriaco, il suo contenuto è invece il medesimo: infatti da questi piccoli racconti emerge tutto il corrosivo nichilismo, tutta la feroce critica della società e della cultura austriaca ed europea in genere, tutta l’amara disillusione sulle sorti dell’umanità che forma il nucleo stesso della letteratura di Bernhard.
La biografia di Thomas Bernhard ci fornisce immediatamente due dati estremamente significativi, direi emblematici: egli nasce infatti nel 1931 e muore nel 1989: la sua vicenda umana è quindi racchiusa quasi perfettamente entro due momenti fondamentali della storia del secolo breve: l’ascesa del nazismo in Germania e la caduta del muro di Berlino, la fine della cosiddetta guerra fredda. L’Austria, il piccolo stato con una capitale troppo grande, nato dalla dissoluzione mai completamente assorbita di un impero multinazionale che ancora oggi viene folcloristicamente celebrato con malcelata e acritica nostalgia, quasi fosse davvero esistita un’Austria felix dove tutti ballavano i valzer degli Strauss sotto l’occhio benevolo dell’imperatore, è senza dubbio, dopo la Germania, il paese che più di ogni altro in Europa ha visto condizionata la sua stessa essenza dai tragici avvenimenti che si sono susseguiti a partire dagli anni ‘30: dall’anschluss alla guerra, dalla decennale occupazione alleata al ritorno ad una normalità neutrale e socialdemocratica in funzione di antemurale del mondo occidentale in cambio della possibilità di non fare davvero i conti con il proprio passato – cosa che l’accomuna all’ingombrante vicino. Vista da questa prospettiva l’Austria del dopoguerra può essere considerato il paradigma delle contraddizioni e dell’ipocrisia politica seguita all’annientamento del nazismo. Ed è questa Austria il bersaglio preferito della critica che caratterizza l’opera di Bernhard, cui ne L’imitatore di voci si affiancano altri bersagli, quali la stupidità del giornalismo e l’ottusità dell’organizzazione sociale in genere.
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Un collage unico, postmoderno, o semplicemente “Gormenghastly”

gormenghastRecensione di Gormenghast, di Mervin Peake

Adelphi, Biblioteca, 2005

Questo libro è innanzitutto una confessione della mia ignoranza letteraria. Quando nel lontano 2006 entrò nella mia biblioteca casalinga, lo scelsi, presumo, essenzialmente per due ragioni: la prima era che si trattava di un titolo della Biblioteca Adelphi, che allora consideravo, con una certa dose di acriticità, la migliore collana per scoprire autori sino ad allora a me sconosciuti del primo novecento. La seconda ragione fu la lettura frettolosa della breve nota biografica sull’autore nel risguardo di copertina: Mervyn Peake, autore di cui ignoravo totalmente l’esistenza, era nato nel 1911 e aveva pubblicato la sua prima opera nel 1941: anche se non soddisfaceva appieno i criteri di selezione che mi ero dato rispetto alle mie letture, si trattava di un autore con solide radici nell’anteguerra. Poteva quindi valere la pena di acquistare quel grosso tomo rosso con un titolo incomprensibile.
Nella fretta, non mi ero spinto a leggere entrambi i risguardi, dai quali avrei potuto trarre due elementi che forse avrebbero orientato diversamente la mia scelta: Gormenghast era un romanzo di ambientazione fantasy, quindi teoricamente lontano dai miei interessi letterari, e si trattava del secondo capitolo di una trilogia che ovviamente sarebbe stato meglio leggere dall’inizio.
La mia completa ignoranza sull’autore e sulla sua opera sono rimaste tali sino a quando, poche settimane fa, ho preso in mano il volume e come prima cosa ho letto con maggiore attenzione le brevi note in copertina, con il risultato di sfogliare le prime pagine armato di non poco scetticismo, che tuttavia si è in breve sciolto come neve al sole davanti ai molti pregi del romanzo.
Riguardo alla sua ambientazione, non posso che confermare quanto affermato da numerose recensioni e critiche che ho reperito in rete: anche se formalmente ci sono molti elementi per poter definire il romanzo (e la trilogia) come appartenenti al genere fantasy – i luoghi immaginari, l’epoca indefinita – ne mancano altrettanti, forse più importanti, per poterlo costringere entro i canoni del genere: in Gormenghast non ci sono maghi, gnomi, eroi invincibili, eventi inspiegabili: nell’immenso labirinto muscoso e cadente del castello e nei suoi dintorni si muovono solo donne e uomini in carne ed ossa, la cui personalità e le cui sfaccettature psicologiche sono spesso messe in risalto e alla berlina dall’autore facendo ricorso al grottesco e alla caricatura (a partire dai nomi, elemento narrativo sul quale è d’obbligo tornare) secondo una tradizione narrativa che in Gran Bretagna ha solide basi.
Il fatto poi che Gormenghast sia il secondo capitolo della trilogia che si apre con Tito di Gormenghast indubbiamente può costituire un limite per la comprensione di alcune vicende, ma il lettore incauto è aiutato sia dal riassunto della puntata precedente che Peake fa nel primo capitolo, sia dalla possibilità di trovare in rete trame più o meno esaustive di Tito di Gormenghast. Quindi, posso dire a ragion veduta che, anche se sarebbe ovviamente meglio seguire l’ordine logico della trilogia, dopo pochi capitoli ci si può orientare abbastanza agevolmente nella accidentata geografia dei numerosi personaggi di questo romanzo.
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Descritti senza comprenderli, gli avvenimenti si sarebbero fatti comprendere da soli

suitefranceseRecensione di Suite francese, di Irène Némirovsky

Adelphi, Biblioteca, 2005

Dopo le perplessità scaturite dalla lettura de Il ballo, un racconto che credo si debba considerare minore nell’ambito della produzione letteraria di Irène Némirovsky, quale migliore occasione per affinare il giudizio su questa celebrata scrittrice che affrontare Suite francese, la sua opera più ambiziosa e sofferta, il grande affresco in presa diretta della Francia negli anni della guerra e dell’occupazione, il romanzo incompiuto che ha segnato la sua riscoperta a livello internazionale?
In realtà affrontare questo romanzo nasconde un’insidia oggettiva: che prevalga, nel giudizio, nell’analisi, non il valore dell’opera in quanto tale, ma ciò che quest’opera rappresenta rispetto alla tragica vicenda umana dell’autrice.
Suite francese (che peraltro nelle intenzioni dell’autrice avrebbe dovuto forse intitolarsi Tempête o Tempêtes) come lo conosciamo oggi è ciò che Irène Némirovsky riuscì a scrivere e in parte a rivedere di un’opera molto più complessa, la cui articolazione prevedeva cinque parti, per un totale di circa 1000 pagine. Di queste, oltre le due scritte, solo la terza parte, che avrebbe dovuto intitolarsi Captivité, era stata quantomeno concepita dalla scrittrice, anche se molti erano ancora i dubbi e le incertezze sugli episodi di cui si sarebbe composta. Le ultime due parti, di cui l’autrice aveva immaginato solo i titoli provvisori (Batailles e La paix) avrebbero dovuto essere scritte anche in relazione alla piega che avrebbero preso gli eventi bellici e la situazione francese.
Questo e molto altro ancora lo sappiamo perché quando nel 2005 Adelphi pubblicò il romanzo contravvenne alla regola della nudità delle sue pubblicazioni, che nella maggior parte dei casi non prevedono alcun supporto critico a corredo del testo letterario; in questo caso, probabilmente per uniformità con l’edizione originale francese dell’anno precedente e per l’oggettiva opportunità di fornire qualche informazione supplementare rispetto ad un testo monco, fece seguire le pagine del romanzo da una appendice e da una postfazione. L’appendice si articola in due sezioni distinte: la prima è composta da appunti tratti dal diario della scrittrice che riguardano la stesura dell’opera e considerazioni sulla situazione della Francia, scritti tra il giugno del 1941 e l’11 luglio del ‘42, due giorni prima dell’arresto; la seconda contiene invece lettere della scrittrice, di suo marito, dei suoi editori e di altri personaggi, scritte tra il 1936 e la fine del 1945, che ci aiutano a comprendere i tragici avvenimenti che l’hanno coinvolta, compresi i disperati ed inutili tentativi del marito di salvarla muovendo conoscenze altolocate. La postfazione è invece poco più che una nota biografica sulla scrittrice con marginali considerazioni sulla sua opera.
Le due parti di cui il romanzo è composto sono strutturalmente molto diverse. La prima, intitolata Tempesta di giugno (ma per la quale Némirovsky immagina anche il titolo alternativo di Naufrage) copre un arco temporale che va dall’inizio del giugno 1940 al marzo successivo, ed è centrata essenzialmente sull’esodo verso sud dei francesi, incalzati dal repentino crollo dell’esercito e dalla conseguente avanzata tedesca che si sarebbe trasformata, a seguito dell’armistizio del 22 giugno, nell’occupazione di gran parte del territorio francese e nella nascita della repubblica collaborazionista di Vichy.
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Irène Némirovsky: un successo basato più sulla vicenda umana che sui meriti letterari?

 

ilballoRecensione de Il ballo, di Irène Némirovsky

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2005

E così, di lettura in lettura, eccomi ad affrontare le opere della scrittrice che si può forse definire il più grande caso letterario internazionale degli ultimi decenni: Irène Némirovsky. La sua vicenda umana e letteraria è nota: nata nel 1903 in Ucraina era figlia di un banchiere ebreo di recente ricchezza che emigrò con la famiglia in Francia a seguito della rivoluzione russa, riuscendo peraltro a conservare gran parte del suo patrimonio. Dopo un’adolescenza ed una giovinezza dorata, anche se segnata dal difficile rapporto con i genitori, in particolare con la madre, sempre assenti perché dediti unicamente agli affari e alla vita mondana, si laurea alla Sorbona e sposa nel 1926 Michel Epstein, anch’egli banchiere, ebreo russo ed emigrato, da cui avrà due figlie. Sin da giovane scrive, e nel 1929 pubblica il suo primo romanzo, David Golder, cui segue l’anno successivo Il ballo e, lungo tutti gli anni ‘30, numerosi altri romanzi e racconti. Ha grande successo sia di critica, anche se non mancano le controversie, sia di pubblico: dai suoi romanzi vengono tratti film e opere teatrali. Tenta invano di acquisire la cittadinanza francese e nel 1939, insieme a tutta la famiglia, si converte al cattolicesimo.
Allo scoppio della guerra e con l’invasione tedesca della Francia gli Epstein si rifugiano in provincia, vivendo a contatto con la locale guarnigione della Wehrmacht. A causa delle loro origini ebraiche devono comunque portare la stella di David e, il 13 luglio del 1942 Irène viene arrestata e portata nel campo di concentramento francese di Pithiviers. Nonostante la fama della scrittrice, le conoscenze altolocate e l’attivismo disperato del marito, poche settimane dopo Irène Némirovsky viene trasferita ad Auschwitz, dove muore di tifo (o forse viene uccisa) il 17 agosto. Anche il marito venne deportato ad Auschwitz nell’autunno successivo e verrà avviato alle camere a gas il 6 novembre 1942. Le due figlie, affidate alla governante, riusciranno a sopravvivere e conserveranno gli scritti inediti della madre, rendendoli pubblici molto dopo. In particolare la pubblicazione nel 2004 di Suite francese, romanzo lasciato incompiuto da Irène che narra in presa diretta il crollo della Francia e l’occupazione tedesca, porterà alla riscoperta di questa autrice dimenticata.
Da allora nel nostro paese sono state pubblicate quasi tutte le opere di Irène Némirovsky, prima presso Adelphi ed in seguito presso numerosi altri editori, dando luogo ad una vera e propria alluvione di libri: una ricerca fatta per curiosità in uno dei maggiori negozi online mi ha mostrato che ad oggi sono disponibili 117 diversi volumi dell’autrice: di questi, una quindicina fanno bella mostra di sé nella mia libreria, segno che anche io sono stato colpito da Némirovskite, anche se non nella sua forma più grave. Con un giudizio giocoforza parziale, avendo al momento letto solo tre di tali quindici opere, mi azzardo infatti ad affermare che forse le ragioni di tale successo sono basate più sulla tragica vicenda umana dell’autrice che sulla effettiva importanza della sua opera nel panorama letterario del suo tempo. La lettura di alcuni suoi romanzi mi ha infatti posto di fronte ad una autrice brillante sì, ma minore rispetto ai fermenti che nella stessa epoca in cui scriveva stavano demolendo il modo e il senso stesso dello scrivere (oltre che del dipingere, fare musica etc.) sull’onda della crisi irreversibile dei valori sociali, demoliti non solo simbolicamente dalla Grande Guerra. Tutto sommato, per come sono scritte e per le tematiche che trattano, le opere di Némirovsky che sino a qui ho letto potrebbero tranquillamente appartenere ad una stagione letteraria precedente, ad un realismo di stampo ottocentesco nel quale cominciano appena ad infiltrarsi i dubbi e le angosce tipiche del ‘900 letterario. Questa mia prima impressione potrebbe però essere smentita dalla lettura di altre opere dell’autrice franco-ucraina.
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Se l’anticomunismo prevale sull’a-nazismo

Recenunsognoinrossosione di Un sogno in Rosso, di Alexander Lernet-Holenia

Adelphi, Biblioteca, 2006

”Ciò che di cogente e di ovvio accade in questo mondo, ciò che non può essere se non così, si compie per mezzo del caso e del malinteso. Perché il necessario e ovvio, di per sé, non sarebbe affatto in grado di imporsi alle altrettanto ovvie necessità che gli si contrappongono. Il necessario in sé non è altro che perpetua preparazione, disponibilità e tensione di cose che si fronteggiano, e infinite sono le necessità che soffocano in sé stesse senza neppure cominciare ad agire. Solo dove la folle scintilla del caso dà fuoco alla miscela di conflitti in incubazione, prima che essa venga dispersa dal vento dei tempi, solo là gli eventi esplodono. In questo senso caso e malinteso sono le sole, supreme istanze. Il necessario in sé, infatti, abbonda sempre e ovunque. È solo nell’innesco di coincidenze casuali, nel crudo malinteso che mette in moto elementi in principio neppure presi in considerazione ma in realtà dotati di un senso ben preciso – è in questo che si manifesta la volontà del destino.”
Ho voluto iniziare questa mia riflessione su Un sogno in rosso di Alexander Lernet-Holenia, autore di cui ho già letto in passato alcune opere, riportando il passo con cui inizia l’ultimo capitolo, perché a mio avviso esemplifica perfettamente il fulcro attorno a cui ruota tutta l’opera dell’autore austriaco, vale a dire la riflessione sul destino e sulla sua ineluttabilità, che Lernet-Holenia lega strettamente al caso e al malinteso, elementi di per sé misteriosi. Nelle altre opere di Lernet-Holenia da me lette ho apprezzato i termini con i quali l’autore approcciava questa tematica, ora con accenti drammatici ora con toni quasi umoristici, la sua capacità di scrittura, ed anche se la weltanshaaung che traspariva da queste opere era del tutto contrapposta alla mia (cosa del resto comune a molti degli autori da me più amati) mi era molto piaciuto come egli sapesse trasformarla in racconto – lasciando che essa trasparisse dalle pagine, costringendo il lettore a riflettere – ma non lasciandole prendere il sopravvento rendendo i romanzi la mera dimostrazione di una tesi precostituita.
Purtroppo il grande limite di questo romanzo consiste a mio avviso proprio nel fatto che in questo caso la riflessione su destino, caso e necessità appare artificiosa e forzata, in quanto l’autore la declina, applicandola alla contingenza storica che stava vivendo, al fine di trarre delle conseguenze esplicitamente di carattere politico, conferendo a Un sogno in rosso il sentore di romanzo a tesi. A questo fine l’autore costruisce una vicenda intricata, nella quale, tra le infinite necessità possibili, si verificano guarda caso proprio quelle che avvalorano la tesi che intende dimostrare, cosicché il modo in cui ”si manifesta la volontà del destino” corrisponde al whishful thinking dell’autore rispetto all’evoluzione della situazione politica europea; questo fa secondo me perdere forza e credibilità all’intero romanzo, oltre che renderlo quantomeno sospetto rispetto all’ideologia che lo pervade. Vediamo perché.
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L’irrisolvibile dialettica della realtà vista attraverso il linguaggio dell’incubo

laltraparteRecensione de L’altra parte, di Alfred Kubin

Adelphi, Biblioteca, 2006

Questo romanzo di Alfred Kubin è in qualche modo un libro mitico, perché nel lontano 1965 inaugurò una collana che sarebbe divenuta un punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati di letteratura in genere e di quella del ‘900 in particolare: la Biblioteca Adelphi.
A tal proposito, però, non posso esimermi da una piccola (anche se inutile, ne sono cosciente) polemica. Sul sito della casa editrice è riportato un piccolo saggio di Roberto Calasso, edito nel 2013, che narra il contesto culturale nel quale la casa editrice nacque, rispetto al quale si pose, secondo il suo fondatore, in forte discontinuità.
”In Italia dominava ancora una cultura dove l’epiteto irrazionale implicava la più severa condanna. E capostipite di ogni irrazionale non poteva che essere Nietzsche. Per il resto, sotto l’etichetta di quell’incongrua parola, disutile al pensiero, si trovava di tutto. E si trovava anche una vasta parte dell’essenziale. Che spesso non aveva ancora accesso all’editoria italiana, anche e soprattutto per via di quel marchio infamante.
In letteratura l’
irrazionale amava congiungersi con il decadente, altro termine di deprecazione senza appello. Non solo certi autori, ma certi generi erano condannati in linea di principio. A distanza di qualche decennio può far sorridere e suscitare incredulità, ma chi ha buona memoria ricorda che il fantastico in sé era considerato sospetto e torbido. Già da questo si capirà che l’idea di avere al numero 1 della Biblioteca Adelphi un romanzo come L’altra parte di Kubin, esempio di fantastico allo stato chimicamente puro, poteva anche suonare provocatorio.”
Calasso non lo specifica, ma è chiaro che si riferisce all’egemonia culturale esercitata nei primi decenni del dopoguerra dal Partito Comunista che avrebbe privilegiato, in linea con l’ortodossia proveniente dall’URSS, la letteratura di stampo realista. È indubbio che, nell’Italia uscita dalla dittatura, dalla guerra e dalla Resistenza la costruzione di una nuova identità culturale passò anche attraverso la necessità di conferire alla nuova realtà sociale una dignità artistica, ed è indubbio che i temi ancorati al reale trovassero, soprattutto nell’Italia ancora povera ma in trasformazione degli anni ‘50, maggiore attenzione da parte degli ambienti culturali più avvertiti, ma credo di poter dire che l’immagine di paese culturalmente sovietizzato che le parole di Calasso suggeriscono non corrisponda alla realtà, e rifletta un modo di concepire la cultura come un corpo separato rispetto alla società che la esprime. Tra la fine degli anni ‘50 e i primi anni ‘60 il panorama culturale italiano era molto articolato, mi sento di dire molto più di quanto lo sia quello odierno. Oltre alla constatazione che, ad esempio, quando nacque Adelphi Italo Calvino aveva da tempo pubblicato la sua trilogia degli antenati presso Einaudi e che moltissimi autori decadenti trovavano posto nei cataloghi delle più importanti case editrici, una ulteriore piccola prova dell’apoditticità delle affermazioni di Calasso può essere data dal fatto che dello stesso Kubin era in realtà già stato pubblicato qualche anno prima un altro scritto, Demoni e visioni notturne, e non da una casa editrice clandestina, ma da Il Saggiatore.
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