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Oltre Gogol’, il vero punto di partenza di Dostoevskij

IlSosia

Recensione de Il sosia, di Fëdor Dostoevskij

Feltrinelli, Universale Economica – I classici, 2003

Il sosia è un romanzo giovanile di Dostoeskij: apparve nel 1846, quando l’autore era venticinquenne e si era conquistato da poco tempo una certa fama, sia tra il pubblico sia presso i circoli letterari progressisti, con il suo primo racconto, Povera gente, giudicato come l’opera di un nuovo Gogol’, pienamente inserito nel filone della scuola naturale teorizzata da Vissarion Grigor’evič Belinskij, il grande filosofo e critico letterario sostenitore della necessità del realismo in letteratura. Dostoevskij all’epoca professava idee progressiste, era amico di Belinskij e degli autori raccolti attorno a lui, manifestava interesse per il socialismo nascente nell’Europa occidentale.
Quando apparve Il sosia, tuttavia, Belinskij lo stroncò, accusandolo di essere prolisso e confuso, e soprattutto del fatto che nel romanzo predominerebbe un’atmosfera fantastica in luogo della descrizione realistica della condizione degli umili: ”Il fantastico, ai giorni nostri, può trovare il suo posto soltanto nei manicomi e non in letteratura, e di esso si devono occupare i medici, e non i poeti.” Altri critici, all’opposto, ritennero il romanzo di fatto copiato da Gogol’, ed Il sosia non ebbe una buona accoglienza neppure tra il pubblico.
L’accoglienza della critica del tempo ci serve oggi per segnalare come questa opera seconda di Dostoevskij sia di fatto la prima in cui l’autore cerca una sua strada narrativa originale, che si distacchi dal cliché della scuola naturale e nella quale introdurre quella capacità di analisi della psicologia dell’individuo che caratterizzerà la sua produzione posteriore. In altri termini, proprio gli elementi che la critica del tempo indicò come più problematici sono quelli che fanno oggi de Il sosia un tassello importante della produzione letteraria di Dostoevskij e in un certo senso ne certificano la modernità. Continua a leggere “Oltre Gogol’, il vero punto di partenza di Dostoevskij”

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Una pausa prima del filotto

IlGiocatoreRecensione de Il giocatore, di Fëdor Dostoevskij

Demetra, Acquarelli, 1993

Il giocatore è un romanzo costruito secondo uno schema consueto in Dostoevskij. E’ scritto in prima persona, il protagonista è un giovane che si trova ad intervenire in una complessa vicenda familiare, è innamorato della protagonista femminile, è in qualche modo inadeguato ad affrontare le situazioni che gli si presentano, finendo per divenire un ulteriore elemento di disordine. Anche in questo romanzo oltre a quella del protagonista-narratore, spiccano la figura di un ricco uomo di mezza età e quella di una giovane donna.
E’ come detto uno schema narrativo tipico di Dostoevskij, che ho ritrovato in sia in Umiliati e offesi sia ne L’adolescente, di recente letti e entusiasticamente commentati.
Questa volta però, a mio avviso, lo schema non funziona sino in fondo. I personaggi principali, il Generale e Polina, ed anche lo stesso protagonista-narratore Aleksej Ivànovic, sono sbozzati male, mancano di quella carica di umanità (anche negativa) e di rappresentatività sociale che ha fatto degli analoghi personaggi dei due romanzi prima citati dei personaggi immortali. Si percepisce, in definitiva, che il romanzo è stato scritto in un solo mese per onorare un impegno contrattuale e salvarsi dalla rovina economica (proprio a causa del gioco).
Pur con questi limiti strutturali, si deve comunque dire che Il giocatore rimane ovviamente un grande romanzo. E’ grande soprattutto nel tono, che è quello del Dostoevskij gogoliano, ironico e satirico.
La componente satirica è in particolare legata alla analisi del microcosmo di piccola nobiltà cosmopolita che frequenta la città tedesca di Roulettenburg (sic!) ed alla possibilità fornita a Dostoevskij di descrivere sia il provincialismo dei russi all’estero sia i caratteri (per la verità un po’ stereotipati) dei vari rappresentanti delle nazioni europee: il rigido e formale barone tedesco, il gretto e venale marchese francese (cui si accompagna l’inevitabile cocotte), il freddo e distaccato borghese inglese. Emerge dal romanzo come Dostoevskij ce l’avesse in particolare con i francesi, che vengono letteralmente presi a pesci in faccia in varie parti del libro.
Il tono ironico, ed a tratti anche comico, raggiunge il suo apice nell’episodio della calata a Roulettenburg della nonna, che viene presa dalla smania del gioco e dilapida il suo capitale sotto gli occhi attoniti della famiglia che contava sulla sua morte e sulla conseguente eredità. La figura della nonna, che pure è presente solo una piccola porzione del romanzo, è senza dubbio, secondo me, la più riuscita tra i vari personaggi, proprio per il fatto di essere quella più aderente al tono complessivo del racconto.
Il giocatore può essere considerato in definitiva una sorta di commedia di costume, e la sua trama, opportunamente riadattata, potrebbe servire da spunto per il cinema italiano, se ancora esistesse un cinema italiano.
Certo un autore come Dostoevskij ci ha abituato a ben altro spessore narrativo: come accade anche in molti altri autori, tuttavia, le necessità della vita portano a convogliare il talento su testi vendibili, e forse è proprio questo che ha avuto in mente il nostro mentre dettava ad Anna Grigorievna Snitkina (sua futura moglie) questo romanzo. Prendiamolo quindi come una pausa che Dostoevskij si è preso prima di sparare quell’incredibile serie di colpi maestri che va da Delitto e castigo a I fratelli Karamazov.

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Il sogno di un cattivo maestro

SognoUomoRidicoloRecensione de Il sogno di un uomo ridicolo, di Fëdor Dostoevskij

Biblioteca Ideale Tascabile, 1995

Questo piccolo volume contiene in realtà due scritti di Dostoevskij: Il sogno di un uomo ridicolo e la Confessione di Stavrogin, un capitolo de I demoni. Credo che la scelta editoriale sia stata fatta per non pubblicare un volume di sole trenta pagine, ma a mio modo di vedere sarebbe stato meglio isolare il racconto piuttosto che affiancargli un brano che non può che essere collocato all’interno del monumento da cui è stato tratto.
Il sogno di un uomo ridicolo è un vero e proprio manifesto esistenziale e politico, attraverso il quale un Dostoevskij che ha alle spalle quasi tutti i suoi grandi romanzi (il racconto è del 1877) ci spiega la sua visione del mondo e le motivazioni del suo essere scrittore.
Il breve racconto, scritto come al solito in prima persona, narra di un uomo ridicolo che, essendo giunto alla totale indifferenza nei confronti della vita e degli altri, essendosi rinchiuso sempre più in se stesso, decide, osservando una stella in una fredda sera pietroburghese di novembre, di rientrare a casa e di uccidersi con una rivoltella comprata qualche tempo prima proprio per quello scopo. Mentre rientra a casa, una bambina in lacrime lo accosta chiedendo aiuto per la mamma: il protagonista, preso dalla sua decisione di farla finita, la scaccia. Questo episodio tuttavia lo colpisce, e mentre siede sulla poltrona di casa con accanto la rivoltella, inizia a riflettere sul fatto che la sua indifferenza non è totale, che per quella bambina ha provato dolore e vergogna per la sua reazione. E’ ancora deciso ad uccidersi, ma qualcosa in lui e nelle sue certezze si sta incrinando, e finisce per addormentarsi.
Nel sonno sogna di spararsi (al cuore e non alla testa, metafora importante) e di essere cosciente della sua sepoltura, dalla quale viene tratto da un essere angelico che lo porta in un lontano pianeta che è la copia della terra. Qui vivono uomini perfettamente incoscienti e felici, in piena armonia con sé stessi e con la natura: un vero e proprio Eden nel quale non c’è conoscenza data dalla scienza, c’è amore ma non sensualità. Inevitabilmente, però, l’arrivo del protagonista porta il germe della contaminazione con la storia dell’uomo, ed anche in quella società sino ad allora inconsapevolmente felice sorge la sensualità, che genera il desiderio, l’invidia, le divisioni in gruppi, la scienza, le religioni. Scoppiano le guerre in nome della giustizia, e tanto più ci si allontana dallo stato primigenio tanto più si costruiscono sovrastrutture per cercare di ritornarvi; in una parola quel mondo si trasforma rapidamente nel nostro mondo, dove – come dice Dostoevskij – … il sapere è superiore al sentimento, la coscienza della vita è superiore alla vita. Il protagonista si sveglia, allontana da sé la pistola e decide di andare per il mondo a predicare la verità che ha visto in sogno. Per prima cosa troverà la bambina che la sera prima ha scacciato.
Come evidente dal riassuntino, il racconto è un vero e proprio apologo, che ci presenta la concezione che il nostro aveva del mondo e della missione dello scrittore. Il mondo è dominato dal male, e questo male è essenzialmente il risultato della sostituzione del desiderio di conoscenza all’armonia primigenia. Compito dell’intellettuale è quindi diffondere e predicare questa verità, la possibilità del ritorno all’umanità bambina: esso sarà per questo deriso e considerato pazzo, ma non deve desistere da questa che è la sua missione.
Emerge a mio avviso in questo racconto la matrice fortemente reazionaria del pensiero Dostoevskijano. Se da un lato è infatti condivisibile la critica al predominio della scienza sulla vita, dall’altro non è certo attraverso il vagheggiamento di un eden primigenio che si può pensare di dare una alternativa credibile a questo stato di cose. Il primo ad esserne cosciente è lo stesso Dostoevskij, che si fa alfiere di un intellettuale alieno, pazzo, felice della e nella sua impotenza. Il suo pensiero somiglia terribilmente a quello di tanti utopisti che nel corso della storia hanno esaltato la felicità perduta senza fornirci strumenti per cambiare la realtà in cui viviamo. Somiglia al pensiero di quelli che negli anni ’70 sono andati a vivere in Toscana nelle comuni mentre la società virava verso il devastante liberismo in cui ci troviamo immersi. Credo sia veramente giunto il tempo di riaffermare che è solo attraverso una serrata critica della società e della sua organizzazione, che ne evidenzi le vere contraddizioni – a partire da quelle di carattere economico – che forse potremo uscire dal pantano in cui ci troviamo. Leggiamo quindi con piacere Dostoevskij, ma non ergiamolo a nostro maestro.

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Un tono inatteso, ma sotto la superficie è sempre Fëdor Michajlovič

LeternoMaritoRecensione de L’eterno marito, di Fëdor Dostoevskij

Biblioteca Ideale Tascabile, 1996

Grazie a questo breve romanzo, la galleria dei personaggi Dostoevskijani si arricchisce di una nuova perla. Si tratta di Pavel Pavlovič Trusockij, l’eterno marito del titolo, personaggio grottesco, quasi gogoliano, la cui tragicità ed umanità deriva in buona parte, come spesso nei personaggi del nostro autore, dalla contraddittorietà del suo agire.
Segnalo innanzitutto il tono del romanzo, che differisce da quello dei più noti capolavori del nostro per la leggerezza e l’ironia che lo pervade. Non mancano certo momenti tragici e di forte tensione emotiva, ma l’impressione è che per questo romanzo Dostoevskij abbia preso a modello quella parte della letteratura russa della generazione a lui antecedente, il cui massimo esponente è stato appunto Gogol’, che ha utilizzato l’arma dell’ironia e della satira per descrivere l’animo umano e i tratti della società russa. Anche l’uso della terza persona nel narrare, non così comune nel nostro autore, accentua il senso di distacco satirico dai personaggi.
La storia è molto semplice: durante un’estate a Pietroburgo, Vel’čàninov, ex viveur affetto da ipocondria, reincontra Pavel Pavlovič Trusockij, che si viene a sapere essere stato il marito di una signora disinvolta, di cui Vel’čàninov era stato anni prima, in una città di provincia, l’amante, frequentando la famiglia come amico. La signora ora è morta, e leggendo si comprende che Trusockij è venuto a Pietroburgo proprio per incontrare Vel’čàninov, in compagnia della giovane figlia lasciatagli dalla moglie defunta.
Tutto il romanzo è giocato sul pregresso non detto tra i due: nella prima parte Vel’čàninov cerca di capire se Pavel Pavlovič sa. Naturalmente Pavel Pavlovič sa, e nutre per Vel’čàninov un complesso rapporto di amore-odio che lo spinge da un lato a cercare ossessivamente la sua compagnia, dall’altro a cercare addirittura di ucciderlo. La storia si dipana sino all’ultimo incontro tra i due alcuni anni dopo le vicende principali.
Dostoevskij, avvalendosi della più classica delle situazioni familiari – il triangolo – fa di Pavel Pavlovič Trusockij un archetipo dell’animo russo dei suoi tempi, e lo rappresenta come colui che conosce la realtà ma si rifiuta di affrontarla di petto, non sa come rapportarsi rispetto ad essa, oscilla irresolutamente tra una sua passiva accettazione ed un velleitario ribellismo, che non porterà a nulla. E’ il classico tema dostoevskijano, trattato però, come detto, in chiave ironica e satirica.
Bellissimo e conseguente il finale: come detto, i due si reincontrano per caso dopo alcuni anni in una stazione ferroviaria: Pavel Pavlovič si è risposato, ed anche questa volta, ci suggerisce velatamente l’autore, la moglie lo tradisce. Vel’čàninov, da uomo di mondo, intuisce la situazione, che è ancora una volta accettata passivamente da Pavel Pavlovič, vero eterno marito, per usare l’eufemismo dostoevskijano.
La grande metafora giunge quindi a conclusione stilando il suo ultimo verdetto: all’uomo russo, al popolo russo non rimane che lasciarsi soverchiare dalla realtà, per quanto sgradevole e ingiusta possa essere, perché è troppo gretto e meschino per poterla cambiare.

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Munitevi di carta e penna, signori. Ma prima levatevi il cappello

LadolescenteRecensione de L’adolescente, di Fëdor Dostoevskij

Biblioteca Ideale Tascabile, 1995

L’adolescente è un romanzo estremamente complesso, che a volte, anche a causa dell’edizione nel quale l’ho letto, mi è parso un po’ confuso, coerentemente con lo stile dostoevskijano. L’edizione BIT che posseggo, oggi forse introvabile, non è fatta per agevolare la lettura di questo ponderoso romanzo: le pagine sono composte da un carattere piccolo, che soprattutto per chi come me è ormai afflitto da presbiopia, rende difficoltosa la lettura, e non consente di concentrarsi appieno nel seguire lo snodarsi della storia. Ho fatto quindi una certa fatica a venirne a capo, frammentando la lettura in oltre un mese e rischiando di perdere il filo; filo che è di per sé molto sottile, anche perché l’autore affida la narrazione al protagonista, che dichiara sin dalla prima pagina di non essere un letterato e quindi di scrivere in modo disordinato e senza l’uso di “orpelli letterari”.
L’uso della prima persona è un tratto costante nella narrativa di Dostoevskij, ma qui l’autore esaspera sicuramente il dilettantismo del narratore, al fine di conseguire un risultato di realismo cronachistico che è senza dubbio uno dei tratti salienti del romanzo, ed anche come espediente per creare suspance, come dirò in seguito.
La storia è quella di Arkadij Dolgorukij, ventenne figlio illegittimo di Versilov, signorotto pietroburghese con una tenuta in campagna dove ha sedotto la madre di Arkadij facendola poi sposare al “servo” Makar Dolgorukij. Arkadij ha sempre vissuto lontano dalla madre, in collegio e all’università, ed all’inizio del romanzo si trasferisce da Mosca a Pietroburgo conoscendo per la prima volta davvero i suoi parenti e le persone che li frequentano. La sua smania di riscatto nei confronti del padre naturale lo farà interferire con le complesse relazioni sociali e personali che si sviluppano tra i vari personaggi, generando situazioni ad alto contenuto drammatico: il citato dilettantismo artistico del narratore è uno strumento che l’autore utilizza con grande maestria per aumentare la suspance: molte volte infatti i fatti vengono parzialmente anticipati oppure spiegati a posteriori, creando un clima di sorpresa che disorienta. Come in altri romanzi di Dostoevskij il vero protagonista non è però il narratore, ma ancora una volta l’uomo di mezza età, in questo caso Versilov. Ho trovato molte analogie, infatti, tra Versilov e il principe Valkovsky di Umiliati e offesi, che paiono l’uno il negativo dell’altro. Entrambi sono personaggio che dire sfaccettati è dir poco: sono contraddittori, sono nella realtà profondamente diversi da come ci vengono presentati all’inizio. Valkovskij sembra generoso e altruista, mentre nella realtà si rivelerà meschino, volgare e spietato calcolatore; Versilov sembra freddo e pronto a sacrificare i sentimenti alle sue esigenze personali, in realtà si rivelerà capace di grandi slanci affettivi e patriottici. Ancora una volta l’immenso Dostoevskij riesce a darci, in un solo personaggio, un ritratto a tutto tondo delle contraddizioni in cui si dibatteva la classe dominante russa della sua epoca.
Non entro nel merito delle vicende del libro perché ci vorrebbero pagine su pagine (la breve trama reperibile su Wikipedia può aiutare ma non rende assolutamente la complessità del romanzo). Basti dire che (anche qui come sempre in Dostoevskij) alle vicende che segnano l’evoluzione del rapporto tra Arkadij e Versilov se ne affiancano molte altre, con alcuni personaggi veramente straordinari – molto russi e del tutto Dostoevskijani – quali Makar Dolgorukij, che da contadino si è trasformato in pellegrino-santone, e Lambert, oscuro ricattatore che allunga i suoi tentacoli sull’ingenuo Arkadij.
Che dire ancora? Sicuramente un affresco ovviamente straordinario dell’animo umano sullo sfondo della apparentemente cristallizzata – in realtà ribollente – società russa della metà del XIX secolo, da leggere possibilmente in altra edizione rispetto alla mia. Un consiglio comunque voglio darlo. A meno che non siate dotati di una memoria eccezionale, munitevi di carta e penna, e quando appare un personaggio annotatene nome, caratteristiche e relazioni con gli altri personaggi; può essere utile nel corso del romanzo, per evitare la domanda che mi sono a volte fatto durante la lettura: E questo chi è?

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Dai decabristi a Elio, passando per Visconti

NottiBiancheRecensione de Le notti Bianche, di Fëdor Dostoevskij

Mondadori, Oscar classici, 1987

Le notti bianche è uno dei più famosi racconti di Dostoevskij, anche perché nel 1956 Luchino Visconti ne ricavò un memorabile film con protagonista Marcello Mastroianni.
Dostoevskij lo scrisse, ventisettenne, nel 1848, in un momento molto particolare della sua vita e della vita culturale russa. Come ci viene bene spiegato nella prefazione a questa bella edizione Oscar Mondadori, gli intellettuali russi degli anni ’30 e ’40 dell’800, dopo la repressione dei moti liberali di qualche anno prima, avevano ripiegato su un individualismo estetico di stampo schilleriano, rifuggendo come anime belle da una realtà sociale che si palesava immutabilmente arretrata. Nel periodo in cui Dostoevskij scrive Le notti bianche questo atteggiamento isolazionista è messo in discussione e fortemente criticato: le spinte rivoluzionarie che segnano in quegli anni l’Europa occidentale giungono sino a Mosca e a Pietroburgo, spronando gli intellettuali a scendere di nuovo in campo per contribuire a cambiare ciò che li circonda.
Le notti bianche si inserisce in questo filone critico, ma con tratti tipicamente Dostoevskijani. Da un lato, infatti, è indubbia la critica ironica, a tratti dura, del tipo dell’intellettuale sognatore (il sottotitolo del racconto è Dalle memorie di un sognatore. Racconto sentimentale). Ciò è evidente sin dalla prima definizione che l’autore dà del sognatore: “Il sognatore, se occorre una definizione precisa, non è un uomo ma, sapete, una specie di essere neutro”. Dostoevskij nega quindi all’intellettuale sognatore persino la patente di umanità. Tutta la seconda notte, vero fulcro teorico del racconto, è dedicata a smontare le illusioni del sognatore, a metterne in evidenza le contraddizioni e la drammatica fatuità. Dostoevskij è quindi sommamente consapevole del carattere consolatorio, ridicolo e dell’inutilità della vita dell’intellettuale ”che si addentra nel suo cantuccio, vi aderisce come la chiocciola al guscio, e diventa simile a quell’animale divertente chiamato tartaruga, che è nello stesso tempo un animale e una casa”.
D’altro canto, il nostro non fornisce alternative. Il sognatore infatti ha la grande occasione per uscire dal suo guscio di solitudine e inadeguatezza incontrando Nasten’ka, ragazza solare, piena di vita, che vuole tagliare il cordone ombelicale con la famiglia (nel racconto è simboleggiato dallo spillo con cui l’anziana nonna la lega a sé per sorvegliarla). Tuttavia, anche se il suo amore per Nasten’ka è intenso e sincero, anche se per un attimo sembra che ella tenda le braccia per sollevarlo verso di sé e verso la vita vera, è inevitabile che, quando la vita vera appare, Nasten’ka non abbia un attimo di esitazione, e si lanci con un grido verso di essa. Il sognatore, quindi, non solo si rivela inadeguato nei suoi rapporti con la società, ma è anche incapace di risolvere i suoi problemi esistenziali. Non gli rimane che ritirarsi ancora di più nel suo cantuccio. La resa di Dostoevskij nei confronti della realtà e della vita è quindi totale, e ciò è sottolineato ancora di più dall’uso, comune a molti dei suoi testi, della prima persona.
Naturalmente la grandezza del racconto sta anche nel fatto che agli aspetti strettamente connessi con il periodo storico in cui fu scritto si affiancano elementi di introspezione dell’animo umano che hanno il carattere dell’universalità. Il protagonista – in questo analogo al Vania di Umiliati e offesi – è incapace di suscitare davvero l’amore della protagonista femminile, anzi: parlando con lei, confidandosi ed aiutandola a confidarsi contribuisce a rinsaldare il legame che esiste tra lei e l’altro. E’ una situazione comune ad una precisa tipologia di uomini che si potrebbe definire gli amici delle donne: sono quelli che si innamorano senza speranza di donne che amano parlare con loro, in genere per raccontare come siano innamorate perdutamente di un altro. Soffrono in silenzio e giungono persino a dare consigli per fare in modo che la loro amata possa felicemente volare dal vero amore. Una descrizione perfetta di questo tipo umano l’hanno data Elio e le Storie Tese nel celeberrimo brano significativamente intitolato Servi della gleba: che si siano ispirati direttamente alla Russia dell’800 e a Dostoevskij?

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Entusiasti e ammirati, ovvero B. svelato 150 anni fa

UmiliatieOffesiRecensione di Umiliati e offesi, di Fëdor Dostoevskij

Mondadori, Oscar classici, 1987

La lettura di Umiliati e offesi è un’esperienza profonda, al termine della quale si è sicuramente arricchiti nella capacità di comprendere le contraddizioni dell’animo umano. Può alle volte non piacere come Dostoevskij scrive, si può dissentire dalla sua visione delle cose e della società, ma è indubbio che questo autore rimane uno dei grandissimi scavatori, uno dei massimi speleologi della personalità che la letteratura ci ha dato.
Umiliati e offesi è precedente ai quattro grandi capolavori della maturità, e, come detto nell’introduzione a questa classica edizione Oscar Mondadori, fu concepito quasi come un romanzo d’appendice, da pubblicare a puntate su una rivista popolare, e quindi non è scevro dai difetti del romanzo che deve tenere sempre desto l’interesse del lettore: in particolare, alcuni colpi di scena, alcuni intrecci sono sicuramente forzati, come pure in alcuni passi la narrazione assume toni eccessivamente melodrammatici.
Purtuttavia, questi difetti vengono spazzati via dalla forza con cui l’autore sa tratteggiare i caratteri dei protagonisti, dalla sua capacità di restituirci personaggi duramente scolpiti ma nello stesso tempo articolati e complessi.
All’inizio del romanzo sembra che il personaggio principale sia l’io narrante Vania (userò, per i nomi dei personaggi, l’italianizzazione proposta dai traduttori). In lui non è difficile scorgere lo stesso Dostoevskij: è un letterato, solitario, destinato a svolgere, come l’anonimo protagonista del racconto Le notti bianche, il ruolo di innamorato a senso unico della protagonista femminile (qui Natascia, lì Nasten’ka), di suo confidente e amico che l’accompagna verso l’altro, reprimendo ciò che veramente sente. Vania quindi rappresenta un vero e proprio topos Dostoevskijano, è lui, è l’intellettuale rinchiuso in sé stesso dopo la perdita di ogni illusione circa la sua capacità di incidere sulla realtà, che anzi è costretto a giocare un ruolo di testimone anche rispetto al fallimento dei suoi sentimenti e delle sue aspirazioni personali, restandogli solo la possibilità di riversare sulla pagina le sue sofferenze.
Se Vania è sicuramente un personaggio chiave del romanzo, il vero protagonista, il gigante negativo è il principe Valkovsky. Egli assomma su di sé tutti i caratteri tipici della piccola aristocrazia di campagna russa che costituiva un anello fondamentale nell’organizzazione sociale dell’autocrazia zarista: è falsamente bonario, paternalista, aperto al nuovo e tollerante nei confronti della infatuazione del figlio Alioscia per la povera Natascia; anzi, apparentemente vuole favorire il matrimonio tra i due, dichiarando il suo apprezzamento per la personalità e il carattere di Natascia. In realtà Vania/Dostoevskij ci avverte subito, sin dal suo apparire sulla scena, che nei suoi occhi, nei gesti e nei momenti meno controllati affiora la vera personalità del principe, che è egoista ed avido, che mira solo a portare il figlio verso un matrimonio “adeguato” a risolvere i suoi problemi finanziari. C’è un momento del libro in cui anche noi lettori non capiamo bene la strategia del principe, che è talmente sottile da essere difficilmente interpretabile. Prima Natascia, che è sicuramente il personaggio più appassionatamente lucido del libro, poi il principe stesso, nel corso di un memorabile colloquio con Vania che rappresenta l’acme del romanzo, ci apriranno gli occhi.
Rispetto a questo personaggio non posso esimermi da due considerazioni. La prima è relativa al fatto che, anche se il romanzo non assume mai al suo interno elementi di critica sociale, essendo un romanzo “psicologico”, la figura del principe è sicuramente una critica feroce ad una intera classe sociale, che come detto era uno dei bastioni dell’arretrata e sommamente ingiusta società russa. La seconda, sicuramente più azzardata, riguarda la straordinaria somiglianza che si può individuare tra Valkovsky e un noto personaggio della vita politica italiana dei nostri giorni: stessa capacità di ammaliare, di apparire simpatico e attento alle esigenze degli altri, perseguendo al contempo spietatamente i propri interessi personali.
Il romanzo ci presenta molti altri personaggi, ed anche storie parallele a quella principale. Non voglio però togliere il piacere della lettura entrando in dettagli eccessivamente rivelatori: basti sapere che in meno di quattrocento pagine Dostoevskij ci offre una vera enciclopedia di tipi umani, che insieme compongono un quadro psicologico e sociale di grandissimo spessore emotivo.