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La nascita del supereroe: giovane, bello, coraggioso e… inglese, of course!

Recensione de La dama del sudario, di Bram Stoker

Editori Riuniti, Narrativa, 1996

Prima di iniziare a commentare La Dama del Sudario mi corre l’obbligo di avvisare il lettore di queste note che l’edizione da me letta, pubblicata nel 1996 dagli Editori Riuniti e oggi reperibile sul mercato dell’usato, non è una versione integrale dell’originale. Scorrendo quest’ultima, infatti, mi sono reso conto di come, particolarmente nel primo libro, che narra gli antefatti alla vicenda, ma anche nei seguenti, interi documenti di cui – come si vedrà – è composto il testo siano stati eliminati e alcuni periodi soppressi. La cosa grave a mio avviso sta soprattutto nel fatto che l’editore non abbia ritenuto necessario avvisare l’incauto acquirente della arbitraria riduzione del romanzo. A mio avviso ciò da un lato costituisce una imperdonabile scorrettezza editoriale, dall’altro testimonia come il romanzo sia stato trattato, da un editore non di secondo piano e un tempo portatore di una gloriosa tradizione, alla stregua di un prodotto di consumo da dare in pasto ad un pubblico considerato minore, in cerca solo dell’azione. Consiglio quindi caldamente chi volesse arricchire con questo titolo la sua libreria di acquistare una delle edizioni integrali del romanzo, fortunatamente ancora reperibili.
Detto questo, la lettura de La Dama del Sudario arricchisce il mio personale percorso di avvicinamento a Dracula, il cui approdo si preannuncia peraltro lontano nel tempo, di una nuova tappa, che, ancorché monca, mi ha confermato una volta di più come Bram Stoker possa essere sostanzialmente considerato autore di un solo romanzo, il cui successo è andato forse per vari motivi al di là degli specifici meriti letterari.
Del resto ciò emerge chiaramente anche ricercando i libri dell’autore irlandese in un qualsiasi negozio on-line: degli oltre sessanta volumi che si possono trovare in vendita, più di cinquanta sono le edizioni di Dracula, che compare nel catalogo di tutte le principali case editrici italiane. Ciò che resta è dedicato a pochi degli altri romanzi di Stoker, e si nota come tra questi La Dama del Sudario abbia avuto una sua relativa fortuna, con almeno tre diverse edizioni nel corso degli ultimi decenni. Forse il motivo dell’interesse editoriale per questo romanzo sta nel fatto che, come si vedrà, richiama, o meglio vorrebbe richiamare – sia nella struttura sia nelle atmosfere – il fratello maggiore.
Una delle caratteristiche peculiari di Stoker è che lo si può considerare una sorta di dilettante della scrittura: a partire dal 1876 e per quasi trent’anni, infatti, sua occupazione principale fu essere segretario ed agente teatrale del grande attore Henry Irving; si dedicò a tempo pieno alla letteratura solo negli ultimi anni di vita, dopo la morte di Irving avvenuta nel 1905.
La Dama del Sudario appartiene a quest’ultima fase della vita di Stoker, essendo stata pubblicata nel 1909, dodici anni dopo Dracula; avendo letto due dei tre romanzi da lui editi in questo periodo, credo di poter dire che si tratti di una fase di stanca ripetizione di alcuni dei clichés narrativi che tanto successo gli avevano procurato, con un rifugio nel genere – origine tra l’altro di palesi ingenuità narrative – che toglie certamente respiro a queste sue opere, le quali pure non mancano di interesse soprattutto in quanto permettono di delineare chiaramente l’ideologia che le sottende.
Pur trattandosi di un’opera volta a creare suspense nel lettore, ritengo di non infrangere alcun tabù accennando brevemente ad alcuni elementi della trama de La Dama del Sudario, in quanto nessun lettore penso possa dubitare, sin dalle prime pagine, dell’inevitabile lieto fine della storia narrata.
Come detto Stoker mutua da Dracula la struttura del romanzo, composto da vari documenti: articoli, resoconti, diari e lettere redatti da svariati personaggi. L’intento è manifestamente quello di richiamare l’oggettività dei fatti andando alle loro fonti, in una sorta di estremismo naturalistico nel quale l’autore non interviene, limitando apparentemente il suo ruolo all’assemblaggio di documenti che rendono il racconto polifonico, e pertanto più credibile, soprattutto in relazione all’esotismo e all’alone di mistero che circonda le storie narrate. Purtuttavia qui tale effetto è notevolmente attenuato, in quanto la parte nettamente preponderante delle vicende è narrata avvalendosi del diario del protagonista, Rupert St. Leger, che diviene quindi per gran parte del romanzo l’unico occhio che vede ed interpreta la realtà. Le altre voci intervengono quasi unicamente all’inizio ed alla fine del romanzo, al fine di inquadrare la vicenda con i suoi protagonisti e di concluderla.
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Il decadentismo delle origini: non solo spleen

Recensione di Monsieur Vénus, di Rachilde

Editori Riuniti, I Grandi, 1994

Anche Rachilde fa parte dei numerosi autori importanti quasi dimenticati dall’editoria italiana. Degli oltre sessanta lavori di cui è stata autrice, comprendenti romanzi, racconti e opere teatrali, da più di venticinque anni ai lettori italiani non è proposto alcunché, e anche le edizioni precedenti si contano sulle dita di una mano.
Eppure dalla lettura di Monsieur Vénus, il suo romanzo più noto, nonché dalle note biografiche reperibili in rete emerge un’autrice tutt’altro che marginale, sorta di musa della grande rottura artistica che caratterizzò, in tutta Europa ma in particolare in Francia, la seconda metà del XIX secolo, e che va sotto il nome di decadentismo.
Nata Marguerite Eymery nel 1860 in provincia, un padre militare che non la amava perché avrebbe voluto un maschio e una madre che praticava lo spiritismo, a quattordici anni tenterà il suicidio per rifiutare un fidanzamento impostole dalla famiglia. Dopo due anni di collegio in convento giunge a Parigi a diciotto anni, conducendo una vita bohémienne punteggiata da numerose relazioni, con uomini e con donne. Ottima cavallerizza, tira di spada e con la pistola e si presenta con un biglietto da visita su cui è scritto «Rachilde, homme de lettres». Nel 1885 ottiene dalla Prefettura di Parigi il permesso di vestirsi da uomo, cosa allora vietata, e nel 1889 sposa per convenienza Alfred Villette, che di lì a poco fonderà il Mercure de France, una delle riviste letterarie di riferimento del decadentismo e del modernismo francesi; Rachilde collaborò alla redazione della rivista sino al 1924. Sotto l’ombrello del Mercure diede vita ad un salotto letterario frequentato tra gli altri da Verlaine, Louÿs, Jarry, Bataille, Apollinaire, Gide, Mallarmé e Oscar Wilde. Morì, in qualche modo sopravvissuta a sé stessa e completamente dimenticata, nel 1953.
Monsieur Vénus – Roman matérialiste è uno dei primi romanzi scritti da Rachilde: la sua stesura risale infatti al 1880, quando la scrittrice aveva vent’anni. Venne pubblicato in Belgio quattro anni più tardi e immediatamente sequestrato sulla base di ben cento capi d’accusa; l’autrice fu condannata ad un anno di carcere e duemila franchi di multa, pene che evitò tornando velocemente in Francia.
Perché questa condanna? Perché Monsieur Vénus è un romanzo scandaloso che, pur non essendo propriamente pornografico, affronta in maniera esplicita tematiche legate alla sessualità e alle stesse identità sessuali maschile e femminile: ed il sesso, è noto, ha nella storia fatto molta paura al potere, sinché la sua carica eversiva è stata definitivamente disinnescata attraverso la sua offerta illimitata.
Due sono i protagonisti del romanzo, scritto in terza persona: Raoule de Vénérande, ventiquattrenne rampolla di una delle famiglie più in vista della nobiltà parigina, e Jacques Silvert, ventenne, mediocre aspirante pittore di origini proletarie, che vive in una squallida mansarda con la sorella Marie, la quale per campare, oltre a confezionare fiori di stoffa, si prostituisce.
Raoule è orfana sin da bambina e vive, nel palazzo di famiglia sull’Avenue des Champs-Elysées, con la zia Elizabeth, pia donna cui è stata affidata per la sua educazione. Ha lineamenti vagamente androgini ed è uno spirito ribelle e dominante, conscio della sua superiorità sociale: si veste spesso come un uomo, è sportiva ed ha già avuto alcuni amanti; attualmente le fa una corte insistente il marchese di Raittolbe, un ussaro che vorrebbe sposarla o quantomeno divenire suo amante, ma che Raoule vede solo come amico e confidente.
Raoule e Jacques si conoscono perché la giovane ha bisogno di una decorazione floreale per un vestito che indosserà durante un ballo in maschera, e la giovane fiorista le è stata segnalata per la sua bravura. Quando entra nella mansarda dei Silvert Marie è a letto malata, e Jacques sta confezionando fiori in sua vece. Raoule rimane turbata dalla grazia sensuale e femminea di Jacques, dal suo viso sul quale spiccano le labbra, dalla pelle rosea cosparsa di una bionda peluria che intravede sotto la vestaglia. Decide quindi di farne il suo amante: arreda per lui e la sorella un lussuoso appartamento e fornisce loro i mezzi per vivere; suscitando sconcerto e riprovazione nell’alta società cui appartiene ne farà il suo fidanzato ufficiale.
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“Non giudicate”: La giustizia ai tempi del determinismo lombrosiano

IlCasoRedureauRecensione de Il caso Redureau, di André Gide

Editori Riuniti, Tracce, 1997

André Gide è stato certamente uno degli intellettuali più importanti del primo novecento europeo; dotato di una personalità complessa e sfaccettata, che si riflette nelle sue opere, fu il fondatore di una delle più prestigiose riviste letterarie d’oltralpe, la Nouvelle Revue Française, nelle pagine della quale trovarono ospitalità alcuni tra i maggiori scrittori francesi e non solo. Sue opere quali La porta stretta, L’immoralista e I sotterranei del Vaticano sono ancora oggi imprescindibili per chi voglia avere una visione ampia della letteratura europea del XX secolo.
Rispetto alle sue opere più importanti questo breve scritto, edito nel 1930, è da considerarsi sicuramente minore, essendo in gran parte la raccolta di materiale giudiziario relativo ad un caso di omicidio plurimo avvenuto nella regione di Nantes oltre una quindicina di anni prima. Non si tratta quindi di un’opera letteraria vera e propria, quanto di una sorta di pamphlet su un caso che aveva scosso l’opinione pubblica francese. Tuttavia si tratta di un volumetto – in tutto un’ottantina di pagine – interessante, sia perché permette al lettore di indagare uno dei tanti interessi di Gide, quello per il funzionamento, i riti e i meccanismi della giustizia francese, sia in quanto – anche grazie alla breve ma importante prefazione di Maurice Nadeau, altro grande intellettuale francese – stimola il lettore a porsi interrogativi di carattere generale sulla psiche umana e l’inadeguatezza del grado di comprensione del suo funzionamento da parte della società e delle autorità costituite.
Il caso Redureau fece molto scalpore nella Francia che si avvicinava alla prima guerra mondiale. La mattina del primo ottobre 1913 nel villaggio di Le Landreau, nei pressi di Nantes, i corpi di sei componenti di una famiglia di piccoli proprietari terrieri, i Mabit, e della loro giovanissima domestica vennero trovati massacrati nella loro abitazione in modo atroce. Vittime furono il capofamiglia, la moglie incinta di sette mesi e tre dei quattro figli, tra i quali il più piccolo di appena due anni, oltre alla nonna e alla domestica sedicenne. Tutti erano stati colpiti ripetutamente con una roncola, in un accesso di furia selvaggia. Fu subito chiaro che si trattava di omicidii commessi da un unico individuo in un breve lasso di tempo: oltre ad un figlio quattrenne dei Mabit, che era stato risparmiato, mancava all’appello solo un ragazzo del paese che da pochi mesi lavorava al servizio dei Mabit, aiutandoli nei campi: il quindicenne Marcel Redureau fu trovato quasi subito, nascosto nei pressi della sua abitazione, e confessò immediatamente di essere l’autore della strage. Processato, fu condannato a 20 anni di reclusione, il massimo della pena per un minorenne; morì di tubercolosi in carcere nel 1916, diciottenne.
Ciò che attirò subito l’attenzione della stampa a dell’opinione pubblica fu la mancanza di un movente plausibile per un delitto così efferato. Redureau, durante gli interrogatori, affermò che mentre lavorava al torchio per pressare l’uva la sera del 30 settembre il padrone l’aveva rimproverato, dicendogli che era uno scansafatiche. Irritato da un rimprovero ritenuto ingiusto, egli l’aveva colpito al capo con una mazza di legno e, quando era crollato a terra gemendo, gli aveva tagliato la gola con una roncola. Poi, per mettere a tacere eventuali testimoni del delitto, si era recato nel vicino appartamento e aveva ucciso, con la stessa roncola, la moglie di Mabit e la giovanissima domestica, quindi la nonna che era accorsa alle grida e i tre bambini che piangevano nella vicina stanza. Non aveva ucciso il quarto figlio della coppia perché dormiva in un’altra stanza.
Redureau si dichiarò pentito di quanto fatto, e affermò anche di aver tentato il suicidio, mancandogliene però il coraggio.
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I racconti di uno dei maggiori “minori” dell’800 francese

Un dramma pariginoRecensione di Un dramma davvero parigino e altri racconti, di Alphonse Allais

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1999

I decenni a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo sono ancora oggi chiamati, in particolare riferendosi alla Francia, la Belle Époque: finita la guerra Franco-Prussiana del 1870 in Europa inizia un lungo periodo di pace, durante il quale il capitalismo trionfante consolida il suo predominio economico e sociale. Le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche diffondono, perlomeno nella narrazione ufficiale, un ottimismo sociale basato sulla assoluta fiducia nel progresso della scienza e sulla sua capacità di risolvere tutti i problemi della società. Il benessere non è più solo alla portata delle classi sociali dominanti, ma ricade in parte, per quel fenomeno che oggi, di nuovo esaltato dagli epigoni neoliberisti di quel periodo, viene chiamato sgocciolamento o dripping, sulle classi subalterne, in particolare sulla piccola borghesia, ed inizia a formarsi l’embrione di quella che sarà la società dei consumi. Il positivismo di Compte diviene quasi la religione ufficiale d’Europa, in particolare della Francia della III Repubblica, sfociando nel Bergsonismo. In campo artistico, sono gli anni dell’Impressionismo, in tutte le sue diverse accezioni ed evoluzioni, e del Naturalismo. Nella provinciale Italia, lo spirito dell’epoca trova la sua espressione nazional-popolare nel Gran Ballo Excelsior.
Sappiamo quali erano le contraddizioni che quell’epoca nutriva e sappiamo come finì. Fu un evento la cui carica simbolica non avrebbe potuto essere probabilmente più elevata a segnare la fine della Belle Époque: la tragedia del Titanic, e fu lo scoppio della prima guerra mondiale, poco più di due anni dopo, a mostrare di quanta consapevole menzogna era intrisa la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, propalata a piene mani dalle classi dominanti e dagli intellettuali a queste organici.
In realtà quella fu un’epoca di fortissimi contrasti. Il movimento operaio e contadino, rafforzato nelle sue basi teoriche dal marxismo, rivendicava maggiore giustizia sociale ed aspirava alla rivoluzione, e per reprimerlo fu usato ogni mezzo, come testimoniano, nel nostro Paese, i cannoni di Bava Beccaris e molti altri episodi minori. Il dogma della libera circolazione dei capitali, non a caso asse portante anche delle politiche neoliberiste nelle quali siamo immersi in questi ultimi decenni, generava lo scontro imperialista che avrebbe inevitabilmente portato al massacro del 1914-’18.
Anche nelle arti vi è chi avverte con inquietudine ciò che cova sotto la superficie dorata dell’epoca, e pone le basi di quelle che saranno le successive correnti della crisi.
La cultura francese in quell’epoca riveste un ruolo di assoluta avanguardia a livello europeo, come è naturale che fosse per uno dei paesi più avanzati sia economicamente sia socialmente, patria della rivoluzione borghese e teatro lungo il secolo di straordinarie e drammatiche convulsioni. Per rimanere nel solo ambito della letteratura, è in quell’epoca che scrivono Daudet, Maupassant, Zola, Loti, Huysmans, solo per citarne alcuni.
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Chi ha paura di Jurij Trifonov?

LaCasasulLungofiumeRecensione de La casa sul lungofiume, di Jurij Trifonov

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1997

In questa nostra società nella quale ci hanno fatto credere che la presenza in rete sia l’unico parametro con il quale viene certificata l’esistenza stessa delle persone, nulla a mio avviso è più emblematico dell’oblio in cui è caduto in Italia un autore importante come Jurij Trifonov del fatto che non gli sia ancora stata dedicata una voce su Wikipedia. Quanto ai suoi libri, cercarli in libreria è praticamente inutile: solo sul mercato dell’usato è possibile trovare alcuni titoli, grazie alla diffusione che le sue opere hanno avuto nel nostro paese negli anni ‘70 ed ‘80.
Il suo romanzo più importante, La casa sul lungofiume, fu pubblicato per l’ultima volta  dagli Editori Riuniti nel 1997, e già allora Lucetta Negarville, nella prefazione al volume, lamentava il fatto che nella “nuova Russia” post-sovietica fosse in atto un profondo cambiamento del ruolo sociale della letteratura: ”Ora il paese più ‘letteraturicentrico’ del mondo, forse giustamente, ha voluto normalizzarsi anche in questo. La letteratura non ha più quella funzione di «coscienza critica» della società che aveva avuto a partire dagli inizi del XIX secolo, ma è diventata uno dei tanti mezzi di espressione, non certo il più importante, sintomo della preferenza per i generi più «leggeri» del poliziesco, del rosa, dell’erotico, o per una greve pseudo-religiosità misticheggiante o anche, finalmente, per una raffinata sperimentazione.”
La Russia eltsiniana degli anni ‘90, quella della liquidazione totale dell’esperimento sovietico e della prona adesione ai dogmi del liberismo economico più sfrenato doveva liquidare anche la cultura del periodo precedente, anche la concezione stessa del ruolo della cultura rispetto alla società. Continua a leggere “Chi ha paura di Jurij Trifonov?”

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Tra Buenos Aires e Misiones: i racconti di un borghese tragicamente segnato dalla vita

RaccontidAmorediFolliaediMorteRecensione di Racconti d’amore di follia e di morte, di Horacio Quiroga

Editori Riuniti, I Grandi, 1993

Horacio Quiroga non è autore molto noto in Italia. Nato in Uruguay nel 1878 ma vissuto prevalentemente in Argentina, la sua fu un’esistenza tragica, segnata dalla morte, spesso violenta, di molti dei suoi cari: il padre fulminato da un colpo di fucile, forse suicida, forse per un tragico incidente, quando Horacio ha pochi mesi; la precoce morte dei due fratelli; lui stesso, ventiquattrenne, che uccide accidentalmente il suo migliore amico, pulendo un’arma; la sua prima moglie avvelenatasi nel 1915. Lo stesso farà lo scrittore nel 1937, dopo che gli era stato diagnosticato un tumore. Scrisse in prevalenza racconti, la cui pubblicazione fu molto popolare ed apprezzata da subito, ed è oggi considerato tra i più importanti scrittori ispano-americani, anche se della sua opera Jorge Luis Borges disse che ”ha scritto racconti che avevano scritto meglio Poe e Kipling”.
Se dalla lettura di questo volume di racconti ho tratto la convinzione che il giudizio di Borges si può considerare in larga parte ingiusto, esso tuttavia ci permette di inquadrare le tematiche della produzione letteraria di Quiroga, legate al crudele fascino degli ambienti primigenii delle foreste del nord dell’Argentina, alle tragiche condizioni di vita di chi in queste foreste lavorava (e lavora) distruggendole a favore del profitto di pochi, ma anche alla caratterizzazione degli ambienti borghesi di Buenos Aires e di quelli dei coloni e allevatori delle pianure argentine, spesso attraverso la descrizione della patologia e della morte come fattore di indagine dei rapporti sociali e umani. Il richiamo a Poe e Kipling rende anche ragione dell’atmosfera culturale nel quale Quiroga era immerso e che informa la sua narrativa: siamo come detto nei primi decenni del ‘900 e Quiroga, che tra l’altro nei primi mesi del 1900 ha vissuto a Parigi proprio per entrare in contatto con il mondo letterario europeo, è una sorta di terminale latinoamericano delle pulsioni che, tra naturalismo positivista e decadentismo modernista, animavano la produzione letteraria dell’epoca.
Questo volume edito dagli Editori Riuniti per la prima volta nel 1987, ed oggi reperibile solo nei circuiti dell’usato, propone due delle raccolte di racconti più significative pubblicate da Quiroga: i Racconti d’amore, di follia e di morte, del 1917, e Il selvaggio, del 1920. A questo volume, come si evince dalla breve ma densa prefazione di Dario Puccini, ne è seguito un altro, Anaconda e altri racconti, anch’esso fuori catalogo da tempo: oggi è comunque possibile rinvenire in libreria numerose altre edizioni dei racconti di Quiroga, compresa una loro selezione edita da Einaudi. Continua a leggere “Tra Buenos Aires e Misiones: i racconti di un borghese tragicamente segnato dalla vita”

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Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose

LaTerzaNottediValpurgaRecensione de La terza notte di Valpurga, di Karl Kraus

Editori Riuniti, Nuova biblioteca di cultura, 1996

Su Hitler non mi viene in mente nulla. Quasi tutte le recensioni che ho letto de La terza notte di Valpurga prendono le mosse o comunque citano il celebre incipit di questo straordinario pamphlet di Karl Kraus. Giustamente celebre, direi, perché riassume in poche parole tutto il disprezzo che Kraus nutriva nei confronti del nazionalsocialismo e del suo capo. Un disprezzo, prima ancora e più ancora che politico, culturale e quasi viscerale da parte di un intellettuale che aveva speso tutta la sua vita nella difesa della parola, della lingua come espressione della bellezza e della verità, nella affermazione della assoluta necessità della corrispondenza tra linguaggio e pensiero, e che vedeva ora l’oltraggio della parola, l’uso della lingua come sistematica menzogna, la volgarità di non-concetti espressi in un tedesco deturpato anche sintatticamente, affascinare milioni di persone e farsi Stato. Dichiarare che non gli venisse in mente nulla è quindi per Kraus il modo più netto per non attribuire al capo del nazismo la dignità di essere suo interlocutore, per relegarlo – quasi per una sorta di beffardo contrappasso – al livello di untermensch.
Naturalmente a Kraus, nei mesi compresi tra l’aprile e il settembre 1933, poco dopo quindi la presa del potere da parte di Hitler, quando elabora questo testo, di cose sul nazismo e il suo capo ne vengono in mente moltissime, abbastanza per scrivere un saggio di alcune centinaia di pagine che rappresenta, anche per la sua precocità, un documento che testimonia l’eccezionale lucidità di analisi, sconfinante a tratti nella capacità profetica, dell’autore de Gli ultimi giorni dell’Umanità. Kraus concepì questo scritto come un supplemento alla sua rivista Die Fackel, ma non lo pubblicò mai integralmente. Morì di lì a tre anni, e La terza notte di Valpurga fu edito solamente nel primo dopoguerra. Continua a leggere “Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose”

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Il piccolo viaggio nel pensiero di uno dei padri del romanzo

ViaggiodaQuestoallaltroMondoRecensione di Viaggio da questo all’altro mondo, di Henry Fielding

Editori Riuniti, Gli introvabili, 1998

Quando nel 1998 gli Editori Riuniti pubblicano questo volumetto di Henry Fielding, lo collocano profeticamente in una collana chiamata Gli Introvabili. Infatti dopo questa edizione nessuno si è più preoccupato di stampare Viaggio da questo all’altro mondo, cosicché oggi esso risulta davvero introvabile, e fa capolino solo sul mercato dell’usato.
È vero che si tratta di un testo minore, ma c’è da dire che – a causa del progressivo processo di decomposizione per agglutinamento dell’editoria italiana (particolarmente di quella storica) – dei cinque romanzi composti da questo autore – fondamentale per comprendere non solo il settecento inglese ma la stessa storia del romanzo – oggi sua maestà il mercato ce ne offre solo due (il Tom Jones e Joseph Andrews), mentre quasi nulla ci è dato sapere delle sue opere teatrali.
Come detto, Viaggio da questo all’altro mondo non è certo paragonabile ai grandi romanzi dell’autore: fu pubblicato nel 1743 all’interno delle Miscellanies – un’opera in tre volumi edita dall’economicamente precario Fielding grazie alle sottoscrizioni dei lettori – contenente scritti in prosa e poemi, di cui rappresenta una piccola parte e neppure tra le più significative, visto che il pezzo forte della raccolta è costituito dal romanzo Jonathan Wild, il grande.
Fatte queste premesse, è necessario dire che il Viaggio da questo all’altro mondo è comunque un testo interessante e a tratti godibile, nel quale si ritrova, sia pure in forma diversa, la carica critica verso la società inglese del tempo, esercitata attraverso la satira, che caratterizza l’intera opera di Fielding.
Il racconto è la trascrizione, nella finzione che Fielding ci narra nel breve capitolo introduttivo, di un manoscritto che egli ha recuperato per caso: recatosi in un negozio di penne per comprarne alcune, gli vengono consegnate avvolte ”in un gran foglio di carta fitto di pessima scrittura”. Incuriosito, prova a leggerne il testo senza capirci un granché, se non che si tratta di una parte di uno scritto più ampio. Torna quindi nel negozio di penne, e il titolare gli consegna un centinaio di fogli che usa come carta da imballo, dicendogli che in origine si trattava di un cospicuo manoscritto in-folio datogli da un suo inquilino poi partito per le Indie. Invano aveva cercato di farlo stampare da qualche editore: tutti si erano rifiutati, perché non comprendevano la scrittura o perché lo ritenevano un libro contro la religione oppure un libello contro il governo; aveva quindi deciso di usarlo per incartare le penne vendute, tagliandolo in fogli. Continua a leggere “Il piccolo viaggio nel pensiero di uno dei padri del romanzo”

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La prosa urbana di un precursore del realismo

LeNottidiParigiRecensione de Le notti di Parigi, di Restif de la Bretonne

Editori Riuniti, Universale economica Narrativa, 1996

Nella mia recensione a L’Italiano di Ann Radcliffe ho lamentato il carattere d’appendice della storia, il suo essere talmente inverosimile e manichea da non poter rappresentare sentimenti ed emozioni in grado di appassionare il lettore del XXI secolo. La storia de L’Italiano è tuttavia una storia indubbiamente ben scritta, quindi chi la guardasse da un punto di vista astrattamente estetico la apprezzerebbe sicuramente.
Nel caso de Le notti di Parigi di Restif de la Bretonne si può dire che siamo quasi su di un versante opposto: chi legge quest’opera cercando la bella letteratura non potrà che rimanere deluso dallo stile cronachistico e a volte pedante delle Notti, ma chi cerca in un testo l’interpretazione del reale, la capacità di comunicare lo spirito di un’epoca attraverso la storia collettiva di una città troverà in questo oggi misconosciuto autore della fine del ‘700 francese una buona fonte cui attingere per soddisfare la sua voglia di sapere. Continua a leggere “La prosa urbana di un precursore del realismo”